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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • Ieri alle 20:52
    D'attesa il prato

    E cerca l’acqua
    con il suo occhio scuro
    un inguine di zinnia. Spola
    di un circadiale puro
    sotto la morsa d’ombra
    dilama, ventre a terra. La coglie
    questa poesia gettata a braccio,
    non io che sto smarrita
    tra l’erba alzata delle nebbie
    a chiedermi -hai freddo?

     
  • sabato alle ore 11:09
    In tre di sponde a gioia

    Vieni, ho messo da parte 
    il cielo quando pulsa
    una pausa e scende la fronte
    al rinascere
    mescola acqua di rose
    al sogno dei cancelli,
    un penetrare di lucchetti.
    Guarda, il raggio all’iride
    lo lascio entrare
    e ora siamo in tre questo languore  
    inverno, che nemmeno temo
    la macchia di mancanza
    tra gli anemoni. È solo tenerezza
    l’ombra di fianco
    sul prato del mio giorno
    minimale.

     
  • giovedì alle ore 19:15
    Lei nei capelli d'agata

    Se ne sta immobile d’ossa
    appena un affaccio ai rumori smussati
    ogni ora rappresa nell’altra 
    sbalzi di orologi 
    in un’informe eternità di cuscini. 

    Ma è sveglia, come un sogno continuo.
    Non la tocco malgrado lo sia, 
    si romperebbe del sole sui tavoli.
    Flebile mano, flebile voce, 
    la sua cera mancata alla fiamma
    diafana, bella nei capelli d’agata 
    come graffi - ma l’hanno mancata.

    Che sia aria di assenza? Lei
    non figlia non madre 
    uguale al sempre e al mai
    al presente, speco di altrove 
    per tetti altissimi e rondini nere.
    Muta strido al pensiero di saperla 
    diversa, o di terra.

     
  • 14 febbraio alle ore 13:19
    Frattura di luce

    Feroce frattura di luce
    la meridiana cresce sui chiodi
    ai piani bassi esalta magrezze di sogni
    in questa piana di stoffe, il resto
    è lo sfondo di volti e rossori
    come i fiati dei legni a morire.
    Se preme la cera se aggruma
    mi ritremi al fruscio d’elicriso
    appena pensato, mio ramo d’alba
    corro a mettere un vaso
    sul balcone.

     
  • 07 febbraio alle ore 15:40
    È appena tutto

    È appena tutto
    un cogliersi carene
    tra due steli che incurvano
    per mani scompigliate per arruffati solchi
    le schiuse d’umido negli esodi
    magnifici di cellule - ai calici
    sfiora una luce d’acqua
    da schegge spettinata, piove
    ogni neve-sciolta-poesia, mi scopro
    d’intorno a te come giardino
    visto dall’alto color magenta
    che non s’intende di botanica.

     
  • 06 febbraio alle ore 15:07
    Nodi al respiro

    Cosa distingue
    il plesso che borda la sera
    da un’onda di polveri, e per un gesto di resa
    vai valva vuota per cortili d’acqua.
    Dalla randa ferita muovi
    le mani ad altri venti  
    sai di spargere nodi al respiro
    uno per particella, tutte
    che tornano indietro
    da un’eco di guance spolpate.
    La metà l’hai donata alla scia
    -questo muovere il nome lontano  
    l’essere di fronte
    a disegnare il tempo per sempre
    d’isole e sponde
    apnee. 

     
  • 31 gennaio alle ore 22:48
    Ponti volatili

    Attraversiamo pietre
    per non sentire l’ombra addosso
    lei ha più dimore
    ma predilige la nostra voce afona

     
  • 26 gennaio alle ore 20:16
    Stele di sole

    Stele di sole volevo
    coglierti da una sirena
    puntata al petto. Dalla trottola
    veloce dei miei passi, dentro
    un forcipe sottile di finestra.
    Vuoto campo d’inverno, spio
    il tintinnare dell’albero
    che non spiega la natura
    di altre paure, come ci attraversa
    un filo smarrito giù
    nella voce.
     
    Ma all’attico sali
    tra minuzie incantate
    e un nesso dove credi,
    vieni anche d’ombra
    -se la notte
    cammina nel giorno
    nel suo modo magnifico
    di nascondere gli occhi
    porta tutto qui
    e uno stiletto acuto
    da aprire il tutto
    e far piovere nuvole
    di lillà sui cuscini.

     
  • 24 gennaio alle ore 11:01
    Farfalle

    No, che non sono le strade a portare 
    questa inondazione di farfalle
    chiuse in una mano

    mi fido degli echi senza superfici
    il tempo di ieri negli occhi
    di qualcuno che non hai potuto
    riconoscere – ecco chi muore 
    nella vita distratta
    e poi nessuna campana suona 
    la nota più vicina al vuoto dei ventricoli

     
  • 22 gennaio alle ore 19:04
    Entità delle ciglia

    Entità delle ciglia
    che brucano
    terminiamo vicini
    linea di brezza, spiraglio
    da sogno a sorgente. In fiotti
    la veste a metà sulla sedia
    penzolante
    da campanello silente
    come tutte le cose
    beate di ascolti e di attese.

     
  • 19 gennaio alle ore 18:32
    Il silenzio è trafitto

    Il silenzio
    è trafitto da altro silenzio
    Scendono flocculi tra dita bianche
    Nevica anche l’anima -si potrebbe dire calma invadente
    ovunque, oltre il confine dello sguardo
    delle guance immobili e farfalle strapazzate
    Fin dentro la vita del sasso che poco respira
     
    Qui non nevica mai: e ora ho perso il rumore del vento
    uguale alla tua voce, che non sento cadere

     
  • 16 gennaio alle ore 19:16
    Col grigio schermo loci

    Col grigio schermo loci
    al limite contorto dell’inerzia
    dai poli che si strappano per vite
    disunite, gittate sterili di semi
    impolverate d’acqua.
    Lo stile ch’era il mare
    a sorreggere vertebre
    sale in traccia è rappreso - non chiama
    migratori. Lo sciabordio di culla,
    un atto falso. S’incurva, al fianco.

     

     
  • 14 gennaio alle ore 20:19
    Fra gli aranci

    Guardando la nebbia
    fra gli aranci emerge
    una legione di andamenti
    ibridi nelle palpebre
    e colonnati d’ombra e di grazia
     
    l’alito ha il segno del tuo apparire
    da qualche mescolanza
    semplice e liscia
    come una foresta che si innalza
    allo spazio degli uccelli       

     
  • 13 gennaio alle ore 16:19
    Dagli animi vessati

    Vessazioni d’animi
    specchiati nei silenzi,
    gli stadi terminali
    d’umanità.
    Umanità in rifiuto di ascoltare
    intanto gioca alla democrazia
    d’élite, parla valori
    senza destinatari
     
    e di quei ponti non sappiamo
    se non di ghiaccio
    -opaco anche l’inverno
    in neve sporca
    e giù, semi d’oblio
    ingrassano. A soffocare petti
    di verità placebo,
    le notti amplificate
    di smarrimento e pietre
    come risposta. 

     
  • 10 gennaio alle ore 15:54
    Sfociare a grido

    Comincia in una gravità
    calda e composta
    esumazione d’amareno
    da un’arteria gemmata. Un nome
    di corolle schiuse per dire
    il velo visto al fondo
    aspirare respiri, svaporare 
    la mente: da grido teso 
    si lascia andare negli anfratti.

     
  • 07 gennaio alle ore 10:10
    Petit-Onze n.2

    Sboccia 
    la mano
    È un immenso 
    schiudersi lungo il vento
    Musica

     
  • 06 gennaio alle ore 8:19
    Nuovo canto palindromo

    Sembra allegro quell’uomo
    che invia delle stampe
    per l’anno nuovo, l’arte
    di amare l’arte, una poesia
    che col pretesto
    delle sue belle figure
    retoriche, fa cadere i bottoni
    cattivi dai fiori.

    Non si toccano i fiori.
    Solo a dirlo viene in mente
    la Storia di pulsanti fatidici
    e piani a difesa le polveri.
    Ai visi in attesa, lui chiede?
    di riempire il sereno
    fare un giro sul petto
    via, all’altra parte del mondo
    in un canto palindromo
    il mio o il tuo. Il loro che torna.

     
  • 05 gennaio alle ore 1:03
    In cerca di noi

    Non ricordo dove portava quel treno
    e sognavo paesaggi senza più vetri
    gocce incrostate e facce spente
    Tutte le statue nascoste dal cemento
    sfilavano a sancire le distanze:
    questa enorme apparenza
     
    mentre vorrei aprire le cripte
    strappare con una scossa invisibile il filo
    che divide il nucleo puro dalla superficie
     
    La fiamma va e viene
    in mezzo alle interferenze;
    non è morta - dai piani bassi
    vedo volare la nebbia
    cercando il cuore degli affini
    per troppo tempo sigillato
     

     
  • 02 gennaio alle ore 10:17
    Accordo di neve

    Anticipo il silenzio 
    che arriverà poi
    da coperta omogenea,
    mi dico fin d’ora 
    di abbassare il timbro
    sembrando a me stessa 
    accordo di neve
    Scalza in un velo
    smorzo la lucciola
    che sembra volare
    da un’estate- riflusso

    C’è l’illusione 
    fattasi calda 
    induzione a esondare
    nella goccia di mare 
    come nell’applique
    Si sente come implode
    ogni cosa lasciata
    nell’assopito caos
    restando in attesa
    affine al nulla

    al lago fermo 
    di un occhio lucido
    nel viso di cera
    che ricorda il cammeo
    scolpito in corallo
    pallido 
    di una bellezza
    non consumata
    nel fulcro 
    E chi lo sa
    se questo è un bene

     
  • 01 gennaio alle ore 2:17
    Primo acrostico dell'anno

    Canone inverso il fumo
    ad ogni senso resta
    poter soltanto amare,
    oggi che un grido scava  
    dove l’incerto palmo  
    adorna il rosa, ovunque cada
    nessun’ombra sia cieca.
    Non ho braccato che una stella
    o lo stupore che sembrava.

     
  • 30 dicembre 2017 alle ore 10:29
    Vista aerea

    chiaraluce 
    cornice a memorie 
    ne trae e ritrae rifugi
    ci lascia liberi di andare
    come fossimo immortali

     
  • 28 dicembre 2017 alle ore 8:48
    Dove?

    Poi
    tu solcherai le strade
    io a ridosso il cielo
    il nord sospinge il nord
    come ombre e rumori
    torrenti d'occhi
    dove "Sono qui" dici
    e giù l'hangar di luce, quanta!
    con l'illusione che lo spazio
    allenti sopra sotto
    avanti indietro
    e forse neanche una parola
    ma l'aria, quella transfuga
    dal freddo nei rossori
    già chiara, avvolge.
    Il dove che mi sbanda
    in vuoto a sterno. 
    Dove? -mi sei da scia
    un'aporia di vicinanza
    mentre il paese 
    là disteso, dorme.

     
  • 27 dicembre 2017 alle ore 9:30
    Aura

    Non c’è più una rosa
    Dobbiamo andare dove la terra ovattata
    aspetta altre nascite
    dobbiamo cercare dove le spine 
    hanno piantato il seme
    Dove il cielo gelato 
    di dicembre ha emesso un vagito
    e un solo fiocco 
    color pace

     
  • 26 dicembre 2017 alle ore 20:27
    Affacciare ali

    Mi metterei fino all’epifania
    ad ascoltare i legni
    donandosi bruciare
    dentro muri di pietra il cuore
    nel non sentire i campanelli.
    Hanno portato nastri d’oro
    e vino, sarà comunque festa e chi
    non si stupisce della luce spezzata
    rompe noci e gioisce
    al dubbio dei contrasti:
    la notte quieta -sembra
    sotto una stella insanguinata
    d’oppio e sorrisi, ch’è fin troppo facile
    “l’amore è dentro te” se un nodo
    di dialoghi e silenzi implode
    idealizzato in verbi all’infinito
    -sentire, cogliere.
    Ma bisogna affacciare
    ali, liberare, correre.

     
  • 25 dicembre 2017 alle ore 0:35
    Natale

    È Natale
    ed io non me n’ero accorta…
    Non lo sanno le terre
    che hanno fame
    e i ragazzini con una bomba in mano
    e nemmeno quel barbone
    stracciato a terra
    ha sentito il profumo
    di un banchetto che brinda.
    Non lo sanno quei matti
    rinchiusi nelle voliere.
    Forse non l’avrebbe capito
    nemmeno quel bambino nudo
    se non l’aveste messo
    in una grotta.

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.