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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • mercoledì alle ore 13:00
    Al Dies Illa

    Quattro i minuti, quattro vite
    le volte fino a che 
     
    il coro castiga oracoli
    recide rami, tronca di netto
    trascina gli arti, libera
    danze di pietre
     
    montagne di umori brillano
    in fondo alle comete,
    siepi di biancospini
    spine di neve
    vestono cimiteri a valle
     
    nebbie emerse in eterno
    da radici estinte,
    notti di madri sveglie
    quando i bambini dormono
    con le paure cucite nei pupazzi
     

     
  • martedì alle ore 10:39
    Frapponiamo bisbigli

    La durata di un dettaglio,
    acque
    stendono un tappeto bianco
     
    asimmetrie di onde, orizzonti multipli
    sabbie si smuovono
    piccole slavine d’incoerenza
     
    la luce è bassa,
    è tempo di sdraiarsi
    su rotte che non s’incontreranno
    almeno in questo mondo
     
    si soffia la brezza-pensiero
    come si può inventare dietro un vetro gentile:
    ombre e corpi
    uniti per sempre
    l’inizio
    che riflette la fine
     
    frapponiamo bisbigli
    tra il giorno prima e l’oggi disperso
     
    i nostri cuori non conoscono il macero
    ma vie di ritorno
     
    vie

     
  • lunedì alle ore 8:31
    Ci siamo chiesti

    Ci siamo chiesti la nitidezza 
    di gabbiani diurni, la mitezza di porte 
    arse alla sorte del sale

    se l’impluvio siderale di rive 
    raschia inchiostri in ogive, si spengono
    mappe, rinvengono e mute al riflesso. E i gesti?

     
  • domenica alle ore 16:03
    Indosabile

    Il groppo teso delle nuvole
    m’accompagna
    poi recede nella bussola di baci.
    A raccoglierli, si trascinano in insonnia.
    Sono gocce: una e quante
    e poche -polverizzati sorsi-
    I mesi caldi i mesi freddi,
    tutto addosso.
    Le tre di notte nelle foglie appese
    in sintassi di membrane
    in casa cieca
    alle tre di notte correre
    perché sia presto giorno
    perché s’impasti la memoria
    al più vicino acronimo
    gridato piano, riaffiorante.
    Vorrei tastare nella luce questo amore
    innaffiare il fiore.

     

     
  • venerdì alle ore 9:28
    Fossimo stati alberi

    Tutto ci viene dato
    come dentro un’immagine
    appena appena socchiusa,
    perfino le voci s’impastano ai soffioni
    gravide esposte appese alle albe
    con una lena estrema, di Foucault.
    Fossimo stati alberi, in una legge antica
    ad insegnarci come si sta
    a cielo aperto di ogni tempo
    immarcescibili,
    l’annodarsi alla luce
    e alle sue linee mosse
    nonostante i fumi degli ossidi
    dissolvenze ferite memorie.
    Senza permesso esserci
    frutti accordati al sapore
    di polpa mitologica e non scienza.
    Tutt’un segreto -radice d’aria,
    un fruscio di sentieri
    dove anche il più bel furore
    si scioglie in humus.

     
  • giovedì alle ore 20:24
    Cifre incancellabili

    Le piccole cose le iniziali
    cifre incancellabili
    tatuaggi della carne
    le diciamo sottovoce
    le fissiamo in dormiveglia col sudore
    sulla faccia incorrotta delle soglie.
    Cogliere, cogliere
    cubiti di sguardi andati a sciogliersi
    nella stanza delle albe al fuoco puro  
    dove l’aria ci attraversa
    come una mancanza
    non come un vuoto e il gesto
    migliore per fermarla
    è un muro bianco, la sintonia
    con la tua fronte
    dell’anima del chiodo. Quanto?
    se un’arrendevolezza apre la calce
    vuoi nascondere l’acqua ma la quiete
    prende via le radici, sono sabbia,
    si volge a te come il vicino
    a un’ora che si spezza
    ti chiede un po’ di zucchero
    e in cambio ti offre il piatto
    di un arcano dolore, sussurra
    un grazie -di essermi fedele. 
     

     
  • 17 aprile alle ore 21:31
    A Notre-Dame (tanka)

    sta muto il coro-
    nere spire i gargoyles
    echi di fiamma

    spina di sotterranei
    rifiorirà la flèche 

     
  • 16 aprile alle ore 19:34
    Perduti e prossimi

    A uno a uno in fila
    ogni mattina
    svolta, pensilina
    c’è un ordine a tenere ferme
    le tormente, pieni di valeriana
    e integratori, carichi di costanza
    e umori da tenere alti.
    Non passa
    una premura per le soglie
    l’aria dolce l’aria salata
    corrono via nei viali
    e noi chiusi in rigide spallette
    saliamo cedue rampe di pietà
    echi, flash che a sfiorarci
    è tutta l’anima smembrata
    un po’ illesa un po’
    dove s’addensa la nebbia
    e le tregue, le tregue
    quando arrivano
    con la pace selvaggia
    gettano iperboli e ossigeno.
    Loro forse sanno
    che abbiamo un filo al polso
    che siamo sempre prossimi
    a tornare.

     
  • 14 aprile alle ore 9:25
    Bus 57

    Quante accidentali vicinanze
    non ci hanno riconosciuti

    quanti sguardi diretti
    irretiti da un "come stai" di provincia

    Quante volte ci siamo pronunciati
    un accidenti - l'autobus, quello
    di sei minuti prima

    - manda un semaforo verde -

    sei, solo sei sospiri incarniti
    dalla fermata intermedia

     
  • 12 aprile alle ore 20:09
    Conservazione

    I baci sulle soglie
    necessità di conservazione

    La materia
    è fibra volatile

     
  • 10 aprile alle ore 17:43
    Da ceste di mistral

    Punte di miele
    spuntano dalla terra
    ceste di mistral vanno a raccogliere
    sospiri a vela salendo per i colli
    Nuvolanti odori, cirri posatoi
    per uccellini mossi e trilli;
    bocche merlate
    narrano la stessa fiaba
    colorata
    Storditi Sensi
    -quanto piace alla dea Morfina
    questo lemma!
     
    Gemma la fantasia, apre sorgenti;
    senza corolle sulla carta Escher
    eppure l’ha copiata
    una (sua) primavera
    in bianco e nero

     
  • 09 aprile alle ore 21:24
    Di me, quel silenzio che non sento

    Sto muta per contrasto
    nessuno grida, ma 
    si strappa l’oscurità

    tiepidamente urgenza 
    nel rovistare le abitudini:
    crema da notte e piedi scalzi,
    emozioni liofilizzate
    nel cuore sottovuoto

    Mi coltivo come un ritorno
    sotto i pori serrati

    spingono, argini 
    di odorose tempeste 
    nel taglio assoluto degli occhi
    cresciuti dentro

     
  • 08 aprile alle ore 21:38
    Già quando ridi

    Ora ti sono da carezza
    e perline sugli occhi
    a dire mattino, è piccolo
    il dire spazio ma so dove tieni
    le vocali che incendi:
    una mitosi tenera di lingua,
    del disegno uscito dalla mina.
    Ora sui tuoi capelli
    volantini biondi di nuvole
    aspetto, il canto della semina
    che sia onda del grano
    il principiare lesto
    insieme al passo al saltellare
    al verso del vociare
    un brio di rima
    che dà l’accento
    e chiama e ride.

     
  • 07 aprile alle ore 19:43
    (little) mystic dream

    Armonia sconosciuta
    in schegge di voci 
    - lamenti -

    un riflesso dal nulla futuro
    strascica nelle polveri, il cosmo 

    gocce alle chiome, fusioni profonde

    tutti gli occhi del mondo
    ritornano 
    come pugnali di luce

    Pare grandiosa 
    la fine 
    di un nuovo inizio

     
  • 06 aprile alle ore 16:26
    Neverland -dov'è?

    Un altro luogo
    un altro nulla
    E così
    sanguisughe di tramonti
    si son riempite le viscere
    Neverland è ora
    sotto un manto di frutti idioti
    e un assedio di manguste
    rosicchia le storie che ci hanno raccontato
    -pugni contro ganci, bulloni a terra-
    Ingrassate, cloni ammaestrati!
    Il coccodrillo era un buon demone
    fra le bestie
    in vena di estinzione

     

     
  • 05 aprile alle ore 15:54
    Più giri, groviglio

    Si parlano
    tra loro
    le parole mai dette
    accavallate rimescolate
    rimesse in fila
     
    casuali
     
    mai più le stesse
    non suono univoco
    tirate a singhiozzi nei meandri
     
    rimosse, rinnegate
    annegate
     
    Tutto, intorno
    fa un estraneo rumore
     
    sola, una sillaba
    superstite
    raschia il silenzio
     
     
     

     
  • 02 aprile alle ore 21:46
    A ben vedere tu galleggi

    Che forma avrà il tuo pensiero?
    Un sasso adagiato, un varco ombelicale
    una scatola nera, una vela?
    che importa quel che i manuali dicono
    se penso ad ali con radici al cuore
    e un fantasma buono spazzare via
    dall’aria ottundimenti.
    E tu galleggi, peso nobile
    sulle nostre teste precise
    per cui disperi,
    dai tuoi disegni diurni
    piegati al buio
    come fanciulli zitti, castigati.
    Eco dolce e terribile
    la tua parola pura
    alla strada, ai telefoni
    a chi ha saltato il fosso
    se questo mai bastasse
    a pensarlo, l’ultimo gelo
    più simile a uno scioglimento.
     

    (in occasione della giornata della consapevolezza dell'autismo)
     

     
  • 01 aprile alle ore 18:43
    Aprile (due haiku in acrostico)

    Abito fresco
    Per le tue dita-nuvola
    Roseto e tulle

    Intingo azzurri
    La tua iride ispira
    Ebbrezze in pollini

     
  • 30 marzo alle ore 20:07
    La Danae

    Un rantolo, io sono
    di terra accarezzata dalla furia.
    Godo del solo abisso
    dove intero ho lanciato il mio corpo.
    Ti chiamo le notti
    mio cielo gonfio, trascorri
    oltre il bianco del ventre.
    Da tutti i papaveri schiusi
    sussulto pena e piacere
    di materia plasmata
    sbattuta, annullata.
    Sei conforto di pioggia
    all’anfora dell’inguine
    come sulla divina
    umana Danae, incorniciata
    al fianco del mio letto.
     

     
  • 29 marzo alle ore 17:29
    Tutta una vita testarda

    La vita continua, multiforme,
    anche se ci hanno tagliato
    le Vitamine
     
    piove, e dentro anche più
    dacché gli specchi sono rotti;
    la fede, abbi fede nei desideri,
    nonostante
     
    Crepe, come percorsi alternativi
     
    un’Era profonda
    come il ritmo del mare
    nel disegno audace di un bambino

     
  • 27 marzo alle ore 15:07
    L’aria si volge a inverno

    L’aria si volge a inverno
    basse le cupole
    lui rimane lui va
    si vede aprire il varco
    -quale? quale lo spazio
    di seta buia
    dove lui scivola
    trattenuto respiro
    e silenzio. In un lago
    di abisso, inviolabile arcano.
    Una pace. Il flutto sai
    l’ha voluto per mano, limpido
    e solo, come discendesse a te
    a tutto il bene, una tinta di neve
    che all’universo implode  
    e ritorna, dolcezza.

     
  • 25 marzo alle ore 21:40
    Che tempo è

    Che tempo è
    la tua esistenza?
    Questo cemento,
    aloni che circondano.
    Storia in bagliori ed echi a notte. 
    Qui tutto pare pulsazione
    giorno su giorno, e
    in realtà pulsa
    sia che le mani ghiaccino
    o compulse
    rapiscano tue porte
    e rampe da risalire il limes.
    È divisa la terra
    in guadi, circoscrizioni.

     
  • 24 marzo alle ore 8:41
    Un nido di vespe nell'orologio

    Un nido di vespe nell’orologio
    mi sembra la base su un pianetino
     
    che ci osserva. Ramon ha sbadigliato
    trenta volte in un’ora
     
    e alla radio danno notizie
    ripetitive, poi e poi
     
    errori come ciliege mature
    venute giù dall’albero.
     
    Le città hanno piani di evacuazione
    e finestre egocentriche
     
    c’è chi ostenta il nulla e chi senza nome
    sta la notte in un guscio di cartone.
     
    Sul mare hanno piantato
    bandiere contro l’illusione
     
    e intanto il rosso dei papaveri
    palpita strenuo, forse
     
    non sono papaveri ovunque
    forse è il mercato
     
    per la libertà di domani.
    È una sorda impressione
     
    un pulviscolo e poi gli uccelli
    con ali incolpevoli, i bei nidi
     
    in aureole di piombo.
    Per oggi, da un minaccioso caos.
     

     
  • 22 marzo alle ore 11:17
    Amnios

    Notti venate d’azzurro
    e il sonno del cordone, intorno

    Sfumature di un fiato lungo
    fasciate e tiepide 
    di un ordine rarefatto 
    Io e le verità soggettive 
    nel siero di una pancia allargata 
    che m'aspetta nascere 

    Io e le sveglie sorde
    voltate di spalle, in posizione fetale

     
  • 21 marzo alle ore 11:23
    Il bianco che irradia il narciso

    Tu dici
    e un treno corre
    disteso e tiepido
    -è una città su un’ala,
    rispondo. Non c’è il limite
    il limite è solo il bianco tranquillo
    in un giorno reale
    il bianco che irradia il narciso
    primavera del diciannove
    sullo stesso muretto.
    Ma le parole non s’asciugano
    fosse anche il sole un rastrello di tufo
    e lo sguardo di suo
    fa il tempo
    di maniere solo adorabili.
     

     
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  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.