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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA) - Italia
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  • 37 minuti fa
    Spillo di luna

    Uno spillo di luna
    viene puntuale
    dove torna a raccogliersi
    la docile sponda di lago
    rappresa. Natura che ricrea
    natura nostra, scissa
    di orifizi e contrasti:
    quell’arso incanto
    che in acume denuda
    e notte, tende.
     

     
  • venerdì alle ore 18:03
    Come alberi abbattuti

    Sono come alberi abbattuti
    prima che possano alzare i rami al cielo
    coperti di fogliame, frutti 
    germogli
    ancora pieni, d’improvviso stesi
    senza il tempo per una resa scaltra
    senza poter tendere le radici altrove

    sono come alberi scorticati vivi
    messi in gore di pietra
    presi dalla terra, dalle formiche
    da un fiume fermo di sterpaglie 
    e ruggine.

     
  • 13 agosto alle ore 10:24
    Il suono del mare

    Dormo con il suono del mare
    registrato nello smartphone
    copre il fischio ferroso dei treni
    copro insopportabili metafore.
    Flusso. Il flusso transitorio
    presto abbandona ma il mare no
    è la presenza e l’assenza
    immagine che il vento non asciuga.
    Si dondola anche l’ignoto 
    ché non si dimentichi nulla
    poi giù sul fondo
    all’interno tanto violento colore
    fortunati di spiarci vicini
    forre di correnti, posature, coralli.

     
  • 12 agosto alle ore 16:04
    Per quante pagine

    lo sguardo, questa iperbole arsa
    per quante pagine ancora?
    è un gridare del tempo
    il peso goffo delle sillabe
    le virgole, i graffi   

     
  • 10 agosto alle ore 15:50
    Di tanta sabbia

    un solco, un sasso lanciato
    un cerchio di tanta sabbia
    qui grata al silenzio
    che frammenta la musica
    inganno l’attesa

     
  • 08 agosto alle ore 1:50
    Giuntura tremula

    Una valigia
    di ogni tuo pensiero
    Un groppo d’aria
    musica d’aeroporti
    Ché mi sei viaggio
    di alacri vene e fiotti
    Di una giuntura tremula
    l’occaso che riposa

     
  • 07 agosto alle ore 17:51
    Roveto

    Bosco di gridi
    eco meravigliosa
    Dei rami giunti
    nodo che mi respiri
    Che siano labbra
    o bragi di parole
    Tu mio supremo rosso 
    nel cuore del roveto

     
  • 05 agosto alle ore 9:40
    Trina bordeaux

    si riversa il sereno
    ci sfiora il fragore dell'ombra
    strema il dì fiori dal labbro
    ma poso la mano sul vetro
    la piccola trina bordeaux

     
  • 30 luglio alle ore 8:54
    Polo di luna

    Polo che arrossa il buio
    ferita di carezza
    buca a metà una nuvola
    si occulta, non fantasma, 
    si chiude al cielo
    memoria
    senza catenaccio

     
  • 14 luglio alle ore 10:48
    Extrañe

    Così succinta una parvenza d’ali
    brilla insolente un mormorio d’estate

    l’ultimo piano
    porta a un vuoto di rondini

    si rannicchia anche l’ombra
    in magrezza di sogni

     
  • 11 luglio alle ore 11:29
    Sulle orme di Albertine

    Corre lontana la felicità
    dalle orme spoglie, né i rami
    ancora traboccanti miele
    ghiacciano al lutto,
    dondolio mesto al passo
    che inebria gli occhi vuoti.
    Vi cresce assenza, è un bosco nero
    la fuggitiva varca
    da fiume stretto, un trascinio
    di sassi – bucano il cuore
    costretto in acri pollini
    a ricordare l’Avida
    già in aria di abbandoni altrove.
    Che fatica struggersi
    alle acque ferme castigato.
    Che fatica, la Serena riva.

    “Fra tutte le cose che l'amore esige per nascere, quella a cui tiene di più, e che gli fa trascurare tutto il resto, è la nostra convinzione che una persona partecipi a una vita sconosciuta in cui il suo amore ci farà penetrare”. (Marcel Proust, Dalla parte di Swann)

     
  • 09 luglio alle ore 21:06
    Sfiorando voci e teste e carte

    Si parte dallo sguardo 
    giù per la chioma, alfabeto inesploso
    dove si accalcano le note dei mattini.
    Si parte dalla luce che è quella giusta
    da due mandorle scure 
    strizza, assapora, assembla
    per cogliere fin dove si può cogliere
    a gocce il dire, il dare.

    Please look me, my dear.
    Voulez-vous converser avec moi?
    Ed è una larga idea 
    il cerchio che raccoglie
    sfiorando voci e teste e carte. 
    Riguarda accenti e gesti
    desiderati acerbi volti 
    -svegli o voltati dove, 
    persi negli arabeschi.

    Piccoli fiori 
    che dal fondo innaffia 
    e dal prodigio estrae corolle in sillabe 
    di linfa certa.
    C'est très bien. It’s very good. 
    Ma sazia, mai.

     
  • 05 luglio alle ore 0:05
    Come uno strappo dorato

    uno di quei giorni
    che s’interrompe il respiro
    indecifrato nitore riaffiora
    della parola taciuta- rimani
    agogico pulsare, ancora
    ti ho visto in un salto di luce
    e non c’ero, non io
    la chioma al tuo vento
    come se si andasse
    come se non si tornasse

     
  • 03 luglio alle ore 23:36
    Raccogli

    Raccogli quei capelli, l’acqua continua 
    a defluire, la voce generosa 
    che reclama: traspare.
    Sfuocato taglio dove si genera
    la felicità, il tempo è poco 
    e l’occhio va al disordine prima di partire
    ti dici è presto col mare in cuore 
    e poi sistemi un libro, calze che gli piacciono 
    strappi alla rosa un petalo
    il bacio di ricambio -credi? 
    non sarà un tombino che l’accoglie
    sotto una suola 
    profumo di disperso per lontana cura 
    sospiro, dedizione?

     
  • 02 luglio alle ore 23:16
    La baia delle balene

    Avanza nella baia ad origliare il nulla 
    il suo cuore d’alga, s’incupisce 
    di quanto inverno copre le acque vuote.
    Era uno di loro, la mano di lama 
    violenta tra code arenate 
    pietre dopo che il guizzo, 
    ultimo, donava il suo rosso 
    al sonno imbelle e sinistro.
    Lo annienta il mare
    la squama enorme impacciata 
    che rimescola, silenzia, torna sul fondo. 
    Un’onda d’oceano 
    accorre e non dà sollievo
    ricacciata in bocche di sabbia.
    Lui la segue, con il lamento di tutti i lamenti 
    di madri, figli e vecchie balene 
    pronte a morire dove si piega, in pace 
    la musica del mare.

     
  • 25 giugno alle ore 12:05
    Mezzaluna

    La mezzaluna,
    il tuo corpo
    scende in me
    -anticipo di sogno

     
  • 24 giugno alle ore 19:48
    Miniature

    Il sapore di ribes alle labbra
    -sono le tue o le mie?-
    e il groviglio del sole
    m’imprigiona gli occhi

    salpo alla finestra sulle punte…
    non si sveglia la stanza, se posso

    Sembra una foresta la scia di rondini 
    passa il grido e fa a strisce il cielo

    sembrano convolare a nozze
    quei due ciliegi, fatti l’un per l’altro

    poi lo sbadiglio mi dice che è un errore:
    sono solo voli e fiori magnifici
    voli liberi al mattino
    solo fiori magnifici
    solo magnifici
    solo fiori
    solo

     
  • 21 giugno alle ore 16:09
    Concettuale n.1

    Sera di vita propria
    isola silenziosa
     
    sorprende il canto
    di un merlo veloce
     
    un fiore sta morendo
    è la sorte dell’erba
     
    va tutto liscio
    l’ombra di pace assorbe
     
    Ho idea di un libeccio
    che arriverà dal nord
     
    forse è tardi
    per sentirsi normali

     
  • 12 giugno alle ore 17:12
    C'era la quercia, c'è ancora

    C’era la quercia
    di ogni mattina
    il rifugio immortale
     
    l’altalena di  corda, sul dirupo
    “tu fatti portare, tanto non moriamo”
    e intanto ci gridiamo
    il segreto del giorno
    i sogni freschi
    il mondo che saremo
     
    Sembrerebbe un’adolescenza
    quest’amicizia a forma d’amore
    non diciamo a nessuno
    ch’è nato un bacio sulla bocca
    un tentativo per raccontarsi
    cosa si prova ad essere più dentro
    Ci siamo attraversati
     
    anche senza labbra, senza voce
    e senza  la purezza di un peccato
     
    Un luogo insieme, nido di sincerità
    fu quel calore a farci crescere
    raggi di pace in direzioni del caso
     
    Il meglio, l’illuminante
    l’ho cercato poi -nella solitudine
    Ci sono quasi…
    ogni tanto, raggiungimi

     
  • 10 giugno alle ore 15:23
    Con l'acqua alle caviglie

    Rivoglio il mare
    con l’acqua alle caviglie correre
    dove si sfrangia il giorno
    perossido d’arancio e blu
    quel mareamore che mai si assesta
    e già mi spazia
    in un discorso di fondali
    un “vieni” di apertura
    il trascinar di foci
    che pare dire
    “rigurgito di bocche d’onda
    l’incanto eroso al tempo
    sarà ancora tuo,
    restituito”.

     
  • 08 giugno alle ore 22:49
    Giugno (due haiku in acrostico)

    gazanie in macchie-
    iride color vento
    un frinir d’ali
     
    ginko in fulgore-
    non si abbiglia di petali
    ornello antico

     
  • 07 giugno alle ore 19:07
    Germinare

    Solo perché germini il germinare
    da pietre in fumo ingrasso un gelsomino
    di quell’odore in ciocche 
    di quelle stringhe in luce da disperdere 
    ogni mia ombra dappertutto
    e forma esterna e paratie dei fuochi.
     

     

     
  • 05 giugno alle ore 15:03
    Lei

    Porta sempre con sé
    come l’ombra sul pavimento
    segni d’adolescenza,
    il gusto di mandorle crude
    di un primo bacio che sembrò nel vuoto,
    postumi di cosa non sognò
    e un principio di lacrima nel caffè
    evaporata a gioia

    Non è possibile e lo è:
    quella finestra poggiata al nulla 
    non si può chiudere
    siccome muri intorno non ne ha
    né cardini né scuri 
    e sbatte ugualmente 
    vento o non vento

    tante volte pensa ad una soglia
    tra il finito e l’ancóra,
    e che il coagulo anima- corpo 
    aria nell’aria
    sia lì per sciogliersi
    finalmente

     
  • 03 giugno alle ore 9:48
    Sbocci nel grano

    Dormi
    sotto le falde della tua notte
    dormi come il buio
    come se i riflessi
    fossero di altri specchi
     
    Dormi come fossi un ricordo
    una scia drappeggiata
    un lungo sogno
    sotto le piume
     
    Dormi l'immobilità
    finché qualcuno veglia su te
    senza toccarti il pensiero
     
    Dormi
    fino ai bronzei calici
    del mattino
    fino alle pervinche
    fino agli uccelli
     
    Dopo chiudi le ombre
    e vivi uno spazio dorato
     
    Non sei
    né prima né dopo
     
    perché sbocci nel grano
    e geli nella neve
     
     
     

     
  • 02 giugno alle ore 18:09
    Di facce, di ardesie

    Non gli servono porte
    è un immenso vociare questo corpo
     
    ricorda luoghi, suoni
    moti perpetui. Popoloso
    di facce, di ardesie
    talvolta si allontana dall’incuria dell’uomo
     
    gli dona un sorriso che commuove
    ma in penombra si confonde
    con la lama, dolce, del silenzio.

     
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  • 30 luglio alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

     
  • 21 giugno alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

     
  • 12 giugno alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

     
  • 10 giugno alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

     
  • 08 giugno alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

     
  • 05 giugno alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

     
  • 02 giugno alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

     
  • 31 maggio alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

     
  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.