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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • martedì alle ore 9:16
    Ventiduesimo giorno

    pianto nei vasi le potature del vento
    inattese: il profumo non ha una sola casa.
    insolito, è polvere d'ossa e
    ciliegi e noccioli immaturi,
    è il giardino zen dietro la rete,
    un segnatempo di nuvole
    nelle corde dei soprani.

     
  • lunedì alle ore 11:33
    2 haiku sull'attesa

    si inoltra a sera
    l’attesa - e porge il fianco
    la solitudine

    la stanza vuota-
    anche in un piatto lucido
    entra la luna

    (ispirati a "L'attesa", Felice Casorati, 1919)

     
  • 25 marzo alle ore 10:47
    Giardino di marzo

    Delle formiche
    attratte dal calore
    nere come la terra
    di notti apolidi
    monadi di certezze
    vedo senza paure, 
    mentre la febbre
    dalla ferita gioia
    esonda. La natura
    non fugge privazioni
    intanto crea
    e ripara, obbedisce
    alla linfa che sale
    e prega il sole,
    è il ramo abbottonato
    che gode del fiorire
    se tutti gli altri sono vivi.
     

     
  • 21 marzo alle ore 18:00
    Sotto i platani

    Sono passata sotto i platani
    coi rami torti
    e le tue mani d’ombra.
    Una capriola l’aria
    inquieta
    scordandosi di tutto,
    il viso l’ho lasciato lì
    come finestra
    di sete attesa  
    e spire di profumi
    nudi.

     
  • 15 marzo alle ore 23:29
    Sorriso da una mascherina

    Ci siamo scambiate un sorriso
    lei portava la mascherina
    ma io l’ho visto
    si diffondeva  
    in silenziose libellule.
    Poi un rintrono
    attenti non è che l’inizio
    vi scansino lembi di sensi,
    un salmo
    da sapere a memoria
    in camere chiuse fino al midollo.
    Corpi irreali, camminiamo 
    per allontanare la strada
    sigillare l’orecchio
    a un aereo che taglia il cielo  
    e sembra venire da dentro.
     

     
  • 09 marzo alle ore 7:23
    Continua ad accadere

    Ma quanti cieli esistono
    quanti colori
    passare e non fermarsi
    poesie fortificate tra le dita.
    A quanti cieli le distanze
    non paiono che gocce e l’aria
    continua ad accadere
    vivida e muta ꟷ a bordi di finestre
    respira sul mio viso
    da una mimosa
    e l’ombra acerba e tenera
    data all’amore, una perfetta anca
    incide il vuoto. Il vuoto non esiste.

     
  • 08 marzo alle ore 9:22
    Ho baciato un'amica

    Parabole sui tetti, cena, pochi
    quelli che in giro si attardano
    feriti a vuoto
    coi baveri alla bocca,
    i rododendri volti
    verso divinità improbabili
    con i bottoni pronti ai fiori
    il marzo che vorremmo
    primavera live.
    Ho baciato un’amica
    e non so se mi riconosce
    la pelle, 
    ora che le distanze gocciano
    riverberi di nostalgia
    dentro uno sciame estraneo
    ci ritagliamo selve di profumi
    da tenere negli argini
    con il terrore di apnee
    e sospiri a mezz’aria.
    Con avvicinamenti
    retti solo dagli occhi
    e il desiderio di gravitare alti
    guardare come un film la folla
    all’ora del vento disperdersi
    in qualche fessura, col poco possibile
    e utopie, soprattutto magnifiche.
     
     

     
  • 03 marzo alle ore 22:16
    Febbre di neve

    Febbre di neve,
    in bufere di giorni mai avuti
    siamo condensa al vetro opaco
    predestinato inverno
    siamo odore di tracce dove
    anche il corpo si regge rampicante.
     
    Empirei,
    empirei d’istanti da non colmarsi
    siamo pelle che s’interseca e trema
    un occhiello di rosa
    nel bruno insano che sciupa la notte.

     
  • 25 febbraio alle ore 17:58
    Piano le gocce e noi

    Piove così sottile
    molto in silenzio
    piove di sole spento
    piove perché
    anche il grigio parla una lingua
    e sporca le rose
     
    Piovono sassi sul fogliame
    una cenere nuova fa distanza
    È marcia la terra
    spariscono orme
    di quando si aspetta un raggio
    un bagliore un fuoco
    un “quanto mi scaldi”

    un come
    vaporizzato
    dalla meccanica dei fluidi
    così che va
    tutto ciò che abbiamo
    che siamo
    -e ora come stai?-
    dalla terra in su
     
     

     
  • 22 febbraio alle ore 21:30
    Hai voglia che sia pura

    Hai salvato qualcosa
    dall’altra parte del mattino?
    fuggito via da un pozzo vuoto
    di desideri
    con una lama scintillante
    - il tuo sole malato -
    hai sgozzato l’amianto
    e grandi scheletri di ruggine
    disseppellito plastiche
    ed epistemi ambigui
    -e quanta melma
    sotto uno scialle finto verde.
    Il tuo ludo terreno
    di sanguinanti rovi
    ti celebra da tuniche bruciate.
    Terrore d’esser vivo all’argine
    di salme e voli bassi,
    hai voglia che sia pura questa fine
    ancora un giorno per gettare il seme
    l’ottavo giorno, di astragali
    sui sassi neri del tuo passo.

     
  • 20 febbraio alle ore 23:50
    Certe discese e risalite

    Tanto nella vertigine
    ci siamo caduti

    e non nascondo ch’è stato pauroso
    il sollevare ali nello zolfo,
    immenso il blu nel paracadute
    di baci al fruttosio puro

    nel sottosopra da non dire
    se ci siamo allacciati con giudizio
    o s’è affidato a un fil di ragno
    quest’oncia di sussulti
    che l’aria non afferra e regredisce
    in un buco maestoso

    fino alla luce quando viene improvvisa
    rivelazione ch’eravamo in cerca
    dell’essenza

     

     
  • 17 febbraio alle ore 13:10
    Una grazia d'inesistenza

    Pioviggina senza ritorni
    in cerchi di respiro calibrato
    un timore di non riuscire più a scuotere le stelle
    le sento in echi di ematite partorire carboni
    ꟷ ricordo un giorno un matto
    voleva ammazzare lo yin,
    il nero che oggi mi arriva dal fianco giusto
    un dolore mancino dello stagno
    con l’acqua presa a prestito.
     
    Pioviggina una grazia d’inesistenza
    un gelicidio che non sa farsi neve
    ombrose le tue orchidee
    le vedo sorridere in lenta mutazione
    un soffio a bocca chiusa, quante volte cielo
    di sogni assolti dal crederci molto.
     

     
  • 15 febbraio alle ore 19:49
    Estetica per il neurone

    Come se a un tratto divenisse
    patto d‘imitazione
    il canto dello storno dà un Presto
    e poi chiusura in un Rondò.
    Uccelli noti? Note!
    l’ordine dei passeri in fila sulle righe
    coi becchi schiusi e il senso estetico.
    Rubato, carpito da udito desto?
    corpo imprendibile di sfinge
    va in cifra al rebus per il neurone che sfavilla.
    L’ombra persino
    proietta mille briglie 
    -sbriglianti- da un altro mondo. Si allunga
    il piede, curioso senza staccare
    l’altro. E vola su per una stele
    senza più stele: lemmi, e quanti,
    benedetti. Formule e pennellate,
    campiture a colli di bottiglie, a colli
    di cavalli leggeri pegasi
    libere nuvole
    che il vento annette in traversate mistiche
    spine di pioggia, tornano
    radici in relativo caos.
     
    _ _ _ 
    Mozart per circa tre anni tenne uno storno domestico. Si dice che gli avesse insegnato il canto di una certa melodia. Parti del Concerto per pianoforte n. 17, K. 453 in sol, le ha scritto ascoltando l’uccello.

     

     
  • Sei uscita dalla notte
    su scarpe prossime alla neve.
    La polvere accucciata dice
    che siamo inutili
    mentre tu scivoli tra veste e buio
    dove la pace atterra
    senza nessuno
    se non il fuoco del sorriso
    morso da inganni, acuta lastra
    del non perdono a te
    a che non puoi cambiare.
     
    Se il nugolo scrittura e vita
    l’hai seppellito, se
    gonfio di errori è il mondo
    e amori altrui
    contro il destino che s’incrina
    estrema congiunzione
    di grido e pietra
    allora ai tulipani si pieghino le sbarre
    per la tua voce audace da far sgomento
    e l'arco così tenero
    mai dissipato,
    di apparizione al vento.
     

     
  • 02 febbraio alle ore 17:38
    2 febbraio 2016

    Ecco: adesso
    si muove dal silenzio
    il lenzuolo bianco della carta
    io e lui viso e viso
    il raggio del fuoco riscuote emozioni
    scoccata mezzanotte
    di un altro anno che furoreggia
    intimo nel sempre, sole lucido
    Non desidero altro che aggiungerlo alla collana
    tesserci un nuovo fiore del giardino di dio
    scrivere, tra le cose che sono, la più rosea
    non pensare in verticale
    da quando la curva è irrilevante
    e sono io ad aspettarmi con le braccia
    aperte, a filo di leggerezza
     

     
  • 01 febbraio alle ore 17:50
    2 febbraio 2011

    Sono ancora qui
    com'ero ieri e nel lontano 
    millenovecento e tante lune

    Un anno dopo - potrei pensare 
    addirittura che stia crescendo 
    o che mi avvii alla decadenza
    ma nell'immaginario personale
    a me sembro la stessa 
    di tante me stesse già vissute
    per le vie che mi hanno attraversata

    Vista da dentro sono
    l'alba da cui presi il volo
    con l'ego proiettato in grandi imprese

    Meglio così e domani mi farò una ragione
    del monologo semisconclusionato
    regalatomi dall'ennesimo compleanno

    Però che bizzarra idea 
    compiere gli anni
    quando l'opera intera non è compiuta
    potrebbe trattarsi dell'immortalità 
    saremmo banali a festeggiarci ogni anno 

    E il tempo inafferrabile che se ne va,
    m'accorgo adesso che non scorre:
    siamo noi acqua di flussi inquieti
    su un greto immobile,
    e in maree profonde sfoceremo?
    Sarà bene saper nuotare 

     
  • 28 gennaio alle ore 23:32
    Mezze notti

    Sono qui a non vedere
    perdersi mani sugli interruttori
    restiamo apici del verbo
    mentre la sabbia sale al collo
    restiamo appesi a una tela spinata
    ludi dal silenzio, tronchi del vuoto
    deglutire labbra che il buio asciuga.
    Per mezze notti luce d’angoli caldi
    poter essere noi, sorpresi
    tra settimini di calze accatastate
    e viscere che per sempre vorremmo
    prede di un monosillabo,
    corde intorno.

     
  • 24 gennaio alle ore 16:26
    Una linea taglierà il cristallo

    Non so dove
    cammineremo senza gambe
    e dietro la fronte
    l’intenso pensiero
    se avrà vuoto che basti
    a sciogliersi prima del gelo.
    Una linea taglierà il cristallo del chiarore,
    sicuro ci saranno buchi immensi da perdersi.
    Circuendo la notte
    a farne casa, la memoria
    avrà il suo cuscino di asole e polvere
    e quanti sciami, spiccati liberi
    dalle angosce.

    In "Versante ripido" - gennaio 2020

     
  • 20 gennaio alle ore 18:48
    Lo stagno è un altro pullulare

    L’interno degli steli ha desiderio
    di mollica, cura pori invisibili
    origlia dallo stagno vitreo
    dove slittate. C’è un podere, sotto
    di amenti che si appostano
    scalpelletti di istanti
    vicini ai graffi ma più piano
    come asterischi
    e punte di sbadigli.

     
  • 15 gennaio alle ore 22:33
    Effet de lampe

    Gomiti in attesa, composti
    acuminati fino a smerli
    di malva che già muore.
    Zio Husby dall’umore lacero
    come un seno appassito
    assorbe il giallo della lampada
    e la mia lingua impervia, che non dice.
    Da un lato scocca una tosse di assenza
    rumore di sangue.
    E mamma non sorride, conto
    quei denti uno a uno cadere
    nella frugalità del piatto.
    Mamma che non culla più
    né buona né cattiva
    ꟷ aria battuta, sale ꟷ col naso in su
    trafigge una boccata, e se  
    nascondo in gola rosei labbri
    graffio scorze al presagio
    con il coltello a me affidato,
    infine. A lato quel tossire
    sta congegnando una parola.
    A filo di noia
    ribalteranno l’ombra.
     

    Ispirata a “Le Dîner, effet de lampe”, Félix Vallotton 1899

     
  • 09 gennaio alle ore 16:07
    Gemella dal corpo sottile

    Dopo il primo passaggio di stralunati
    e un’altra scia di curiosi con l’espressione
    del nibbio in un’isola gelida e spoglia
    solo il mio corpo al centro
    a terra sotto nuvole schiacciate
    la fotografia come quelle del Faust
    di Sokurov insensata e anamorfica.
    La bocca che bacia il pavé
    una carezza estrema e la palude che ottunde
    la ragione. Ci pensavo dai tempi delle medie
    a quanto può essere sinestetica e ampia
    la stanza dell’annullamento,
    da quando ci rincorrevano i cani
    che nel contesto impersonavano il male.
    E avrebbero perso.
    Una metà del campo è nel buio,
    l’altra mi sopravvive -come le mani di aceto
    che mi lavano i fianchi
    lasciando odore di armadi messi a nuovo.
    Era amorevole il tempo delle madri
    senza condizioni. E nessuno più.
    Ora, è lecito che la finestra sia rimasta
    a guardarmi senz’ali, mi chiedo.
    Poteva concludersi vento e spettinare polveri
    riempire il deserto di nuovi patti di linfa
    intanto porre un limite di catenacci.
    Ma è fatto. La soglia mi fa memoria d’altro
    e sto bene nell’indeterminata bocca del silenzio
    cadenza di novembre
    dal corpo di una gemella sottile
    dove rifugio la parte più bella di me
    tirata per i polsi ma poco ostinata
    a non venire.
     
    In "Versante ripido" - gennaio 2020

     
  • 07 gennaio alle ore 7:28
    Ininterrotti stralci

    e ti rivelo e sempre e tutto
    invasa dallo spazio, e precipizi
    di una poesia fino alla fine

     
  • 06 gennaio alle ore 10:19
    Avvolti silenzi

    Certi silenzi cadono
    come nidi secchi
    calpestati
    lungo il bosco
    senza un raggio
    che penetri
    sull'ombra
    a più dimensioni
     

     
  • 02 gennaio alle ore 15:13
    Amore è incomprensione e incomprensibile

    Il mio non luogo
    è il taglio dello spazio
    sale cemento e boschi
    il tuo pensiero li scavalca
    mi cerca e si riflette nelle gronde
    vivo chiaroveggenze
    ma se raggela
    so bene posso piegarmi i polsi dal rovescio
    nel mio non luogo e mai legarti
    l’amore quindi è incomprensione
    è incomprensibile
    amaro sottoluce
    si lascia nei vialetti calpestati
    polvere agli occhi
    insensatezza del pulire suole
    mentre un singulto fa
    paralisi di gambe.
    L’amore cerca resistenza
    è lingua umida
    scostumata, che non tace
    è un bisticcio ubriaco tra forte e fragile.
    Solita strage, ci si rimpolpa a pezzi.

     
  • 01 gennaio alle ore 12:17
    Quindici e 03

    Ti racconto, di quell’arrivo
    che si annunciava sul binario
    l’emozione che l’attimo non sa dove versare
    la striscia gialla e achtung achtung
    pensavo in tedesco, secco, inelastico.

    Quanta memoria ancora conservare?
    quella di una scarpetta e l’Alt
    e la mia borsa costantemente aperta 
    con un libro -per Lui il rammarico –
    a metà storia.

    -È la deriva l’unica colpevole
    la colpa non ricordo. 
    Magnifico solo il bum bum del petto 
    già via per una strada entusiasmante- 

    Qualche uccello cantava: l’ascolto ancora
    una sorta di strillo malinconico di fine estate. 

    -Il treno sta per toccare il primo abbraccio delle case
    la borsa a rilasciare cose frivole 
    e al centro il libro. Il piede muto, la linea gialla- 

    In "Versante ripido" Gennaio 2020

     
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  • 15 agosto 2019 alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.