Savina

Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. L’ardore di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni? Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare. Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.