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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • Ieri alle 14:07
    Scansie di voce

    Certe mattine la tua voce
    entra nella lezione,
    dico molecola - e l’entropia
    la tocco sommerge gli occhi
     
    il foglio sembra agire
    un nesso corallo una formula,
    impercettibilmente
    cammina
    binari
    che liscio con la mano.

     
  • domenica alle ore 8:55
    Legenda

    Un giorno il caso manderà 
    muschio celeste entro le mura,
    catene su ossa stanche - gli agi
    perderanno possanza.
    Bisbiglio di carte, si svelerà dal basso:
    non sparuti richiami
    -ci si potrà volare, al fianco. 

    da "La visione contro le catastrofi" per "Maggio dei monumenti 2020", Napoli,
    quest'anno dedicato a Giordano Bruno

     
  • venerdì alle ore 8:18
    Corpo avventizio

    L’affanno del lampadario
    lo riconosco dal sirfide che più non finge
    di essere altro ma arriverà al suo grido, estate.

    Lui scompone la mia ala di naftalina
    in notturno di nuvola, il librare affaccia
    a scostarsi dai sofà in memory
    lontano lontano, divellere
    quest’uggioso armadietto del mondo.

     
  • 18 maggio alle ore 14:49
    Tesori magri

    Le grucce vuote e lisa la carezza
    in realtà dita colme di tesori
    magri che ballano sulla mia testa.
    Il polso steso, un sogno immobile
    di vetro e dai vialetti
    l’erba cresciuta, e se guardare basta
    il tutto è qui ma non si va
    più in là di un cerchio scomodo
    e macchie di bellezza crepitanti.
    In questo abbaglio del mancare 
    il buio ti mangerà mia ombrosa
    e non avrai più gambe,
    nei quadri di Chagall la luna è sola
    i fili non raffigurati
    e il derma che si libera di te.
    Se un crescendo non fosse,  
    cos’altro?

     
  • 11 maggio alle ore 14:57
    I baffi di Dalì

    Le dieci e dieci, il tempo
    dice di antenne volte a voler suo
    portatore di maniacali scienze
    l’allele dominante detta
    segniche lingue.
    La linea della vita guarda al cielo
    ritta da entrambi i baffi -becchi
    di cera stanno all’azzurrità come
    dei canapini nei fuscelli
    in cerca di una bacca che li appaghi,
    sul lago pittano
    la (in)finitezza di orologi
    dalla memoria qui squagliata.
    La replica da istanti rotti.
    Uccise convenzioni, arridono
    all’aldilà o all’apice
    del qui et nunc, schianto divino,
    macchiato d’erba e limo.

     
  • 10 maggio alle ore 9:41
    Haiku festa della mamma

    in questo maggio
    lei ancora non verrà -
    rosa in cristallo

     
  • 25 aprile alle ore 23:50
    "A" di accostare aprile

    che oggi l’argine sia
    lunga finestra che si sposta
    questo continuo perno
    tradisce giochi d’angoli
    dentro l’aprile dalla durata stanca
    come certe domeniche di scarto,
    fredde di viali.
    più dentro, cime aguzze si sdoppiano
    e senza un valico
    la pietra viva che ci unisce
    vene sul fondo di scarpate
    attraverso loro.

     
  • 22 aprile alle ore 23:50
    Alle ore senza giorni

    Una comparsa
    che non svela chi siamo
    occhi simili a giunchi
    sul greto nero
    dov’è inchiodata la luna
    e l’incantesimo strano,
    nicchie di fuochi alle finestre.
    come in qualche leggenda
    la cosa dispersa
    l’hanno messa in un periscopio 
    e impazza con fame d’aria.

     
  • 21 aprile alle ore 14:54
    Frame

    Poi da una riva
    aspettare - sulle dita
    disfacimento d’insoluti. 
    La voce dell'acqua
    risale per quanto lontana
    parole nostre  - una sabbia scolpita
    e il più niente di quelli innocui
    così come una stasi indovina.

     
  • 20 aprile alle ore 21:11
    A zio G.

    Ti vedo nell’istante
    che non parla,
    ieri davi la mano
    a una sorella più vecchia,
    non pensavi di camminare
    avanti in coltri di distanze
     
    non capivi che insieme
    non si può respirare?
    solo la cenere
    è immune a tutto.

     
  • 14 aprile alle ore 10:41
    Dire di perle oniriche

    E i gesti
    pesano il tempo
    uscendo da se stessi,
    gli specchi mandano
    miti balletti tra le stanze
    una nell’altra - l’ultima
    è uno sfuocato plesso.

    Esausta
    l’ombra di ieri
    intorno alla routine
    fa staccionate
    e chiodi di silenzio,
    ma il desiderio
    di volteggianti magici
    ha il suo museo - e dire
    di perle oniriche
    è poco.

     
  • 10 aprile alle ore 23:57
    L'albero delle rose

    l'albero delle rose si spinge
    a cercare il cane oltre il recinto.
    il cane in fissità ducale
    gli fa festa, piano agita la coda.
    ha sempre pensato che
    con tante chiacchiere
    fossimo un di più.

     
  • 09 aprile alle ore 10:59
    Alla finestra di Bonnard

    tutte le orme
    in mise en abyme
    prose di giardini.
    traslate gocce,
    fiumi, oceani.

     
  • 07 aprile alle ore 11:30
    Tropismi a mezza luce

    angoli di veglia
    nei monologhi
    tratti gli specchi
    e il loro andare
    tra orti di profumi

     
  • 31 marzo alle ore 9:16
    Ventiduesimo giorno

    pianto nei vasi le potature del vento
    inattese: il profumo non ha una sola casa.
    insolito, è polvere d'ossa e
    ciliegi e noccioli immaturi,
    è il giardino zen dietro la rete,
    un segnatempo di nuvole
    nelle corde dei soprani.

     
  • 30 marzo alle ore 11:33
    2 haiku sull'attesa

    si inoltra a sera
    l’attesa - e porge il fianco
    la solitudine

    la stanza vuota-
    anche in un piatto lucido
    entra la luna

    (ispirati a "L'attesa", Felice Casorati, 1919)

     
  • 25 marzo alle ore 10:47
    Giardino di marzo

    Delle formiche
    attratte dal calore
    nere come la terra
    di notti apolidi
    monadi di certezze
    vedo senza paure, 
    mentre la febbre
    dalla ferita gioia
    esonda. La natura
    non fugge privazioni
    intanto crea
    e ripara, obbedisce
    alla linfa che sale
    e prega il sole,
    è il ramo abbottonato
    che gode del fiorire
    se tutti gli altri sono vivi.
     

     
  • 21 marzo alle ore 18:00
    Sotto i platani

    Sono passata sotto i platani
    coi rami torti
    e le tue mani d’ombra.
    Una capriola l’aria
    inquieta
    scordandosi di tutto,
    il viso l’ho lasciato lì
    come finestra
    di sete attesa  
    e spire di profumi
    nudi.

     
  • 15 marzo alle ore 23:29
    Sorriso da una mascherina

    Ci siamo scambiate un sorriso
    lei portava la mascherina
    ma io l’ho visto
    si diffondeva  
    in silenziose libellule.
    Poi un rintrono
    attenti non è che l’inizio
    vi scansino lembi di sensi,
    un salmo
    da sapere a memoria
    in camere chiuse fino al midollo.
    Corpi irreali, camminiamo 
    per allontanare la strada
    sigillare l’orecchio
    a un aereo che taglia il cielo  
    e sembra venire da dentro.
     

     
  • 09 marzo alle ore 7:23
    Continua ad accadere

    Ma quanti cieli esistono
    quanti colori
    passare e non fermarsi
    poesie fortificate tra le dita.
    A quanti cieli le distanze
    non paiono che gocce e l’aria
    continua ad accadere
    vivida e muta ꟷ a bordi di finestre
    respira sul mio viso
    da una mimosa
    e l’ombra acerba e tenera
    data all’amore, una perfetta anca
    incide il vuoto. Il vuoto non esiste.

     
  • 08 marzo alle ore 9:22
    Ho baciato un'amica

    Parabole sui tetti, cena, pochi
    quelli che in giro si attardano
    feriti a vuoto
    coi baveri alla bocca,
    i rododendri volti
    verso divinità improbabili
    con i bottoni pronti ai fiori
    il marzo che vorremmo
    primavera live.
    Ho baciato un’amica
    e non so se mi riconosce
    la pelle, 
    ora che le distanze gocciano
    riverberi di nostalgia
    dentro uno sciame estraneo
    ci ritagliamo selve di profumi
    da tenere negli argini
    con il terrore di apnee
    e sospiri a mezz’aria.
    Con avvicinamenti
    retti solo dagli occhi
    e il desiderio di gravitare alti
    guardare come un film la folla
    all’ora del vento disperdersi
    in qualche fessura, col poco possibile
    e utopie, soprattutto magnifiche.
     
     

     
  • 03 marzo alle ore 22:16
    Febbre di neve

    Febbre di neve,
    in bufere di giorni mai avuti
    siamo condensa al vetro opaco
    predestinato inverno
    siamo odore di tracce dove
    anche il corpo si regge rampicante.
     
    Empirei,
    empirei d’istanti da non colmarsi
    siamo pelle che s’interseca e trema
    un occhiello di rosa
    nel bruno insano che sciupa la notte.

     
  • 25 febbraio alle ore 17:58
    Piano le gocce e noi

    Piove così sottile
    molto in silenzio
    piove di sole spento
    piove perché
    anche il grigio parla una lingua
    e sporca le rose
     
    Piovono sassi sul fogliame
    una cenere nuova fa distanza
    È marcia la terra
    spariscono orme
    di quando si aspetta un raggio
    un bagliore un fuoco
    un “quanto mi scaldi”

    un come
    vaporizzato
    dalla meccanica dei fluidi
    così che va
    tutto ciò che abbiamo
    che siamo
    -e ora come stai?-
    dalla terra in su
     
     

     
  • 22 febbraio alle ore 21:30
    Hai voglia che sia pura

    Hai salvato qualcosa
    dall’altra parte del mattino?
    fuggito via da un pozzo vuoto
    di desideri
    con una lama scintillante
    - il tuo sole malato -
    hai sgozzato l’amianto
    e grandi scheletri di ruggine
    disseppellito plastiche
    ed epistemi ambigui
    -e quanta melma
    sotto uno scialle finto verde.
    Il tuo ludo terreno
    di sanguinanti rovi
    ti celebra da tuniche bruciate.
    Terrore d’esser vivo all’argine
    di salme e voli bassi,
    hai voglia che sia pura questa fine
    ancora un giorno per gettare il seme
    l’ottavo giorno, di astragali
    sui sassi neri del tuo passo.

     
  • 20 febbraio alle ore 23:50
    Certe discese e risalite

    Tanto nella vertigine
    ci siamo caduti

    e non nascondo ch’è stato pauroso
    il sollevare ali nello zolfo,
    immenso il blu nel paracadute
    di baci al fruttosio puro

    nel sottosopra da non dire
    se ci siamo allacciati con giudizio
    o s’è affidato a un fil di ragno
    quest’oncia di sussulti
    che l’aria non afferra e regredisce
    in un buco maestoso

    fino alla luce quando viene improvvisa
    rivelazione ch’eravamo in cerca
    dell’essenza

     

     
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  • 15 agosto 2019 alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.