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Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • Suprema in viola, predatrice 
    l’aura che offusca
    quando passa sola in cammino
    da altezze funamboliche d’odio 
    silente nel manto, scostante 
    e cieca, d’un oppio di duramadre
    -un’orgia di nicchia che arride dagli inferi.
    Vorresti raggiungerla, carpirne il sottinteso,
    le punte chiodate delle iridi.
    Amarla e detestarla
    scolpirne la statua d’altera
    il suo graffio intangibile
    come la morte quando spigola
    dietro l’esasperante veletta.

     
  • venerdì alle ore 18:34
    Scalza

    Sono il nulla disperso
    percezione della caduta

    l'amplificatore di un grido
    -non mi dà tregua l'eco

    non vivo in queste stanze di ricordi
    sono l'esilio in un prato d'ombra

    contami le dita, sono uscita scalza

     
  • mercoledì alle ore 12:59
    Tutto il mare dice vieni

    è così che le orme si danno correnti
    alle protrusioni dei giorni
    è il viaggiare senza partire
    risacca di allitteranti congedi.
    ci lascio gli occhi, al balenio di umidi fiotti
    è così che ti fermo
    dove il mare si assolve dal suo male.
    invece no, richiama i polsi
    li sottomette al nodo, sospeso sciabordio
    da negare la linea dell’aria
    gora ponte e pegno, senza finirmi
    -è un atto di libido estrema
    tra l’est e l’ovest,
    con quanta cura mi sferza
    su stasi di ossidiana. quanto, tu
    gola gridata mi resti
    amaranto di trabocchi, il rullare continuo.

     
  • domenica alle ore 21:54
    Gabbie

    Caos psichedelico
    ombre luci e rimbombi
    Giro di città
    al giro di vite
     
    Ho perso
    al semaforo spento
    il segnale di te
    fra ingorghi celesti
    di onde anomale
    oramai consanguinee
     
    La bocca della verità
    determinata sfinge
    ha smesso d'interloquire
    a intermittenza rigurgita monete
    desistendo
     
    Come sopravvivere
    senza la tua voce
    antidoto isolante?
     
    Me ne sto quasi arresa
    in gradito stand by
    al parcheggio del gran circo
    Ikea italian style
    Magari dalla corsia
    del fai da te
    vedo arrivare Godot
     

     
  • 27 maggio alle ore 14:30
    IlLumina

    Così divampa un’idea 
    Il fiammifero alla testa 
    fa liquidi i grumi
    irrompe la portata
    dalle provette

    Così il siero è rubino 
    e di chiodi cesella 
    la notte della pelle 

    Ritrosie dalle stanze
    sbottano 
    forzando scuri

    gambe lunghe
    gambe per volare,
    com’è l’inseguire 
    la preda che sboccia 
    dal nero, della macchia

     
  • 25 maggio alle ore 10:01
    Al reparto perduti

    Puntuale e fatidica
    compare alla porta
    la megera 
    in carne e aghi
    Altra dose di morte dipinge
    sugli spettri
    degli irrecuperabili 
    Scolpisce il reparto 
    di balzi leggeri
    sul marmo viscido
    seminato 
    a chiazze
    di pianti disperati
    Ammaliante è
    sempre più
    dagli occhi di sparviero
    tuttavia
    nessuno ha coraggio 
    di curarsene 
    Solo lo specchio
    ancora pensante
    che domina il fondo 
    tintinna sprovveduto
    come la terra
    sotto l’accanimento d’un treno 
    ad alta velocità.
    L’angelo candido
    incede 
    senz’anima
    scopre gli avambracci
    sfatti di rassegnazione
    e colpisce

     
  • 22 maggio alle ore 17:41
    Dentro Hope

    Hope abita sotto il blu come tutti
    solo che il suo è qualche tono più giù.
    Lui parla una lingua sconosciuta - ma non è quello-.
    Dice “siamo con noi” non è un'incertezza
    “io sono te, tu potresti essere me”.
     
    Ci crede: il dentro è uscito e intorno è così grande.
    Perciò colpisce a ripetizione la tempia: pulsa la vita circolare dei gesti.
    Il carillon della giostra meccanica dà vita a un balletto da burattino
    senza un compagno, dietro al volo passato per lui e rimasto da sempre.
    Un richiamo in un Fuoritempo dove ogni lingua è coro -è spiazzante-.
    Lo spartito lo leggono tutti -anche Hope trova la chiave-.

     

     
  • 21 maggio alle ore 15:08
    Incanti di sabbia

    Il sole è un abbaglio
    dall'eternità,
    l'oro della sabbia 
    ha i tuoi occhi
    Poche cose 
    sanno irradiare
    l'ordine del caos 

     
  • 19 maggio alle ore 18:13
    Strada (acrostico)

    sconfinamento a sfondi, infine
    triste lo spazio cresce
    rorido d’interferenze, in noi
    affioranti -le curve spoglie-
    diafana luce che ha gettato
    a cedui passi, istanti. 
     
             

     
  • 16 maggio alle ore 17:01
    Special

    Sai
    ho subito saputo
    a chi dare in custodia le parole
    I libri... ah il mio piccolo volume
    messo in un posto lontano dalle insidie
    -non voglio tanto penetrarti nel pensiero
    non credere sia eterea
    questa simbiosi apparente con il nulla
    Ma dovrai passare da quella pagina
    diversa -e temo e so-
    con la mia bocca che ti osserva
    ti recita tre distici
    e chiude con l’enigma
    “raggiungere i tuoi riccioli”
    come faccio?

    Ora
    sto qui, vedo la mano muovere le corde
    la mano uguale alle mie corde
    Non ho fermato il gesto sulla lingua
    dire -non voglio maschere e tu sei
    a spogliare l’anima

    e amica è anche amante,
    segreta: nel silenzio fugge-

    Sai, ho imparato
    dalla tua voce a dondolo
    che esiste una musica
    dopo le note
     

     
  • 15 maggio alle ore 15:22
    Tu poggi il capo e sempre

    Potrei restare nel nero delle sagome
    spina dei silenzi in te mi affino
    Odore di rauche brezze e giglio
    il fianco ondulato
    dove poggi il capo e sempre
    estirpi il tempo, estirpi
    i nodi della terra

     
  • 12 maggio alle ore 18:52
    La terra a primavera

    la terra a primavera.
    mia madre che riposa 
    e piove, 
    piove.

     
  • 11 maggio alle ore 3:21
    A fior di pietra

    Fragili, di spazi a saperci belli
    avvezzi a controluci e i rari viaggi
    ma fissa noi la pietra, quando 
    deserta si abbandona.

     
  • 09 maggio alle ore 14:44
    Coalescenza

    Sai com’è,
    quel suonare insolito
    del cuore
    migrato in altro petto…
    ascolta l’ancestrale
    contrappunto
    e legaci il respiro
    senza regole
    Mai conosciuta
    più quieta sommossa
    sangue che cerca sangue
    migrano gocce
    da una vita all’altra
    vanno e ritornano
    senza averne abbastanza.
    E quale stupore...
    dai profondi tagli
    non si rimane esangui
    Chi non vorrebbe sciogliersi
    di un intimo travaso...
     

     
  • 08 maggio alle ore 23:21
    Alle correnti

    Mi ci vedo a incamerare aquiloni
    come attimi di uccelli tramortiti di grida
     
    muovere segni radiosi da gelate,
    da ceppi d’inverno.
     
    Strappare la radice a una canzone
    nata nel petto,
    lanciarla più in là del vicinato.
     
    Cos’è in fondo una porta?
    non è legno pronto a fiorire?
     
    Mi studio percorsi a matita, disegno
    un viraggio proprio lì, sopra la cima.
    Dall’altra parte, ricordo
    costruivano nidi
    gli amori mai finiti.
     
    Quelli sospesi alle correnti
    per leggerezza.
     

     
  • 07 maggio alle ore 17:35
    Ai bordi di un lunedì

    Oggi è un'altra aria
     
    si cantano da soli arpeggi di metafore
    appesi al ramo
     
    Resto fuori dai ronzii del sole
    d'ombra proteggo l'idea
     
    fermo quest'istante
    nel fotogramma di un respiro
     
    E aspetto che sia voce

     
  • 06 maggio alle ore 17:18
    Equilibri di sabbia

    La luce ha equilibri di sabbia
    scolpisce dardi
    dall’oro scuro del fogliame,
    sbuffi di braci
    sorreggono paradisi
    di alieni a sentinella.
     
    Ci attraversano, sono tremori
    in assestamento col destino
    -tracce e contaminazioni  
     
    oppure un velo che fluttua piano
    prosciugando memorie
    di un guizzo-polvere
    già anima di stella.     

     
  • 05 maggio alle ore 8:35
    Distopia

    Cercano 
    dov’è il possibile 
    con la speranza controvento
    parole caricate a salve
    che salvino dai cedimenti,
    dal viso grave di Madame
    donatrice di approdi 
    e viaggi di pietà. 
    Molto o poco il tempo
    ai fiori di palude 
    che petalo per petalo si danno
    colmando limbi d’incompiuto.

    Tu forse non lo vedi 
    qualcuno è qui ti veglia 
    un’orma lieve 
    scisma di corridoi
    dal cielo nero ti protegge
    sofferto coagulo di gelo. 
    Ci dissero
    di aver cura di noi 
    di chi andrà via per primo.
    Di uscire 
    quando eravamo pronti.

    (ispirata a "Non lasciarmi", di Kazuo Ishiguro)

     
  • 04 maggio alle ore 9:50
    Vieni

    Sicuro arrivi
    hai preso la chiave sotto il vaso
    la porta, il solito soffio 
    quando vai lontano e quando torni
    un segno di congiunzione
    la voce del rumore che soli sentiamo
    in un modo liscio, come passare il vuoto

    Di spalle, mi attorciglio un boccolo
    sottilissimo -non sembra a te, siamo in un giro stretto-
    come se l'aria non dovesse muoversi
    per non diminuire il noi
    Sorprese, agguati, grandi bagliori 
    Insistono

     
  • 03 maggio alle ore 15:30
    Endiadi

    L'ho vista la tua casa:
    tre pianeti uno dopo l'altro
    come bambini tremendi
    a cancellare vie di fuga.

     
  • 02 maggio alle ore 19:31
    So large

    Immobile notte,
    i respiri vanno e ritornano   
    per le nostre vie liberate
     
    quando i suoni sono sordina,
    giochi lontani
    di sassi lanciati sull’erba
     
    quando la terra trama, di viole
    che imbruniscono il cielo

     
  • 01 maggio alle ore 18:07
    Arriverà

    Arriverà un giorno particolare
    un momento nostro
    La prima volta che non ti vedo
    legata a qualche punto della Terra
    Saremo noi ad aver la meglio
    sull’incertezza del tempo e
    le porte insopportabili dei treni fermi
     
    Ci riprenderemo gli sguardi soleggiati
    di quando poggiavamo gli occhi
    sugli stessi sogni, indistruttibili.
    In una scatola li ho messi
    legata ai nodi delle notti
    (è li che sei, ad aspettare)
    L’apro, ogni tanto per aggiungere
    il resto della gioia che non è stata
    per la vita quando d'improvviso
    cambia il soffio

     
  • 30 aprile alle ore 15:05
    Così mi prese

    Così mi prese la smania
    di scorrere atti e mancanze
    un boulevard
    riassemblando il continuum
    o solamente il caso
     
    Cercare la fine della strada
    tra lotti di giardini, ora freschezza
    e templi costruiti oscuri
    ora deserti
     
    Passi anaerobici
    circostanze senza cornice
    dove di giorno gabbie portano le ombre (dove...)
    ogni animale -noi, infine-
    vuotamente innescato nel suo vivere vizioso
     
    Ho strana memoria di gioie
    in assenza di sole
    quando eri accanto
    nelle giostre claustrofobiche
    della città iperurbana
    quando portavi valigie
    dicendo -ho fatto il pieno d'aria,
    è singolare, la fortuna

     

     
  • 29 aprile alle ore 18:35
    Sulla parete, stesa

    La donna nuda
    stesa sulla parete
    ti sembra me
    o sono io che sembro lei
    e tu sei Newton
    mi fotografi dalla retina
    e tanto brilli, e insinui
    Un tram a distanza
    agita l'orlo alla finestra
    parallelo il tuo umido soul
    trema, nell'orecchio
    Ci balliamo la notte
    appena nata
    niente musica, solo scena
    La mano al cingolo del fianco
    non domanda permesso
    Siamo fatti di pelle e luce
    di luce e di blues
     
    (poesia edita in "Canti di carta" Fara editore 2017)

     
  • 28 aprile alle ore 8:56
    Puff (le garçon qui fuit)

    Un altro lancio alle spalle
    _quanto ossigeno manca
    al piede per essere orma? _
    Gittata invisibile, scaltro proiettile
    trasformato in cipiglio
    Voltati e guarda
    la corriera di streghe
    perdere le mele in una curva
    per il tuo gioco -infantile
    di lanciare fischi con la fionda

     
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  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

     
  • 30 luglio 2018 alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno 2018 alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno 2018 alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno 2018 alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno 2018 alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno 2018 alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio 2018 alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.