Sforzati di ricordare

Sforzati.
Di ricordare.
Ricorda l’odore di polvere e morte, ricorda le rinunce pur di non chiedere il pane per strada. Ricorda le orecchie ritte a cercare il sibilo del prossimo attacco, il gemito lento dei morti in agonia.
Le lettere a fiumi nella gelida attesa del non rivedersi, un futuro fatto di fiati e di fumi mai spersi. Ricorda. I suoi occhi celesti oltre l’ombra dei lampioni la sera, le sue mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. Tegami pesanti che per sollevarli dal fuoco bisogna essere in due. Odore di burro e cipolla, ragnatele incollate sui muri come il tempo che resta addosso ai vestiti; i legumi che vanno nascosti per quando non ce ne saranno da mettere a tavola.
Il sole ha raggi lunghi ma tiepidi ancora. Tu sei sotto il più grande cipresso del cimitero e aspetti sua madre oltre il grande cancello. Oggi sono due anni che lei se n’é andata. Qualcuno ha deciso che non era forte abbastanza per attraversare una guerra.
Sua madre attraversa la strada brecciata arrancando sotto il peso del dolore ancora non smorto. “Dovresti sposarti, e dare a tua figlia il suo nome”, é la prima cosa che dice prima di guardarti nel volto. “Se non lei, nessun’altra” è quello che dici. I giorni sono passati senza onore né gloria, le stagioni hanno solcato il tuo viso senza chieder permesso; hai abbozzato un ritratto a memoria, con le mani ruvide e tozze, ma non contento di te lo hai gettato nel mare. Il resto è duro silenzio, angelica quiete, sulfurea tempesta che non ti fa dormire la notte.
Ricorda. Il senso di lei farsi spazio nei giorni a venire. Le giornate passate a studiarsi nel mercato in di piazza, i saluti formali e il berretto per terra. Le presentazioni e gli sguardi, guance rosse per tanto pudore. “Hai sentito se?” “Conosco suo padre” “Non si potrebbe?” Le frasi a metà attraverso le persone sbagliate. Finalmente “un presente per lei signorina”, e un prosciutto atterra sulle scale di casa. Lei spia dalla tenda, i suoi sono fuori; tu cerchi il suo viso sperando di cogliere un segno.
Il segno arriva insieme a Natale, quando il silenzio diventa parola e la mano viene concessa. Incontri al suono dei ferri, il bianco merletto riflette parole che ti vergogni a pensare, gli occhi si spingono dove nessun uomo ha mai provato ad osare. La promessa comune infine è un suggello, sigillo incantato ad un sogno d’amore, un ramo di vischio sotto l’arco del cuore. I segreti ora viaggiano in corsia preferenziale, tra un uomo e una donna non c’è più nulla di male: avete progetti e monete, fiducia e speranza; la madre già piange, il fervore è già grande.
D’improvviso l’oscuro, il pugno si stringe: un richiamo serrato si fa strada al mattino. La guerra è alle porte, l’Italia non finge.
Sforzati. Il dolore del fronte senza scelta né amore, l’impaziente passare di giorni e di ore. Ricorda te stesso cercarla nel pulviscolo di guerra e nella morte, pregare il dio della guerra di farti tornare. Progetti su carta, “ti aspetto paziente”, “ti penso e ti adoro”; un palpito immenso in attesa di baci. Tu sogni carezze, il suo seno piacente, quel modo pacato di starti a sentire; di notte ogni tanto rivedi nel buio il giardino e il suo cane, un dolce segreto si fa spazio nella tua mente. Abbandoni la testa sul legno del letto di guerra e guardi il soffitto creparsi d’invidia, per quell’amore battente che lasci e che perdi in un’amara follia.
Dietro alla porta a te così nota però accade qualcosa che mai più ti consola: c’è un’ala bastarda che mentre tu sogni se la porta lontano; un’aria malsana che mentre le incendia i polmoni ti guarda, sogghigna e le tira una mano.
La guerra è finita e lei è stesa sul letto, il corpo non caldo: la cera si scioglie e goccia per terra i tuoi giorni a venire. Hai lo sguardo fisso nel vuoto e non riesci a vedere; le orecchie piene di un grido, e non riesci a sentire.
*
La musica s’acquieta in questa sala di pietra, rallenta il suo corso e assottiglia la nenia. Le tue dita si avvolgono lievi sul ripiano di corde, gli occhi rapidi volano a picco sul desco imbandito, il tuo cuore individua quell’uomo che lo ha per un giorno rapito. Non è permesso avere passioni nel tempo di arpe e dragoni, non c’è spazio per amori e progetti in battaglie e clangori.
I tuoi capelli hanno un velo di raso e un cappello leggero, il tuo abito è il panno cangiante di un grande veliero. Dal tuo canto accompagni col canto e con l’arpa  il desinare dei ricchi, mentre un cane lisciato ti scodinzola attorno cercando per caso qualche pasto avanzato.
Tu canti leggera e l’estate non torna. Tu canti e lo guardi, e l’amore trionfa.
E’ successo un bel giorno di gelo invernale, tu provavi altre note del tuo canto abissale. Eri voltata di spalle all’ingresso ormai vuoto; gorgheggiavi serena pensando a quell’uomo. D’improvviso le spalle afferrate e bloccate, la sua voce che squarcia le brame non confessate. Non è sesso ma amore quello che vi giace su un unico letto; è melodico incanto a sfiorarti leggero la pelle sul seno diletto.
Tra le dita il padrone ti tiene come fossi di seta, tu tremi d’amore quando incroci  i suoi occhi. I sospiri si fanno a tratti più intensi e il suo corpo è un mantello che più non ti scordi.
Eppur non c’è spazio nell’Evo di mezzo per sogni e pudori del cuore che soffre. L’amore è un lusso a cui chi suona le arpe non si può dedicare; tu resti nell’angolo a guardare il tuo uomo e a voler ricordare.
Poi lei. Riconosce nel grembo il frutto rubato. Ti guarda negli occhi e comprende l’amore insidiato. Il sole è freddo e l’estate non torna, lei legge nei gesti qualcosa d’errato; il suo uomo è assorto in un magico assolo e lei non riesce a varcare la soglia di quegli occhi di giada. Tradito il suo patto ma soprattutto l’orgoglio, non accetta che l’erede arrivi dal caso ed escogita un piano per riavere l’amore. Oppure illusione.
E’ notte e tu sogni il tuo palpito arcano; nel buio il ricordo è un bene assai raro, di cui ormai nutri la tua mente maldestra. Le tue mani lo cercano lungo il lenzuolo, gli occhi chiusi lo vogliono al buio; incosciente parli di lui anche se non sei desta.
La porta si schiude e tu non la senti; il fruscio ai tuoi piedi non forza i tuoi sogni. Un vento leggero ti accarezza i capelli; ti giri di lato e l’inganno si compie. Rapida e sveglia la donna si sfila le perle dal seno e le cela malfide fra i tuoi tessuti vezzosi; richiude il cassetto con uno scatto felino e lesta e indolente si allontana nel buio. Tu non fai che socchiudere gli occhi, sospirare un istante e tornare a sognare.
Poi quando il mattino ti sveglia sornione la luce riscalda il tuo talamo vuoto, e i passi ormai noti di serve e di cuoche ti dicono a che punto si è con la colazione. Questo sole ti accoglie con un sorriso radioso, tu ignara ti vesti e raggiungi il resto del mondo.
Il sole compie il suo giro e la giornata va avanti, ma prima ancora che tocchi il terreno la tua pena ti è innanzi.
Sforzati di ricordare. Il ghigno impietoso nel suo sguardo bugiardo. La mano nervosa fa bella mostra delle perle scomparse, il dito d’accusa sta indicando la tua fronte innocente. Ricorda il lampo di odio partire e trafiggere il tuo cuore nascosto, mentre con parole gustate lei ti chiama ladra e furfante, rapinatrice di gioie. Tu non credi ai tuoi occhi e capisci l’inganno. Il tuo signore è assente e non esiste clemenza; prima che il sole tramonti devi lasciare la stanza. Devi lasciare il tuo mondo.
Un ultimo sguardo alla casa e la mente è confusa; il pensiero che non esiste stagione che vi vedrà insieme di nuovo; il pungolo sottile nel cuore che ti dice che mai più riavrai quegli occhi di giada. Neanche un saluto, uno sfiorarsi discreto. La certezza che mai più il suo odore impregnerà le tue vesti, né più il suo sguardo ti cercherà al di là dei suoi servi. Il pensiero di lui che tornerà nel castello senza te ad aspettarlo opprime il tuo cuore più di cento promesse non mantenute. Il terrore del ricordo sbagliato in cui lui amerà il tuo grembo ignaro è più vitreo e tragico di qualsiasi futuro.
La mancanza dell’addio finale marchierà per sempre anche il giorno più duro.
*
E adesso, sforzati di ricordare.
Nei rumori di voci e bicchieri e il locale che traspira di luci e sudori, cerca di ricordare. Lei ti accarezza la mano e ricambi con un bacio leggero sul braccio, le parole ti arrivano sepolte dai fumi di una sera speciale. Voi due con il tuo gruppo di amici, un sabato sera che sa come tanti di risa e di umori. Lei è leggiadra e sorride, tra pochi mesi tua moglie. E’ lucente, splendente; un fiore che cresce anche con un raggio di sole.
Poco più in là il tuo amico più caro, suo fratello che un poco gli siede lontano, due altri tuoi amici e le loro ragazze, ognuno intento a parlarsi di glorie e disfatte.
Lei ti resta accanto pacata e sincera, nell’armadio è già pronto il vestito di seta: è candido e rosa e ha dei boccioli di tulle; promesse del cuore che la dicono lunga sulle gioie passate. La vostra casa vi aspetta e così gli invitati; questo sabato sera è tra gli ultimi fiati di una vita comune con pochi pensieri.
Se ti sforzassi ora un poco sarebbe tutto più chiaro. Lei ti sorride e ti tiene ancora la mano. Ascolta rapita le cose che dici, ride insieme a te e ai tuoi amici. E’ così raro che lei sia tranquilla e serena, e con il gruppo condivida la cena; tu la guardi negli occhi e ti appare come un’altra persona; la guardi e ti chiedi chi tu abbia conosciuto finora, se cambierà o se resterà sempre così uguale; quale sia il lato in mistero che non ti abbia ancora svelato.
Eppure se guardi ti accorgi che dietro di lei non c’è ombra alcuna: quello che vedi è il fremente tuo amore che è saldo e sincero nel tempo presente. Ma se guardassi un po’ a lato vedresti che dietro il bancone una giovane donna si muove lesta e discreta, le mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. I suoi occhi celesti che scorrono sopra le teste,  vassoi pesanti che per alzarli bisogna essere in due. La sua curva del collo dovrebbe bastare e invece non vedi che il tuo sogno lontano si potrebbe avverare. Tu non senti il tuo cuore battere al di là dei rumori, non ti accorgi che la pelle si fa più irta e spinosa quando lei vi porta le bevande richieste. La tua quasi moglie brinda con te e non sapete che intorno c’è chi c’era ancor prima; una vita tornata a riscattare il passato, un amore che unirebbe ciò che è stato spezzato. Un rimettere tutto in suprema discussione, decidendo se sciogliere o meno un dolore che l’anima si trascina dai tempi scordati.
Ma tu non la guardi perché accanto hai il tuo angelo caro, o almeno così ora credi. Non capisci che hai il batticuore perché nell’aria c’è qualcosa di te che non sai decifrare; non pensi che quello sguardo un po’ opaco abbia ceduto alla guerra e non ti abbia aspettato; che quei gesti veloci e consueti nascondano carezze e contatti sepolti nella tua tomba; che solo stasera hai l’occasione di avere una giustizia al di là delle leggi del tempo e della ragione.
Lei ti sfiora la mano di nuovo e beve la tua birra ridendo; tu distogli i pensieri da quello strano magone che sentivi salire pian piano lungo la gola per scendere in pianto.
La ragazza torna dietro il bancone e tu non sai di avere per sempre rinunciato al sogno più grande che ti era stato infranto.
*
Sforzati, e forse ricorderai.
Ricorda tra i rumori e le forti risate che l’odore che senti appartiene ad un’altra estate.
Sforzati, amica mia cara, e mentre gli sfiori i capelli come fossero corde di un’arpa ascolta il sussurro che ti entra nel cuore. Il tuo quasi marito sorride con te mentre rubi la birra, la ragazza del bar ha appena lasciato un vassoio pesante. Qualche amico per bene e il sabato sera è già organizzato, stasera sei allegra e non ti va di farlo stare imbronciato. Decidi per questo di ignorare lo sguardo con la ragazza occhi‐azzurri e non vedi l’apparente sussulto che lui ha avuto al suo comparire e a cui lei ha risposto abbassando lo sguardo. Perciò per adesso distogli anche tu i tuoi occhi di pietra e per caso ti incontri con quelli distratti di un uomo seduto all’angolo opposto del vostro nido d’amore. Nel vederti anche lui si è bloccato d’istinto e non finge di avere una particolare attenzione. Tu lo guardi un istante e hai smesso di respirare. I suoi occhi di giada ti colpiscono nel punto in cui ti fa più male. Neanche il tuo sposo ti ha dato mai prima una dolore così intenso. Non ti spieghi la strana sensazione che hai dentro, e continui a fissare quest’uomo di cui ti sembra persino di sapere l’odore. Il suo modo di fare ti ricorda una musica e nascosti sospiri; tra i tavoli in legno rivedere la legna sui muri e un camino già acceso non sembra poi un così grande miraggio; lui ha gesti sicuri che ti parlano di un tempo lontano da adesso, in cui il vetro non separava la pioggia dall’uomo e un drago non era invenzione. Chissà di dov’è quel tipo un po’ strano che veste in jeans e in maglione felpato, chissà se ti guarda perché lo guardi anche tu e se anche lui ha questi ricordi insolenti di un tempo passato. Magari se ci parlassi anche un poco scopriresti che ha molti lati in comune con te, e capirebbe forse certe cose più in fretta di come accade alle volte con chi sta da più tempo con te.
Magari quell’uomo legge molte più cose tra i tuoi occhi e le mani come se fossi di seta. O almeno così pare guardandoti dritto senza muri o parvenze di creta.
Un batticuore segreto, un pensiero che attraversa il cervello. Come sarebbe lasciare tutto quello che hai, per scoprire in lui che cosa è celato? Il suo sguardo ti dice che per te farebbe lo stesso: una condanna comune di qualcosa non detto.
La ragazza occhi‐azzurri è tornata al bancone, da lì è sparita dietro un grosso barile. Il tuo quasi marito ti guarda e sorride; tu torni al reale, e tutto il resto è infantile.