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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • 10 ore fa e 30 minuti fa
    Un nido di vespe nell'orologio

    Un nido di vespe nell’orologio
    mi sembra la base su un pianetino
     
    che ci osserva. Ramon ha sbadigliato
    trenta volte in un’ora
     
    e alla radio danno notizie
    ripetitive, poi e poi
     
    errori come ciliege mature
    venute giù dall’albero.
     
    Le città hanno piani di evacuazione
    e finestre egocentriche
     
    c’è chi ostenta il nulla e chi senza nome
    sta la notte in un guscio di cartone.
     
    Sul mare hanno piantato
    bandiere contro l’illusione
     
    e intanto il rosso dei papaveri
    palpita strenuo, forse
     
    non sono papaveri ovunque
    forse è il mercato
     
    per la libertà di domani.
    È una sorda impressione
     
    un pulviscolo e poi gli uccelli
    con ali incolpevoli, i bei nidi
     
    in aureole di piombo.
    Per oggi, da un minaccioso caos.
     

     
  • venerdì alle ore 11:17
    Amnios

    Notti venate d’azzurro
    e il sonno del cordone, intorno

    Sfumature di un fiato lungo
    fasciate e tiepide 
    di un ordine rarefatto 
    Io e le verità soggettive 
    nel siero di una pancia allargata 
    che m'aspetta nascere 

    Io e le sveglie sorde
    voltate di spalle, in posizione fetale

     
  • giovedì alle ore 11:23
    Il bianco che irradia il narciso

    Tu dici
    e un treno corre
    disteso e tiepido
    -è una città su un’ala,
    rispondo. Non c’è il limite
    il limite è solo il bianco tranquillo
    in un giorno reale
    il bianco che irradia il narciso
    primavera del diciannove
    sullo stesso muretto.
    Ma le parole non s’asciugano
    fosse anche il sole un rastrello di tufo
    e lo sguardo di suo
    fa il tempo
    di maniere solo adorabili.
     

     
  • lunedì alle ore 19:11
    Cose leggere così fitte

    Essere, volere
    -non volare
    contare, mirare diritto
    Mira e scopo a tempo:
    click: energia cinetica esaurita per crisi
    -sorrisi a mala pena digrignati
     
    Un tempo pari, un tempo dispari
    il dissesto fuori programma
    di un musicante a ore
    col cappello riverso -vuoto di monetine
     
    Mi gira in testa, aria di Bach, sublima
    va a toccare corde non permesse
    come una fuga, una favola scanzonata
    un chiaro ruscello dove non ha bevuto
    il lupo con la sua discordia -l’agnello è libero
     
    Di bollicine la pelle -d’infanzia dolce
    una, l’altra e l’altra e l’una
    mi salgono perle di collana
    al collo un godere veloce
    da non entrare nei pensieri
     
    perché il mondo avvolge
    d’ovatta insonora
    perdo il rumore del passo
    senza trovare,
    continuo a dire dove mi sento
    cose leggere cose
    così fitte

     
  • 17 marzo alle ore 18:43
    Dove i sogni non sanno

    Deriva
    dove i sogni non sanno
    di non sapere
    La felicità 
    si è assopita
    nelle secche di un girasole
    Il nostro tempo si ritrae
    in una larva 
    con le ali

     

     
  • 16 marzo alle ore 22:56
    Anfitrite

    modula sponde
    ché d’acque in fuga recide il verso
    terra e grembo
    resa di perdono

     
  • 13 marzo alle ore 17:27
    Treccia legata stretta

    Chissà questi tuoi cari oggetti
    se hanno piegato polsi di carezze,
    strenui seni di sponda
    dove puoi andare
    attraversarla tutta, l’ossidiana,
    dove restare - alle illusioni
    di marzo, alla mimosa
    che poi si spoglia dell’oro.
    Chissà, se tra gli oggetti
    un silenzio in meno non s’insinui
    come sull’acqua un soffio se si posa
    da ombra chiara in quelle nere.
    Strappi, falci di nubi, chiodi murati
    e la tua treccia legata stretta
    chiusa a chiave
    chi intrica e chi scioglie,   
    appena qualcuno -la limpida mano
    nell’atto radiale, di darsi.

     
  • 12 marzo alle ore 14:56
    Ancora le meduse

    ancora le meduse poi d’istinto
    chiudo viluppi e mi sottraggo al vento.
    una molecola di sale
    di te una stria di nylon
    lasciata a decantare,
    sussurro della sabbia
    al giglio
    al mare ch'è nel calice.

     
  • 10 marzo alle ore 9:41
    Orchidee e musica

    abito dove il bianco 
    cristallo di polvere mi solleva
    piuma sulla terra battuta
    senz’altra memoria che il bianco
    alchemico di orchidee e musica
    sordo per mano tua che emana
    il limbo fermo degli oggetti.
    una grazia già di vibrisse
    nello sfiorare eremi eterni.
    fino a rapire il vuoto
    quel prato di altezze e una lamina
    muta attraversa il sempre
    degli occhi. è la luna che
    si abbraccia nella cruna 
    lontana, di adorazione/affezione
    – l’altro limite, altissimo.

     
  • 08 marzo alle ore 21:55
    Dimora strenua

    Dove vanno i sorrisi
    della parola luce? quando
    più oltre il muschio
    ombre alitate posano
    mazzi di fiori alla memoria.
     
    Ti tiene in vita un nugolo
    di occhi nudi
     
    la coltre di calore
    a cui hai
    dato un nome di stella rossa
    col refuso del fiato
    a perdita costante, a resa.

     

     
  • 07 marzo alle ore 16:19
    Il mulino stanco

    C’è un piccolo mulino
    sotto il mantello del bosco
    dimenticato
    non batte più il suo tamburo
    sul gorgheggio dell’acqua
    Panta rei
    scorre e corre il ruscello
    lo stesso da sempre
    ma la ruota non fa più la ruota
    e la macina non ha più voce
    nella carezza
    conciliante e pacata
    Il mugnaio vestito
    del buon odore tinto di bianco
    s’è addormentato
    accanto al silenzio del maglio
    e sogna della sua fiaba.
    È la fiaba dei vecchi stanchi
    felici della fragranza
    del pane sfornato
    di mia madre bambina
    che sgranava le spighe
    giocava e saltava sulla bilancia
    tra i sacchi satolli
    e si bagnava nel canaletto
    Mia madre s’è fatta vecchia
    ogni storia ha una fine
    la pietra resiste
    e il mulino di pietra
    è una fiaba fra tante
     

     
  • 05 marzo alle ore 12:22
    Ventricoli

    Il mio centro imperfetto
    mi fa tremare
    al vizio terribile della sua musica
    danza di gruppo di arterie
    poco originale, trascinante sì
    Vibro tutt’una col suo potere
    mi piego per appagarlo
    mai per piacere
    La bacchetta del direttore si presta
    in virtuosismi sperimentali
    gaio divertimento il suo
    burrascosa paura la mia
    Il suo slancio innocente
    mi lascia indietro
    il ritmo diventa non pertinente
    Pochi secondi allungati
    dura l’estrosa vertigine
    nel ritorno ancora una volta
    mi guardo, sono com’ero

     
  • 04 marzo alle ore 18:24
    Punto notte

    È un bisbigliare
    puntuale nel baccano
    di voci impermeabili
    -la notte ci soccorre
    ringhiera su città distoniche-
    incavi qui di voli convenuti
    un ordine ci prende
    in castelli di erebie,
    prolungamenti
    sopra lo sgretolarsi del minuto
    a crescere parole e crome
    è un belvedere 
    via dai deserti.
    C’è un ramo d’etere
    in mezzo a schiene d’ombre
    vorremmo la sua forma
    un’autorevole mancanza di dolore.
     

     
  • 03 marzo alle ore 16:54
    In voce

    Eppure ti attraverso
    lentamente, incessante
    dalle note lontane
    dell’intimo rifugio.
    Sono il carillon pieno di poesia
    con la voce che svetta
    il buio di stanze malinconiche.
     
    Di idee platoniche e scintille
    ci consumiamo
    per impulso del volo
    il sogno nei rami d’eucalipto
    con l’ombra levigata
    del quotidiano
    frusciante come un passo.
     
    Ci dice  -osate,
    andiamo a riempire il mondo
    di pretesti per battiti congiunti
    e volti che si somigliano
    eterni e giovani, in una tenerezza
    di profumi effimeri.
     
     

     
  • 02 marzo alle ore 9:51
    Centro accerchiato da sussulti

    Il momento si dilata all’infinito
    in calore asperso, fino ad averne freddo.

    Siamo la polvere adagiata sulla terra
    io sono polvere donna e siamo altro, insieme.

    Io sono altro e siamo oltre le parole vuote, tutti
    siamo polvere da non calpestare, fragile
    siamo da soffiare, sussurri in voci.

    Non cerchiamo che voci simili
    voci da vivere con- vivere

    da far rinascere l’altro da noi
    uomo, bambino, vecchio, cane abbandonato.

    Ubiqua generosità, da voler dire donna
    gonna, campana, chioma
    protezione e cento dimensioni

    centro accerchiato da sussulti
    per una strenna di stupori.

    Sentire, dare, amare,
    noi.
     

     
  • 27 febbraio alle ore 21:29
    Un bianco d'Africa e di polvere

    La cattedrale è polvere nel firmamento
    possiamo solo pensare che finisca
    poi
     
    una campana suona
    specialmente per chi non l'ascolta,
    siamo già via lungo una vita
    lungo i visi che non abbiamo conosciuto
     
    Agavi e corpi nodosi, piante africane:
    hanno un'anima diversa
    le tue dalle mie
    hanno un sale che brucia, un sale forte per riserva
    La calce, anche... da te è più bianca
    lo è sempre stata:
    toglie la vista; toglie la cognizione
    di chi siamo
     
    E spegne il tempo
    quel bianco
    intollerabile e morboso
     
    diventa lento, uguale a sé
    non si lascia prendere dai rintocchi
    Non si ripete
    e ci ha ingoiati
     
    ci ha già fatti sparire

    (poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017)

     
  • 26 febbraio alle ore 15:23
    Flottando come si va

    Indietro, ancora sembra un inserto di verde
    (credo) la forza della materia perenne
    che muta sotto la pelle, gioca
    al respiro di una farfalla.
     
    Lo vado a cercare quel sole figlio
    del grembo, almeno una volta
    bisogna morire. Ma lo sguardo
    è perduto nello sguardo di altri
    e non emerge che un occhio   
     
    veemenza d’immaginazione
    umettato splendore
    di schegge gli orizzonti confusi
    -lo spazio mancato varrebbe una danza
    ma solo le foglie hanno appreso
    come si va, come si torna. 

     
  • 25 febbraio alle ore 23:55
    Come istanti scritti a lungo

    L'eterno ha unito soffi d'anima 
    ha legato i corpi al vento 
    ha provato a dimenticare 
    la gravità dell'essere 

    Non conosco altra mano 
    che possa plasmare quest'istante 
    farne plagio e natura morta 
    che continua a fiorire 
    sulla tela della poesia

     
  • 24 febbraio alle ore 10:15
    Niente di più profondo

    Quanto agli occhi
    mi hanno ricordato gli sciami spersi
    sotto le code delle Pleiadi.
    C’erano anche gigli, a testimoniare
    quanto permanenti sono
    i profumi del bianco.
    Perché di petali se ne aprono
    uno nell’altro -ardendo di sole.
     
    Anche rinascendo
    non abbiamo niente di più profondo
    che queste frecce

    che trapassano il tempo,
    tranciano le assenze.
    Ci sanno scrutare dentro.
     
    Deflagrazioni d’intensità…
    sto appuntando gli attimi
    di lineamenti che sfociano in altri,
    perdute ore di pupille
    nell’amarsi a vista
    e continuare
    senza più luce.

     
  • 23 febbraio alle ore 19:37
    Amore mai è inverno

    È un rotolarsi cielo e terra
    la stagione corrente e noi vivi 

    l’affidarci alle chiome 
    solo apici che tornano apici
    accesi nel glicine, grappoli  
    di attimi al mondo.
    Dissolutezza di noti profumi
    se fai che l’inverno sia maggio
    piano o improvviso, sempre
    mi  riempi del ritmo segreto.
    Brezza epidermica
    mia prima
    passi le dita, mi indaghi
    in seno d’ambra -ti posi
    a sbozzare altri fiori.
     

     
  • 21 febbraio alle ore 22:52
    Metà poesia

    Se trovi metà poesia
    su una panchina
    sulla scala del metrò
    in una botola
    sotto le suole
    in una sala d’attesa
    al mercato delle pulci
    all’aeroporto
    in una nuvola
    in un crepaccio
    nel letto di un fiume
    sotto la neve
    in un campo di ortiche,
    prendila
    portala a girare
    non prima di aver lasciato un verso
    e una freccia sussurrata
    di “continua tu”

     
  • 20 febbraio alle ore 20:25
    Bevendo rose asperse

    È quell’abbandonarsi
    umano alla natura
    a far dei sensi intarsi
    di sottigliezze fotografiche
     
    Così il tocco alla rosa
    derma e velluto
    a trattenere il sale della notte
    Così la spina è disarmata
    del vezzoso raggiro
     
    E petali le labbra, a respirare
    il miele dei pistilli
    acre dolcezza
    da cambiar sesso e colore
    alle mosche accanite
    al filo di scirocco
     

     
  • 19 febbraio alle ore 13:42
    Lunghi rami

    Dove non si avvertono che ricami di braci
    nell’ultimo bacio, l’attenuato fragore
    ora: le porte sono respiro lento,
    immagino frusciare il mantello
    delle case spente, e muovo l’alba
    della prossima gioia
    dai lunghi rami e bouquet che mi regali
     
    e amo l’odore steso sulle dita
    amo il petalo che gira e gira
    finisce vivo sul cuore
     
     

     
  • 18 febbraio alle ore 16:02
    Fumo d'ira (haiku)

    si annera l’iride-
    dal calumet dell’ira
    il sole è perso

     
  • 17 febbraio alle ore 14:52
    Di foreste

    Mattino pomeriggio e sera
    notte mattina e pomeriggio
    sera notte e mattina
    -cicli e geografie
    posture, intrecci
    piume e coltelli.
    I vetri che lasciano passare.
    Sottrai l’aria e cammini
    (cammini qui)
    salita lunare dal peso dolcissimo
    qui è la costa messa a guardia
    pietra di tripudi
    qui è ossigeno e sabbia
    il sudore della nuvola che arde.
    Mattina pomeriggio e sera
    -il dì e la notte
    questo amore di foreste
    che si agita con o senza foglie.  
     

     
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  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.