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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • sabato alle ore 7:38
    Corde

    Si dondola
    nel vibrato di amache
    vuote. Sottili
    i pensieri scostano il mondo
    per non averlo troppo addosso.

     
  • venerdì alle ore 20:06
    Come si sta

    Come si sta a fare i piccoli acrobati
    della costanza, gli smarriti nel binario
    del certo e più meriti da eresie
    di zigomi tondi -l’opera assurta,
    le repliche al teatro dei tarli che
    insabbiano le stelle. Slanci -come
    si sta a dirli al pulviscolo che
    non lascia spiegare i rumori
    delle belle giornate, della lava
    venuta su da ossa di conchiglie.   

     
  • mercoledì alle ore 22:56
    Aliti in affido

    aliti in affido
    la tua terra la mia acqua
    un albero poggiato

     
  • lunedì alle ore 22:45
    Dentro la luce che abbandona

    Qualcuno, forse un grande incompreso
    un diverso un indifeso
     
    qualcuno cerca
    in quel vuoto di nomi
    e raffiche d’inverno
    dentro la luce che abbandona
     
    immagina la parte mancante del suo viso
    il sorriso d’infanzia che taglia il cielo in due
    -qui lo spazio chiaro e lontano il fango.
     
    Cerca di aprire pieghe
    dare alla luce piaghe di silenzio
    guadagnare un sogno
    d’insorgere, diamante
    da un gemito di polvere.

     
  • 15 ottobre alle ore 8:09
    Tinte di foglie marce

    si culla nelle stagioni
    il sogno dei sogni
    per la paura dei detriti
    e i silenzi degli alberi cavi

     
  • 14 ottobre alle ore 17:44
    Orme di trifogli

    Un po’ la segui
    poi la precedi
    la brezza irrazionale
    folgore al viso che s’incurva
    tenera taglia il mondo
    da un cordolo di assenza
    e clorofilla -natura adottami
    in folte macchie e orme di trifogli.
     
    Non sento gelo né paure
    un solo punto- varco
    iridescente chiama
    mi ravviva
    notturno spegnimento
    dove smottare il nero-
    tempesta
    e mancamenti
    come sa fare un albero
    una radice
    un’ala che si asciuga e canta.

     
  • 12 ottobre alle ore 23:48
    Levarsi divergenze

    Per lunghe ore seguo
    ghirigori degli occhi
    fluidi pensanti
    girano pagine, vagheggiano
    di mappe antiche e nuove.
    Sovviene lo scorrere di un treno
    il bel fischio sull’erba.
     
    Dov’è che andate
    mentre sembrate a parlottare
    ognuno questa lingua?

    Prima che si voltassero
    l’ho visto
    avido e tenero il cipiglio
    su porte audaci
    “vorrei provare a dire e a fare
    a sciogliermi dall’ordine”.

    E poi, anche le foglie
    avvolte al vento 
    fuori dai dedali a conoscere
    l’altra metà del viaggio.

     

     
  • 10 ottobre alle ore 18:33
    Di te sconfino

    Di te sconfino in aurei plessi, come
    irradiasse cielo da libertà
    di vene e spire
    in deflagrazione. Principio
    in forma d’aria: dissipata materia 
     
    se l’ombra apre uno spiazzo a foci
    la luce affonda d’occhi
    va a recidere lame
    dov’è posa quel tempo
    che non siamo.

     
  • 09 ottobre alle ore 1:42
    Cento immagini

    Ne ha spostate di immagini
    non le ha nascoste il refolo
    di ottobre che si aggiorna
    in spiragli braccati,
    personifica foglie. Sono mani
    arrossate al resistere
    cento sostanze al pensiero
    cento giorni che il peso
    degli oggetti è quanto un sole
    lungo a salire.
     
    Cento crini cento rime
    un fare di giorno e di notte
    come immobile, e ausculta
    il minimo suono elevarsi   
    tra i nove milioni e l’esubero
    di quando s’aumenta il pulsare
    che a diluirlo, quella
    sarebbe la vita che snida
    forma in forma - pieno spazio
    si deposita adagio
    si ferma.
     
     
     

     
  • 05 ottobre alle ore 19:34
    Stilla dal verde scialbo

    C’è un potere che stilla
    dal verde scialbo. Prima una
    e due, e tre foglie:
    lo sciame è un esodo di senza terra
    disperata leggerezza
    al gioco estremo del fortunale
     
    un polso grigio
    che sospende il giudizio -feltro
    ogni desiderio si espande in viscere,
    strabilia ossari di farfalle.

     
  • 01 ottobre alle ore 8:30
    Ottobre (acrostico)

    Orli di colibrì che arrossano
    Tutto il tempo d’estate
    Tatuo in fronde si avvolge
    Ombra-culla al crepuscolo
    Bucato il nastro densità del lumen
    Rimesta petali di effluvi
    E cromie in balletti su e giù d’incanto   

     
  • 29 settembre alle ore 18:56
    Vagolante più di un segno

    Socchiusi gli occhi 
    la luce vagola
    in cupole lontane.
    Un trittico d’ignoto
    -spiriti che ci abitano-
    è al centro
    che ci ignora, svanendo
    in un indugio d’avvenire.

     
  • 24 settembre alle ore 8:07
    Mentre resta il fiore d'agave

    Mentre resta sull’acqua
    quel vecchio fiore d’agave
    ho perso l’abitudine
    di contare i flutti e anche i viaggi
     
    e quanti vetri
    lisi dall’aria del domani
    sono ambientati qui, nel giro
    che fanno gli occhi
    da una piccola morte
    e morbidezze imbambolate.
     
    Mai svegliatemi
    da questo nocciolo ispessito
    oscuro di galassie
     
    non ho che due carezze
    di cura autentica
    e sorrisi in ginocchio 
    come uccellini
    nel petto di gennaio.
     

     
  • 21 settembre alle ore 16:24
    C'è somiglianza al caos

    Perché tu venga
    a prendermi le mani
    farei tracciati e descrizioni
    ma sono fatta di rintocchi
    scomposta
    in sillabe e peccati
    bocca senza lessico
    solstizio che deflagra
    lento, come l’arrendersi del polso
     
    Perché tu venga
    servirebbe la primavera
    sulle dune
    Al tuo soffio m’incurvo,
    le vene della terra
    salgono alle guance
    simili al caos
    quando ruba al cuore
     
    C’è somiglianza
    con il tuo disordine
    Come essere sera
    e poi la stessa
    di pietra lavica e sudore
    mi fai tenebra agli occhi
    tra le scintille delle palpebre
     

     
  • 19 settembre alle ore 19:39
    Sommosso autunno

    È chiara la speranza
    del vento quando macina,
    anima del ritorno
    posa il piede nell’autunno e già
    rossori vagano nei pori
     
    e non si sa spiegare
    una vendemmia poi a seguire
    tipo una mescolanza
    di cirri e fiati, elegie
    d’evento.

     
  • 18 settembre alle ore 3:37
    Floema

    Solo dell’alba ci saremmo avvolti
    risaliti dal tenero floema degli abissi
    come poesia del silenzio: un soffio più forte
    dove schiavi i verbi muoiono
     
    Siamo dentro noi, luoghi ausiliari
    conosciuti in chiarori di frontiera
    Alla curva del giorno sbavature di realtà
    dilagano aspre, ma i cuori dietro i vetri  
    hanno ragione del rimanere intatti
    nelle loro cromie, incise a fuoco  

     
  • 17 settembre alle ore 8:48
    A metà strada

    Il vinile della tua voce mi gracchia al telefono
    qui il vento graffia un’altra stagione e un viaggio dentro
    per chissà quando torniamo
    Era bella l’estate, senza dubbio femmina
    come noi gazze di mare una riva l’altra timone
    Ricordi il ridere facile? come la schiuma
    come l’aria nell’acqua e i piedi in più continenti
     
    Il rumore assordante dell’aereo porta qui il tuo tempo
    l’onda si piega al passato... si ama ancora
    si ride meno, si è più misteriose
    colpite dal senso della roccia e dell’acqua
    che cambia le forme ma non le dimentica
     
    per questo mi vedi immobile qui
    a guardare la tua schiena andar via
     
    Tu cammini da sola
    io ti cammino dentro
    Poi ci diamo appuntamento
    a metà strada

     
  • 16 settembre alle ore 8:09
    Dove scava un'iperbole

    Racchiuso
    nel vano dei sogni
    un viso si assenta.
    Non mi vedi? Sono la notte
    che ristagna nei pugni del silenzio.
     
    Chi mi accompagna? chi mi lascia
    tra questi frammenti di gioia?
     
    Messa a nudo nei giorni di dialoghi incendiati.
    Scesa sul fondo dove scava
    un’iperbole
    il suo letto di terra.

     
  • 15 settembre alle ore 21:25
    Petit-Onze n.1

    Soglia
    d’autunno
    cuore di foglia
    in una lenta metafora
    Abbandono

     
  • 13 settembre alle ore 16:10
    Cedo il nero per rose di sogni

    E cerco un passo breve
    negli echi malinconici dei fossi
    un cosa posso darti
    cerco alla finestra
    in meridiani e attriti -vengo a dirti
    la voglia del gesto che mi sei,
    il fermaglio divelto
    di come ti avvicini.
     
    Cedo il nero
    per rose di sogni -parole
    d’afona voce che s’invola.
    Rimbocco la coperta
    dove i fianchi s’allacciano
    -quegli argini
    tra le efelidi e ceneri di cielo. 
     
    Cerco il segreto del tatto
    lungo i crinali,
    se volessi sfiorarti
    adesso
    la speranza dei corpi
    colmerebbe quelle stanze clessidre
    dove ho l’alba nei piedi
    -un ballo
    sul perno della luce.
     

     
  • 12 settembre alle ore 15:33
    Lato a lato

    Fa’ come se fosse
    casa tua
    questa fortezza
    di pelle e cardini.
    I cancelli e i passi sono uguali,
    non bussare - e muovi il tempo:
    lato a lato, sto.
    Come dire,
    basterebbe l’aria
    per aversi.
    E le mani piene.

     
  • 11 settembre alle ore 14:34
    I figli di Aleppo

    Hanno smesso i sorrisi e anche il pianto
    i bambini di Aleppo.
    Lacrime e sorrisi, per sgorgare
    vogliono case di libertà e pane profumato,
    vogliono giochi di bambole e di speranze
    corse nei prati non violati.
    I figli della guerra
    camminano sui fumi e sulle pietre aride
    quando non vengono traslati oltre la paura.
    Guardano frantumarsi la pace,
    hanno imparato come muoiono i sogni
    insieme ai cari.
    Ai piccoli fratelli lasciati a terra
    con gli arti mancanti e gli occhi
    con l’ultima scintilla che arde vita.
    Hanno perso di vista gli angeli custodi
    hanno visto in cielo un fuoco che non scalda
    e il gelo scendere, cupo e vasto.  
    In tanti hanno disegnato
    resti sventrati, nel non colore.
    Mandano segni,
    stanno aspettando
    sotto le porte della cattività.

     

     

     
  • 10 settembre alle ore 22:52
    Esperide

    Vedo le vele
    da stanze rosse
    mischio parole
    e muschi in sale
    cadono flutti
    di palmi e sete
    spoglie e arse ancora
    faglie di sguardi.
    Il sogno a vie 
    strascica gli orli
    vicina esperide 
    apre la conca
    slanci di gioie
    epilessie
    in nude retine
    di meta e viaggio.
     

     
  • 09 settembre alle ore 15:15
    Il dono dello specchio

    La pietra
    lanciata da mano indolente
    ha sapore di ferro
     
    piovono ceneri
    e poco che trapeli
    occhi negli occhi.

    Colpisce
    un male incalpestabile,
    rimedi appesi come foglie
    e altre culle d’oblio.
     
    Rifugio opaco
    da porte chiuse a più mandate
    -s’è perso
    il dono dello specchio.
     
    Da un’eco sinusale
    c’è solo da aspettare
    una natura che ci annulli
    e poi ci rimodelli
    in un Monet di scie
    e oscillazioni.
    Esili fili d’erba
    a contare i cerchi del vento
    rapiti, dalla stessa
    vita principiante.
     

     
  • 08 settembre alle ore 23:11
    Lontano afelio

    Cammino e schiaccio foglie
    dacché l’afelio
    è brillantezza
    di una visione smemorata.
    Distanze grigiocenere
    a nord del paradiso,
    non interrotte.
    Dolore d’alba a sera.
    Cammino
    gridi di sabbia e tundra
    più volte torno
    a una stasi indovina
    esilio
    accartocciato al centro.
    Sotto la giacca, fitte
    di un’enfasi
    da cui mi stacco
    per il colore, troppo.

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.