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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • venerdì alle ore 18:50
    In direzione ovest

    Qui si innalzò
    il freddo delle distanze, precisa
    mutilazione di pezzi di vita.
    Chilometri  e chilometri
    di sguardi persi,
    si sparava agli slanci, qui
    si abbatteva la libertà
    il pane buono, il viaggio.
    -La donna ha confessato
    ha mangiato zucchero del nemico,
    avrà una nuova identità-
    Viaggi, quanti finiti
    in brevità, col volto raggelato
    dal compagno fratello
    e ogni radice tagliata.
    Ne raccontava la rosa deposta
    sul muro, un’asola rossa di sangue.  
    Quel profumo di morte
    infine ha stremato le guardie
    di novembre -mani traccianti,
    ognuna afferra la sua chiave
    di fuga, scheggia la pietra a presidio
    di terrore e tristizie.
    Si apre la prima breccia,
    tutte le altre frantumano il silenzio.

     
  • 02 novembre alle ore 23:39
    Haiku 2 novembre

    mute corolle-
    fragili apparizioni
    tra gli incensi

     
  • 01 novembre alle ore 9:22
    Dove il padre

    Per chi non abita oggi
    il calore dei tetti
    tuttavia frequenta segrete
    di quando il cuore è rivoltato

    Per te, che tanto presto
    non hai più baciato
    amate chiome, amate guance
    Che dalla lontananza
    dici -non hai scelto
    questo mistero
    dalla forma di specchio
    tra il tuo e il nostro sguardo
    in giù
    ferito a morte
    da pugni di torba
    asciutti, quasi muti

     
  • 18 ottobre alle ore 21:43
    Dune in sorte

    Di orme
    ancora si corrugano le acque
    Brividi, le voci incenerite
    al crocevia di mare e costa

    E quell’incendio dalle lingue estranee
    e lunga acqua e presto terra
    -laggiù dai palmi, terra o amica?

    Acqua, terra, fuoco, uomo
    Aria invocante
    su nomi in sordità di colpa

    E quello, nel gorgo del non suono
    s’è armato di freddo

    tale è stato l’esodo- libertà
    sotto dune di sale

    tale il forte sonno di umani
    in sordina
    di palpebre abbassate

     

     
  • 16 ottobre alle ore 14:10
    Fil rouge

    Impronte
    intrinsecamente legate
    in assenza, presenza, apnee.
    Gioia sull’embrice del suono
    il cristallo che l’aria culla
    a fior di abisso.

     
  • 24 settembre alle ore 14:53
    Innesto

    Così a mezz’ombra
    si fa largo, nitida coesistenza
    di tatto con memoria.
    Goccia il legno rubino
    due punte di dolce allo stabat,
    la mandorla profuma
    nodo del giugulo
    mentre i tetti si spengono
    e dentro: una sola cosa
    creta e seta, la gioia
    in oggetti senzienti
    prolassati polimeri
    traslati in un gesto poi caro
    al risveglio, dalla resina muta.
     

     
  • 07 settembre alle ore 16:05
    Gli anni in bilico

    oggi sono da te, i tanti luoghi
    dove crescevo -li giro attraverso le foto
    attaccate in cucina per avere alla mano
    tu l’appiglio, mentre la chiglia
    prende una tenera curva e sommerge.
    dal  balcone c’è il valico, oggi è tanto vicino
    un palmo per un viaggio e le campanule lassù
    gioielli di roccia in tono col lillà dei tuoi capelli.
    ti arrampicavi
    cerva che non teme dirupi
    e ora vieni incontro su un perno artificiale
    tra mura sicure. sfiori di un tatto leggero
    la guancia, il sorriso che ti lascio
    è anch’esso orma di sponda
    ma solleva -poi dici- da tutta questa Terra
    che scotta.

    (poesia vincitrice di iPoet agosto 2019, Lietocolle casa editrice)

     
  • 02 settembre alle ore 23:54
    Dove si trova il bosco

    Dove si trova il bosco
    che a me saprei, sospeso
    incanto al fiore di una schiusa?
    Dov’è che non esala respiro che mi oscura?
    svanendo in altro in una nuvola
    che non ritorni pioggia a battere
    sul sonno della foglia
    ancora lì posata nel suo sangue.
    Dove si trova il bosco che cammini
    solo? e non ombra o abbaglio
    siano da scudo per una gioia che
    a spire e spire libera
    incavo al seme tra la notte e il muschio.

     
  • 31 agosto alle ore 8:27
    3 haiku di fine agosto

    Va via agosto
    Un guscio di conchiglia
    dentro la mano

    Le ore brevi
    Un clangore di porte
    sui toni azzurri

    Otto di sera
    Un'ombra cade netta
    come un cappello

     
  • 29 agosto alle ore 8:58
    Studenti

    Arrivano allungati
    con i sorrisi in dono
    e chili di entusiasmi
    nelle curve degli occhi.
    Saltellano,
    saltano al collo come grilli.
    E anche quelli schivi,
    stanno creando attimi d'empatia.
    Impagabili!
    Poi, come formiche
    iniziano l'opera di cercare
    chiedere, conservare
    riempire fogli
    mente e cuore.
    Fanno le riserve, per la vita.

     
  • 24 agosto alle ore 16:31
    Gli zigomi

    se fosse vero vedrei darsi
    zigomi a un bacio d'aria
    se fosse, oh! un tatuaggio
    che non si assorbe
    perenne richiamando pori
    e il tutto, e ogni cosa ch'è di me.

     
  • 23 agosto alle ore 17:51
    Spazio arreso l'amarsi

    Funi mai sciolte
    le redini dello spazio arreso,
    distanze di vertigini
    nell’abbraccio cerebrale
     
    Girano nudi gli istinti, dettati
    dal verbo involontario dell’amarsi
    Quale riparo…
     
    tempeste di silenzio
    s’abbattono
    su amanti senza tempo
    che ad altri non saprebbero donare
    la stessa disperazione
     

     
  • 22 agosto alle ore 22:39
    Vivrai

    Per un tempo
    che non conosciamo
    respirerai in me
     
    Vivranno questi versi
    -continuo a dirmi -
     
    e tu
    sarai
    la mia storia

     
  • 18 agosto alle ore 8:32
    Le ore in una stanza

    una stanza tale fatta di ore
    di gente rude e introversa, studiando
    del profilo il vizio fragile e poi
    dagli zigomi riderne
    cercando lo spregio per gli anni
    per una ruga che non riesce
    a stirarsi in felicità.
    nessuno che asciughi la brina
    dei nostri occhi affondati
    anche se un giovane oggi
    forse un creativo
    portava un pistillo di sole
    sul fianco
    odore di pioppi e wisteria.
     

    Ispirata a "Les demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso,1907

     
  • 14 agosto alle ore 7:59
    Ai volatili fiori

    Ai volatili fiori
    il viso alterato del transfert
    cerato profumo a ogni fiuto.
    Le mani, l’innesto.
    Ma io, c’ero?

     
  • 12 agosto alle ore 17:04
    Lungomare rem

    Una lingua di silenzio
    taglia le coltri 
    Sui fianchi
    il libeccio si mescola
    con il ruvido del sale

     
  • 10 agosto alle ore 21:05
    Haiku (notte di San Lorenzo)

    trapassa il velo
    quel desio imprendibile-
    frinir di stella

     
  • 07 agosto alle ore 12:19
    Chiami seta

    Come seta alla luna
    hai tracciato strade
    d’incarnato.
    Con me. Tutta.
    Zigomi
    ciglia
    labbra
    a scalpitare
    durante un sussurro maestoso.
    Metastasi di profumo
    vengono a riempirti
    impastate alle tue polluzioni
    di piume, e piano
    vortici.
    Hai centellinato quel che sono:
    in luci e ombre
    mentre evaporavo
    nel tuo desiderio
    policromo.
    Chiamami ora così forte
    tanto che infine
    apparirò
    migrazione di giunture
    abbandonate a te.
    Disfatti i giorni
    succinti
    nasco qui
    per dono riflesso,
    unità emozionale.
    Nasco a pelle.

     
  • 03 agosto alle ore 10:39
    Aleph della tua penna

    È facile per te scrivere romanzi
    imprimermi nel tempo di piccoli rifugi
    macchiare il silenzio di fiori
    perché ti abbia negli occhi, fino
    al profumo accartocciato
    Aleph della tua penna,
    nel primo rigo inizia l’illusione
    delle porte sull’amore circolare
    largo di cielo, d’alti e bassi
    pieni e vuoti come le quattro stagioni
    Mi disegni mistero
    con pupille di mediterraneo
    guardare te
    scolmarti la sete di conoscenza
    di quanto siamo centro, un punto
    per arrivare all’universo
    Dove si va l’uno dentro l’altro?
    Negli spazi a perdersi, puntando in alto
    Cos’è questa scia che abbranca il fiato?
    Scrivilo
    che siamo stati qui
    sull’ultima pagina, con le immagini vive
    a luci spente

     
  • 01 agosto alle ore 9:25
    Sottocute un tempo celestiale

    Liberare vorrei, un’orma
    d’ossa che odori ancora
    dal peristilio
    di terra rinverdita
    e sottocute un tempo celestiale 
    nettare d’ogni cellula.
    che spreco non ci affligga
    né ristagni sussurro
    alla bocca del sonno
    -la vena irragionevole
    sorda, straborda
    anche all’elice piatta
    del lago. 

     
  • 26 luglio alle ore 8:41
    Sul tavolino c'è il chiaro di luna

    Sto sveglia sulla lontananza
    - è lampante: che poi ritorna 
    al posto che occupava sempre

    qualcosa di speciale 
    qualcosa di normale
    presenza volto odore

    la chiara scrittura del quotidiano
    malauguratamente 
    come palla di carta
    messa a tacere nel cestino

    C’è il poster di cento anni 
    ha la faccia del sole 
    e un sasso da lanciare al mare
    la grande sfida alla gravità
    e subito l’abbraccio, dove
    specchiare gioie di fragili cristalli

    Sono vecchia – ho cento anni
    germogli da poco nati sono legni 
    le braccia hanno lasciato giri di collane

    il collo è un orfano 
    è la gruccia senza camicia

    come sarebbe facile se fossi te
    (darmi la mano quando esci dallo sguardo)

    Poesia edita in "Canti di carta" © Fara Editore 2017

     
  • 23 luglio alle ore 16:10
    Agave

    anni di mare, quanti?
    ossa di giovinezza cariche
    del verde che si arrende,
    le smanie di orizzonti
    cedute all’onda mille volte
    e ancora.
    se dalla pietra l’urlo tace
    il fiore infine svetta,
    mormorazione su vestigi
    da un solitario impeto
    di altezze. una cosa sola
    incorruttibile, col blu.
     

     
  • 22 luglio alle ore 15:21
    Colmarci

    Per tutto il tempo che gireremo
    si potrà notare la luce
    da pianeti remoti
    colmarci.
    L'amore salverà il disamore
    soffierà sulla polvere più scura.
    Griderà la forza
    della rosa dei venti.
     

     
  • 20 luglio alle ore 1:16
    Sapere un fiato

    Sapere un fiato che ci accosta
    denso di accenti e tremiti
    un non luogo

     
  • 19 luglio alle ore 19:06
    Ho immaginato

    spiraglio all’apnea un muro madido.
    prendere gli angoli, negare
    il palpito dell’aria. -cedevolezza, lasciami -
    voglio l’inquietudine che bussi,
    il buio rivolto, che graffi calci infette.
    alla chiave il tempo fermo, è poco.
    se lui porta un labbro di affacci, lì 
    mi attacco.

    quella incolta più di ogni altra
    preme sull’asfalto, sparisce.
    va in un orfanatrofio
    priva dell’altra
    che dentro le moriva
    come saliva e pasto, viscere e buio.

    (In "Versante ripido" n.3   luglio 2019)

     
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  • 15 agosto alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.