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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • martedì alle ore 21:58
    Quel verso libero

    Quel verso libero diventa un io
    che saluta, la vita scrive
    un adagio di ossimori
    chini al piede del vento, il dopo
    senza noi. Pensiero che cammina:
     
    tic tic -la lingua delle parole
    sembrava molle invece
    stringe corde, s’intreccia
    incocca e separa (il silenzio).

     
  • lunedì alle ore 13:51
    Uniti ora e qui

    Avevi paura che 
    la morte fosse sempre lì 
    allestita alle spalle

    Avevo paura che 
    la vita fosse un luogo solo
    un luogo smodato

    Il sole senza badarci tramontò
    Lasciandoci al buio 
    dei nostri puerili turbamenti

     
  • domenica alle ore 9:09
    Mezzo vuoto

    L’armadio mezzo vuoto
    dacché hanno smesso il mugolio
    gli abiti smessi e quella rosa
    di oggetti di te bambina.
    Un asilo svuotato,
    ora che dentro preme
    l’incavo dolce al sorriso
    serbo un profumo noto
    e tutto resta, da dialoghi invisibili
    nei giorni miei qui stesi ad asciugare.
    E penso piano, un gioco
    di fogli bianchi -ti messaggio
    che fuori è tempesta
    questa cosa che agita spazi
    poi l’ombra di neve, non posso
    far altro che sentire.  
     

     
  • sabato alle ore 20:00
    Con punte al carbonio

    Avanzi di spazi, vorrei
    disegnare dove vanno di sera
    il calore e la pietra
    la cenere e il fumo lungo 
    falcata di pensieri eucarioti.
    Vorrei, con punte al carbonio
    graffiare il vento dolente
    che da una gerla sparpaglia 
    segreti, come stracci qualunque.

     
  • venerdì alle ore 17:45
    Il nero è questo spolverino

    Il nero è questo spolverino
    a forma umana
    che preme, sfiora le ossa,
    i fiori sbagliati in un unico stelo
    arrendevole alla più muta carezza.
    Rieccola la vita
    è una colpa sul filo. Tuttora
    spinge da un capo all’altro
    nel mancarsi da vene senza promesse.
    Principia col niente dei pori
    e fragranze ammucchiate
    nel tramonto, è il sonno che scioglie
    le immagini portando l’occhio
    cucito su un pezzo di buio.

     
  • 05 dicembre alle ore 17:47
    Onde di vetro

    Onde di vetro in una lettera,
    unghie di un tempo raggelato
    da tacermi. Le luci ciondolate
    al piano del respiro: mancamenti.
    E la memoria nutre, avvampa incensi
    a spazio vivo. D’illogico principio
    legare passaporti al vento
    sinusoide che torna
    dalla prima rosa d’inverno.

     
  • 03 dicembre alle ore 11:13
    Non solo parole

    Parole sciolte
    frastornanti, in attesa
    appassite
    da tarlo dentro.
    Vorresti cospirare con promesse
    nascere mattino, affollato
    di sogni. Poi suoni perduti
    spiovono, sulle guance.
    Da porte chiuse,
    mura vuote di gesti.
    Ma presto, d’urgenza
    cambieremo indirizzo.
    Saranno piazze
    le anime toccate
    e non di gelo, cardini.
    Di chiavi e dita,
    tendini tesi a dare
    e altri a stringere.   

     
  • 30 novembre alle ore 12:00
    Ramosità dell'ombra

    Ramosità dell’ombra
    difforme, increspata.
    Nuvolaglia:
    ci siamo persi.
    Perse le strade
    nel coraggio del salto,
    il logos sulla bocca del falco
    il tuo passo in ascesa
    senza corpo né
    brulle memorie
    dove il bel sogno degli astri
    tuona e sussurra
    perché loro l’Amore
    lo hanno diviso
    in molecole, a pioggia.

     
  • 29 novembre alle ore 0:19
    Acrostico A

    Accade di sentirti
    Mite assenza dell’aria
    Odore di tatto
    Redimi le rose appassite
    Eppure è tempo di nebbie

     
  • 28 novembre alle ore 6:51
    Le ossa rosa non rispondono

    Va in giro
    con quattro nodi sullo sterno
    sentitamente scarna
    perché nessuno l’avvicini, la ravvivi.
    Non la si muova dalla freschezza scialba
    di anemone da vecchie profusioni.
    Lasciatela mancare, difendere ossa rosa
    dal secondino che l’affianca.
    Altra donna, sorella carnale
    ch’era libella al primo nascere
    poi divenne piombo
    da stravagante dissonanza
    di corpo ancora.
    Tale la respira, ne ha terrore
    e l’ama per la morte che s’accenna
    corimbo schiuso nel sorriso
    da sembrare estasi
    ad ogni morso, l’ombra.
     

     
  • 27 novembre alle ore 23:07
    Due lemmi in voce

    mi rendo sconosciuta
    con le pupille basse
    intrisi d'ombra
    due lemmi in voce
    semplici, assoluti
    a pesare
    in silenzio saldo

     
  • 25 novembre alle ore 7:05
    Paure e contrattempi coi sorrisi

    La solitudine reale
    di paure, in uno smanto
    che adagia il nero e logora
    memorie di assonanze:
    chi l’ha chiusa, in dure impalcature?
    (e contrattempi coi sorrisi)
    chi ha tramato al silenzio?
    Dovrò per colpa offrire epifanie
    al primo solo orfano di abbracci
    coscienza di supplizio
    per le sembianze d’anima
    portate in viso, assottigliate
    da stelle senza sèguito
    in cielo da palude
    quando sembra finito
    e sai che dietro, in briciole
    esiste un altro morso:
    pane e parole
    spezzati contro il muro della gioia
    in avaria da un mondo atroce
    che non ha cura
    di aberrazioni
    e cellule indisposte.
     

     
  • 23 novembre alle ore 6:05
    Una goccia cade dal vento

    Una goccia cade dal vento
    invaso che non colma il destino
    rovente e al futuro ci giriamo
    scesi di un tono, per segni fiochi
    in acedia di archivi.
    Un piglio calcareo divaga
    i lineamenti, in raggi obliqui
    la stasi ornamentale
    del sé di sguardo, solcato.
     

     
  • 22 novembre alle ore 6:39
    E della pioggia

    e della pioggia
    che spiega chiusi strappi
    libiamo
    germogli nudi
    in cerche
    irrorate d’affanno

     
  • 18 novembre alle ore 8:23
    Occhi di madre

    Tra salvia e margherite
    presta le mani all’armonia
    atomi appena  
    in lenimento all’anca del dolore
    si attenua
    l’ansia velata del giardino
    sembra la sera quando
    le sorridono gli occhi
    gli occhi presi dai rovi
    lignee speranze
    di luci chiare sperse dentro.

    L’ora solare
    fa ghirigori stanchi
    ma lei addolcisce il verde
    viscerale
    ne fa mazzetti
    talee d’acqua
    e aspetta le radici
    incredula
    di spingere una vita
    di là dal buio
    -non c’è modo migliore
    per dire di sé, come
    del primo parto sofferto, ma
    nel favore del vento. 

     
  • 16 novembre alle ore 21:09
    Mutuando forma

    Lo immagino un risveglio
    che non somigli a niente,
    solo volare sul fango soffocato
    è partitura che fa musica,
    come c’è danza su una tela
    -è un velo le danceur, che anche
    senza volto sembra esistere.
    Prima di camminare
    si fluttuava in acqua: già liberi
    si sfumava, si riappariva. 

     
  • 12 novembre alle ore 13:07
    Nuvole di un colore straordinario

    Ti sei accorto che le nuvole
    non sono mai le stesse?
    e queste hanno un colore straordinario:
    l’acqua mai ha smesso di credere,
    ci vede passare e sparire nel niente
    ma non è l’inferno a pesare in faglie segrete.
    Ti sei accorto di quanto rimorso
    attraversa i deserti?
    Laggiù le braccia vuote degli ulivi
    e un profumo si spegne
    mentre Plutone candido spettro
    bisbiglia di ansie e timori
    ogni grado. Perfino
    le crepe nei muri e le fughe
    il lato oscuro della luce
    e quanta sete caduta dagli occhi.
     

     
  • 11 novembre alle ore 8:21
    In umore d'aprile

    Dev’essere un umore d’aprile
    a traboccarci da bordi anneriti
    ché non saremmo più di un foglio frusciante
    senza una rarefazione esposta al ramo
    e la voce attinge da un petalo che cade
    veggenti noi di un gioco sacro
    riflesso bendato del tempo
    in gabbie ferrose e cavalli di piuma
     
    e sei e non manchi ventre in distacco
    dolore ristoro mio tuo
    congedo d’inverno nella fibbia
    che la bocca scalpella
    -e poi un’altra poesia.

     
  • 10 novembre alle ore 0:20
    Tocco di sferza

    E già qui un’ombra di pioggia
    ovunque spartisce 
    riflessi di latebra. Latente
    il respiro lo indosso
    in algore di nostre catalisi
    e al tocco cosciente di sferza 
    la schiena sta ferma
    come la cerva
    che subodora il dirupo.

     
  • 09 novembre alle ore 17:52
    Piove sui portali

    Piove
    sui portali d’autunno
    dirada, s’infittisce
    apre serrande
    sulle mani ripiove
    e un amore
    per due
    si moltiplica 
    - è una festa di noci
    e foglie accese
    folate
    in velluto la gioia
    d’insieme

    la fronte
    chiara distesa
    domanda al respiro
    se non scompaia
    dal velo dei vetri 
    la certezza di esistere.

     
  • 06 novembre alle ore 10:06
    In volute

    verde feroce e limpido
    le chiuse scivolate
    più in là del verbo
    ora ch'è fonda terra
    all'iride

     
  • 05 novembre alle ore 14:46
    Ladra

    Percorso del bronzo sillabato,
    l’emozione: siglare gocce di non tramonto
    con i nomi -vita e migrazione, ritorno-
    Essere in bocche liquide
    nel pensiero più reale
    nel sottovoce mai confuso con intralci
     
    Tutto è stato, tutto è noi
    nel punto esatto di spazi eliminati
    -sapevi
    quanto sono ladra?

     
  • 04 novembre alle ore 19:12
    Dove largo hai piantato il sorriso

    Morsa da negare da sondare
    tutto documentato tutto incerto.
    E tu che vuoi sapere
    e tu non vuoi sapere:
    urticata speranza, rosea disperazione.

    Hai sognato al buio
    latte lisergico e mandorle di cagli.
    Hai sognato il nocciolo sospeso che una fame divora.

    Qualcuno lo recida o una gazza ladra 
    stacchi quest’ambrafiore di colostro scuro,
    ch’è prato il petto ora falciato di silene
    e l’erba marcia fa per risalire
    sui gerani al balcone
    dove largo hai piantato il sorriso.

     
  • Non vorrei più visitare le pietre
    per non calpestare i violini. Suonano
    per anime, ghirlande e tutto il resto.

    Dopo, l’aria del silenzio è la stessa
    che viene a notte a coprirci- nessuno
    chiamò indietro mio padre da radici di selci
    né si attivò una linea segreta.
    Quel fumo lento che ruba ciocche ai roseti
    senza un sibilo, seguimmo
    costernati di perdita.

    Se almeno ora vedessi
    gli incroci delle sue vie, dove svelto
    va a cercare pane fresco per cena

    ma è uscito lasciando le chiavi
    e la porta getta altre spine
    -un legno rinato per poco
    appena a spezzarlo, il riposo.

     
  • 01 novembre alle ore 13:33
    Orma che non scivola

    Passa parte a parte la nebbia
    lascia verbi all’infinito -sono
    grani incompiuti a stringere le bocche.
    Gela il silenzio, gola di resina sospesa.
    Tenero è solo l’abitarci
    tra foglie e formicai dormienti,
    d’aria che tende terra
    per l’orma cara ai piedi
    che non scivola.

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.