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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Si assimila come colpo di vento, rapido, all’apparenza inconsistente, il racconto di solitudine scheggiata firmato da Cettina Caliò. “Sulla cruda pelle” è un’opera in versi che prova a restituire le sensazioni, sempre uguali ma diverse, di un affetto spezzato, di un distacco sinonimo di lutto, un lucido struggimento da assorbire nel tempo, nei giorni, ogni singolo mattino. Le quattro sezioni in cui è articolato il ‘corpus’ di questa sottilissima quanto dolente narrazione si intersecano nella loro stessa rete di reminiscenze e rimandi interni - oltre che, naturalmente, interiori. Ci vuole poco a saltare dagli sprazzi di visione, accuratamente nominati, dei cosiddetti ‘Puntini sospensivi’, alle più mature composizioni, talvolta senza titolo, raccolte in ‘Apertis Verbis’ e‘Altre note’; fino alla brevissima appendice ‘Stazione centrale’, storia di partenze e di distanze percepite attraverso il senso elastico dell’attesa, non senza una velatura di cocente cinismo - tutta in quel nome “Trenitalia si scusa per il ritardo”.
    L’autrice circuisce l’attenzione alla sonorità delle parole, racchiuse in contenitori dallo «spessore […]interiormente ‘haiku’» (come descritto in prefazione da Giuseppe Condorelli), favorendo il suggerimento multisensoriale, sinestetico, di lontane immagini rese ‘avvicinabili’ dal ricordo. E, ovviamente, dal modo in cui la poesia si cimenta nell’impresa di plasmarlo. Così avviene che, attraverso la cortina di ermetismo inspessita dalla forte intimità della sua scrittura, “Sulla cruda pelle” riesce comunque a trasmettere, seppur a singhiozzi, una «sfida all’ascolto». Ripetitiva, insistente come l’attaccamento a un’abitudine - i numerosi enjambements, le anafore, l’eterno ritorno del colore rosso - ma, forse proprio per tal ragione, caparbia e capace a stabilire un contatto empatico con il lettore, una breccia intermittente di suggestione ed ovattata emozione. «Tu non sai il nero stretto delle ore/ e questo tremare/ di labbra/ dietro ai tuoi occhi», recita una delle note anonime, mentre ne “La strada e noi” «ci siamo noi sopravvissuti/ coi sorrisi prudenti/ tra un rovinio di massi». E allora, nel suo umanissimo incespicare, la poetessa sistema il suo dono: l’invito senz’obblighi a riconoscersi nel particolare del mondo.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Gustave Flaubert nasce nel 1821 a Rouen. Nel 1841 si iscrive alla facoltà di diritto a Parigi, ma non termina gli studi. A questo periodo risalgono i primi contatti con i circoli letterari della capitale. Vive tra Rouen e la vicina Croisset, dove muore nel 1880. Proust definisce l'opera di Flaubert "quel grande piano mobile, dal movimento continuo, monotono, opaco, indefinito, letteralmente senza precedenti".

    "Giovinezza! Età di follia e di sogni, di poesia e di stupidità, sinonimi sulla bocca della gente che giudica il mondo in modo assennato. Da allora, fui considerato un folle.
    [...] Ancora mi vedo, seduto sui banchi della classe, assorto nei miei sogni sul futuro, pensando a ciò che l'immaginazione di un bambino può sognare di più sublime[...]
    Io, che mi sentivo grande come il mondo...
    Povero folle!
    Mi vedevo giovane, a vent'anni, circondato di gloria; sognavo viaggi lontani nei paesi del Sud; vedevo l'Oriente e le sue immense distese di sabbia, i suoi palazzi affollati di cammelli, vedevo cavalli precipitarsi verso l'orizzonte arrossato dal sole; vedevo onde blu, un cielo terso, sabbia argentea, sentivo il profumo di questi oceani tiepidi del Mezzogiorno".

    "Memorie di un folle" è una sorta di diario, una specie di confessionale, ma neanche. "Memorie di un folle" è un flusso continuo, un fiume in piena, tra ricordi, immagini, profumi. E' l'uomo adulto che richiama alla memoria la sua giovinezza, la sua "follia".
    Come Flaubert stesso afferma, "non è un romanzo nè un dramma che segua uno schema stabilito[...] con paletti attraverso cui il pensiero possa serpeggiare per viali rettilinei"; ed è proprio in questo, a mio parere, che risiede la grandezza di questo libro. Flaubert fa scorrere immagini di paesaggi, ricordi di vita, semplici memorie di una giovinezza che , come la giovinezza di tutti noi, non segue alcun percorso, alcuna direzione vera e propria.
    Il giovane folle ama il sole, il mare, i sogni.. "Oh. Povero folle"! Ha appena cominciato a vivere, ha il viso senza rughe, ha una penna e mille sogni e capricci: si limiterà a riportarli, uno dopo l'altro, tra risa e pianti, così su un po' di carta bianca da annerire.
    A poco a poco però la penna verrà sopraffatta dall'anima stessa del folle; sarà lei a scrivere, a riempire quelle pagine, a" colmarle fino all'orlo". Bisogna ricordare che sono pur sempre le pagine di un folle!

    Da bambino amavo ciò che si vede, da adolescente
    quello che si sente;
    da uomo, non amo più nulla.
    E tuttavia quante cose ho nell'animo, quanti oceani di collera e d'amore
    si urtano e s'infrangono in questo cuore
    così debole, cosi stanco.
    G.Flaubert

    [... continua]

    • Smemoria
    • 26 settembre 2012 alle ore 7:51

    Chi scrive e desidera che venga letto, ha sempre qualcosa da comunicare agli altri e in una qualsiasi forma, sia essa poetica o prosaica.
    Danila Oppio scrive di cultura, di arte, di viaggi e di fiabe, per i bambini e i loro genitori, di fiabe che hanno un senso da adulti, se l'adulto vuol capire, di una umanità infinita, piene d'amore per il prossimo e per il mondo che ci è attorno.
    Scrive da sempre poesie e qualcuna di queste si leggerà in questo libro.

    Ora, e c'è da augurarsi sia solo l'inizio, si è cimentata in questo racconto lungo o romanzo breve, non saprei dire.
    C'è, in tutte le righe che lo compongono, la ricerca del senso della vita che è tema a me caro.
    E questa ricerca, Danila, l'ha fatta e si è affidata a un suo alter ego, speciale, confuso, non confuso, reale e irreale, immemore, altalenante fra un pensiero vero ed uno, quello successivo, che ne mette in dubbio la sua stessa essenza.
    Il titolo, “Smemoria”, è il cuore di quel suo raccontare fantastico seppure vero, come vera sembra, ormai, tutta la nostra scrittura, ospitata virtualmente nei più svariati siti telematici e internettizati.
    Penso sia la prima volta che si mette per iscritto un dialogo privato, quasi intimo, ripreso a bella posta da internet e trasferito su carta per essere stampato.
    Sibilla e il signor G, alias Gabriele, sono i due personaggi che danno vita al racconto, lo animano, lo rendono vero in una sequela di lettere-mail, prima timide e poi più coraggiose.  Parlano di poesia, di altri personaggi famosi dove fanno librare i loro sentimenti in una catarsi tutta loro, intima, seppure sconosciuta.
    S’ innamorano di quella loro scrittura, la esaltano pur sapendo della sua virtualità, virtualità che può celebrare l'abisso delle menti umane o, al contrario, sublimarne i contenuti seppur evidentemente privati.
    Si usa un linguaggio riflesso su dubbi, su ricordi evanescenti di una memoria che tale non è più, perché violentata da avvenimenti che Sibilla ha cancellato, riponendoli in quei cassettini che solo Gabriele riuscirà ad aprire.
    Sibilla è una creatura vera, senza memoria, appunto, ma ha confidenza con quel diavolo del  suo computer dove scrive e riscrive, dove aveva conservato migliaia di lettere, scritture, anche di poesia, sua e di altri amici, che lei, piano piano, ritrova, se ne meraviglia, e ne chiede verità a quel suo amico di nome Gabriele, anche lui  rimosso dalla sua mente, ma conservato nella memoria del Mc con l'indirizzo di posta elettronica.

    L'Autrice fa giocare Sibilla, la sollecita, la solletica nei suoi sentimenti e nelle emozioni che può aver provato, la spinge a ricordare, forse, un amore ma solo epistolare, che diventa enigmatico, non privo, però, di qualche verità che la stessa Sibilla e il signor Gabriele si ritrovano ad affrontare, facendo uso di alcune poesie, inviate come lettura, come emozione in cui credere, quando, invece, le stesse erano state scritte da entrambi solo e soltanto per amore.
    Ma quale amore? E come si fa a ricordarlo quando la (s)memoria gioca a nascondino, coprendo e scoprendo inusitate ma anche tragiche verità che andranno ad affiancarsi a quelle loro due vite che vogliono vivere, sì, ma sono trascinate da dubbi, da insicurezze quotidiane, e da sentimenti ancora poco conosciuti?

    Il libro, allora, diventa un condensato di emozioni che, nella realtà quotidiana, si possono provare, a prescindere dal fatto che siano lette in pagine elettroniche o ripetute e recitate alla presenza del bene amato.
    Leggendolo, se ne possono trarre considerazioni e anche pensamenti che occupano normalmente  la mente umana e la portano ad esaminare anche molti lati della vita nostra della quale crediamo, giustamente, di essere protagonisti. E questo può e deve avvenire, perché se la vita va comunque vissuta, di essa dobbiamo scandagliare tutti i punti, le anse, le aspettative positive e negative, che devono dare a ciascuno di noi l'esatto metro di quel che facciamo, al buio, nella luce, nei crocevia dei nostri sentimenti, nei rapporti col prossimo, coi bambini e con gli adulti.
    Alla fine, Smemoria mi ha regalato pensieri e parole che per me, poco aduso alle mirabilie odierne, vanno tradotte, direi incastonate, in quello scrigno aureo il cui contenuto, solo ed unico,  si chiama e si chiamerà sempre  amore e... senso della vita.

    [... continua]
    recensione di Gavino Puggioni

  • "Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette". Suona così il ritornello di un pezzo dei Nomadi che meglio rappresenta il lavoro di Paolo Goglio. Il lettore è rapito dall'amichevole sorriso dell'anima dello scrittore, imprigionata in poche pagine. L'immagine si confonde in fili d’erba allineati in un prato smosso dal vento... I pensieri assomigliano ad una materia implosa e invadono le cellule attraverso percorsi invisibili ma riflessi... proprio come in uno specchio.
    Partono dalle viscere più buie e più profonde, passano per il cuore e arrivano alla gola: ti tolgono la parola o urlano parole mai pensate; sei sovrppensiero quando ti passano davanti agli occhi e, nel frattempo, dipingono paradisi inediti o devastazioni spettrali.
    Ci si riscopre spettatori e artefici del nostro essere e ci si sente padroni di tutto e di niente. Il saggio di Paolo Goglio è dedicato a tutti coloro che hanno voglia di un piccolo viaggio introspettivo alla ricerca di se. Una lettura scorrevole e piacevole che somiglia a una carezza sulla pelle, quando quel brivido, quel battito, una ferita o un fiore ci fanno percepire l’anima in cerca di un corpo in cui abitare... o un corpo che non trova la sua anima.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Dove sono le radici del cielo?
    Ci risponde direttamente l’autore di questa silloge, Mario Vassalle: “…affondano nell’anima umana. E’ lì che trovano l’humus su cui prosperare. Dove le sensazioni diventano emozioni e le emozioni passioni. E’ lì che si agitano aspirazioni, desideri, slanci, convinzioni, sogni, sofferenze e gioie senza le quali non vi può essere il cielo…”
    Mario Vassalle, nella vita, è un medico, originario di Viareggio, che vive e opera da anni a New York dove insegna Fisiologia e Farmacologia con un’attenzione particolare allo studio dei fenomeni elettrici del cuore.
    Chi meglio di lui, quindi, conosce i meccanismi che regolano le sensazioni che diventano emozioni e poi passioni: l’organo principe di tutto questo è il cuore “collaborato” dalla mente, no doubt, che gli manda gli input.
    E nella poesia “La tenda di lino” ce ne dà un primo assaggio quando dice:

    …Hai paura
    che le tue emozioni
    improvvisamente
    si ritirino
    nei loro recessi
    remoti,
    scoprendo
    lo spettacolo
    che più temevi:
    te stesso,
    privato
    delle tue illusioni.

    Oppure quando in “La porta serrata” dichiara:

    Sono i miei sentimenti,
    eppure
    mi tengono prigioniero…
    …mi rifiutano la chiave
    del mio cuore
    e tengono serrata
    la porta
    che condurrebbe
    alla mia libertà…

    o ancora in “Tre giorni” dice:

    Per tre giorni
    vorrei non essere
    me stesso.
    Per vedere
    da fuori
    il mio involucro esterno,
    come se fossi
    un’altra persona.
    Per ascoltare
    da fuori
    il linguaggio
    della mia anima,
    come lo intendono
    gli altri…

    Ma in questa silloge trovano spazio anche poesie dedicate alla natura e ai suoi fenomeni, a personaggi da lui conosciuti, al suo amato conterraneo Giacomo Puccini e tanto altro ancora.
    A conclusione del suo libro Vassalle dedica una poesia anche alla sua professione di docente universitario e di ricercatore con parole che colpiscono e commuovono:

    … la lunga lotta
    per decifrare
    il codice segreto
    dei fenomeni elettrici
    del cuore.
    L’infinita meraviglia
    ispirata
    dal comunicare
    con la straordinaria
    opera di Dio.
    Il fremito
    dell’avventurarsi
    nell’ignoto.
    La sfida che
    aguzza l’ingegno
    e stimola la volontà…”

    Lo ringraziamo sia per averci regalato queste sue creazioni poetiche che per aver messo in pratica, nella sua professione, quello che ha dichiarato in questa sua ultima poesia.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Noi Europei non sappiamo che durante la seconda guerra mondiale è stato creato un campo di isolamento per i Giapponesi. Non sappiamo che i Cinesi indossavano un distintivo con la scritta "Io sono Cinese" affinché gli Americani non li confondessero con i Giapponesi, i nemici; e non sappiamo che sia i Giapponesi sia i Cinesi avevano fatto nascere in America i propri figli e americani si consideravano, e che dimostrarono obbedienza al Paese lasciandosi confinare in questi campi.
    Jamie Ford, per metà cinese, ha messo insieme le sue origini e questa parte della sua Storia e ne ha fatto un romanzo. Protagonisti sono Henry e Keiko, cinese lui, giapponese lei. Due nemici, secondo la Storia e secondo la famiglia di Henry; due adolescenti che si innamorano, secondo il loro punto di vista. Ne viene fuori un racconto d'amore dolceamaro, come dolceamaro è il suo titolo originale: "Hotel on the Corner of Bitter and Sweet": perno di questa storia è infatti un hotel, il Panama, che per quarant'anni ha custodito i beni familiari dei Giapponesi sfollati, e la cui riapertura riporta Henry indietro nel passato.
    La scrittura (o la traduzione? ho trovato un paio di refusi) non è il massimo del coinvolgimento: trattandosi della ricostruzione di un'epoca che non è stata realmente vissuta, in molti tratti si ha la sensazione di rimanere a pelo d'acqua quando invece ci si vorrebbe immergere. La fine forse è un po' brusca rispetto all'atmosfera creata in precedenza, ma vale la pena arrivarci. Il libro dal 2009 ha fatto strada con il passaparola e oggi è tradotto in 32 lingue.

    "Un sospiro di rassegnato disappunto. Un premio di consolazione, perchè siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo. Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perchè alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta. Niente conta davvero" (Jamie Ford)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Insolita ed intrigante la commistione tra visivo e poetico, nel bel libro di Francesco Primerano, che ha il coraggio di affrontare temi profondi con leggerezza e simpatia, che è capace di accostarsi al lettore invitandolo con un sorriso a partecipare ai suoi sogni ed alle sue speranze.
    Ci sono temi che ricorrono in queste pagine, esperienze infantili che ci vengono proposte con delicatezza, disagi e profonde passioni giovanili che rivelano la straordinaria capacità dell'autore di toccare il cuore vero dell'esistenza e di farne partecipe il lettore.
    E ci sono termini speciali a cui fa riferimento Primerano, che "considera valore ogni forma di vita...." (pag.51): c'è l'anima, che per lo scrittore è il punto da cui partire e soprattutto, il punto preciso a cui tornare, perchè al fondo dell'anima riposano tutte le immagini e le esperienze di una gioventù vissuta a piene mani.
    Imperante una leggera nostalgia per il tempo che passa, per tutto quello che è stato e che non può essere rifatto, ma la ragione la giustifica e siamo invitati a non fare "dietrologia", a non vivere nel passato, ma a restare fermi e saldi nel momento presente, perchè, come dice chiaramente a pag.63: "la vita è adesso".
    Brevi poesie istintive, giochi visivi, montaggi fotografici da cui ci osserva il volto serio di un giovane uomo che guarda la vita ad occhi aperti, perché apertamente insiste a credere che "la vita va vissuta intensamente" (pag.82).
    Molte fotografie, molti collages affascinanti che accompagnano i testi, alcuni brevi, altri più lunghi e strutturati, a volte solo alcune veloci frasi illuminanti:
    "Crederci sempre, arrendersi mai" (pag.90).
    E noi crediamo che la "forza interiore" a cui fa spesso riferimento Francesco Primerano, lo porterà sicuramente lontano.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Con parole di splendida semplicità, l'israeliano David Grossman torna a parlarci di amore e di salvezza. Questi i tesori nascosti sul fondale di “Qualcuno con cui correre”, oceano di intimità svelate e umanità allo stato puro. Il libro, settima opera narrativa dell’autore, è uno scrigno contenente la storia di Assaf, giovane impiegato municipale al quale è affidato il compito di ritrovare il proprietario di una cagna sperduta. La bestiola, istaurato fin da subito un rapporto di silente ed impetuosa complicità con il giovane, dà il via ad una corsa all’apparenza senza meta che si rivelerà essere nient’altro che un incontro in progressione. Il traguardo è in realtà Tamar, sua amica e padrona, la quale ha lasciato un disegno invisibile per le strade della città scrivendo se stessa su luoghi, diari e persone. Assaf prima deve e poi desidera unire i punti con la matita della sua immaginazione, affinché venga fuori il dipinto di un’identità complessa e combattuta - perché è delle identità che ci s’innamora, come descritto magnificamente da Grossman - a capo di un mistero dai risvolti dolenti e pericolosi. Ma il mito insegna la potenza del sostegno reciproco, della fiducia, di quell’umanissimo dono che è permettere a chi è amato di avere un luogo dove «poggiare e riposarsi». La morale è la boccata d’aria al termine del forsennato cammino, carrellata di volti, storie e solitudini che il narratore dimostra di conoscere e di saper ritrarre senza sacrificarne diversità e profondità. Esperienza e sostanza si equivalgono: leggere “Qualcuno con cui correre” è come inseguire Dinkusha e Assaf sporcandosi della polvere di una terra lontana, affannando e stravolgendosi, talvolta disperandosi, fino a toccare un fondo scuro, buio, dove tuttavia l’anima può smettere di girare a vuoto e riprendere fiato. Perché, dopo tanto cercare, ha finalmente trovato qualcosa di valore.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Gli aforismi dello scrittore ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile.
    L'autore, in questo contenitore di emozioni, sembra meditare nella ricerca continua di quesiti qualche volta senza risposte, altre con ferma certezza. Pappadia appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza in massime, per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere. In questo libro troverete vari spunti interessanti per riflettere e meditare su noi stessi, sul mondo in generale e sul futuro dell'umanità. Aforismi e citazioni. Il senso della vita racchiuso in poche righe.
    "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza, mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perchè supereranno se stessi."

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Dadino
    • 07 settembre 2012 alle ore 18:09

    “È questa una storiella fantasiosa/ che parla della gioia e del patire/ e senza approfondir nessuna cosa/ ha dentro sia la vita che il morire”: comincia così, con questo incipit denso di significati, il poemetto di Paolo Bianchi, “Dadino”, una bella storia di crescita, passaggi e iniziazione. L’opera è rivolta, come ci dice il sottotitolo, a “piccoli grandi e grandi piccoli”, due categorie di lettori in grado di superare i confini della propria età e lasciarsi andare a esperienze inconsuete.
    Per una strana circostanza il protagonista, il cui nome, che dà titolo all’opera, ha in sé una forte allusione all’imprevedibilità della sorte, tuffatosi in uno specchio d’acqua si ritrova in un mondo all’incontrario. Nel viaggio di Dadino tutto, o quasi tutto, è piccolo, tranne forse la paura, lo spaesamento iniziali e la diffidenza per ciò che è diverso. Tali sensazioni ben presto si trasformano in desiderio di capire e di esplorare, grazie al fortunato incontro con un “piccolo signore di passaggio”, che rassicura il bambino sulla reversibilità della sua condizione. Al contempo però l’uomo instilla in lui la curiosità di conoscere, e come un novello Virgilio, riconoscendo il coraggio del bimbo, lo accompagna in un viaggio straordinario. Le mete, però, vanno conquistate: non si tratta infatti di una comoda visita guidata, ma di un dialogo maturo teso all’esplorazione dell’alterità, svelata non come una realtà migliore o peggiore di quella che ci è familiare (“il mondo dritto”), ma come un diverso punto di vista, prezioso strumento per capire fino in fondo quel che ci circonda. Attraverso l’esperienza di Dadino il lettore più attento si troverà quindi a riflettere sui grandi misteri della vita, riscoprendo dentro di sé la capacità che solo i “grandi piccoli” hanno di separarsi dalle proprie sicurezze per crescere, o, nel caso di “piccoli grandi”, scoprirsi persone migliori.

    [... continua]

    • Il dono
    • 07 settembre 2012 alle ore 8:07

    Ci voleva proprio, un altro romanzo, esigente e pungente come un rovo, di Toni Morrison, icona della letteratura angloamericana contemporanea. Anche ne "Il dono" (titolo originale "A mercy") l'autrice di "Beloved" sviscera i temi a lei cari delle differenze tra bianchi e neri, di schiavitù e di libertà, di scelte e di amore di madre. In questo romanzo del 2008 aggiunge un'altra schiavitù, quella dell'amore, e un'altra libertà, quella sessuale, segno probabilmente di un'epoca che scalpita per cambiare (si parla dell'America del 1690) e che lotta contro la sua parte selvaggia, dietro i dettami della religione.
    Più che il racconto di una vicenda specifica, il libro parla di uno scorcio di vita che accomuna i personaggi che via via prendono la parola per raccontare passaggi della stessa storia dal loro punto di vista. I cambiamenti di prospettiva non servono tanto per mostrare le differenti opinioni quanto per disegnare invece le differenti, personali vicende umane. Fil rouge di questo viaggio nelle vite degli altri è il punto di vista di Florens, la protagonista, l'unica a cui viene data piena parola sgrammaticata. Il suo dialogo mentale con sua madre, che l'ha ceduta come schiava, è costante.

    Un romanzo struggente, rude e insieme dolce, che lascia estraniati ed arsi come i suoi personaggi.

    "Se tu non leggerai mai tutto questo, nessuno lo farà. Queste parole attente, chiuse su se stesse e spalancate, parleranno tra loro. Tutto attorno, da un lato all'altro, da sotto a sopra, da sopra a sotto per tutta la stanza. Oppure. Oppure forse no. Forse queste parole hanno bisogno dell'aria che c'è fuori nel mondo. Hanno bisogno di volare alte e poi cadere, cadere come cenere su acri di primule e malva." (Toni Morrison)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa fareste se all'improvviso riusciste a sentire quello che la gente prova attraverso i cibi che prepara? Rose ha otto anni quando le succede la prima volta. Quello che per molti sembrebbe un dono, si rivela essere un incubo per la piccola, che cerca in tutti i modi di evitare le pietanze preparate prima da sua madre e poi da amici, cuochi e altre persone afflitte dal mal di vivere o da quei sentimenti che li soffocano spegnendoli lentamente. George, il migliore amico di suo fratello, per il quale coltiva la sua prima grande cotta, è l'unico che sembra prenderla sul serio. Solo quando scoprirà il terribile segreto di suo fratello, Rose cercherà di accettare il suo destino e di trasformarlo in qualcosa che abbia senso per lei e per gli altri. Una bellissima storia, commovente e intensa che parla di una famiglia dall'eredità genetica così particolare da cambiare la loro vita per sempre.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido