QUANDO MANCA IL RESTO
Mi affannai quella sera a recarmi al porticciolo, dove le navi attraccavano e le buone donzelle della signoria si affaccendavano a scalpitare da un locale all’altro, per assaggiar delle vivande o gli sguardi di neri giovinetti colmi di malizia.
In un tavolino remoto, recondito, lontano da ogni umana tentazione, vi era un vecchietto a sorseggiar limonata; lo vidi, vestito di tutto punto e con un completo semplice ma che donava molto a chi di anni ne aveva vissuti, con una limonata sul lugubre tavolino ed una sigaretta a fumarsi da sola tra le giallognole estremità, come la mente fa coi pensieri al crepuscolo.
Mi avvicinai ed ordinai al garzone.
Ero da poco a Napoli, non facevo altro che gironzolare tutto il giorno a cercar lavoro ai porti, o saggiare con gli occhi le gonne delle giovinette con vitrei occhi neri.
Presi una sedia e mi accomodai di fianco a lui, senza neanche chiedere il permesso; sentivo che tra me e quell’issuto uomo vi era una forte intimità, un legame che ci legava da quando io ero solo un infante sperduto, un bastardo adottato e poi sparito dal primo porto di Genova e lui un possidente, con servitù e proprietà.
Mi guardò e sorrise, leggermente ambiguo, con gli occhi tristi e la limonata che gli bagnava l’arsa bocca violacea.
Mi venne di getto <quando si è felici?>
< Quando manca tutto il resto>.
Nel mentre sorseggiava e fumava, mirando le luci ed i vulcano tutto arso e gonfio allo stesso tempo, cacciatore inesorabile e ladro di vita e le luci, quelle luci che illuminano la via dovunque naviganti solcano aspri mari.
< Vedi >, continuò lui, <l’esistenza non è altro che un lasciar passeggiare un randagio da una panchina all’altra per marcar il territorio, o mirar da lontano i velieri e te su un’isola deserta, come Crusoe>.
Continuavo a non capire, <bisogna saper accettare tutto, anche i dolori e le sofferenze: son quelli che poi piegano un anziano al mal di vivere>
<E quando si ha il mal di vivere?>
<Quando manca tutto il resto>.
Scoprì poi che il suo amore giovanile fu stroncato da un gruppo di partigiani, seviziata e stuprata per ore e poi gettata in un pozzo nero come la morte.
Di giovinette ne aveva viste dopo, ma mai come la sua Rosina; era la sua di faccia che aveva custodita in una medaglietta al petto, eran suoi gli occhi che andava a rintracciare tra fresche gonne e canditi visi plumbei, eran sue le labbra che si andavan dischiudendo come rose in primavera.
Da lì era rimasto solo, a mirar donzelle e a ricercare in altre quello che la sua Rosina aveva, quella Rosina fatta di timidi baci, lente scoperte, prati in fiore ed umida erba.
Si era trasferito nel Meridione solo per cercar nel sole lo sguardo della sua Rosina, con quei suoi occhi color miele spenti da un triste, fallico fucile.
Continuavo ad essere un garzone e guadagnarmi la giornata come un disperato, come un pezzente, rubacchiando mele dal mercato e guardando il Vesuvio dagli scogli, con una sigaretta che irrorava i miei canditi polmoni, fumando in silenzio.
Appresi la notizia, la sera stessa al dormitorio, che don Giuseppe si era gettato dagli scogli in una giornata di tramontana, così come la sua Rosina era stata gettata in un pozzo di sporca acqua, come quei tristi anni in cui tanti giovani persero la vita, da un lato all’altro, da un colore all’altro.
I vestiti ammucchiati in prossimità del mare, che inesorabilmente bagna sempre Napoli, ma la catenella non fu mai più ritrovata.