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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • domenica alle ore 8:07
    Mentre resta il fiore d'agave

    Mentre resta sull’acqua
    quel vecchio fiore d’agave
    ho perso l’abitudine
    di contare i flutti e anche i viaggi
     
    e quanti vetri
    lisi dall’aria del domani
    sono ambientati qui, nel giro
    che fanno gli occhi
    da una piccola morte
    e morbidezze imbambolate.
     
    Mai svegliatemi
    da questo nocciolo ispessito
    oscuro di galassie
     
    non ho che due carezze
    di cura autentica
    e sorrisi in ginocchio 
    come uccellini
    nel petto di gennaio.
     

     
  • giovedì alle ore 16:24
    C'è somiglianza al caos

    Perché tu venga
    a prendermi le mani
    farei tracciati e descrizioni
    ma sono fatta di rintocchi
    scomposta
    in sillabe e peccati
    bocca senza lessico
    solstizio che deflagra
    lento, come l’arrendersi del polso
     
    Perché tu venga
    servirebbe la primavera
    sulle dune
    Al tuo soffio m’incurvo,
    le vene della terra
    salgono alle guance
    simili al caos
    quando ruba al cuore
     
    C’è somiglianza
    con il tuo disordine
    Come essere sera
    e poi la stessa
    di pietra lavica e sudore
    mi fai tenebra agli occhi
    tra le scintille delle palpebre
     

     
  • 19 settembre alle ore 19:39
    Sommosso autunno

    È chiara la speranza
    del vento quando macina,
    anima del ritorno
    posa il piede nell’autunno e già
    rossori vagano nei pori
     
    e non si sa spiegare
    una vendemmia poi a seguire
    tipo una mescolanza
    di cirri e fiati, elegie
    d’evento.

     
  • 18 settembre alle ore 3:37
    Floema

    Solo dell’alba ci saremmo avvolti
    risaliti dal tenero floema degli abissi
    come poesia del silenzio: un soffio più forte
    dove schiavi i verbi muoiono
     
    Siamo dentro noi, luoghi ausiliari
    conosciuti in chiarori di frontiera
    Alla curva del giorno sbavature di realtà
    dilagano aspre, ma i cuori dietro i vetri  
    hanno ragione del rimanere intatti
    nelle loro cromie, incise a fuoco  

     
  • 17 settembre alle ore 8:48
    A metà strada

    Il vinile della tua voce mi gracchia al telefono
    qui il vento graffia un’altra stagione e un viaggio dentro
    per chissà quando torniamo
    Era bella l’estate, senza dubbio femmina
    come noi gazze di mare una riva l’altra timone
    Ricordi il ridere facile? come la schiuma
    come l’aria nell’acqua e i piedi in più continenti
     
    Il rumore assordante dell’aereo porta qui il tuo tempo
    l’onda si piega al passato... si ama ancora
    si ride meno, si è più misteriose
    colpite dal senso della roccia e dell’acqua
    che cambia le forme ma non le dimentica
     
    per questo mi vedi immobile qui
    a guardare la tua schiena andar via
     
    Tu cammini da sola
    io ti cammino dentro
    Poi ci diamo appuntamento
    a metà strada

     
  • 16 settembre alle ore 8:09
    Dove scava un'iperbole

    Racchiuso
    nel vano dei sogni
    un viso si assenta.
    Non mi vedi? Sono la notte
    che ristagna nei pugni del silenzio.
     
    Chi mi accompagna? chi mi lascia
    tra questi frammenti di gioia?
     
    Messa a nudo nei giorni di dialoghi incendiati.
    Scesa sul fondo dove scava
    un’iperbole
    il suo letto di terra.

     
  • 15 settembre alle ore 21:25
    Petit-Onze n.1

    Soglia
    d’autunno
    cuore di foglia
    in una lenta metafora
    Abbandono

     
  • 13 settembre alle ore 16:10
    Cedo il nero per rose di sogni

    E cerco un passo breve
    negli echi malinconici dei fossi
    un cosa posso darti
    cerco alla finestra
    in meridiani e attriti -vengo a dirti
    la voglia del gesto che mi sei,
    il fermaglio divelto
    di come ti avvicini.
     
    Cedo il nero
    per rose di sogni -parole
    d’afona voce che s’invola.
    Rimbocco la coperta
    dove i fianchi s’allacciano
    -quegli argini
    tra le efelidi e ceneri di cielo. 
     
    Cerco il segreto del tatto
    lungo i crinali,
    se volessi sfiorarti
    adesso
    la speranza dei corpi
    colmerebbe quelle stanze clessidre
    dove ho l’alba nei piedi
    -un ballo
    sul perno della luce.
     

     
  • 12 settembre alle ore 15:33
    Lato a lato

    Fa’ come se fosse
    casa tua
    questa fortezza
    di pelle e cardini.
    I cancelli e i passi sono uguali,
    non bussare - e muovi il tempo:
    lato a lato, sto.
    Come dire,
    basterebbe l’aria
    per aversi.
    E le mani piene.

     
  • 11 settembre alle ore 14:34
    I figli di Aleppo

    Hanno smesso i sorrisi e anche il pianto
    i bambini di Aleppo.
    Lacrime e sorrisi, per sgorgare
    vogliono case di libertà e pane profumato,
    vogliono giochi di bambole e di speranze
    corse nei prati non violati.
    I figli della guerra
    camminano sui fumi e sulle pietre aride
    quando non vengono traslati oltre la paura.
    Guardano frantumarsi la pace,
    hanno imparato come muoiono i sogni
    insieme ai cari.
    Ai piccoli fratelli lasciati a terra
    con gli arti mancanti e gli occhi
    con l’ultima scintilla che arde vita.
    Hanno perso di vista gli angeli custodi
    hanno visto in cielo un fuoco che non scalda
    e il gelo scendere, cupo e vasto.  
    In tanti hanno disegnato
    resti sventrati, nel non colore.
    Mandano segni,
    stanno aspettando
    sotto le porte della cattività.

     

     

     
  • 10 settembre alle ore 22:52
    Esperide

    Vedo le vele
    da stanze rosse
    mischio parole
    e muschi in sale
    cadono flutti
    di palmi e sete
    spoglie e arse ancora
    faglie di sguardi.
    Il sogno a vie 
    strascica gli orli
    vicina esperide 
    apre la conca
    slanci di gioie
    epilessie
    in nude retine
    di meta e viaggio.
     

     
  • 09 settembre alle ore 15:15
    Il dono dello specchio

    La pietra
    lanciata da mano indolente
    ha sapore di ferro
     
    piovono ceneri
    e poco che trapeli
    occhi negli occhi.

    Colpisce
    un male incalpestabile,
    rimedi appesi come foglie
    e altre culle d’oblio.
     
    Rifugio opaco
    da porte chiuse a più mandate
    -s’è perso
    il dono dello specchio.
     
    Da un’eco sinusale
    c’è solo da aspettare
    una natura che ci annulli
    e poi ci rimodelli
    in un Monet di scie
    e oscillazioni.
    Esili fili d’erba
    a contare i cerchi del vento
    rapiti, dalla stessa
    vita principiante.
     

     
  • 08 settembre alle ore 23:11
    Lontano afelio

    Cammino e schiaccio foglie
    dacché l’afelio
    è brillantezza
    di una visione smemorata.
    Distanze grigiocenere
    a nord del paradiso,
    non interrotte.
    Dolore d’alba a sera.
    Cammino
    gridi di sabbia e tundra
    più volte torno
    a una stasi indovina
    esilio
    accartocciato al centro.
    Sotto la giacca, fitte
    di un’enfasi
    da cui mi stacco
    per il colore, troppo.

     
  • 07 settembre alle ore 14:00
    Verde e azzurro

    Il peso del forse
    si muove a gocce,
    sfiora reminiscenze
    sul filo delle dita
    Verde e azzurro
    oro delle cere
    -ritornano
    e sfumano in luce
    le piogge degli attimi-
    La percezione è un’opera d’arte
    perfetta e delicata
    che si espande
    sulla vita
     

     
  • 06 settembre alle ore 18:24
    L'orma passata dalle dita

    Che le canne mute
    dondolate dal sibilo del freddo
    siano lievi segni mentre cerco
    l’orma passata dalle dita,
    la fissità di un tempo luce 
    sulla strada del risalire incanto
     
    che lo sbraitare delle palme
    rispecchi l’eterno dirsi d’amore
    so, dall'aver profuso labbra nel nudo 
    dei pensieri, in ogni atomo di voce. 

     
  • 05 settembre alle ore 9:44
    Destinazione

    Di questo giorno
    ogni goccia è uno scoglio.
    Tra le cose che sono
    nemmeno il mare
    -imenità vivace-
    sa osare una destinazione.
    La spina che non muore
    trapassa conchiglie, e un principio
    d’estate -ancora tenero.

     
  • 04 settembre alle ore 15:58
    In esito di volo

    Sillabe in esito di volo
    lascio vibrare l'arpa
    la bocca tesse 
    si libera, discreta
    e va ad intendersi 
    con la tua voce
    per trasparenza
    a pelle

     
  • 03 settembre alle ore 7:41
    Dai nostri cuori terreni

    Se esiste
    un silenzio luminoso
    trascorre
    tra sorrisi murati
    e oceani di trasparenze.
    Lo stupore
    è un segno della notte,
    per un ordine segreto
    vi apparteniamo.
    Forse sono stati
    i nostri cuori terreni
    ad ammansire la luna
    polso celeste, che risuona
    di divinazioni.

     
  • 02 settembre alle ore 20:22
    Nascita

    C’è un inguine di tempo
    profondissimo
    dove nasce e prende senso
    l’amore
    S’incrociano fuochi
    contatti d’aria
    Ogni sostanza fa materia a sé
    Si sfaldano principi
    Inizio e fine 
    Come non si respira
    e si respira troppo
    uguale a nessun luogo 
    C’è un indice di purezza
    mai calcolato 
    estremo e nullo il limite,
    l’impudicizia
    S’indovina un punto
    La fusione
    Un pozzo si disegna
    lì negli occhi

     
  • 01 settembre alle ore 13:12
    Settembre (acrostico)

    Si stanano le nuvole
    e in cigli rosei
    tendono vie di vento, come 
    tavole antiche di effemeridi. 
    Entrano in terra i verdi,
    morbidi appigli scavano 
    bordati di frescura- 
    ruotando ancora dolci, luci 
    e altalene di oscurità.

     
  • 31 agosto alle ore 7:58
    Settembre (tre haiku in acrostico)

    sole ai precordi-
    esausto di bagliori
    tinteggia rupi
     
    tesa giù l’ombra
    erosa dall’estate-
    mantice molle
     
    bacche azzurrine
    ridisegnano frutici-
    elisir d’uve

     
  • 30 agosto alle ore 0:13
    Marosi

    Marosi sul filo di lama
    prendono i polsi
    e il deserto dei tendini.
    È uno spaccato, metà viaggio
    metà stasi. Forse dovrò abbracciare
    intere foreste di posidonie
    prima di averti alla curva del fiato.
    Forse non è innaturale che il mare
    sia la nuca e la gola.

     
  • 29 agosto alle ore 9:07
    Da un sussurro degno di luce

    Mi hai lasciato, fiore 
    alla deriva del sole.
    Germoglieremo dalle labbra
    al rinnovato sussurro
    di una stagione antica.

     
  • 28 agosto alle ore 8:08
    La linfa porta sollievo

    Continuo a preparare insalate.
    Non hanno fine i gradienti del verde
    e la fame è un abuso di foglie in miniatura.
     
    Oggi è l’ennesimo aroma di oleandro che mi prende.
     
    Che io mi lasci prendere non è dovuto
    e non è uno scherzo - sacrifico la libertà
    di vomitare il verso delle cose.
     
    Di quali altri bocconi posso nutrirmi?
     
    se questo pasto - dedizione
    è una specie di volo, sopra i sogni. 

     
  • 27 agosto alle ore 13:28
    Da ballatoi alieni

    La stanca estate
    vorrebbe tramontare
    nella noia albescente
    di un deja vu ritorto. 
    Le espressioni sguarnite
    da ballatoi alieni
    incartano la luce
    -lanciano guizzi poveri di vento.
     
    Una musica sorda, va girando le schiene
    verso geminidi di polvere
     
    euforie raggrumite in cocci d’anime
    siamo
     
    dentro spigoli spenti
    con insetti nei pugni
    e ragnatele delle feste
    che inerti ci finiscono
    come gli amori
    in fila, nel passato.

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.