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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • 23 giugno alle ore 13:26
    Da una nube la sera

    Scende da una nube la sera
    la porpora si sparge
    volo dipinto di addio al sole

    un soprassalto
    ha riavvolto il tempo
    dove il cielo comincia
    silenzio di musica

    (e tu Sei)

    più del mesto rossore
    dove rimbocchiamo la terra

    brivido
    che assorbe stupori

    una ruga azzurra di sguardo
    da altezze incomprensibili
    eppur vicine

    a placare spiragli.

     
  • 13 giugno alle ore 17:43
    La bambola

    fuori la casa di Livia
    c’è una bambola
    chi passa le getta lo sguardo
    pensa a De André
    a una finestra malinconica
    e a degli occhi color di foglia.
    lei ora è scesa, di fronte
    chilometri di vita inevasa
    uno di questi giorni vorrebbe partire
    stacca l’ultima rosa dal ramo
    scrive au revoir con una spina di sangue
    – addio felicità di quattro muri
    negli echi – e chissà perché piange.

     
  • 20 maggio alle ore 16:41
    A un metro da noi

    Saltano attraverso refoli
    di occhiate ꟷ non saltano in realtà
    tra i banchi ma sono archi in attesa dell’aria ꟷ
    le cince forse non si accorgono
    delle finestre semiaperte
    dei riccioli spaiati
    né del rumore di quelle iridi
    ma con la stessa ebbrezza spostano le ore.

    Osservo dalla mia luce aliena
    la linfa che si allunga
    come uno stame innamorato
    mentre gocce di polvere cadono a strapiombo
    da fiato corto sulle mattonelle
    e il ragnetto in un angolo
    crea una breccia sul confine dell’esilio.

     
  • 21 marzo alle ore 17:21
    Dov'è che siete andati

    Dov’è che siete andati
    miei rami senza forma
    e fiori imbastarditi
    da inverni pingui.
    Non avevo anni non cadenze
    e vi chiamavo bambini nell’utero
    procarioti di lago promiscuo
    sbarrato alla luce, un che di bozza.
    Come fosse domani l’indizio
    frugo gli specchi, i corpi assenti
    ancora succhiano sostanza
    da buchi neri. Li tocco invisibili,
    si rompono in una matrioska
    ch’è meglio lasciare composta
    come un fatto privato
    cupezza in gola. Sparpagliare
    la propria natura, ch’è meglio. 

    poesia pubblicata nell'ebook antologico "Alda nel cuore 2021" Aa.Vv.
     

     
  • 11 marzo alle ore 12:36
    L'altra metà del viaggio

    indovina quel minuscolo vagare
    tra ombre e fuochi, immagina
    dal sorriso al lievissimo alone di mestizia
    la forma di noi la faglia dello sguardo
    mai uscita dalle storie. forse un prodigio
    vuole essere l'altra metà del viaggio
    con vele chiare, code di domani.
     

     
  • 06 marzo alle ore 8:11
    Uno due e quattro

    Uno
    il tipo di sguardo
    che tollero, che sia la cura
    Come vedi maturano i limoni:
    sole e più sole... sciogli le bucce
    Assorbimi insieme alla terra
     
    Due
    due frecce
    una va una torna
    Colpita al taglio
    la foglia pendula
    Potrebbe farsi meno male
     
    Uno e due
    e poi (ciò che non dico)
    gli occhi si danno chiusi
    Una farfalla rompe il suono:
    udito; no, non visto
    Sentito forte
     
    Quattro
    filari d'alberi fioriti
    e d'animali (anime e ali)
    quelli cresciuti in fretta
    dal sangue facile
     
    Il patio è stato esposto
    da tutto un lato
    Appresso, come scende l'ombra
    tutto riprende a pioggia
    e sovverte l'ordine
    nei giardini degli occhi
     

     
  • 22 febbraio alle ore 23:39
    Bacche rosse

    Baci senza memoria
    ritornano sulle labbra
    come bacche rosse
    non rinunciate
     
    Abbiamo allevato il ramo
    di vaghe corolle e pollini
    da staccare alle spine
     
    Vitamine a lento rilascio:
    la vita, dei suoi sapori,
    sa come appagarsi

     
  • 29 gennaio alle ore 17:44
    Trama insoluta

    Quattro - dico quattro
    e ora lo nego
    Saranno stati (almeno) fasci multipli
    i visi implumi, i cuscini
    affossati al posto solito
    dove non fa male il rimbombo
    non scricchiola l’osso
     
    [posso cambiare il corso
    di quello ch’è stato?]
     
    Mi dava una razza di bacio
    una razza bastarda di commiato
    di notte a barba rasata (di freddo)
    e un sorso d’uva bugiardo
    versava alla bocca -la lingua legata 
    al fruttato, gli antociani più blu
    nel furto del sonno -dentro al fumo
     
    L’ho visto? era un passaggio di stato
    dove non vedo
    oltre gli stucchi delle gambe
    o forse il solco insoluto
    tra la destra e sinistra del corpo
     
    Non l’ho visto
    era intero e diceva cose spezzate
    Spergiuro, giurava d’esser leggero
    sorvolandomi

     
  • 16 gennaio alle ore 9:49
    La tua notte e la mia

    la tua notte e la mia
    si guardano ogni notte
    le tiene un filo
    più è corto più si dicono
    pensieri inconfessabili

     
  • 03 gennaio alle ore 9:50
    A nudo tempo

    domani
    un alito di nebbie
    ancora saturo
    non celerà
    calchi di fronde
    e le tue mani, nervi
    di sempreverdi
    piantati sul pendio del corpo
    senza bisogno
    di prati e primavere

     
  • 27 dicembre 2020 alle ore 11:08
    So

    semestri spezzati
    seni stalattiti stanche
    significanti 
    scolpiti sulle soglie 
    stormi, se stormi
    stupori sincopati
    sussurri, so sottovento
    - solchi, suture, sponde.
    saperti sciolta spira
    saperti saliva - sale,
    sapere speme-mia
    snudarti sempre.

     
  • 20 dicembre 2020 alle ore 11:32
    La mia terra che chiama

    Un diario in cui mi specchio
    il richiamo dei cedri
    su questa piazza
    imbambolata di essenze non vere,
    robusti e impazienti i miei alberi
    stanno in attesa, e solo ombre
    che l’aria respinge.
    Quand’è sera sono una giostra
    a luci spente,
    se tendo le braccia
    un mondo vuoto batte il polso
    e io ghiaccio di abbandono
    viaggio distante
    che fa male allo sguardo,
    dilania perfino la pagina.
    Porta via montagne sognate
    mentre ginestre e occasi 
    scolorano dentro le nubi
    - non c’è misura di tanto sparire
    a un passo dal cuore.

    Alla poetessa Ofelia Giudicissi Curci (Pallagorio 1934 – Roma 1981) 

     
  • 25 novembre 2020 alle ore 12:46
    Dal seno acerbo e storie mute

    Quando bambina senza voce
    I .
    Sono bambina
    che gran fatica appena metto
    a fuoco l’ingenua schiena
    in sette lune di rivolta
    l’arancio chiuso a feto
    la benda-velo, stele
    a gocce. Il dentro sperso.
    Forse è segreto di lenzuola
    madide e presto fredde
    da scostarsi. Sembrano altre
    quando da conche al sole
    fanno un biancore di peonia
    corolla al seno acerbo.
     
    II.
    Stasera l’antro è bosco di serrande
    chiuse. Il nascondino delle facce
    per ludo vero. La proiezione fisica
    lontanamente un’affezione:
    non c’è parola a dirlo.
    Il lutto si spalanca gli occhi.
    E cosa avverti?
     
    Assalto dalle ombre
    I.
    Notte cattiva
    tutti i sogni affollati
    perché non sa dormire (sola)
    dove il tempo è terribile
    di segni e tagli di lumi inferociti.
    Lei bisbiglia ma solo a sé,
    sfuma in punta di piedi.
     
    II.
    La bambina diviene senza stomaco
    per quattro lunghi giorni
    corpo di pietra
    porta il peso del fiore
    di terra nera
    cade nel muschio delle ciglia.
    Non cerca cibo e profusioni
    schiva, riparo nella pelle
    ghiaccio di luna, duro
    che non si lascia respirare.
    La bambina da qui in avanti
    non c’è più.
     
    III.
    Ora, s’appiglia sul volto. Stranezza
    non averlo visto nel fondo.
    Ora che non è lì, eccolo appieno
    e povero, in una cifra molle.
    Un cristo peculiare in niente
    un Pallino qualunque -lei dice, e
    vi sputa un secchio di noncuranza
    dopo che l’ha smembrato vivo.
     
    Rielaborare
    I.
    L’angelo bello infine viene a cancellare porte
    si volterà a ruggire agli scorpioni
    coperto di cespugli biondi - il Giorno.
    << Portami le mani una notte e tutte
    ridammi un tatto limpido che scivoli sui tendini
    incenso agli orli in pece dolce sui perimetri >>
    -larga la paura
    lasciata qui a mordersi la bocca.
     
    II.
    Per errore le si accostò
    al sesso rosa e nudo
    un ansimare scoordinato
    saliva mosto e tabacco.
    Per orrore non seppe, non gridò
    dalle palpebre rosse
    di oscurità contusa.
    Piene di dita le sue mani
    spingevano
    schiacciavano le estranee
    toccavano terra i piedi
    irrigiditi senza sangue e
    non seppe, non fuggì.
    Anni di seno in nòcciolo
    che si matura nelle T-shirt.
    Anni che ancora conta dita
    un perché cianotico freddo:
    solo un gesto di forbici
    e poi gettati al fuoco i moncherini,
    guarda spegnersi il tutto
    senza dimenticare.
     
     

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 18:03
    Indefinito fiore del freddo

    Con la guancia
    al fiato dei rossori
    occhio nell’occhio
    la sensazione
    di essere tutt’uno col tutto,
    motivo alla memoria
    di tessere enigmi
     
    Chissà come, ora: il tramonto
    sembra meno caldo
    dal mio lato
    -e sì che questo tempo
    è Svizzera in artiglio -
     
    Più sensi mancano per essere stati;
    strano è guardare minime consistenze
    e di come si spogliano gli alberi
    liberi da paure
     
    Poi sotto la coperta
    del tuo palmo capace, sparire
    Sentire un graffio qualsiasi
    risalire il ghiaccio
    scoprire l’acqua
    che gira il profondo

    poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017

     
  • 21 novembre 2020 alle ore 22:08
    Superfici così fonde

    Ecco,
    lo spazio fiorire di silenzi
    che nemmeno le dita
    sui vetri, tracciano accenti

    chiusi gli scuri
    il suono della mia voce
    senza la furia dell’aria
    così netto, poliedrico mantra
    infilato nel grembo

    Tutto è chiaro,
    il Cosmo misurato sulle dita
    mancano anni luce a viaggiare
    il traffico dell’anima

    si alzano valichi
    sullo sfondo del buio
    non trovo interruttori
    sulle paure,
    esco a bere
    un attimo il sole

     
  • 19 novembre 2020 alle ore 23:57
    Perché pregare

    Perché? perché
    eravamo a pregare
    con il frastuono oltre le porte
    sereni inamovibili
    con il pattume
    sotto limpide trame?
    Quando una mano
    chiedeva un frutto al nostro albero
    e col silenzio s'è marcito.
    E detta fede
    com’è così imprecisa,
    arida, trattenuta?

     
  • 15 novembre 2020 alle ore 0:17
    Un acro di cortili ciechi

    Visi che strisciano come teatri
    misteriosi oltre il sonoro
    ignavi da bocche sfatte,
    dinieghi di sorrisi
    sotto il cappello di cilestro
    spento ꟷ e sono vedove
    quelle assuefatte al logorio
    dell’ora, perduto l’utero di gioia.
    Diritte, e tali i cecchini
    che sembrano aspettare i Tartari
    nel camuffare mote
    di solitudine.
    E l’alba è un acro di cortili ciechi
    l’alba non abita
    non irradia, piange sui muri.
    Avesse nelle mani uno scalpello
    e un’epoca di rosa
    dietro la tela
    avesse un altro quadro
    di alberi, e non fortezze.

     
  • 03 novembre 2020 alle ore 10:41
    Lyrica

    Nell'attesa 
    mi tingo di bianco
    trucco finestre di sale
    Fermo tu, corda di cerchio
    Ti confesso molteplici abbracci
    dal valore assoluto di te

    E la voce manca di adesione
    morde interni indeterminati 

    La parola mancante
    è sempre uguale
    si stacca dalla lingua
    cade nel piatto
    dove mai e sempre ancora
    abbiamo goduto
    sporcandoci il palato

     
  • 24 ottobre 2020 alle ore 17:16
    Lontano brucia

    lontano brucia
    l’esultante fiorire di maree
    un giorno l’orizzonte
    ci riaprirà i segreti delle porte
    un giorno la riva scura
    avrà in memoria orme
    che pure si amavano
    nella risacca
    perdendosi.

     
  • 29 settembre 2020 alle ore 14:23
    L'essere in loro

    a volte torno
    vera madre anch’io
    seno di odori
    e ninnenanne
    sulle labbra,
    a volte colgo vele
    strappate e fradice

    e tu sei stata àncora o vento? 
    dove hai cucito
    le sue ali

     
  • 22 agosto 2020 alle ore 15:25
    Viste supreme

    non un impedimento
    cancello
    catene o sterpi
    non c’è vento a ringhiare
    solo le palpebre
    àuspici smorti
    nel bacio di umido
    vernice ferma
    la linea fida che non sai
    se va o se torna
    granelli che si slabbrano
    al nulla sgombro
    boato inesistente
    il mare si rintana
    per finire.

     
  • 17 agosto 2020 alle ore 14:49
    Il caldo tra le stipe

    il caldo tra le stipe ha nervi d'acqua
    li canta sulla pietra - e tu hai voglia
    di una nuvola, di una goccia d'ombra
     

     
  • 09 agosto 2020 alle ore 19:02
    Piazzale Michelangelo

    ispirati com’erano
    ai blu e agli aranci
    distesi i monumenti
    ci hanno nascosto
    il vano per il sacro
    scoperti a sguardi
    che si nutrono
    volando - e senza corpo.

     
  • 02 agosto 2020 alle ore 0:18
    Iridi

    il tutto va
    portato come fiore
    in un deserto
    ma le iridi
    restano in bolle
    ammutolite
    per i soffusi lineamenti tuoi
    in un nitore proprio.

     
  • 24 luglio 2020 alle ore 13:05
    Dei nudi a far mazzetti

    si faranno mazzetti
    da gemmature
    di anemoni sul pube,
    il panorama già raffigurato
    con l’occhio del pittore
    raccordo di meduse
    lucide dolci di esplosioni.
    le cosce per ombrelli
    su di uno sguardo gambero
    propaggine del guizzo
    al gineceo dell’acqua,
    pasionaria.
     
    (sull'opera "Up" di Costa Dvorezky)

     
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  • 22 febbraio alle ore 23:30
    La quarta dimensione

    Come comincia: Giravano pollini col vento intorno all’edificio, con le porte interne in cerchio sul corridoio, un’orbita e un centro occupato dalla sala convegni. Fu in quello spazio poco illuminato e vuoto che s’incontrarono la prima volta, dopo che lui l’aveva attesa giorno dopo giorno. In un alterno sentore d’irrealtà si affievolivano certezze, così le identità. Mentre la speranza era agli sgoccioli, Ermanna arrivò, fulcro di svelamenti, dalla voce congedata in distanze incolmabili. La quarta dimensione.
    Prima di entrare guardò le rondini circoscrivere l’aria in un gioco di linee chiuse, senza poter andare né tornare. Non le apparivano disorientate in quel cielo tondo, erano prese piuttosto da un’euforia di forme e spostavano i tigli in un piano secondario. Qualche garrito acuiva il suo stato d’animo, vivido come più non lo era da anni. Una sorpresa imminente doveva essere l’epilogo dell’ultimo raggio.

    Per un attimo le venne in mente il fiume color bordeaux che l’aveva tenuta in ostaggio, mentre scorreva placido intorno alla sua pelle inerme, al suo sguardo imbambolato e vitreo. L’acqua aveva la sua stessa temperatura e si percepiva stranamente densa. Forse non si trattava di acqua, ma di un solvente per il corpo, di quelli che infine liberano l’anima dal gravame e la fanno evaporare nelle parti alte dell’atmosfera, lontano a perdersi in uno sciame di moscerini brillanti, per rasentare il sole.

    Sei mesi prima aveva contattato uno psicologo, le sembrò subito la persona giusta, quella che l’avrebbe liberata dal panico opprimente che puntuale l’attanagliava nei vasti spazi intorno. Fuggiva disorientata da ogni storia che la portava a uscire. Per compensare una perdita la trasformava in mito, ne carezzava strascichi, conservava di essa le tracce. La casa era un museo d’amori soffocati. Viveva, mangiava, lavorava, sognava, il più possibile dentro.
    I colloqui con il suo nuovo amico avvenivano via mail. Provava un senso di affezione via via più profondo e insieme una dipendenza come di un bambino verso l’oggetto transizionale che rappresenta un seno.  Dopo i primi lunghi scambi centrati sul suo grave disagio, cominciò una favola di curiosità e confidenze, attrazione e attese. Non si erano mai visti, neppure in foto, ma correva tra loro un fluido trascinante oltre la realtà materiale, e senza distaccarsene. Era naturale come la goccia che cade dal bicchiere, incomprensibile come la scintilla che dà fuoco a quella goccia.
     
    Avevano deciso di incontrarsi, Ermanna e Livio, dopo il levitare di ore di silenzi, dall’insostenibile vuoto che rimbombava nelle loro dimore di vento, inventate per dirsi vola fino a me, senti com’è facile alzarsi.
    Lui si immaginava un angelo gentile materializzato finalmente in uno sguardo, un corpo, un profumo, un capitolo da scrivere dal vivo. Lei era piena della esuberante fantasia di lui e degli enigmatici aha, quelli che prolungano gli intervalli, le risposte.
    Erano vicini, bastava mezz’ora di autostrada per raggiungersi. Scelsero che sì, nell’inverno avrebbero annullato il gelo intorno, sorriso nella pioggia. Avrebbero pranzato nel piccolo borgo, con vista sulla valle degli echi, gridato insieme Siamo vivi! e riascoltato il grido cento volte.
    Era tardi ormai e di lei nella piazza nemmeno un accenno, fosse stato anche a distanza. Chiuso nella delusione, Livio, dopo aver immaginato infinite circostanze contrarie, concluse che alla dolce compagna di lettere era mancato il coraggio di una leggera follia. Ancora una volta rifuggiva una storia, e ancor prima che iniziasse. Le scrisse per giorni, non ebbe risposte.
     
    Ermanna quel mattino indossò un vestito leggero e sobrio - non amava gli eccessi e tantomeno voleva apparire frivola - ma si concesse un vezzo: le scarpe rosse di vernice, mai calzate prima, che davano un tocco di vivacità femminile. Eccitata e ansiosa di partire, scivolò per la scala che portava al parcheggio. Scivolò in un vortice di stelle nere. Non vide più nulla, dopo il rosso scintillio che l’avvolse, dai piedi in su.
    Seguirono giorni e notti di un colore omogeneo. Un letto di silenzio, fuori dal mondo. Mesi di cui non ebbe cognizione. Era sola e al sicuro, nell’oscurità. Finché un lento fruscio arrivò a muovere il sogno rappreso. Aria viva. Una voce femminile le fu vicina, “Ce l’ha fatta, bravissima!”
    Dov’era stata, in quell’istmo di memoria? Lampi divennero chiari, poi un volto senza voce e un aha senza volto. Era stato da lei, a guardarla dormire, ne era certa. Si era impresso nella mente come un fittone.
     
    Ermanna arrivò dove lui lavorava e l’aspettava, nonostante l’assenza che diventava pietra.
    “Sono appena uscita dall’utero. Caro amore, portami a vivere”.
     

     
  • 15 agosto 2019 alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.