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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • Ieri alle 16:02
    Fumo d'ira (haiku)

    si annera l’iride-
    dal calumet dell’ira
    il sole è perso

     
  • domenica alle ore 14:52
    Di foreste

    Mattino pomeriggio e sera
    notte mattina e pomeriggio
    sera notte e mattina
    -cicli e geografie
    posture, intrecci
    piume e coltelli.
    I vetri che lasciano passare.
    Sottrai l’aria e cammini
    (cammini qui)
    salita lunare dal peso dolcissimo
    qui è la costa messa a guardia
    pietra di tripudi
    qui è ossigeno e sabbia
    il sudore della nuvola che arde.
    Mattina pomeriggio e sera
    -il dì e la notte
    questo amore di foreste
    che si agita con o senza foglie.  
     

     
  • giovedì alle ore 20:05
    Distanza azzurra

    Il tempo adescato dalle nebbie
    il tempo diradato
    la dispersione delle dita
    la distanza azzurra
    Lampade intermittenti
    di attese e di paure
    Graffi sulle notti
    per lo sguardo poeta
    che dal sonno racconta
    di chissà quali eroi,
    di soffici fantasmi che passeggiano
    su treni di ritorno
    con primavere ai finestrini
    e timbri d'amore sui biglietti

     
  • mercoledì alle ore 0:23
    Nei giardini glabri

    La luce ci ha legato
    più volte
    le venature
    di pelle nuda
    sui vetri specchi
    alle finestre.

    Spiando
    il balletto delle forme,
    moltiplicandolo
    nei giardini glabri
    dell’inverno.

     
  • 10 febbraio alle ore 20:42
    Scale in tremiti

    Un sussulto per trattenere
    il vento
    uno per liberarlo
    Il chiostro del petto
    contiene scale di tremiti
    fino al confine dei baci
    dove un insetto brillante
    sta fabbricando 
    il suo miele migliore

     
  • 09 febbraio alle ore 10:04
    Così dentro (stanze indifese)

    Boccaglio d’anice la prossima scoperta
    di spezie mi arrampichi -all’unisono
    aspiriamo questo fumo lieve, perdita d’identità
     
    così è la chiave per entrare nel giro chiuso
    della porta, quando si espone al massimo
    la stanza indifesa, la schiena pronta
    alla fionda improvvisa -senza dirlo
     
    non sappiamo lo sballo: se piomba dall’alto
    o è il segreto dell’acqua -acqua di falce
    di dialogo sillabico, orbitale elettrico
    il pari finire ascensionale -si continua, crisma
     
    in un adesso si chiude il fianco agli orologi
    -che non si segni, il passo che allontana
     

     
  • 05 febbraio alle ore 22:04
    Stretta luce

    Germoglia 
    dal velo della notte
    la nostra vita
    Si infuoca l'alba
    la bocca canta alle costellazioni
    La Terra gira nel cuore
    come un'arancia rossa
    nella densa scatola del buio
    Tutto intero ti ho visto 
    feritoia della luce
    spina perfetta
    negli angoli della mia carne
    rarefatta

     
  • 02 febbraio alle ore 11:03
    Risuona un blues (a Cesare Pavese)

    Corre la morte 
    ferma la morte
    usa la morte, ama la morte 
    insonne blues che a morte avvolge.
    Il male cominciò con me seduto/sul sofà *
    il male più profondo
    il male (l’innocente),
    un Last Blues, to be read some day **
    sotto costellazioni nostre
    spezzato di passato, soffio
    di fuoco nella ruota -che cambiano gli attori
    gli inizi, le destinazioni 
    e uguale la dolcezza vibra. 
    È un sax dopo il finire del fragore
    rauca mia solitudine 
    che sale per le Langhe morbide
    voce scoperta 
    come follia nell’essere se stessa
    implora carezze e sa 
    del non ritorno, se il cielo infine pesa
    e scioglie il grido. 
    _____________________

    * Da “Il blues dei blues” in Ciau Masino, Cesare Pavese (1932)
    ** Last Blues, to be read some day, titolo dell’ultima poesia di Pavese (1950)

     
  • 30 gennaio alle ore 19:42
    A un angelo pallido

    Spiritello senza peso
    oggi ti guardo da lontano:
    eri esile delicato e pallido…
    una luna timida quasi malata
    dalla voce di melassa
    e liquidi occhi affogati nell’anima.
     
    Mi chiedevo se la luna può
    mai essere maschio
    e poco mi sfioravano le tempeste
    che ti costruivano la scorza.
    Ma i corpi celesti
    hanno forse un sesso?
    la risposta si nascondeva
    dietro sorrisi malfatti
    e il senso di te scivolava
    nel pozzo dell’indifferenza.
     
    Oggi io t’ho compreso…
    il tuo errare così estraneo
    così scomposto
    cercava una sponda dove abitare
    e lo stesso sole che riscalda gli altri…
    quelli che sono forti
    quelli che sono uguali.

     
  • 28 gennaio alle ore 15:11
    La valigia

    Sta, piccolo
    nella valigia
    al buio dei lamenti.
    Laghi le palpebre
    si svuotano delle carezze avute
    e bambino
    culla non più cullato
    la paura a digiuno, ampia
    cento volte la gabbia al cuore.
    Bussano, cercano
    un segno di bambino
    riverbero al legno
    ma la cura si aggrava
    di voci contro
    di rabbia 
    annuncio di abitacoli.

    Ispirata al film Nackt unter Wölfen (2015), regia Philipp Kadelbach 
     

     
  • 27 gennaio alle ore 10:09
    Capolinea

    Al museo si mostrano resti
    rubati a vite in corso,
    la disumanità  
    in collezioni spaventose.
     
    Protesi non più attive,
    capelli esanimi
    un tempo carezze ai visi,
    scarpe senza compagne
    e più misure bambine.
    Gli ingressi ai forni, voci annerite
    non evase in tempo nel futuro.
     
    Il capolinea
    tutti obbligò a scendere, come
    se si potesse perdere
    una coincidenza.

     
  • 25 gennaio alle ore 23:15
    Se questi sono uomini

    volano ceneri-
    anche i sogni si bruciano
    per albe assenti

    vite spinate-
    nel rossore del vento
    anime libere

    da neve e fango-
    dei fiori color porpora
    rinati altrove

    sguardi di ghiaccio-
    da fiammelle di cielo
    scie immortali

    (4 haiku per il giorno della memoria)

     
  • 24 gennaio alle ore 16:26
    Le due Frida*

    Le due Frida solcate 
    da un solco solo,
    la regina in tehuama
    in unione carnale
    con la creatura del dolore.
    Lei che raccoglie
    la vertebra strappata al cuore,
    luna strappata al sole. 
    È lei a scostare l’unghia 
    d’acciaio che torna rossa
    fessura e goccia 
    dall’occhio in lacrime
    da cicatrice altera
    dall’arte 
    di cacciar via lo scheletro
    quell’ombra lunga 
    di cielo, che pure ha sognato.

    (Ispirata a Árbol de la esperanza, Frida Kahlo 1946)
    * Le due Frida, titolo di un'antecedente opera della pittrice messicana (1939)

     
  • 21 gennaio alle ore 22:13
    È fuori il presente

    È fuori il presente,
    un legno bagnato dalla pioggia
    si gonfia in movimenti millimetrici.
    Il presente vorrebbe stendersi e assopirsi
    come la termite nell'ambra,
    così i miei arti crescono nel freddo
    senza essere arti
    -senza che il vuoto possa
    sottrarli al vuoto dell’assenza-
    batto, li libero dal ghiaccio
    hanno anche il centro di cristallo
    un male sfaccettato
    quanto più è fermo
    cose che appaiono non viste
    il solco necessario del cuscino
    la benda al fiato, e poi domani.
     
     

     
  • 20 gennaio alle ore 11:02
    Riparo in greto d'ombra

    Ci basteremo un altro giorno franti 
    dal nugolo di affanni e l’io solcato
    s’incenserà in riflessi, e pur distanti 
    l’una saprà dell’altra voce il fiato.
     
    Estranei all’oro cupo che snatura
    la levità del tempo, sospirato
    refrain di volo mosso da un’altura 
    su mute crepe tese lato a lato. 
     
    Mosaico agli occhi le ho fermate, chiare 
    molecole in carezze, cartilagini
    sostrato a pose tra parole e cielo  
     
    lievi alla pietra, e ancor sottile un velo
    di sete e acqua -una prassia d’immagini - 
    scivola in greto d’ombra ed è già mare.
     
     
     

     
  • 19 gennaio alle ore 9:25
    Avrò

    avrò un silente grido
    cristallizzato attimo
    al nugolo di sete che dissolvi 
    al punto cieco e sempre
    sempre a sfiancare, tu
    lo spillo in fiore
    e stille che trapassano       
    l’acuto rosa e il viola 
    ceduto nel tremore
     

     
  • 18 gennaio alle ore 16:08
    China di verde (l'Invidia)

    Lento che va il veleno
    v e l e n o  m a g m a  pronto a bollire
    e partorendo buio
    cieco ricresce
    china di verde
    certo, d’infimi toni
    eppur si cela
    sotto la smeraldina cera.
    Ah, se avesse la faccia ardori!
    da pori sortirebbe
    un miele amaro
    a sbrodolare dritto
    al cuore dell’ambito Oggetto.

     
  • 16 gennaio alle ore 23:22
    Gennaio

    Poi ci ha colti alle spalle
    l’inverno
    con l’odore di sabbia
    (o il ricordo di averlo...)
    sotto le suole

    superstiti di altri noi
    abbracciati da un tramonto
    di rive rosse

     
  • 15 gennaio alle ore 13:53
    Arancio e blu

    intarsio d’arancio in blu
    un gioco torna di vuote fontane 
    e a capire che nodo sia 
    questo scolpire
    minuzioso, fine a se stesso

     
  • 14 gennaio alle ore 18:10
    Dov'io l'estremo

    Pianura distesa
    ti sono
    perché mi scivoli
    senza fine a posarti
    dov’io l’estremo,
    quel canto senza parole.
    Un calice d’asola
    a fasciarti dall’orlo,
    e giù una pervinca 
    d’impronte d’acqua
    persa, riversa.

     
  • 13 gennaio alle ore 9:03
    Già lieve il sonno

    Nel freddo immobile
    una vena arrossata si conficca
    come l’occhio selvatico del tempo
    da stanze senza porte.
    Lampo remoto
    la mente fa un volo nel vuoto
    dove no, non è stata
    ancora concepita. Ma sfiorata
    da mano che l’ha accesa  
    notte di nube
    macchia - buco - bagliore
    dove è già lieve il sonno
    al fuoco che vi allaga
    miracolosamente
    abbraccio.
     

     
  • 11 gennaio alle ore 15:28
    Scuro dolce vuoto

    Il mio guardare d’inverno
    goccia nel silenzio,
    nitido il vuoto che fa vita
    senza trama di troppe meraviglie.
    Ora è curvare le vetrate, 
    è la piuma nera sopra il ghiaccio. 
    Se s'impiglia in una buca, 
    muoio.

     
  • 10 gennaio alle ore 17:04
    Svela il bianco

    magnifico
    ardore di neve
    distante dalle gole del buio
    ai miei occhi
    un segreto silenzio
    la rovina e l’incanto
    permeare ogni cosa

     
  • 04 gennaio alle ore 12:34
    Tutto il tempo

    Tutto il tempo che incendia
    soffio nuovo e mai estinto
    averti qui tatuo al mio seno 
    spalancato alle nuvole
    fragile e nudo
    pronto a che tracci 
    altri solchi indelebili.
    Il tempo è 
    avere te vita che penetra 
    che mi sprofonda 
    e raccolgo dal rantolo
    mentre anche il cielo è rosso
    di travaglio e di grida
    di ogni respiro 
    nato divorando le rose.
    Lo sento sempre 
    il profumo che mi scolpisci. 
    È che non ho forma
    se non il calco delle tue mani
    intorno ai fianchi,
    dentro, di taglio.

     
  • 01 gennaio alle ore 23:37
    Sulla Distillerie

    Sulla Distillerie Faucher
    il ballerino a schiena nuda 
    prova un croisé e niente si avvicina
    al senso d’ombra che permane
    in richiami inventati 
    di tigli e nastri al vetro.
    In rue d’Auffrey abbottonata 
    poche ore e un anno 
    si lascia andare giù
    dalle lesene e muti
    i mattoncini si colorano
    di nebbia e vene esangui,
    e abeti quelli spiantati 
    restano a far luce 
    come cuori in subbuglio
    destinati l'uno all’altro a placarsi 
    in un ennesimo momento
    un piccolo ago, verde di eternità.

     
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  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.