username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • Quando bambina senza voce
    I .
    Sono bambina
    che gran fatica appena metto
    a fuoco l’ingenua schiena
    in sette lune di rivolta
    l’arancio chiuso a feto
    la benda-velo, stele
    a gocce. Il dentro sperso.
    Forse è segreto di lenzuola
    madide e presto fredde
    da scostarsi. Sembrano altre
    quando da conche al sole
    fanno un biancore di peonia
    corolla al seno acerbo.
     
    II.
    Stasera l’antro è bosco di serrande
    chiuse. Il nascondino delle facce
    per ludo vero. La proiezione fisica
    lontanamente un’affezione:
    non c’è parola a dirlo.
    Il lutto si spalanca gli occhi.
    E cosa avverti?
     
    Assalto dalle ombre
    I.
    Notte cattiva
    tutti i sogni affollati
    perché non sa dormire (sola)
    dove il tempo è terribile
    di segni e tagli di lumi inferociti.
    Lei bisbiglia ma solo a sé,
    sfuma in punta di piedi.
     
    II.
    La bambina diviene senza stomaco
    per quattro lunghi giorni
    corpo di pietra
    porta il peso del fiore
    di terra nera
    cade nel muschio delle ciglia.
    Non cerca cibo e profusioni
    schiva, riparo nella pelle
    ghiaccio di luna, duro
    che non si lascia respirare.
    La bambina da qui in avanti
    non c’è più.
     
    III.
    Ora, s’appiglia sul volto. Stranezza
    non averlo visto nel fondo.
    Ora che non è lì, eccolo appieno
    e povero, in una cifra molle.
    Un cristo peculiare in niente
    un Pallino qualunque -lei dice, e
    vi sputa un secchio di noncuranza
    dopo che l’ha smembrato vivo.
     
    Rielaborare
    I.
    L’angelo bello infine viene a cancellare porte
    si volterà a ruggire agli scorpioni
    coperto di cespugli biondi - il Giorno.
    << Portami le mani una notte e tutte
    ridammi un tatto limpido che scivoli sui tendini
    incenso agli orli in pece dolce sui perimetri >>
    -larga la paura
    lasciata qui a mordersi la bocca.
     
    II.
    Per errore le si accostò
    al sesso rosa e nudo
    un ansimare scoordinato
    saliva mosto e tabacco.
    Per orrore non seppe, non gridò
    dalle palpebre rosse
    di oscurità contusa.
    Piene di dita le sue mani
    spingevano
    schiacciavano le estranee
    toccavano terra i piedi
    irrigiditi senza sangue e
    non seppe, non fuggì.
    Anni di seno in nòcciolo
    che si matura nelle T-shirt.
    Anni che ancora conta dita
    un perché cianotico freddo:
    solo un gesto di forbici
    e poi gettati al fuoco i moncherini,
    guarda spegnersi il tutto
    senza dimenticare.
     
     

     
  • domenica alle ore 18:03
    Indefinito fiore del freddo

    Con la guancia
    al fiato dei rossori
    occhio nell’occhio
    la sensazione
    di essere tutt’uno col tutto,
    motivo alla memoria
    di tessere enigmi
     
    Chissà come, ora: il tramonto
    sembra meno caldo
    dal mio lato
    -e sì che questo tempo
    è Svizzera in artiglio -
     
    Più sensi mancano per essere stati;
    strano è guardare minime consistenze
    e di come si spogliano gli alberi
    liberi da paure
     
    Poi sotto la coperta
    del tuo palmo capace, sparire
    Sentire un graffio qualsiasi
    risalire il ghiaccio
    scoprire l’acqua
    che gira il profondo

    poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017

     
  • sabato alle ore 22:08
    Superfici così fonde

    Ecco,
    lo spazio fiorire di silenzi
    che nemmeno le dita
    sui vetri, tracciano accenti

    chiusi gli scuri
    il suono della mia voce
    senza la furia dell’aria
    così netto, poliedrico mantra
    infilato nel grembo

    Tutto è chiaro,
    il Cosmo misurato sulle dita
    mancano anni luce a viaggiare
    il traffico dell’anima

    si alzano valichi
    sullo sfondo del buio
    non trovo interruttori
    sulle paure,
    esco a bere
    un attimo il sole

     
  • giovedì alle ore 23:57
    Perché pregare

    Perché? perché
    eravamo a pregare
    con il frastuono oltre le porte
    sereni inamovibili
    con il pattume
    sotto limpide trame?
    Quando una mano
    chiedeva un frutto al nostro albero
    e col silenzio s'è marcito.
    E detta fede
    com’è così imprecisa,
    arida, trattenuta?

     
  • 15 novembre alle ore 0:17
    Un acro di cortili ciechi

    Visi che strisciano come teatri
    misteriosi oltre il sonoro
    ignavi da bocche sfatte,
    dinieghi di sorrisi
    sotto il cappello di cilestro
    spento ꟷ e sono vedove
    quelle assuefatte al logorio
    dell’ora, perduto l’utero di gioia.
    Diritte, e tali i cecchini
    che sembrano aspettare i Tartari
    nel camuffare mote
    di solitudine.
    E l’alba è un acro di cortili ciechi
    l’alba non abita
    non irradia, piange sui muri.
    Avesse nelle mani uno scalpello
    e un’epoca di rosa
    dietro la tela
    avesse un altro quadro
    di alberi, e non fortezze.

     
  • 03 novembre alle ore 10:41
    Lyrica

    Nell'attesa 
    mi tingo di bianco
    trucco finestre di sale
    Fermo tu, corda di cerchio
    Ti confesso molteplici abbracci
    dal valore assoluto di te

    E la voce manca di adesione
    morde interni indeterminati 

    La parola mancante
    è sempre uguale
    si stacca dalla lingua
    cade nel piatto
    dove mai e sempre ancora
    abbiamo goduto
    sporcandoci il palato

     
  • 24 ottobre alle ore 17:16
    Lontano brucia

    lontano brucia
    l’esultante fiorire di maree
    un giorno l’orizzonte
    ci riaprirà i segreti delle porte
    un giorno la riva scura
    avrà in memoria orme
    che pure si amavano
    nella risacca
    perdendosi.

     
  • 29 settembre alle ore 14:23
    L'essere in loro

    a volte torno
    vera madre anch’io
    seno di odori
    e ninnenanne
    sulle labbra,
    a volte colgo vele
    strappate e fradice

    e tu sei stata àncora o vento? 
    dove hai cucito
    le sue ali

     
  • 22 agosto alle ore 15:25
    Viste supreme

    non un impedimento
    cancello
    catene o sterpi
    non c’è vento a ringhiare
    solo le palpebre
    àuspici smorti
    nel bacio di umido
    vernice ferma
    la linea fida che non sai
    se va o se torna
    granelli che si slabbrano
    al nulla sgombro
    boato inesistente
    il mare si rintana
    per finire.

     
  • 17 agosto alle ore 14:49
    Il caldo tra le stipe

    il caldo tra le stipe ha nervi d'acqua
    li canta sulla pietra - e tu hai voglia
    di una nuvola, di una goccia d'ombra
     

     
  • 09 agosto alle ore 19:02
    Piazzale Michelangelo

    ispirati com’erano
    ai blu e agli aranci
    distesi i monumenti
    ci hanno nascosto
    il vano per il sacro
    scoperti a sguardi
    che si nutrono
    volando - e senza corpo.

     
  • 02 agosto alle ore 0:18
    Iridi

    il tutto va
    portato come fiore
    in un deserto
    ma le iridi
    restano in bolle
    ammutolite
    per i soffusi lineamenti tuoi
    in un nitore proprio.

     
  • 24 luglio alle ore 13:05
    Dei nudi a far mazzetti

    si faranno mazzetti
    da gemmature
    di anemoni sul pube,
    il panorama già raffigurato
    con l’occhio del pittore
    raccordo di meduse
    lucide dolci di esplosioni.
    le cosce per ombrelli
    su di uno sguardo gambero
    propaggine del guizzo
    al gineceo dell’acqua,
    pasionaria.
     
    (sull'opera "Up" di Costa Dvorezky)

     
  • 20 luglio alle ore 16:18
    Un posto di pietra fedele

    Se tento
    di fissare gli specchi
    mi vedo già nel passato.
    Se fotografo il cielo
    non posso entrarci
    che da un’illusione prospettica.
    Mai stata pioggia
    mai selciato
    mai una statua di ghiaccio.
    Cerco ancora
    un posto di pietra fedele
    e addomesticamenti.

    Ispirata all'opera pittorica "Histoire infinie" di Zaid Touria, in Quaderni di UniDiversità n.2/2020 

     
  • 13 luglio alle ore 10:52
    Poeta onda

    Equilibrio e abbandono
    del mare che controllo
    il mezzo del mio fine -oh sì,
    vertigine di nervi da quietare.
    Io Palomar, se un flutto sale io sono
    crociera d’occhi e disseziono
    strascichi: in un puntiglio vigile,
    e morto al mondo.
    Vado perdendomi
    per questo mal andare
    e torno giù lungo le sponde
    cerco armonie e rimedi
    non conformi, in presagio
    di un’onda porpora che unisca
    i due emisferi cerebrali.

    “Si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, 
    e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto”
    Italo Calvino, Palomar
    Poesia in Euterpe n. 31

     
  • 11 luglio alle ore 16:32
    Nuances di quarantena

    Sembra vicina la Vivonne
    con il ciarlare in nuances delle ninfee
    io mi trasporto fuori
    al flusso che si estingue
    pure tra sassi scollegati
    e le ombre chine mi rallegro
    lasco dagli orizzonti soliti.
    Vivo profumi soggiogato qui
    da infinitezze
    quasi è una trama d’abito
    a frusciare mentre parole d’acqua
    bisbigliano a un assente
    nella camera satura
    di tempo incontrastato.
    Non di cadenza certa
    si aggirano a cantar sé stesse,
    cocci lisciati a battere e toccarsi.
    Le spio, gote d’avorio
    e fronte imbambolata nei cuscini
    molli ai singulti.
    Non c’è una ruga, un biasimo,
    eppure - a chi sta offrendo
    appassionati oggetti, gli anni immobili,
    qual è il segreto del suo vago
    modo di respirare?
    Io non lo so, racconto
    il non sapere quel profilo
    dolce accudente
    e il raro stordimento
    nausea divina che mi avvolge.
     

    Poesia nell'eBook n. 244 : Quarantena a Combray, di Aa. Vv.
    LaRecherche.it

     
  • 09 luglio alle ore 16:39
    Al dottor P.

    Un cappello, quel lasso d’ombra
    mia compagna rimpannucciata non so
    dove guardi eppure sento l’alone di un affetto.
    Un romanzo con le falde, tutte pagine bianche
    ma mosse da onde straordinarie.
    Esito a sfogliarlo ho soggezione del bisbiglio
    del silenzio che si affaccia, un fruscio di lenzuola
    il fumo di caffè, l’odore di Marsiglia che emana grazioso l’accessorio.
    Sarò per metà morto e l’incoscienza fatica a trapassare
    o è stato lui - il dottore - ad innestarmi un certo occhio
    da alienarmi da slanci e intemperanze.
    Privo di specchi in quiete d’estasi
    anche la mia consorte ha un’innocenza nuova.
    Né sobbalza la mente, la scienza incerta mi fa libero.
    La sfioro la nomino. L’abbraccio, mia devota. 

    ispirata a "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello", Oliver Sacks

     
  • 29 giugno alle ore 16:43
    Se verrai a prendermi

    Quando verrai a prendermi
    non scambiarmi con la notte
    né con il giorno
    non credermi un paesaggio in fuga
    traccia affogata, nostalgia ferita.
    Se verrai a prendermi
    non cercare la strada
    non dare il viso a segnaletiche
    dimentica i ponti gli aerei
    le ore di fiori non colti
    i passi non portati ai parchi.
    Porta tu il tempo, gli universi reclusi
    la sponda e il precipizio.
    Porta la musica
    quella che ci ha trafitti
    senza veli, senza altro che noi.
    Avrò il tulle dell’ultima volta 
    scintilla al buio
    e il buio assorto nitido a te solo.
    Non cercarmi più in là,
    sto danzando da sempre
    sulla tua vena
    che fa rintocchi e brucia.
    Sto nell’angolo della tua palpebra
    nel piccolo neo sull’orecchio
    sulla lingua dove chiami.
    Ho mosso le note
    sapendo che tu le toccavi.

    (per l’opera pittorica di G.H. "Ballerina", rivista Quaderni di UniDiversità n. 2/2020)

     
  • 22 giugno alle ore 15:17
    Giugno - due haiku in acrostico (3)

    garriti a pioggia
    in felice ritorno 
    uniti al vento

    gioia e non uggia 
    nei sorrisi papaveri
    ori e lampate

     
  • 21 giugno alle ore 8:16
    Da poco è estate

    da poco è estate
    le stanze affacciate ai fiori selvaggi
    smeraldi premiano la stasi
    l'indaco prende parte al cambiamento
    ci consegna il suo cielo
    sempre mirabile
    incantevole, giovane

     
  • 15 giugno alle ore 16:56
    Affacci

    Un giardino vive
    almeno in cento affacci
    di luce e di assenze
    in fiori appassiti
    rimpolpati da altri
    dove l’humus mangia l’humus
    e anche i ritorni
    sono getti di polline
    inebriati di piani lontani
    frugando le notti alle spalle
    di ombre scolorite. L’arte
    è dire tutti i misteri
    taciuti dal dubbio
    mentre sboccia reale
    seno di trasparenza.

    (per l’opera pittorica di M.D.V. "Sogno", per la rivista Quaderni di UniDiversità n.2/2020)

     
  • 09 giugno alle ore 23:18
    Ricominciare dalla coda

    Il piccolo ascolta il campanello
    e fa saltelli da suricato
    si direbbe bestiola articolata dalla luce
    un tempo di mezzo tra errori e cura
    tutto ginocchi e graffi d’humus.
    La lingua manca ma cattura gesti
    col dono dell’osmosi, dispiegato
    lo sguardo in disarmate purità
    apre falcate d’indole 
    e sorride da sue divinazioni.
    Mitico dondola
    con il riflesso della coda
    la storia naturale da riscrivere
    il suo mondo libero dall’essere febbrile. 
     

     
  • 07 giugno alle ore 18:01
    E prego con l'ombra

    Seguendo l’ombra
    ogni suo passo vedo
    con le ruggini e l’ocra,
    un pieghettarsi di riflessi
    sul muro delle zagare.
    Traspare il domani, l’incerto
    rivolo di sole con l’ansia
    di una scatola magica
    svegliarci
    nel grasso profumo di maggio
    con lo strano sapore
    di libertà rappresa.
    A casa lascerò
    il vuoto sulla porta
    al buio dei suoi isolati
    la crisalide
    in bocca a una cruna
    che respira per tutti.

    (per l’opera fotografica di P.T. "Verso casa la sera", nell’ambito della rivista Quaderni di UniDiversità n.2/2020)

     
  • 04 giugno alle ore 14:07
    Scansie di voce

    Certe mattine la tua voce
    entra nella lezione,
    dico molecola - e l’entropia
    la tocco sommerge gli occhi
     
    il foglio sembra agire
    un nesso corallo una formula,
    impercettibilmente
    cammina
    binari
    che liscio con la mano.

     
  • 31 maggio alle ore 8:55
    Legenda

    Un giorno il caso manderà 
    muschio celeste entro le mura,
    catene su ossa stanche - gli agi
    perderanno possanza.
    Bisbiglio di carte, si svelerà dal basso:
    non sparuti richiami
    -ci si potrà volare, al fianco. 

    da "La visione contro le catastrofi" per "Maggio dei monumenti 2020", Napoli,
    quest'anno dedicato a Giordano Bruno

     
elementi per pagina
  • 15 agosto 2019 alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.