Racconto K

La luna enorme e scarlatta giaceva rarefatta sull’orizzonte nero‐buio‐oscuro irradiando una tetra aura soffusa‐arancione, come uno squarcio di sorriso leonardesco in una caverna occupata dalle tenebre.
Sotto il cielo, una squallida periferia urbana e un edificio come di vecchia fabbrica abbandonata, la cui via di accesso si snodava fra erbacce e cancelli arrugginiti e pneumatici consumati illuminati da alti lampioni, uno dei quali recava una vetusta e illeggibile scritta arruginita.
Io, mio padre ed un anonimo amico d’infanzia, con le facce come cancellate da una gomma, stazionavamo davanti all’edificio dove dovevamo consumare i nostri piaceri carnali.
Lì c’erano le puttane. E noi dovevamo scopare. 
Un banchetto  deserto davanti alla porta d’ingresso sorreggeva una lunga pila di libri e varie carte e cartacce, svolazzate dal vento e un blocchetto per le prenotazioni.
Un taccuino con dei numeri.
Ognuno di noi prese il suo numero.
Chiesi a mio padre: “Dobbiamo andarci per forza?”                                                                                          
“Sì, per forza. Ci dobbiamo divertire” – E rimase impassibile.
Il  suo volto non aveva niente a che fare con mio padre, ma io davo per scontato che lo fosse. Come il mio anonimo amico, che probabilmente non avevo mai visto prima.
Proprio lui allegro e sghignazzante prese il primo numero dal taccuino, lo strappò velocemente ed entro di corsa gridando: “ Andiamo a scopare! Andiamooo!”
Il mio presunto padre guardava il suo numero con aria spersa e smarrita:
“ Sì, è nostro dovere…  Dobbiamo scopare!”
E mentre lui rifletteva,  non potevo più aspettare: corsi anch’io dentro per raggiungere il mio amico, senza cui mi sentivo completamente perso.

Dentro tutto era tetro e oscuro: le pareti fatiscenti , odore di chiuso e tanfo indecifrabile: un lungo corridoio sui cui lati sbarluccicavano luci soffuse di flebile neon giallastro.
E io correvo, correvo e correvo…  
e il balenare di luci e ombre, che si stagliavano sulla mia faccia frenetiche e dondolanti.
Passai davanti a numerose stanze aperte, chiuse e semi‐chiuse. Riuscii a distinguere in esse un ciccione che si riabbottonava i pantaloni, una puttana a seno nudo, un’altra che si masturbava; poi altre scene di coiti, di pozzanghere e lettini oscuri, un baluginare intermittente  e tremolante di luci‐puttane e ombre‐corridoi, e una corsa sfrenata in meandri, antri e tunnel infiniti e serpeggianti.
Ma il corridoio non finiva mai e si snodava in volte sempre più oscure nel cui vorticare distinguevo solo lo scalpiccio veloce e inquieto dei miei passi e la voce lontana del mio amico che gridava come un indemoniato. Ogni tanto affondavo i piedi in alcune pozzanghere, ma noncurante continuavo, seguendo la voce che smaniava davanti a me, in fondo, da qualche parte… Eppoi…
Silenzio.

Finalmente la voce si spense.
Io mi fermai.
Ero arrivato ad un angolo d’un bivio buio.
Lì, nell’angolo,  in una nicchia, era seduto un ragazzetto scuro con lo sguardo fisso nel vuoto e che, mai rivolgendomi lo sguardo ed ondulando e cantilenando come un piccolo pazzoide in un’assurda litania, attaccò a parlare:
“Oh,sì… L’ho visto il tuo amico! È proprio pazzo… Tu dove devi andare?...
Devi scopare, devi assolutamente scopare!...
È tutto lì il succo… Io mi sono proprio divertito… Devi andare dalla tua puttana, ci devi assolutamente andare!”
Lo guardai impaurito e gli mostrai  il mio numero quasi automaticamente all’alzarsi di un suo sopracciglio:
“ Ah!...  Stanza 664!... Vai, si chiama Elena!
Lei è proprio brava… ed il dottor Zeinberg ti aiuterà a rilassarti…
Oh, sì! Tu sì che ti divertirai!… Andare a puttane è la cosa migliore di tutte!...
Come sono felice… Vai e divertiti!... è là in fondo!… ti aspetta sulla soglia.”

Gli strappai di mano il numero e corsi verso la direzione indicata.
Svoltai ad  un angolo, ed in fondo a quella che doveva essere una sala d’aspetto, c’era lei: una donna prosperosa, bionda, alta , in pantaloncini attillati di jeans verde e una camicetta bianca, stretta, i  seni enormi con i grossi capezzoli in vista:
“ Vieni caro, ti stavo aspettando” – mi disse sorridendo.
Mi avvicinai, le detti il numero ed entrai.
All’interno, una stanza medica, come di pronto soccorso in disuso, scarsamente illuminata ma completamente bianca: un lettino, armadi vari, una scrivania, uno scaffale pieno di farmaci e lozioni e creme e arnesi chirurgici. Elena l’Ucraina, mi fece accomodare sul lettino.
“ E’ la prima volta, vero? Non ti preoccupare…  Sei un po’ teso? Ora ti faccio rilassare io…”
E all’improvviso da una stanza vicina, un acuto grido di dolore e strazianti urla come di tortura, ed una voce!  Una voce familiare.
Ma subito la puttana  cercò di distrarmi.
“ Allora? Guardami! Ecco cosa faremo…”
Cominciò a sbottonarsi la camicetta sorridendomi, con le sue labbra carnose e scarlatte; poi cominciò ad accarezzarmi il cazzo da sopra i pantaloni con le sue dita affusolate e le sue lunghe unghia appuntite.
“ Ti piace, non è vero?”
“Sì!” – riuscii a malapena a mugugnare.
Poi cominciò a sbottonarmi i pantaloni e ad accarezzarmi più a fondo mentre mi prendeva la testa con l’altra mano e mi faceva affondare nelle sue enormi tettone inducendomi a leccarle i capezzoli.
“ Dai… Su!… ecco!”
Il cuore mi batteva all’impazzata e stavo cominciando a godermi quel momento.
Quando all’improvviso un odore nauseabondo mi penetrò le narici:  le sue mammelle puzzavano di cavoli andati a male, di qualcosa di marcio.
Subito mi distanziai: lei mi guardò con uno sguardo tra lo stupore e il disprezzo, poi mi sorrise: “Ok… Forse non sei abbastanza rilassato…
Ma ho qualcosa io per te! Ecco, bevi!”
“ Cos’è?”
Nell’oscurità mi porse una ciotola di cocco con dentro della strana sostanza bianchiccia.
“Cos’è?… è Yukka! Ti darà calore e forza… E ti farà rilassare!…”
La guardavo sorridere e contare le gocce che ingurgitavo mentre bevevo  quella strana bevanda.
“ Bravo, ragazzone!” ‐ e mi sorrise con gli occhi sempre più spalancati, soddisfatti e indagatori.
La poca luce presente cominciava ad offuscarsi sempre di più e io mi sentivo stordito… lei si mise sul lettino, a cavalcioni su di me… andò giù e cominciò a leccarmi fra le cosce… poi me lo prese… e cominciò a succhiarmelo… prima con dolcezza poi sempre  più con violenza… sbattendo il suo pugno con forza sul mio pube… e stringendo sempre più i denti ad ogni tornata.
“No… Adesso basta!… Aspetta!”
“ Cosa c’è che non va?”
In quel momento entrò un dottore stempiato, con la barbetta e un lungo pizzetto;  abbastanza vecchio, anche lui sorridendo e con degli occhi spalancati, molto simili a quelli dell’ucraina:
“ Caro giovanotto, devi solamente rilassarti. Non lo sai che nel sesso v’è il segreto della felicità? Ecco!... Ora una bella siringhetta di questo… E vedrai che bella scopata ti farai! Eppoi sarai felice di tornare da noi ogni giorno. Non sei contento?”

L’esimio dottore nel suo affettato sorriso mostrava i denti gialli ed una leggera bavetta bianca che gli colava dall’angolo sinistro della bocca nera. Si avvicinò con molta confidenza al lettino e, scostando l’ucraina, mi inserì la siringa nella coscia.
“Allora? Stai meglio, mio caro?”
Gli occhi mi si ribaltarono in sù e vidi il soffitto ondulare. Poi un bagliore di bianchezza. E la mia mano ora affondava nella larga, calda e umida vagina della puttana, mentre il dottore mi osservava sempre più divertito:
“ Bravo!… è tuo dovere fare sesso!… è tuo assoluto dovere!… E non lo sai che il dovere è un piacere!?!”
Poi altre grida frastornanti provenienti dal corridoio. Una voce amica. Uno strazio ed un tormento: qualcuno stava soffrendo. Una tortura, dei denti digrignati: “ Aiuto!”
Lei mi cavalcava ed io provavo piacere. Ma avevo anche un orrendo senso di nausea.

Il dottore era sparito.
Vedevo tutto bianco,  poi tutto oscuro… e il mio corpo era un mattone, completamente rigido e pesante. Il mio cazzo ribolliva turgido e duro da far male nella enorme bestia del piacere, che si dimenava su di me ed il cui viso era ormai solo uno sfrondare nebuloso e divertito di capelli dorati. 
Cercai di girarmi su un lato. Mi parve di vedere di nuovo nella penombra la faccia divertita del dottore che caricava una siringa ed alcune stille sbarluccicanti in alto dalla punta metallica sprizzavano d’argento.
“ Io non voglio!... Io non devo ! … Basta!!!...”
Mi alzai di scatto, scaraventando la puttana a terra. Mi rivestii velocemente mentre il dottore si avvicinava con la siringa e, dandogli uno strattone, spalancai la porta e scappai per i lunghi corridoi.

Nell’angolino non v’era più traccia del ragazzino. Il nero corridoio si mise in obliquo… e io scappavo affondando nelle pozzanghere riflettenti e schizzando a destra e a sinistra… correvo senza mai riuscire a vedere niente… tutto si faceva più buio… una svolta a sinistra, una a destra… e la vista mi si offuscava sempre più. Nel corridoio non v’erano più stanze,  nessuna luce… e io soffocavo, soffocavo orribilmente. Mi mancava il respiro… poi gli occhi mi si ribaltarono e…
Vidi  quella stessa luna rossa che fuori affondava nelle nere nubi teatrali.
Un conato di vomito. Il cartello arrugginito. La pioggia. Le tenebre.
E io che soffocavo… e soffocavo… Soffocavo!...
…e mi svegliai boccheggiando.