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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • venerdì alle ore 20:19
    Arrivi dono

    Arrivi dono al fiore un impellente
    palpito in chiasmi che sorgente scioglie
    dalla pietra carpita dal sospiro
    venuta al fianco tuo da notte emersa.

     

     
  • 06 novembre alle ore 14:18
    Migrazione

    Luce sulla pelle
    migrazione
    la tua orma, la mia ombra

     
  • 04 novembre alle ore 9:03
    Novembre (acrostico)

    Nella luce fragile
    Ore di incensi accesi si dileguano
    Vibra l’eco della nebbia
    E le nostre forme intorno all’anima
    Mendicano il taglio di una voce
    Bisbigliata da boschi d’abbandono
    Ridestano orizzonti secondari
    E profumi immortali, le foglie assenti

     
  • 03 novembre alle ore 0:43
    Al diradarsi delle foglie

    Sospiri
    al diradarsi delle foglie
    dov’erano corolle e ora
    fattezze d’ombra
    da un cielo ripido dilagano.
     
    È un arruffo di sera
    in mormorio contuso
    ammassa spini in boschi
    di carpino, schiomando il blu
    a rotoli di crepe.

     
  • 02 novembre alle ore 0:29
    Non ti scordar di me

    Fiori su fiori
    coprono il freddo di primavere recise
     
    qualche stagione ci lascia il respiro
     
    cadono lettere senza radici
    -ma il nome non serve a chi sta dormendo
    un’eco torna indietro
    dal puzzle di numeri e foto  
    - il mondo immobile
     
    Lo sciame dei vivi si affolla
    a riesumare giorni finiti;
    qualcuno manca, si dice
    non sia capace di piangere
     
    qualcuno crede che la morte
    renda liberi
    e ha un fiore sul davanzale
    -un fragile “non ti scordar di me”
     

     
  • 31 ottobre alle ore 19:14
    Sinesi

    Quel cielo fluente
    sempre sempre
    obliquo, talvolta
    in sinesi 
    d’aerei che sostano
    poi si rialzano 
    schegge di porfido grigio
    lasciandoci qui
    al rumore del tempo

     
  • 30 ottobre alle ore 23:57
    Nullità

    soli -null'altro
    che sole
    nudità della notte
    (nullità)
    null’altro: fili
    legati a un punto che si sposta
    si arrovella mancante
    di misure finite

     
  • 29 ottobre alle ore 17:59
    Il circo

    una bonaccia di periferia
    suona dai mantici d’autunno
    verdemarcio estuario tutte le foglie
    a frotte sul tendone
    fradicio sgonfio lamentoso
    sulla mollezza degli acrobati
    reclusi
    dai visi di cristalli opachi
    e ancora addosso
    cere di luce gialla
    strette le spalle al freddo
    come il salto nel buio
    nell’occhio della tigre
    che di scarne speranze vive
    e spolpa ossa - mai stata fiera
    di ogni merito (di chi?)

     
  • 28 ottobre alle ore 0:12
    Filari

    tu germinale 
    pergola di braccia 
    tu dell’ombra a grappoli
    di vomere e zolle tu
    fino ai viticci 
    ai cieli dell’estate

     
  • 26 ottobre alle ore 20:09
    In separazione

    La casa è passata ad altre mani, le chiavi nostre sono sotto il tappeto dell’universo per aprire una teca e dentro tu riposi scolpito di gesti antichi e sono sempre e solo le otto di sera quelle dell’imbrunire tra i coltelli del silenzio che recidevano le cordicelle del respiro allentate finalmente da sembrare Calma.

    Tuttora agosto è di un malessere definito soprattutto dopo la seconda decina con il gusto delle foglie ricucite sugli alberi dopo aver tremato di lampi di amarezza e ogni male sembrava cacciato nell’insidia da cui era sorto, quel tremore madido addomesticato da aghi e insediamenti di Morfeo in pochi millilitri lungo la schiena.

    Questo luogo non è agosto, è una traccia precedente, risuona d’istante sfumando e amplificando, di affacci e partenze… e se è possibile che un caro viaggi per sempre e del quotidiano noi cerchiamo la stasi dei suoi abiti rimarginando dolori interstellari, se è possibile questo anniversario di nascita, Sereno Splendore a te, testimone di Echi d’Ombre, l a s s ù nel tuo stare in sospeso in separazione.

     
  • 25 ottobre alle ore 20:07
    Bosco d'autunno (tre haiku)

    un canto d’upupa-
    il sonno della linfa
    sul faggio nero

    le fronde a mucchi- 
    un sibilo randagio
    districa il vento

    la scia di foglie-
    ma quanti telegrammi
    bruciano il tempo

     
  • 25 ottobre alle ore 20:01
    T'aspetta il sole come un cucciolo

    Sta in aria di miceli
    settica lontananza
    di entelechia sgranata 
    -e non sgomento-
    per occhi penzolanti
    dov’è la noia che serra il cubito 
    a bava di lumaca
    e non misura, non contempla
    nemmeno tende a luce 
    ma fermo intorno all’anima
    evade in mille cose che non è.

    Distale al sangue in stato 
    prono, cianosi blu alle nebbie 
    ritrae la presa all’alito
    di primavera. Assente ai fiori,
    che mai si è vista linfa costipata
    così da far radice
    priva dell’urlo a gemma, di un odore
    per il ritorno a spezia.

    Quand’è che esci da te stesso,
    caveau di vene? 
    T’aspetta il sole come un cucciolo 
    che apre le fauci
    d’acredine a rugiada.

     
  • 22 ottobre alle ore 18:27
    Due ore la linea dell'acqua

    E ora, due ore e piove
    è soglia
    scompone e quanto premono
    le cose che si fermano,
    fogli e appunti di giardini
    diari di crochi rinsecchiti.
    Indulgenza al bisogno
    le smagliature all’àncora del giorno
    -non si hanno dita a volte
    che per le quantità
    e in trasparenze fugge l’aria dai rastrelli.
    Al fianco l’oblio in forma corporea
    migrazione scomparsa dentro
    a rigirarsi e non trovare
    -sdoppiato consenso dell’essere
    tra calcine d’autunno 
    e tutti i velluti tagliati addosso.
     
     

     
  • 18 ottobre alle ore 18:51
    Ora lo spazio chiede

    Ora lo spazio chiede incantagione
    per un tuo bacio come foglia d’acero
    che d’autunno divampa e il seno penetra
    ch’è plasma e sete, grido a frantumarsi.

     
  • 13 ottobre alle ore 16:22
    Fotografia dal tempo fermo

    Hanno spostato la nebbia dalle case.
    A guardarsi. Benedetta la grafia di soglie.
     
    Prima il sorriso è nato, o la luce dall’est scava fossette?
     
    Amabilmente si incendiano semi sugli zigomi
    farine sospese a imbiondire il tempo.
    Anche i denti fedeli e pertinenti
    brocche in miniatura.
     

    (ispirata a un celebre scatto di Robert Capa a Barcellona, 1936)

     
  • 10 ottobre alle ore 14:58
    Quartina del fondo del silenzio

    è bello che stiamo in silenzio
    senza che il cuore si asciughi
    scandire il frantume dell’acqua
    investito da un tremito

     
  • 05 ottobre alle ore 19:50
    Da quel nativo verde amore

    Mi vedo sotto questa terra
    seme, al piede sterile di ciechi
    al sole scuro di un inverno
    ansante seme
    ai tanti anni di fiume che si asciuga
    e mormora qualcosa
    di pietre arse.
    Ai davanzali
    piegatisi a rilento sui dirupi
    vi vedo
    case di spine
    prive dell’ombra di una stagione amata
    sapere la povertà d’armi e pani amari
    il mietere di raffiche
    che non rimettono fruscii, nemmeno una
    di foglie da quel nativo verde amore.
    Da oggi vi pianto alberi fino alla fine
    come orma muta di sopravvivenza
    strappata all’acqua dalle sabbie.
    Da oggi in poi un diluvio
    che non si placa ovunque guardi
    davanti al passo
    un altro istante di foresta
    fisionomia di un ventre che si riempie.

    (ispirata a "L'uomo che piantava gli alberi", Jean Giono, 1953)

     
  • 04 ottobre alle ore 0:43
    Irrora calda l'ombra

    La voce tua irrora calda l’ombra
    nel plesso che una sola luce svela
    scende e s’inarca d’attimi un sussurro
    chiodo di umori, ilo a fior di bocca.

     
  • 30 settembre alle ore 11:13
    E solchi nella morsa

    E solchi nella morsa l’aderenza
    spilli di flosculi dove l'artiglio
    apre alla tenebra del fuoco e il guado 
    perla d’arsura - e tu cesura d'acqua.

     
  • 26 settembre alle ore 0:17
    Viso al viso

    Si sveglia diversa a se stessa,
    un forse, il forse esteso le trema.
    La luce ha un angolo inaspettato,
    la brace che cerca freschezza
    per l’altra sé che oscilla
    nel guscio amniotico del nonritorno.
    Ora è una voce, una voce all’orecchio.
    Crede sia dell’altra. È dell’altra.
    Va a vibrare sul labbro
    poi la percorre di taglio, di unione
    -viso al viso, il cuneo
    va a nutrire durezza di pietra
    e anch’essa da un ultimo ritocco
    getta radice e scava gocce
    e vene, in dono.
     

     
  • 24 settembre alle ore 16:53
    Sul piano originale dell'acqua

    In cosa crede
    quell’uomo mentre dalla tasca
    estrae una moneta 
    e la lancia nella fontana?
    Cerca forse
    una collisione di farfalle,
    memorie di smancerie a balzi
    nell’iride?
    Dal velame una selce
    che incendi
    gli effetti personali, una luna
    di giorno che si tenga
    sul vuoto di un lungo binario.
    Con la lieve pendenza
    per guardare lontano
    come fosse ora
    come fosse qui
    come fosse salvo.

     
  • 17 settembre alle ore 18:44
    Vele

    Vele
    non è per niente questo
    a cui pensavo.
    Vele
    non è la sferzata del mare
    l’albatro sull’uomo che costeggia le ombre.
     
    È la topografia di sgomenti
    disegno di un tramonto sul clangore dei nervi
    sull’agguato – abbiamo il coraggio degli aerei?
    Ne passa uno, decolla
    meravigliosamente lontano.
    Le vele e il volo,
    la potenza di una folata
    può lavare la nebbia
    quella obesa che sbarra gli scuri?
     
    Vele, sopra facciate
    e vetri costernati
    poter vedere
    in una fessura almeno una rosa
    selvatica, una spina
    pettinare l’aria che addensa
    e che, in morbide braccia d’autunno,
    non è questo.

    (Ispirata alle Vele di Scampia, enormi palazzi destinati all'edilizia popolare nell’omonimo quartiere di Napoli, alcuni dei quali abbattuti negli scorsi anni. Il nome è derivato dalla particolare forma triangolare, simile a quella di una vela latina).

     
  • 12 settembre alle ore 16:07
    Altura (di un fermo sfiorare)

    Un notturno di echi
    senza rumori, la sagoma alta  
    è più lontana di ogni tempio
    di profondità verticale
    nelle pupille, persa
    come il tempo fittizio
    che non saremo
     
    solo chiome qui in sete d’aria
    invisibili crescono 
    su di noi esseri di nicchia
    con la memoria intatta
    d’indaco e calpestii.

     

     
  • 08 settembre alle ore 20:01
    Ikebana

    Le mani mi porti
    intorno a te, 
    braccio del tronco
    - nodo più forte

    sradicata
    sulle punte sto
    per raggiungerti, 
    l'orlo delle labbra

    fiori spalancati
    ad aspettare l'acqua 
    dalle viscere

    S'intrecciano di blu, licheni
    di gocce in gemmazione

    raggiera d'appartenenza

    un fascio, croce di linfa 
    saliva e vischio
    nel lampo di terra

     
  • 04 settembre alle ore 22:58
    Sto con i mandorli e betulle

    Sto con i mandorli e betulle
    e liane di distanze,
    per pochi giardinieri 
    si apre il seno del lupo
    non c’è raggiro, sono io 
    perso e trovato,
    meraviglia di accordi, le foglie
    che voi non afferrate
    se vogliono, mi affaccio
    di lato al vento
    e tanto giuro di aver visto:
    l’ho vista, più aspra 
    e dolce di un’erba rampicante
    aggirarsi, da gazza spettinata
    intorno al mio pensiero colibrì
    -dio, quanta tenerezza.

    ___
    Ispirata da "Il barone rampante", Italo Calvino

     
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  • 30 luglio alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.