Un'altra bambina

Arrivavano sempre alla chiusura delle scuole per passare tutta l’estate con noi. La nostra casa era molto grande e non era affatto un problema ospitare quattro persone. Joaquin e Jorje in quei giorni diventavano i miei amici.
Trascorrevamo la maggior parte delle nostre giornate nel parco e puntualmente Joa a fine giornata proponeva il gioco del Toreador.
Più che altro era un gioco che subivo passivamente, l’idea del toro che alla fine doveva sempre morire non mi piaceva affatto, specie perché tra i tre, quella che doveva sempre fare la parte della povera bestia ero io. Restavamo nei pressi della casa, sotto l’occhio vigile delle nostre madri, che si sollazzavano sotto il gazebo, godendo del fresco dell’ombra.  Una monetina per sorteggiare chi dei due avrebbe fatto il torero: Joaquin "Allora io faccio il torero e tu fai il toro, però ti devi impegnare, devi scalciare con il piede… ricordati delle corna quelle sono fondamentali... e questa volta usiamo anche queste". Aveva spezzato altri due rami, fornendosi così delle dovute spade. Poi come sempre si piegava a terra, sorretto da un solo ginocchio, si tirava più su i calzoni cercando di imitare il classico abbigliamento che sfoggiava suo padre. Lentamente poi si rialzava, si levava il cappello di paglia (altro non riuscivamo a trovare), si voltava verso la platea, lo rigirava nella mano, inscenando un inchino, ricercando un’eleganza assoluta che lo faceva apparire solo più buffo e goffo. "Joa, conciato in quel modo ricordi più Sampei che un una grande toreador". Non riuscivo a trattenermi, tanto era buffo, ma subito mi rimise al mio posto. "Ainhoa, si tratta di una cosa seria, io da grande farò proprio questo, così come mio papà, ci vuole eleganza stile, lui mi dice sempre che è come una danza, sì, lui balla con i tori e riesce a domarli tutti… tutti i tori del mondo! E ora fai il toro". Cercava anche di scimmiottare la voce, si calava perfettamente nel personaggio. Una sua sventolata con la federa sottratta dalla camera dei miei genitori, trasformatasi per noi in una splendida muleta dal rosso intenso, vivo… e subito io mi ero calata nel mio essere toro.
Due metri o poco più ci distanziavano, come da rito. Prima dovevo far scivolare più e più volte il piede contro il suolo, ricoprendomi così le ballerine di vernice bianca di terra. Le dita, importantissima la posizione delle dita, gli indici puntati ai lati della testa, ben ritti, ero un toro perfetto, la schiena completamente inclinata in avanti. Stava a me la prima mossa, dovevo girargli intorno o meglio, danzare attorno alla sua figura, così almeno diceva lo zio, “l’animale sa che andrà incontro alla morte, ma è come se stesse rendendo un omaggio, sa che sta partecipando così a un qualcosa di più grande di lui”. Non ho mai ben capito queste sue parole, però il gioco mi divertiva.
I miei indici rigidi che continuavano a puntarlo così come i miei occhi... gli giravo attorno, respirando sempre con maggior intensità cercando di imitare al meglio l’animale.
Lui mi seguiva sempre con lo sguardo, in perfetto contrasto con la mia postura, era ritto nemmeno avesse ingoiato una scopa, muoveva lentamente il polso che reggeva la spada, mentre con l’altro lasciava ondeggiare la muleta. Ecco, era arrivato il momento per me toro di immolarmi per quel qualcosa di più grande. Facevo anche dei versi se non mi ricordo male, strofinavo ancora di più la ballerina sul terreno, mi acquattavo ancora di più per poi dare vita al mio attacco.
Ogni volta che caricavo, che correvo contro di lui, Joaquin alzava la muleta battendomi leggermente la spada sulla schiena, non mi faceva male, ma quei tocchi, seppur innocenti, non facevano altro che alimentare in me la voglia di far vincere per una benedetta volta questo povero toro. I colpi continuavano... io che facevo finta di cadere e poi mi rialzavo.. "Ainoha, basta adesso devi morire… ora il toro muore e io esulto... Ainhoa basta è così che funziona il gioco, il toro muore… Ainhoa…" Ormai non lo sentivo nemmeno più, era come se una forza maggiore si fosse impossessata di me. Ogni volta cadevo e mi rialzavo e con rinnovata forza andavo a sbattere contro di lui, le corna che restavano ben ritte, ero un toro stupendo, continuavo a colpirlo fino a quando non gli ho fatto cascare la spada di mano. Allora lì ha avuto inizio la vendetta del toro, mi sono chinata e mentre lui continuava ad urlarmi che non era così che funzionava il gioco... che io ero morta... che il toro non ha le mani, che non può prendere la spada… ho inziato a colpirlo con il ramo. Lo avevo afferrato con entrambe le mani, lo tenevo ben stretto per evitare che mi scivolasse via… Il mio nome che continuava a risuonarmi della mente, la voce di Lei che mi richiamava che mi urlava di fermarmi, ma non potevo, era come se dentro di me ci fosse un qualcosa che me lo impediva, continuavo ancora e ancora, aumentando l’intensità delle mie bastonate, sulle gambe, sui fianchi... lui che cercava di ripararsi, singhiozzava anche e io che andavo avanti, incontrollabile, almeno fino a quando non ho riconosciuto quell’odore di whisky misto al sigaro e un attimo dopo le sue braccia possenti prendermi per la vita e trascinarmi via... "Sai Joa, a volte mi capita di sentire nascere dentro di me un’altra bambina e non riesco a controllarla... non volevo davvero farti male... davvero..." Da quell’estate gli zii non vennero più a passare le vacanze con noi…