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in archivio dal 06 feb 2008

Riccardo Piroddi

11 agosto 1977, Massa Lubrense (na)
Segni particolari: Battuto e Beato

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  • Nel giardino concluso dal tempo sospeso,
    dove viole e camelie t'han presa per mano,
    custodisci il tuo giglio dai petali d'oro,
    lo lavi con lacrime bionde di miele,
    lo asciughi coi lunghi capelli di stelle,
    pallida luna nel cielo brillante
    la notte dissolve le ombre nell'alba.


    Il vento che muove le foglie arancioni
    che tendono i fili di larghi aquiloni,
    nell'aria serena al profumo dell'erba
    gli orchi gelosi ti hanno violata,
    squarciandoti il petto, brandendoti nuda,
    usando parole, vergogna e violenza,
    lasciandoti prona e incapace di alzarti.


    Nel giardino concluso io sono passato
    e non ha voluto che io la rialzassi,
    le ho carezzato le guance rigate,
    le labbra assetate seccate dal sole,
    ho provato a parlarle ma lei mi ha cacciato.
    Nel suo silenzio, anche un sussurro
    diventa rumore.


    Nel giardino concluso dal tempo sospeso,
    tu dormi cullata dagli orchi gelosi,
    dal petto squarciato sbocciano gocce
    di latte sprecato e di sogni confusi,
    la ninnananna ha cadenze ferine,
    il tuo corpo di donna diventa di bimba
    e di lontano si vede una mamma.


    Nel giardino concluso io sono passato
    e non ha voluto che io la rialzassi,
    le ho carezzato le guance rigate,
    le labbra assetate seccate dal sole,
    ho provato a parlarle ma lei mi ha cacciato.
    Nel suo silenzio, anche un sussurro
    diventa rumore,
    anche un sussurro diventa rumore.

     
  • Primo movimento: il sogno


    Con le mani, disegnavo ombre
    alla luce di un’abat-jour,
    e tra il sonno e la veglia,
    ti vedevo ballare leggera,
    sola, per me,
    tra gli alberi d’ulivo sui clivi ondulati,
    al tramonto,
    e i ciottoli tondi bagnati dal mare.
    Il tuo corpo,
    tracciava volute di spuma,
    bianche movenze tra ombre
    lievemente accennate.
    D’improvviso,
    sparivi in quello spazio impalpabile,
    e tornavi a colmarlo
    coi tuoi passi di danza,
    rubando e rendendo vigore
    al mio sogno incantato,
    intermittenza d’umore e passione
    nel mio cuore sedotto.
    A lungo, ho atteso che ballassi dal vero,
    sola, per me,
    ed io lì a guardarti,
    a seguirti con gli occhi,
    e non più, soltanto in un sogno…


    Secondo movimento: la promessa


    Sento una carezza sul viso,
    delicata, impercettibile, sei tu?
    Brezza soave in questa notte stellata,
    luce, barlume, chiarore,
    raggio di luna riflesso
    sulle acque calme di un lago,
    cintura d’Orione
    con la quale ho legato il mio amore,
    Pleiade splendente,
    voglio restare per sempre con te,
    a guardare le stelle.
    Per tutta la vita.
    Bocciolo che t’apri
    al levarsi dell’astro notturno,
    e racchiudi la volta infinita
    al di sopra di noi,
    in un bacio,
    Stella polare nei miei giorni smarriti,
    creatura lunare,
    astrolabio dei sensi,
    misura perfetta della distanza
    tra il desiderio e l’amplesso,
    e l’orizzonte, sereno…


    Terzo movimento: l’incubo


    Una falena scura vola qua e là,
    intorno a una candela accesa.
    “Stupida falena, che fai?
    Così brucerai le tue ali.
    Vai via dalla fiamma!
    Allontanati.
    Torna a volar nella notte,
    batti le ali incontro al crepuscolo.
    Vai via, vai via, maledetta falena,
    non posso salvarti, né piangerti.
    Vai via!”
    Un soffio di vento, muove la fiamma.
    La falena colpita, cade nella cera bollente.
    Un sinistro rumore,
    ne accompagna la lenta agonia.
    Torcendosi tra spasmi indicibili,
    l’insetto muore.
    La candela si spegne,
    si è consumata.
    La falena è inerte nella cera solida,
    come un fossile d’ambra.
    Solo un tenue riflesso,
    luccica attraverso la cera.

     

    Quarto movimento: l’alba


    Mi sveglio. Inquieto.
    Il cielo livido,
    preavverte di un giorno piovoso.
    Sono sudato, ma no sento il tuo calore.
    Quel tuo calore.
    Ho freddo.
    Il tuo respiro è muto.
    Tremo.
    Mi giro.
    “Dove sei? – grido –
    Dove sei? Dove sei?”
    Silenzio.
    “Dove sei?”

     
  • Quel giglio bianco venato di rosso,con lo stelo reciso,
    che avrei voluto appuntare
    tra i tuoi capelli sciolti,
    una mattina d’estate.


    Avrei voluto adornarti,
    con questo diadema d’amore
    e dopo baciarti, per sentirne il profumo.
    Ma non ho avuto il coraggio,
    e il giglio bianco venato di rosso,
    è rimasto lì, a seccare al sole cocente.


    Misera fine per il più bello dei fiori,
    triste presagio di una più dura rovina.
    Quei giorni passavano splendidi,
    e i mesi a seguire altrettanto,
    ma poi dopo, tutto marcì,
    come quel giglio bianco venato di rosso.


    Avrei dovuto appuntarmelo io
    quella mattina d’estate,
    avrei dovuto piantarmelo dentro.
    Di te e di quel giglio, adesso,
    è rimasto solo un intenso profumo.

     
  • 15 giugno 2010
    Stella

    Ti avrei raccontato,
    di un luogo oltre le nuvole
    e gli arcobaleni più iridescenti,
    dove, come anime belle,
    risiedono tutte le idee.
    E di come le idee,
    diventassero poi
    soffio di vita,
    gioiello d’amore,
    sorriso di bimba,
    corpo di donna,
    carezze di madre,
    lacrime dolci.
    Ti avrei detto,
    che non sarebbe stato un creatore
    a far tutto questo,
    o un artista,
    ma noi.
    Avresti avuto i miei occhi blu
    e la sua bocca,
    dipinta con un pennello celeste,
    il suo collo e i suoi fianchi perfetti,
    le sue mani amabili,
    i suoi seni stupendi
    e il suo incanto leggero.
    Avresti avuto il suo stesso nome,
    ed io a chiamarvi,
    e voi a rispondermi
    nello stesso momento.
    Sei tu, è lei,
    non sarebbe importato.
    È amore.
    Avresti riso ai giochi
    che avrei inventato per te,
    letto i libri
    che avrei scritti per te.
    Con lei t’avrei aspettata la notte
    per sentirti tornare,
    con lei avrei pianto di gioia
    nel vederti ormai donna,
    e in te avrei amato
    il suo essere donna.
    Ti avrei lasciata andare,
    quando sarebbe toccato a te,
    compiere ciò per cui
    tu saresti venuta alla vita,
    ma non t’avrei mai abbandonata.
    Sarei stato sempre nei pressi
    e se avessi avuto bisogno,
    t’avrei ancora presa in braccio.
    Stella, piccola Stella,
    in quel luogo oltre le nuvole
    e gli arcobaleni più iridescenti,
    ti troverò quando verrò a cercarti
    e con te troverò anche lei.
    Lì è dove esisti,
    lì è dove batte il tuo piccolo cuore
    lì è dove siete e sarete per sempre,
    al di là del tempo,
    al di là dell’amore.

     
  • 15 giugno 2010
    Canto

    Io canto il tuo corpo,
    lo declamo,
    terra promessa
    nella quale mi abbandonavo,
    fino a raggiungerne le viscere,
    profonde,
    per baciarne l’odore.
    Ne lambivo i confini,
    abbracciavo il calore che avvinghia,
    che scioglie,
    e tornavo lì,
    dove tutto ebbe inizio,
    a bere il tuo sudore,
    tremante,
    che avvampa la giogaia assetata.
    E poi su,
    a riverso,
    tra i petali scuri e sottili
    del fiore negato,
    tra due ali di vento
    e una forra incavata,
    umida,
    nivea,
    affondavo l’idioma dinamico, 
    mentre il resto impietriva,
    al tuo ritmico andare.
    Mi alzavo,
    e percorrevo,
    lentamente,
    una per una,
    con passo sicuro,
    le stanze della notte,
    fino a far deflagrare il tuo respiro,
    madido,
    tormentato,
    canne di un organo
    ad un accordo in maggiore,
    sacra rappresentazione,
    cadenzata,
    modulata,
    danza primigenia di anime possedute.
    E a quel punto,
    morivo con te
    e lasciavo morire anche il mio corpo,
    distrutto e disfatto,
    strappato,
    trafitto,
    da ciò che tu sola, tu sola,
    tu sola,
    mi hai saputo svelare.

     
  • 15 giugno 2010
    Via dei Fori Imperiali

    Passeggiavo di lì, in via dei Fori Imperiali,
    quei torridi pomeriggi d’estate,
    solo, col capo chino, a terra
    a scalciare pietruzze e sassolini.


    Mi si impolveravano le scarpe,
    quando passavo davanti la tomba di Cesare,
    faceva caldo e avevo sete,
    trovavo sempre quella fontanella.


    Meditavo, come uomini prima di me,
    su quelle stesse lastre di selce secoli prima,
    sospiravo, deliravo, ti bramavo,
    ignaro di quanto, ci sarebbe accaduto.


    ***


    Passeggiavo di lì, in via dei Fori Imperiali
    e il vento mi agghiacciava il petto,
    solo, con lo sguardo verso l’alto, tra i pini,
    a cercare quei torridi pomeriggi d’estate.


    L’estate di un altro millennio,
    di un tempo perduto, sparito, mancato,
    di un desiderio non ancora divenuto reale,
    di un altro uomo che ero.


    In Via dei Fori Imperiali,
    ho innalzato il monumento al mio amore per te,
    tra le statue di bronzo e i muri di pietre,
    ho sepolto il mio cuore straziato.

     
  • 15 giugno 2010
    Trobar clus

    La notte mi accoglie,
    ed io, erro spento ed assente,
    con la testa tra le mani
    a mo’ di lanterna,
    nello spazio desolato, smarrito,
    labirinto inestricabile di puri pensieri,
    reso impercorribile
    solamente dalla tua scomparsa.


    La notte si apre,
    davanti alla mia insonnia,
    mi culla nella quiete libera di volontà.
    Echi del ricordo della tua voce
    attraverso la calce fresca.


    La notte mi prende,
    con sé mi trascina
    verso il principio di una nuova notte,
    una oscurità palingenetica,
    un eterno ritorno all’uguale.
    Non ci sarà alcun canto del gallo.


    Non sei più qui…

     
  • 15 giugno 2010
    Per Sempre

    Per sempre,
    darò all’amore il tuo nome,
    lo porterò,
    a dar luce alle stelle
    e la più bella di quelle,
    avrà il tuo medesimo nome.


    Per sempre,
    seguirò quella stella
    dove la notte si perde,
    nelle tenebre vinte
    dal nuovo giorno che nasce,
    su un raggio di sole che si colora di verde. 


    Per sempre,
    lascerò che quel raggio
    m’illumini il viso
    e riscaldi il mio cuore,
    troppo a lungo deserto
    perché colmo di cose inservibili.


    Per sempre, dunque,
    darò all’amore il tuo nome,
    e continuerò a chiamarti,
    anche se adesso non puoi più sentirmi,
    io chiamerò il tuo nome,
    fino a restar senza voce,
    per sempre.

     
  • 15 giugno 2010
    Victoria Embankment

    Tra quelle panchine di ferro scuro,
    i lampioni dorati,
    i leoni di bronzo accucciati sugl’argini
    e i palazzi maestosi di marmo bianco,
    lo sfavillio di riverberi biondi, ad Aprile,
    sulla superficie verdastra dell’acqua,
    abbaglia, lungo Victoria Embankment.


    Londra, la mia città,
    prima rosa d’amore
    e tempio d’amor sventurato,
    talamo violato da un destino beffardo
    che né io, né tu, abbiamo voluto cambiare,
    forse già scritto,
    tra le pieghe di una tunica scura
    indossata per forza,
    e i vicoli stretti
    che portano a Bartholomew Close.


    A Victoria Embankment è buio,
    la città ha spento le luci.
    Non s’ode un rumore,
    se non un sospiro affannato.
    Il Tamigi accompagna
    il mio cammino notturno
    per l’ultimo requiem di un sogno,
    trasportando il mio pianto
    e i pappi degli alberi in fiore.

     
  • 08 febbraio 2010
    La perla e il pescatore

    Seppure raccogliessi tutto il silenzio che ti è succeduto
    per farne un’unica parola d’amore
    che recasse il tuo nome,
    seppure avessi la possibilità,
    un’unica, sola, possibilità ancora
    di averti davanti e guardarti sorridere,
    seppure  pensassi di annegare il mio cuore
    nel dolore che piango
    al ricordo incomparabile dei tuoi occhi,
    seppure maledicessi quelle mani che mi carezzavano
    quelle labbra che baciavano le mie
    e i raggi di luna in una notte d’inverno,
    e seppure permettessi alla rabbia di gridare
    per provare a trovare una ragione
    che sia pure vana e illusoria,
    potrò mai dimenticarti?
    Non voglio! Non voglio che il silenzio diventi parola,
    che il tuo sorriso, i tuoi occhi, le tue mani, le tue labbra
    siano solo ricordo.
    Non voglio una perla,
    voglio pescare lì dove il mare è profondo,
    dove mi troverai quando risalirò dall’abisso
    in cui la tua assenza mi ha fatto sprofondare.

     
  • 17 giugno 2009
    Mai più

    Se mi chiedessi perché,
    non saprei rispondere.
    Ma poi, a cosa servirebbe?
    Non mi resta che raccogliere i pezzi,
    rammendare il vestito di te
    che avrei dovuto indossare
    per non soffrire il freddo,
    provare a ricordare le parole
    per permettere al silenzio
    di ricominciare a parlare,
    tutte le volte che penserò
    a te e al tuo sorriso,
    alle tue lacrime e alle mie,
    alle promesse,
    a quello che tu non volevi
    io facessi,
    a quella piccola Stella
    che resterà soltanto un’idea,
    una splendida idea,
    come te.
    E a tutto quello che
    avrebbe dovuto significare per sempre
    e che invece adesso vuol dire mai più.

     
  • 14 maggio 2009
    Italia

    Dedicata ad Allen Ginsberg

     

    Italia, avrei potuto darti tutto
    e invece, non ti do niente
    perché, seppure ti avessi dato tutto,
    tu non mi avresti ridato niente,
    è così che funziona,
    è così che tu mi hai insegnato.
    Italia, ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave sanza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di province, ma bordello!
    Lo riconosci questo?
    È il tuo Dante.
    In quale fogna hai ricacciato i tuoi spiriti magni
    dopo avergli strappato la lingua
    e costretti al silenzio?
    Italia, perché ti fai guidare dagli imbecilli,
    perché ti lasci disonorare da quelli che chiami onorevoli,
    quando la finirai di creare coglioni in serie,
    coi capelli ordinati e le valigette piene di inutilità?
    Italia, quando smetterai di ascoltare quei figuri vestiti di nero
    che ti parlano d’amore senza, per fede,
    aver mai nemmeno potuto toccare una donna?
    Quando potrò amare un uomo,
    quando una donna potrà amare una donna,
    quando, Italia, chi è costretto a soffrire, potrà amare
    a tal punto la vita da volerla abbandonare
    senza bruciare all’inferno?
    Italia, i tuoi libri sono pieni di polvere e mosche,
    il marmo bianco dei tuoi monumenti è corroso.
    Non sei stata capace di conservare le tue glorie,
    preferisci i vestiti alla moda, i festini di coca
    e le puttane di lusso.
    Italia, deciditi una buona volta,
    butta quella maschera da persona perbene
    e mostra tutto il tuo sudiciume.
    Italia, puzzi di immondizia,
    sei marcia e corrotta.
    Guardati, se ci riesci,
    non provi vergogna?
    E qualcuno ancora viene a parlare di sogni!
    Italia, mi fai ridere, non sei più credibile.
    Ti ho concesso troppe possibilità
    e mi hai ripetutamente deluso.
    Tieniti pure l’affetto di mio padre,
    che continua a volerti bene,
    convinto di vivere nel migliore dei paesi possibili.
    Guarda come l’hai ridotto!
    E come lui, tanti altri.
    Italia, perché io che non sono figlio di politico, industriale o grande giornalista,
    tanto vale sia figlio di puttana,
    almeno qualcuno ringrazierà mia madre
    per la mezz’ora di piacere concessagli?
    Mi ascolti? O sei troppo impegnata a guardare un reality show?
    Continui a cercare i tuoi modelli di vita
    tra le pagine delle riviste scandalistiche e nella cronaca nera.
    Sei anni per condannare una madre assassina,
    e pochi secondi per far saltare in aria dei galantuomini che ti combattevano, Italia mafiosa.
    I processi si tengono negli studi televisivi,
    i ministri concedono sconti di pena ai criminali,
    i pentiti li mandi in crociera
    e i collusi in Parlamento.
    Vai a farti fottere, Italia. Vai - a - farti - fottere!
    Quando capirai che non esiste più il bene o il male
    il legale o l’illegale, il pericoloso o il sicuro
    ma soltanto quello che ti fa divertire e quello che ti annoia?
    Italia, mi intendi o devo parlare in modo più semplice?
    Perché sei capace soltanto di inventare obbrobri
    che si sforzano di rassomigliarti?
    Perché ci vuoi tutti uguali a te?
    Quale colpa dobbiamo pagare?

     

    Italia, le mie magliette hanno il collo sdrucito
    e le mie scarpe le suole consumate.
    Faccio il cameriere e scrivo poesie per restare vivo.
    Ho buttato via la mia educazione
    per non diventare come te, Italia.
    Mi fai schifo, mi fanno schifo quelli come te.
    Italia, ascoltami, sono nudo e lontano da casa,
    il D-tan mi sta rovinando le mani.
    Le banche dove ho sempre portato i miei pochi soldi, sono i bar,
    e adesso ho sete, Italia.
    Cerco di andare fuori di testa ogni volta che posso
    e ora sono dell’umore giusto per scrivere.
    Italia, mi rivolgo sempre a te,
    quando potrò comprare dal tabaccaio
    quello che serve per le mie poesie,
    quando, quei tipi che sembrano fotomodelli con la pistola,
    cominceranno a dare la caccia a chi veramente merita di essere rinchiuso?
    Italia, ormai da sei anni non vedo più Paola
    ma di notte sogno ancora di baciarla.
    Col nome di donna come lo porti tu,
    lei merita di essere amata, non tu, Italia.
    Ecco cosa di buono ti è rimasto, soltanto il nome di donna!
    Italia, Luigi si è sposato e nessuno mi ha avvertito,
    mia sorella mi telefonò due giorni dopo mentre ero a Ginevra.
    Già mi hai dimenticato, Italia?
    Hai già dimenticato uno dei tuoi figli migliori?
    Italia, nell’aiuola sotto l’albero di pere
    non spuntano più i ciclamini ad Ottobre.

     

    Non ho mai capito se scherzi o fai sul serio Italia,
    se sei matta o troppo sana,
    se sei fatta o lucida,
    se menti o mi dici la verità.
    Seghiamoci una canna, Italia,
    ah no, tu non fumi, hai ragione, è contro la legge.
    Quanto sei stupida e falsa, Italia!
    Mi fai pena.
    Mi vuoi denunciare?
    Vuoi chiamare la polizia? Fallo!
    Mentre li aspetto,
    mi gusterò un’altra bottiglia di liquore generoso.

     
  • 10 aprile 2009
    Freedom City blues

    Per Pier Luigi Tizzano

     

    I

     

    Anch’io ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte,
    non dalla pazzia, ma dall’imposizione alla paralisi,
    schiacciate, soffocate e graffiate dal bradipo di acciaio luccicante,
    sanguinanti nella melassa di un’allucinazione lisergica e intossicata,
    rivoli di glucosio marrone zampillare dalle vene lacere e bucate,
    placche cristallizzate del colore dell’avorio guasto,
    dal fiato greve di scimmia e di gin.

     

    Stipate, costrette e ingabbiate tra sbarre d’etere e foglie d’acanto, marmo di Paro per idoli ignoti e spietati,
    déi finti e impostori che svettano tra nebbie velenose e miasmi all’idrogeno,
    al suono cieco di tamburi di tenebra e trombe di manganese fuso.

     

    Rami nodosi avvolgono e riducono a brandelli
    il fegato pulsante e grondante bile scura,
    gocce vaporose ne cadono sul terreno
    impastato di croste e tungsteno incandescente
    da cui germogliano corone di spine e scettri di canna
    pieni di linfa morta e pestilente,
    mentre caducei circolari inanellano organici decomposti
    e stecchi di delta-9, pietre di quarzo e lamine d’oro,
    donnole imbalsamate e aeriformi al cloroformio.

     

    Lupi con le zampe lorde di fango viscoso
    urlano davanti alle mura di calcestruzzi di risulta,
    stemperati con incubi e ghiaie di fiumi
    prosciugati dal sole alogeno a basso consumo;
    sentinelle con scudi di plexiglas
    e lanciafiamme a combustione interna
    in garitte di guardia con fari al cherosene,
    bruciano la strada battuta da transgender vogliosi
    e lastricata con le ombre dei vagabondi
    dalle barbe pesanti e i cappelli a cilindro
    che portavano boccette piene di ovatta imbevuta,
    morti di fame, di freddo e di isteria.

     

    Canti di capri risuonano tra la vaga caligine livida,
    pezzi di carne sporca riscaldano gli intestini retti e arrossati,
    galloni di seme liquido e gommoso
    allagano gole prone di schiavitù e dominio,
    muschio strappato alla radice e sputato su lastre epidermiche
    lisciate di borotalco e creme idratanti,
    schiere di microscopici coscritti
    lavano pareti ingorde e senza crepe,
    protette da imeni infibulati dalla falsità.

     

    Da incubatrici meccaniche, tane di tenie, ossiuri, cestodi,
    strongiloidi e ascaridi, piene di polveri di allume e tartaro,
    di muco, di sebo e di pus, bardati di bigiotteria opaca,
    angeli coi denti marci cantano vomitando insetti impalati e ali incollate:
    "Non in commotione, non in commotione Dominus."
    "God is now back on the road and he’s floating around with the Bird."

     

    La cicuta e l’olio di sandalo,
    l’incenso e il cinnamomo, il miele e la pelle di daino
    mescolati e bevuti per stanare la bestia,
    per spuntarle le zanne e cacciarla,
    spingendola fino alle Colonne d’Ercole,
    precipitandola nel mare di pece e cobalto
    tra gorgoglii che si chiudono
    sopra l’aroma di benzoino e caffè idrosolubile,
    lavando l’onta del peccato originale col mercurio cromo.
    Vexilla regis proderunt Inferni verso di noi.

     

    "Welcome to Freedom City."
    Never loocked back, never feared, never cried.


    II


    Un soffio di polvere imperlato di diamanti stellati,
    accende una luce dai colori trasparenti
    che, carica di protoni di follia
    e di pulviscolo dietilamidico,
    dilata i contorni delle cose
    eccitando il pistillo del fiore della storia del mondo
    dal cui ventre, fecondato dallo psilocybe,
    stanno per essere partorite nuove gesta.

     

    Gli eroi hanno strappato i cuori dei bardi lontani
    e se ne stanno cibando,
    accrescendo il loro valore e la loro potenza.
    Sono pronti a mettersi in cammino,
    i peana risuonano fino agli antipodi.
    Sospinti da venti di terra e cerchi di fumo,
    avanzano.
    Sanno di andare a morte sicura, già vedono i lumi muti
    e la terra sconsacrata, ma sorridono.
    Le carni saranno dilaniate invano.
    Sorridono.

     

    Esaltati dalla materia primordiale,
    dalle visioni diurne e dal calore dei triangoli di fuoco,
    avanzano.
    Dietro di loro, migliaia di spettri si sciolgono in rivi
    di fluido azzurrato che si increspa ed evapora.
    E per un’ultima volta, un’ultima parte,
    un ultimo passo e un ultimo tempo.

     

     
  • 10 aprile 2009
    Spartiti (da una donna)

    Hai voluto premere a tempo

    i tasti della mia passione,

    e con questi,

    mi hai insegnato a suonare

    e insieme abbiamo scritto partiture

    che io ho eseguito

    e nelle quali ho stonato

    e mi son persa dove tu mi hai ritrovata

    e sono stata felice.

    Sento risuonarne le note,

    come suono che non è più suono,

    che è muto ma canta di te,

    nelle notti passate a modulare la voce,

    in notturni malinconici e appassionati

    al chiaro di luna e le mie lacrime

    brillano sulla tua immagine

    riflessa da qualche parte nel mio cuore.

    Questo canto sì, avrà fine,

    a voglio che sia un ad libitum
    che duri per tutta la vita.

     
  • 10 aprile 2009
    Blues di un amore lontano

    Volo.

    Il sole caldo di mezzo mattino,

    verde e azzurro.

    Amore.

    Volo.

    Oro sul mare,

    argento delle colline.

    Qualche nembo pallido.

    Bella, bellissima.

    Volo.

    Lontano e poi giù,

    in picchiata.

    Un ciclamino,

    odore di muschio e di terra.

    erba, pietre.

    Giallo e arancione.

    Il vento leggero.

    Rosso. Fuoco.

    Legna che brucia.

    Fumo.

    Volo.

    Più in alto.

    Blu.

    Un gabbiano.

    Una lacrima.

     
  • 10 aprile 2009
    Kingsland blues

    Il sangue del tuo stesso sangue
    tra le braccia sudate e sporche di tuo padre,
    il caldo insopportabile nei campi di cotone dell’Arkansas
    dove piegavi l’esile schiena di ragazzino
    sognando una chitarra blu con la tracolla marrone
    per dare suono a quelle parole
    che già ti venivano fuori dal cuore indurito
    dalla fatica e dal dolore.


    E intanto il treno continuava a correre rotolando in curva
    e tu ci salisti, senza pensarci due volte.
    Memphis, Tennessee, e poi chissà,
    lontano dalla piccola casa di Dyess,
    dalla tua canna da pesca e dal ricordo di Jack,
    dalla luna sul Mississipi
    e dalla colpa che credevi di avere,
    dall’amore che non ricevesti mai.


    Inseguendo quelle maledette pastiglie bianche,
    la bocca piccola e i capelli bruni di June,
    per le arenas e le prigioni degli stati del Sud,
    la tua voce bassa e potente
    spiattellò senza controllo la libertà della miseria
    di chi ha solo una 44 Magnum e un paio di tiri di coca,
    poche lacrime quando le luci hanno perso il loro splendore
    o una bottiglia vuota che qualcun altro ha bevuto per sbronzarsi.


    La chitarra blu con la tracolla marrone imbracciata come un fucile,
    il sorriso ammiccante e l’impermeabile nero,
    il microfono acceso, il pubblico urla applaudendo,
    "Hello, I’m Johnny Cash!"

     
  • 10 aprile 2009
    Ti Jean

    Quanto è stata lunga Ti Jean,

    la strada che da Lowell ti ha portato

    dove non ci sono più strade,

    e quanto sarà lunga Ti Jean,

    la strada sulla quale io

    dovrò correre per provare

    a raggiungerti.

    Correre, sì correre, come il ritmo

    sincopato di una partitura

    jazz che striscia tra i tasti

    di un sassofono

    nero in un locale stretto

    e fumoso giù a New Orleans,

    come le parole spontanee su un rotolo

    da telescrivente,

    senza punti e pause,

    libere, senza freni,

    nude e senza coscienza.

    Parole, bruciate troppo in fretta,

    benzina nel carburatore

    dell’automobile che sfrecciava

    per le highways d’America

    da Est a Ovest a Est,

    irrequieta, battuta

    affamata di vita e beata.

    Il suo rumore è arrivato

    dovunque, ha corso per tutte

    le strade del mondo e non

    si è finora ridotto, né può,

    continua… è possibile

    ascoltarne il rombo

    limpido e chiaro

    come le notti

    passate a dormire

    sui prati e nei boschi,

    nel sacco a pelo

    fatto di stelle e una bottiglia

    di bourbon.

     
  • 10 aprile 2009
    Lacia che sia io

    Se volessi essere dolce per qualcuno

    come i boccioli rosa

    di un albicocco in fiore,

    lascia che sia io.

    Se volessi permettere a qualcuno

    di perdersi nei tuoi occhi

    dove si può vedere tutta la bellezza

    della terra in cui vivi,

    lascia che sia io.


    Se volessi mostrare a qualcuno

    come volare spinto dalla brezza d'estate

    che soffia al tramonto,

    lascia che sia io.

    Se volessi prendere il cuore di qualcuno

    con le tue labbra

    dello stesso sapore del mare,

    lascia che sia io.


    Se dovessi aver bisogno di qualcuno

    che sappia seguirti da lontano

    senza perderti mai, nemmeno un attimo,

    lascia che sia io.

    E se tutto questo

    resterà solo un sogno,

    lascia che sia io.

     
  • 10 aprile 2009
    Torca

    Un libro chiuso sul letto
    un bicchiere sul tappeto,
    la buganvillea abbracciata alla pietra viva,
    e tu, vuoto nella casa,
    pienezza nel cuore.

     
  • 27 febbraio 2008
    Notturno con effetti di luna

    Guardarti,
    provare a sfiorarti mentre dormi,
    baciare i tuoi gomiti,
    toccarti le labbra col dito intinto delle lacrime della mia stupidità.
    Fissare i tuoi occhi chiusi,
    carezzarti i capelli argentati dalla luce della luna,
    disegnare i contorni del tuo volto diafano.

     

    Ti muovi,
    le tue mani s’intrecciano,
    non oso svegliarti.
    Sono io che son sveglio,
    che non so più sognare.
    Perdonami.
    L’alba.