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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • Ieri alle 23:32
    Mezze notti

    Sono qui a non vedere
    perdersi mani sugli interruttori
    restiamo apici del verbo
    mentre la sabbia sale al collo
    restiamo appesi a una tela spinata
    ludi dal silenzio, tronchi del vuoto
    deglutire labbra che il buio asciuga.
    Per mezze notti luce d’angoli caldi
    poter essere noi, sorpresi
    tra settimini di calze accatastate
    e viscere che per sempre vorremmo
    prede di un monosillabo,
    corde intorno.

     
  • venerdì alle ore 16:26
    Una linea taglierà il cristallo

    Non so dove
    cammineremo senza gambe
    e dietro la fronte
    l’intenso pensiero
    se avrà vuoto che basti
    a sciogliersi prima del gelo.
    Una linea taglierà il cristallo del chiarore,
    sicuro ci saranno buchi immensi da perdersi.
    Circuendo la notte
    a farne casa, la memoria
    avrà il suo cuscino di asole e polvere
    e quanti sciami, spiccati liberi
    dalle angosce.

    In "Versante ripido" - gennaio 2020

     
  • 20 gennaio alle ore 18:48
    Lo stagno è un altro pullulare

    L’interno degli steli ha desiderio
    di mollica, cura pori invisibili
    origlia dallo stagno vitreo
    dove slittate. C’è un podere, sotto
    di amenti che si appostano
    scalpelletti di istanti
    vicini ai graffi ma più piano
    come asterischi
    e punte di sbadigli.

     
  • 15 gennaio alle ore 22:33
    Effet de lampe

    Gomiti in attesa, composti
    acuminati fino a smerli
    di malva che già muore.
    Zio Husby dall’umore lacero
    come un seno appassito
    assorbe il giallo della lampada
    e la mia lingua impervia, che non dice.
    Da un lato scocca una tosse di assenza
    rumore di sangue.
    E mamma non sorride, conto
    quei denti uno a uno cadere
    nella frugalità del piatto.
    Mamma che non culla più
    né buona né cattiva
    ꟷ aria battuta, sale ꟷ col naso in su
    trafigge una boccata, e se  
    nascondo in gola rosei labbri
    graffio scorze al presagio
    con il coltello a me affidato,
    infine. A lato quel tossire
    sta congegnando una parola.
    A filo di noia
    ribalteranno l’ombra.
     

    Ispirata a “Le Dîner, effet de lampe”, Félix Vallotton 1899

     
  • 09 gennaio alle ore 16:07
    Gemella dal corpo sottile

    Dopo il primo passaggio di stralunati
    e un’altra scia di curiosi con l’espressione
    del nibbio in un’isola gelida e spoglia
    solo il mio corpo al centro
    a terra sotto nuvole schiacciate
    la fotografia come quelle del Faust
    di Sokurov insensata e anamorfica.
    La bocca che bacia il pavé
    una carezza estrema e la palude che ottunde
    la ragione. Ci pensavo dai tempi delle medie
    a quanto può essere sinestetica e ampia
    la stanza dell’annullamento,
    da quando ci rincorrevano i cani
    che nel contesto impersonavano il male.
    E avrebbero perso.
    Una metà del campo è nel buio,
    l’altra mi sopravvive -come le mani di aceto
    che mi lavano i fianchi
    lasciando odore di armadi messi a nuovo.
    Era amorevole il tempo delle madri
    senza condizioni. E nessuno più.
    Ora, è lecito che la finestra sia rimasta
    a guardarmi senz’ali, mi chiedo.
    Poteva concludersi vento e spettinare polveri
    riempire il deserto di nuovi patti di linfa
    intanto porre un limite di catenacci.
    Ma è fatto. La soglia mi fa memoria d’altro
    e sto bene nell’indeterminata bocca del silenzio
    cadenza di novembre
    dal corpo di una gemella sottile
    dove rifugio la parte più bella di me
    tirata per i polsi ma poco ostinata
    a non venire.
     
    In "Versante ripido" - gennaio 2020

     
  • 07 gennaio alle ore 7:28
    Ininterrotti stralci

    e ti rivelo e sempre e tutto
    invasa dallo spazio, e precipizi
    di una poesia fino alla fine

     
  • 06 gennaio alle ore 10:19
    Avvolti silenzi

    Certi silenzi cadono
    come nidi secchi
    calpestati
    lungo il bosco
    senza un raggio
    che penetri
    sull'ombra
    a più dimensioni
     

     
  • 02 gennaio alle ore 15:13
    Amore è incomprensione e incomprensibile

    Il mio non luogo
    è il taglio dello spazio
    sale cemento e boschi
    il tuo pensiero li scavalca
    mi cerca e si riflette nelle gronde
    vivo chiaroveggenze
    ma se raggela
    so bene posso piegarmi i polsi dal rovescio
    nel mio non luogo e mai legarti
    l’amore quindi è incomprensione
    è incomprensibile
    amaro sottoluce
    si lascia nei vialetti calpestati
    polvere agli occhi
    insensatezza del pulire suole
    mentre un singulto fa
    paralisi di gambe.
    L’amore cerca resistenza
    è lingua umida
    scostumata, che non tace
    è un bisticcio ubriaco tra forte e fragile.
    Solita strage, ci si rimpolpa a pezzi.

     
  • 01 gennaio alle ore 12:17
    Quindici e 03

    Ti racconto, di quell’arrivo
    che si annunciava sul binario
    l’emozione che l’attimo non sa dove versare
    la striscia gialla e achtung achtung
    pensavo in tedesco, secco, inelastico.

    Quanta memoria ancora conservare?
    quella di una scarpetta e l’Alt
    e la mia borsa costantemente aperta 
    con un libro -per Lui il rammarico –
    a metà storia.

    -È la deriva l’unica colpevole
    la colpa non ricordo. 
    Magnifico solo il bum bum del petto 
    già via per una strada entusiasmante- 

    Qualche uccello cantava: l’ascolto ancora
    una sorta di strillo malinconico di fine estate. 

    -Il treno sta per toccare il primo abbraccio delle case
    la borsa a rilasciare cose frivole 
    e al centro il libro. Il piede muto, la linea gialla- 

    In "Versante ripido" Gennaio 2020

     
  • 31 dicembre 2019 alle ore 11:14
    In fondo a un anno

    e mi ritrovo sveglia
    con occhi spalancati
    l’ultimo dell’anno parentesi
    alle pareti non ancora chiuse
    le finestre accigliate tra pepli e aria liberty
    fisso le pose cerimoniali del Mackintosh*
    la prima figura dare la schiena alla seguente
    e così via, dove si fermeranno c’è una fontana
    sembra l’altare della fede
    non ho abitudine alla fede ma mi affascina
    la tenacia degli insetti sulle lampade
    pronti a finire in un brillio
    ho tanti bei propositi malgrado
    mani di eclissi sugli azzurri
    spalmo noci di burro sul pane
    mi dico lo spirito si nutre a partire dal corpo
    su per la pelle sagome e bordure il rêve
    di un simbolismo tormentato
    il respiro mormora a se stesso -flocculi- 
    mi assento un po’ per annullare statici
    meravigliarmi, intero il cuore penetrare.

    *Charles Rennie Mackintosh (architetto, designer, arredatore e pittore scozzese)

     
  • 29 dicembre 2019 alle ore 20:52
    Quartina per il tatto

    riconosco il tatto che sfrigola
    dentro me, la strada fa vento
    sulle facce ma per il freddo
    c’è tempo, ora tu penetri mi sazi.
     

     
  • 22 dicembre 2019 alle ore 20:41
    Nord del sole

    Hai visto
    quanto muschio è cresciuto nel nord
    e chi cercava il sole
    ha girato l'ago del vento
    Sulle spiagge
    con le onde tuonanti
    a sbattere la saggezza
    come se il cuore non fosse più
    sua proprietà
     

     
  • 20 dicembre 2019 alle ore 17:22
    Agape

    Presagio
    era
    o fuga contro il tempo
    trovarsi in bocca a un patto
    non pronunciato

    quel darsi e aversi
    dentro un'illusione
    impercettibile

     
  • 19 dicembre 2019 alle ore 7:19
    Circle

    -Saremmo- 
    liberi e pensanti
    fiamme e quiete indotta
    ai sensi grati, ma l'apice
    -dov'è?-
    il plasma non trova fughe
    impuramente
    ci colora le gote
    di ciliege

     
  • 18 dicembre 2019 alle ore 15:30
    Basterebbe

    leggere un capitolo di addii
    tremare col pensiero
    prima e dopo

    chiedere alle statue
    dov'è nascosta la bellezza
    dopo che il muschio l'ha ossidata
     

     
  • 17 dicembre 2019 alle ore 22:33
    Con passi sotterranei

    In metrò le diottrie
    sono sempre meno,
    fondo il corridoio, scuro
    ventre di boa riempito
    di ogni sorta di bestiole
    frullate in bolo
    rapprese
    fino a schiuse sperate.
    Bocche, appendono il sorriso
    a odori di metallo
    opaco e incandescente
    come una lama asciutta
    sopra un fiore.
     
    I mitici lettori bevono
    capitoli, prendendo fiato
    in afoni intervalli.
    Sobbalzano a stridii
    ancora presi in loro coesistenze.
    Altro è
    il flusso d’inerti viaggiatori
    col nemico sul collo
    e ponti immaginari, fughe-  
    senza salvarsi mai.

     
  • 15 dicembre 2019 alle ore 11:10
    Di là in avanti

    Forse di là in avanti
    nuda dormiente,
    non ti avrò nel cuscino
    ad alleggerirmi
    Il legame così per sempre
    sarà già stato
    da spingersi in volata,
    più dentro, ma dove...

    All’apparenza non vedrò
    come ti espandi nel mio angolo;
    sentirò le gambe
    girarsi sui lati liberi
    E le tue lunghe dita
    deriva dei sensi

    chiuderò nei solchi
    che -ferma e smembrata-
    sentirò in nuovo calibro
    più affilato
    di una cruna rotta
     

     
  • 12 dicembre 2019 alle ore 0:08
    Inverno

    Neve
    e beato silenzio di forme sconosciute
    dai lievi calzari e nessuna macchia

    attesa
    fasciata in ceneri bianche
    sui terrazzi si son raffreddate le stelle

    oggi
    che la voce è inquilina d’inverno
    parlo dal grano di luce delle pupille

     
  • 07 dicembre 2019 alle ore 7:46
    Nudo che trascolora

    Morbidi cotiledoni
    che l’umidore avvolge,
    di lentezza sappiamo
    solo le germinali bocche
    e gocce di candelabri molli.
    Nient’altro: minuzie
    come il sale cambiare il suo stato 
    e il nudo che trascolora fuso al tuo
    metà di bruna nespola,
    per rabboccare il nocciolo bruciante.

    Ispirara a Peinture-poème (Bonheur d'aimer ma brune), Joan Miró, 1925

     
  • 06 dicembre 2019 alle ore 20:00
    Lullaby

    La scogliera bianca delle amebe
    odore di vita,
    sulla riva il sonno
     
    Fiato di bambino, marea sul seno
    quando entra ed esce
    da imbuto di latte

     
  • 05 dicembre 2019 alle ore 20:04
    Dicembre in acrostico (haiku e tanka)

    Dune di neve-
    Impellicciato anemone
    Caldìo al seme

    Eburnea notte-
    Mocco il corniolo serba
    Balauste in seno

    Ricolma vena in terra
    Estende alacre il palpito

     
  • 02 dicembre 2019 alle ore 6:59
    Apri brocche

    Di accenti d’uva
    la fame e il calice.
    Anelli e spire ti respiro
    polpa, dell’ombra
    ultimo smerlo.

     
  • 23 novembre 2019 alle ore 10:29
    Le onde e il non ritorno

    L’una accostata all’altra quelle case
    calcinate finestre di alveare
    in affaccio, dalle scale in cimase
    a scivolare minime nel mare.
     
    Da un buco la stregonia alita ai muri
    pura e impudica di ritorni attesi,
    regge la chiave snodo degli scuri
    un tintinnare in viottoli scoscesi
     
    all’ombra ladra, e noi moltiplicati
    per ogni volto ricomparso, assente,
    siamo la riva che non vede il porto
     
    in tumuli d’amore mai risorto.
    Simile a cima pencola la mente 
    rotte le onde in secoli di fiati.
     

    sonetto ABAB, CDCD, EFG, GFE

     
  • 20 novembre 2019 alle ore 14:47
    Dove i fuochi dei pianeti

    Non si può dire, che avesse
    conoscenze.
    Forse erano passaggi
    labirinti muti dove riflettere un buongiorno
    una coincidenza di vedute.
    Più volte sentirsi pronunciare il nome
    dall’anonimato di ombre discorsive.
    Scherzare pure, solo per scherzo
    avendo malinconia da tagliare con una lama.

    L’hanno visto su una bicicletta
    andare incontro all’autunno
    con la barba più chiara e lunga di sempre.
    Forse il vecchio e il cielo erano in sintonia
    esclusiva, nel clima inquieto delle chiese vuote.

    E laggiù in fondo - in apparenza fondo
    c’è da sempre un arenile di perle;
    hanno detto
    si è finalmente disteso
    dove i fuochi dei pianeti, ricominciano.

     

     
  • 18 novembre 2019 alle ore 0:22
    Credo di viaggiare

    Vedo il vapore del cielo
    sui finestrini.
    Appoggiata alla tua bocca
    ricamo gocce di poesia.
    Ho un nodo di rondini
    sul petto.
    Le tue mani d’inchiostro
    sciolgono il mistero.
    I seni amano il vento.

    Questo buio che trema.
    Il bacio è un graffio sedato
    dalla prima rugiada.
    Assaggiami,
    senza finirmi.
    Il corpo è un viaggio continuo,
    i tuoi sospiri randagi
    tornano a me.

     
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  • 15 agosto 2019 alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.