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Poesie di Rita Stanzione

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  • domenica alle ore 17:43
    La bambola

    fuori la casa di Livia
    c’è una bambola
    chi passa le getta lo sguardo
    pensa a De André
    a una finestra malinconica
    e a degli occhi color di foglia.
    lei ora è scesa, di fronte
    chilometri di vita inevasa
    uno di questi giorni vorrebbe partire
    stacca l’ultima rosa dal ramo
    scrive au revoir con una spina di sangue
    – addio felicità di quattro muri
    negli echi – e chissà perché piange.

  • 20 maggio alle ore 16:41
    A un metro da noi

    Saltano attraverso refoli
    di occhiate ꟷ non saltano in realtà
    tra i banchi ma sono archi in attesa dell’aria ꟷ
    le cince forse non si accorgono
    delle finestre semiaperte
    dei riccioli spaiati
    né del rumore di quelle iridi
    ma con la stessa ebbrezza spostano le ore.

    Osservo dalla mia luce aliena
    la linfa che si allunga
    come uno stame innamorato
    mentre gocce di polvere cadono a strapiombo
    da fiato corto sulle mattonelle
    e il ragnetto in un angolo
    crea una breccia sul confine dell’esilio.

  • 21 marzo alle ore 17:21
    Dov'è che siete andati

    Dov’è che siete andati
    miei rami senza forma
    e fiori imbastarditi
    da inverni pingui.
    Non avevo anni non cadenze
    e vi chiamavo bambini nell’utero
    procarioti di lago promiscuo
    sbarrato alla luce, un che di bozza.
    Come fosse domani l’indizio
    frugo gli specchi, i corpi assenti
    ancora succhiano sostanza
    da buchi neri. Li tocco invisibili,
    si rompono in una matrioska
    ch’è meglio lasciare composta
    come un fatto privato
    cupezza in gola. Sparpagliare
    la propria natura, ch’è meglio. 

    poesia pubblicata nell'ebook antologico "Alda nel cuore 2021" Aa.Vv.
     

  • 11 marzo alle ore 12:36
    L'altra metà del viaggio

    indovina quel minuscolo vagare
    tra ombre e fuochi, immagina
    dal sorriso al lievissimo alone di mestizia
    la forma di noi la faglia dello sguardo
    mai uscita dalle storie. forse un prodigio
    vuole essere l'altra metà del viaggio
    con vele chiare, code di domani.
     

  • 06 marzo alle ore 8:11
    Uno due e quattro

    Uno
    il tipo di sguardo
    che tollero, che sia la cura
    Come vedi maturano i limoni:
    sole e più sole... sciogli le bucce
    Assorbimi insieme alla terra
     
    Due
    due frecce
    una va una torna
    Colpita al taglio
    la foglia pendula
    Potrebbe farsi meno male
     
    Uno e due
    e poi (ciò che non dico)
    gli occhi si danno chiusi
    Una farfalla rompe il suono:
    udito; no, non visto
    Sentito forte
     
    Quattro
    filari d'alberi fioriti
    e d'animali (anime e ali)
    quelli cresciuti in fretta
    dal sangue facile
     
    Il patio è stato esposto
    da tutto un lato
    Appresso, come scende l'ombra
    tutto riprende a pioggia
    e sovverte l'ordine
    nei giardini degli occhi
     

  • 22 febbraio alle ore 23:39
    Bacche rosse

    Baci senza memoria
    ritornano sulle labbra
    come bacche rosse
    non rinunciate
     
    Abbiamo allevato il ramo
    di vaghe corolle e pollini
    da staccare alle spine
     
    Vitamine a lento rilascio:
    la vita, dei suoi sapori,
    sa come appagarsi

  • 29 gennaio alle ore 17:44
    Trama insoluta

    Quattro - dico quattro
    e ora lo nego
    Saranno stati (almeno) fasci multipli
    i visi implumi, i cuscini
    affossati al posto solito
    dove non fa male il rimbombo
    non scricchiola l’osso
     
    [posso cambiare il corso
    di quello ch’è stato?]
     
    Mi dava una razza di bacio
    una razza bastarda di commiato
    di notte a barba rasata (di freddo)
    e un sorso d’uva bugiardo
    versava alla bocca -la lingua legata 
    al fruttato, gli antociani più blu
    nel furto del sonno -dentro al fumo
     
    L’ho visto? era un passaggio di stato
    dove non vedo
    oltre gli stucchi delle gambe
    o forse il solco insoluto
    tra la destra e sinistra del corpo
     
    Non l’ho visto
    era intero e diceva cose spezzate
    Spergiuro, giurava d’esser leggero
    sorvolandomi

  • 16 gennaio alle ore 9:49
    La tua notte e la mia

    la tua notte e la mia
    si guardano ogni notte
    le tiene un filo
    più è corto più si dicono
    pensieri inconfessabili

  • 03 gennaio alle ore 9:50
    A nudo tempo

    domani
    un alito di nebbie
    ancora saturo
    non celerà
    calchi di fronde
    e le tue mani, nervi
    di sempreverdi
    piantati sul pendio del corpo
    senza bisogno
    di prati e primavere

  • 27 dicembre 2020 alle ore 11:08
    So

    semestri spezzati
    seni stalattiti stanche
    significanti 
    scolpiti sulle soglie 
    stormi, se stormi
    stupori sincopati
    sussurri, so sottovento
    - solchi, suture, sponde.
    saperti sciolta spira
    saperti saliva - sale,
    sapere speme-mia
    snudarti sempre.

  • 20 dicembre 2020 alle ore 11:32
    La mia terra che chiama

    Un diario in cui mi specchio
    il richiamo dei cedri
    su questa piazza
    imbambolata di essenze non vere,
    robusti e impazienti i miei alberi
    stanno in attesa, e solo ombre
    che l’aria respinge.
    Quand’è sera sono una giostra
    a luci spente,
    se tendo le braccia
    un mondo vuoto batte il polso
    e io ghiaccio di abbandono
    viaggio distante
    che fa male allo sguardo,
    dilania perfino la pagina.
    Porta via montagne sognate
    mentre ginestre e occasi 
    scolorano dentro le nubi
    - non c’è misura di tanto sparire
    a un passo dal cuore.

    Alla poetessa Ofelia Giudicissi Curci (Pallagorio 1934 – Roma 1981) 

  • 25 novembre 2020 alle ore 12:46
    Dal seno acerbo e storie mute

    Quando bambina senza voce
    I .
    Sono bambina
    che gran fatica appena metto
    a fuoco l’ingenua schiena
    in sette lune di rivolta
    l’arancio chiuso a feto
    la benda-velo, stele
    a gocce. Il dentro sperso.
    Forse è segreto di lenzuola
    madide e presto fredde
    da scostarsi. Sembrano altre
    quando da conche al sole
    fanno un biancore di peonia
    corolla al seno acerbo.
     
    II.
    Stasera l’antro è bosco di serrande
    chiuse. Il nascondino delle facce
    per ludo vero. La proiezione fisica
    lontanamente un’affezione:
    non c’è parola a dirlo.
    Il lutto si spalanca gli occhi.
    E cosa avverti?
     
    Assalto dalle ombre
    I.
    Notte cattiva
    tutti i sogni affollati
    perché non sa dormire (sola)
    dove il tempo è terribile
    di segni e tagli di lumi inferociti.
    Lei bisbiglia ma solo a sé,
    sfuma in punta di piedi.
     
    II.
    La bambina diviene senza stomaco
    per quattro lunghi giorni
    corpo di pietra
    porta il peso del fiore
    di terra nera
    cade nel muschio delle ciglia.
    Non cerca cibo e profusioni
    schiva, riparo nella pelle
    ghiaccio di luna, duro
    che non si lascia respirare.
    La bambina da qui in avanti
    non c’è più.
     
    III.
    Ora, s’appiglia sul volto. Stranezza
    non averlo visto nel fondo.
    Ora che non è lì, eccolo appieno
    e povero, in una cifra molle.
    Un cristo peculiare in niente
    un Pallino qualunque -lei dice, e
    vi sputa un secchio di noncuranza
    dopo che l’ha smembrato vivo.
     
    Rielaborare
    I.
    L’angelo bello infine viene a cancellare porte
    si volterà a ruggire agli scorpioni
    coperto di cespugli biondi - il Giorno.
    << Portami le mani una notte e tutte
    ridammi un tatto limpido che scivoli sui tendini
    incenso agli orli in pece dolce sui perimetri >>
    -larga la paura
    lasciata qui a mordersi la bocca.
     
    II.
    Per errore le si accostò
    al sesso rosa e nudo
    un ansimare scoordinato
    saliva mosto e tabacco.
    Per orrore non seppe, non gridò
    dalle palpebre rosse
    di oscurità contusa.
    Piene di dita le sue mani
    spingevano
    schiacciavano le estranee
    toccavano terra i piedi
    irrigiditi senza sangue e
    non seppe, non fuggì.
    Anni di seno in nòcciolo
    che si matura nelle T-shirt.
    Anni che ancora conta dita
    un perché cianotico freddo:
    solo un gesto di forbici
    e poi gettati al fuoco i moncherini,
    guarda spegnersi il tutto
    senza dimenticare.
     
     

  • 22 novembre 2020 alle ore 18:03
    Indefinito fiore del freddo

    Con la guancia
    al fiato dei rossori
    occhio nell’occhio
    la sensazione
    di essere tutt’uno col tutto,
    motivo alla memoria
    di tessere enigmi
     
    Chissà come, ora: il tramonto
    sembra meno caldo
    dal mio lato
    -e sì che questo tempo
    è Svizzera in artiglio -
     
    Più sensi mancano per essere stati;
    strano è guardare minime consistenze
    e di come si spogliano gli alberi
    liberi da paure
     
    Poi sotto la coperta
    del tuo palmo capace, sparire
    Sentire un graffio qualsiasi
    risalire il ghiaccio
    scoprire l’acqua
    che gira il profondo

    poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017

  • 21 novembre 2020 alle ore 22:08
    Superfici così fonde

    Ecco,
    lo spazio fiorire di silenzi
    che nemmeno le dita
    sui vetri, tracciano accenti

    chiusi gli scuri
    il suono della mia voce
    senza la furia dell’aria
    così netto, poliedrico mantra
    infilato nel grembo

    Tutto è chiaro,
    il Cosmo misurato sulle dita
    mancano anni luce a viaggiare
    il traffico dell’anima

    si alzano valichi
    sullo sfondo del buio
    non trovo interruttori
    sulle paure,
    esco a bere
    un attimo il sole

  • 19 novembre 2020 alle ore 23:57
    Perché pregare

    Perché? perché
    eravamo a pregare
    con il frastuono oltre le porte
    sereni inamovibili
    con il pattume
    sotto limpide trame?
    Quando una mano
    chiedeva un frutto al nostro albero
    e col silenzio s'è marcito.
    E detta fede
    com’è così imprecisa,
    arida, trattenuta?

  • 15 novembre 2020 alle ore 0:17
    Un acro di cortili ciechi

    Visi che strisciano come teatri
    misteriosi oltre il sonoro
    ignavi da bocche sfatte,
    dinieghi di sorrisi
    sotto il cappello di cilestro
    spento ꟷ e sono vedove
    quelle assuefatte al logorio
    dell’ora, perduto l’utero di gioia.
    Diritte, e tali i cecchini
    che sembrano aspettare i Tartari
    nel camuffare mote
    di solitudine.
    E l’alba è un acro di cortili ciechi
    l’alba non abita
    non irradia, piange sui muri.
    Avesse nelle mani uno scalpello
    e un’epoca di rosa
    dietro la tela
    avesse un altro quadro
    di alberi, e non fortezze.

  • 03 novembre 2020 alle ore 10:41
    Lyrica

    Nell'attesa 
    mi tingo di bianco
    trucco finestre di sale
    Fermo tu, corda di cerchio
    Ti confesso molteplici abbracci
    dal valore assoluto di te

    E la voce manca di adesione
    morde interni indeterminati 

    La parola mancante
    è sempre uguale
    si stacca dalla lingua
    cade nel piatto
    dove mai e sempre ancora
    abbiamo goduto
    sporcandoci il palato

  • 24 ottobre 2020 alle ore 17:16
    Lontano brucia

    lontano brucia
    l’esultante fiorire di maree
    un giorno l’orizzonte
    ci riaprirà i segreti delle porte
    un giorno la riva scura
    avrà in memoria orme
    che pure si amavano
    nella risacca
    perdendosi.

  • 29 settembre 2020 alle ore 14:23
    L'essere in loro

    a volte torno
    vera madre anch’io
    seno di odori
    e ninnenanne
    sulle labbra,
    a volte colgo vele
    strappate e fradice

    e tu sei stata àncora o vento? 
    dove hai cucito
    le sue ali

  • 22 agosto 2020 alle ore 15:25
    Viste supreme

    non un impedimento
    cancello
    catene o sterpi
    non c’è vento a ringhiare
    solo le palpebre
    àuspici smorti
    nel bacio di umido
    vernice ferma
    la linea fida che non sai
    se va o se torna
    granelli che si slabbrano
    al nulla sgombro
    boato inesistente
    il mare si rintana
    per finire.

  • 17 agosto 2020 alle ore 14:49
    Il caldo tra le stipe

    il caldo tra le stipe ha nervi d'acqua
    li canta sulla pietra - e tu hai voglia
    di una nuvola, di una goccia d'ombra
     

  • 09 agosto 2020 alle ore 19:02
    Piazzale Michelangelo

    ispirati com’erano
    ai blu e agli aranci
    distesi i monumenti
    ci hanno nascosto
    il vano per il sacro
    scoperti a sguardi
    che si nutrono
    volando - e senza corpo.

  • 02 agosto 2020 alle ore 0:18
    Iridi

    il tutto va
    portato come fiore
    in un deserto
    ma le iridi
    restano in bolle
    ammutolite
    per i soffusi lineamenti tuoi
    in un nitore proprio.

  • 24 luglio 2020 alle ore 13:05
    Dei nudi a far mazzetti

    si faranno mazzetti
    da gemmature
    di anemoni sul pube,
    il panorama già raffigurato
    con l’occhio del pittore
    raccordo di meduse
    lucide dolci di esplosioni.
    le cosce per ombrelli
    su di uno sguardo gambero
    propaggine del guizzo
    al gineceo dell’acqua,
    pasionaria.
     
    (sull'opera "Up" di Costa Dvorezky)

  • 20 luglio 2020 alle ore 16:18
    Un posto di pietra fedele

    Se tento
    di fissare gli specchi
    mi vedo già nel passato.
    Se fotografo il cielo
    non posso entrarci
    che da un’illusione prospettica.
    Mai stata pioggia
    mai selciato
    mai una statua di ghiaccio.
    Cerco ancora
    un posto di pietra fedele
    e addomesticamenti.

    Ispirata all'opera pittorica "Histoire infinie" di Zaid Touria, in Quaderni di UniDiversità n.2/2020