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Poesie di Rita Stanzione

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  • 7 ore fa e 22 minuti fa
    2 haiku sull'attesa

    si inoltra a sera
    l’attesa - e porge il fianco
    la solitudine

    la stanza vuota-
    anche in un piatto lucido
    entra la luna

    (ispirati a "L'attesa", Felice Casorati, 1919)

  • mercoledì alle ore 10:47
    Giardino di marzo

    Delle formiche
    attratte dal calore
    nere come la terra
    di notti apolidi
    monadi di certezze
    vedo senza paure, 
    mentre la febbre
    dalla ferita gioia
    esonda. La natura
    non fugge privazioni
    intanto crea
    e ripara, obbedisce
    alla linfa che sale
    e prega il sole,
    è il ramo abbottonato
    che gode del fiorire
    se tutti gli altri sono vivi.
     

  • 21 marzo alle ore 18:00
    Sotto i platani

    Sono passata sotto i platani
    coi rami torti
    e le tue mani d’ombra.
    Una capriola l’aria
    inquieta
    scordandosi di tutto,
    il viso l’ho lasciato lì
    come finestra
    di sete attesa  
    e spire di profumi
    nudi.

  • 15 marzo alle ore 23:29
    Sorriso da una mascherina

    Ci siamo scambiate un sorriso
    lei portava la mascherina
    ma io l’ho visto
    si diffondeva  
    in silenziose libellule.
    Poi un rintrono
    attenti non è che l’inizio
    vi scansino lembi di sensi,
    un salmo
    da sapere a memoria
    in camere chiuse fino al midollo.
    Corpi irreali, camminiamo 
    per allontanare la strada
    sigillare l’orecchio
    a un aereo che taglia il cielo  
    e sembra venire da dentro.
     

  • 09 marzo alle ore 7:23
    Continua ad accadere

    Ma quanti cieli esistono
    quanti colori
    passare e non fermarsi
    poesie fortificate tra le dita.
    A quanti cieli le distanze
    non paiono che gocce e l’aria
    continua ad accadere
    vivida e muta ꟷ a bordi di finestre
    respira sul mio viso
    da una mimosa
    e l’ombra acerba e tenera
    data all’amore, una perfetta anca
    incide il vuoto. Il vuoto non esiste.

  • 08 marzo alle ore 9:22
    Ho baciato un'amica

    Parabole sui tetti, cena, pochi
    quelli che in giro si attardano
    feriti a vuoto
    coi baveri alla bocca,
    i rododendri volti
    verso divinità improbabili
    con i bottoni pronti ai fiori
    il marzo che vorremmo
    primavera live.
    Ho baciato un’amica
    e non so se mi riconosce
    la pelle, 
    ora che le distanze gocciano
    riverberi di nostalgia
    dentro uno sciame estraneo
    ci ritagliamo selve di profumi
    da tenere negli argini
    con il terrore di apnee
    e sospiri a mezz’aria.
    Con avvicinamenti
    retti solo dagli occhi
    e il desiderio di gravitare alti
    guardare come un film la folla
    all’ora del vento disperdersi
    in qualche fessura, col poco possibile
    e utopie, soprattutto magnifiche.
     
     

  • 03 marzo alle ore 22:16
    Febbre di neve

    Febbre di neve,
    in bufere di giorni mai avuti
    siamo condensa al vetro opaco
    predestinato inverno
    siamo odore di tracce dove
    anche il corpo si regge rampicante.
     
    Empirei,
    empirei d’istanti da non colmarsi
    siamo pelle che s’interseca e trema
    un occhiello di rosa
    nel bruno insano che sciupa la notte.

  • 25 febbraio alle ore 17:58
    Piano le gocce e noi

    Piove così sottile
    molto in silenzio
    piove di sole spento
    piove perché
    anche il grigio parla una lingua
    e sporca le rose
     
    Piovono sassi sul fogliame
    una cenere nuova fa distanza
    È marcia la terra
    spariscono orme
    di quando si aspetta un raggio
    un bagliore un fuoco
    un “quanto mi scaldi”

    un come
    vaporizzato
    dalla meccanica dei fluidi
    così che va
    tutto ciò che abbiamo
    che siamo
    -e ora come stai?-
    dalla terra in su
     
     

  • 22 febbraio alle ore 21:30
    Hai voglia che sia pura

    Hai salvato qualcosa
    dall’altra parte del mattino?
    fuggito via da un pozzo vuoto
    di desideri
    con una lama scintillante
    - il tuo sole malato -
    hai sgozzato l’amianto
    e grandi scheletri di ruggine
    disseppellito plastiche
    ed epistemi ambigui
    -e quanta melma
    sotto uno scialle finto verde.
    Il tuo ludo terreno
    di sanguinanti rovi
    ti celebra da tuniche bruciate.
    Terrore d’esser vivo all’argine
    di salme e voli bassi,
    hai voglia che sia pura questa fine
    ancora un giorno per gettare il seme
    l’ottavo giorno, di astragali
    sui sassi neri del tuo passo.

  • 20 febbraio alle ore 23:50
    Certe discese e risalite

    Tanto nella vertigine
    ci siamo caduti

    e non nascondo ch’è stato pauroso
    il sollevare ali nello zolfo,
    immenso il blu nel paracadute
    di baci al fruttosio puro

    nel sottosopra da non dire
    se ci siamo allacciati con giudizio
    o s’è affidato a un fil di ragno
    quest’oncia di sussulti
    che l’aria non afferra e regredisce
    in un buco maestoso

    fino alla luce quando viene improvvisa
    rivelazione ch’eravamo in cerca
    dell’essenza

     

  • 17 febbraio alle ore 13:10
    Una grazia d'inesistenza

    Pioviggina senza ritorni
    in cerchi di respiro calibrato
    un timore di non riuscire più a scuotere le stelle
    le sento in echi di ematite partorire carboni
    ꟷ ricordo un giorno un matto
    voleva ammazzare lo yin,
    il nero che oggi mi arriva dal fianco giusto
    un dolore mancino dello stagno
    con l’acqua presa a prestito.
     
    Pioviggina una grazia d’inesistenza
    un gelicidio che non sa farsi neve
    ombrose le tue orchidee
    le vedo sorridere in lenta mutazione
    un soffio a bocca chiusa, quante volte cielo
    di sogni assolti dal crederci molto.
     

  • 15 febbraio alle ore 19:49
    Estetica per il neurone

    Come se a un tratto divenisse
    patto d‘imitazione
    il canto dello storno dà un Presto
    e poi chiusura in un Rondò.
    Uccelli noti? Note!
    l’ordine dei passeri in fila sulle righe
    coi becchi schiusi e il senso estetico.
    Rubato, carpito da udito desto?
    corpo imprendibile di sfinge
    va in cifra al rebus per il neurone che sfavilla.
    L’ombra persino
    proietta mille briglie 
    -sbriglianti- da un altro mondo. Si allunga
    il piede, curioso senza staccare
    l’altro. E vola su per una stele
    senza più stele: lemmi, e quanti,
    benedetti. Formule e pennellate,
    campiture a colli di bottiglie, a colli
    di cavalli leggeri pegasi
    libere nuvole
    che il vento annette in traversate mistiche
    spine di pioggia, tornano
    radici in relativo caos.
     
    _ _ _ 
    Mozart per circa tre anni tenne uno storno domestico. Si dice che gli avesse insegnato il canto di una certa melodia. Parti del Concerto per pianoforte n. 17, K. 453 in sol, le ha scritto ascoltando l’uccello.

     

  • Sei uscita dalla notte
    su scarpe prossime alla neve.
    La polvere accucciata dice
    che siamo inutili
    mentre tu scivoli tra veste e buio
    dove la pace atterra
    senza nessuno
    se non il fuoco del sorriso
    morso da inganni, acuta lastra
    del non perdono a te
    a che non puoi cambiare.
     
    Se il nugolo scrittura e vita
    l’hai seppellito, se
    gonfio di errori è il mondo
    e amori altrui
    contro il destino che s’incrina
    estrema congiunzione
    di grido e pietra
    allora ai tulipani si pieghino le sbarre
    per la tua voce audace da far sgomento
    e l'arco così tenero
    mai dissipato,
    di apparizione al vento.
     

  • 02 febbraio alle ore 17:38
    2 febbraio 2016

    Ecco: adesso
    si muove dal silenzio
    il lenzuolo bianco della carta
    io e lui viso e viso
    il raggio del fuoco riscuote emozioni
    scoccata mezzanotte
    di un altro anno che furoreggia
    intimo nel sempre, sole lucido
    Non desidero altro che aggiungerlo alla collana
    tesserci un nuovo fiore del giardino di dio
    scrivere, tra le cose che sono, la più rosea
    non pensare in verticale
    da quando la curva è irrilevante
    e sono io ad aspettarmi con le braccia
    aperte, a filo di leggerezza
     

  • 01 febbraio alle ore 17:50
    2 febbraio 2011

    Sono ancora qui
    com'ero ieri e nel lontano 
    millenovecento e tante lune

    Un anno dopo - potrei pensare 
    addirittura che stia crescendo 
    o che mi avvii alla decadenza
    ma nell'immaginario personale
    a me sembro la stessa 
    di tante me stesse già vissute
    per le vie che mi hanno attraversata

    Vista da dentro sono
    l'alba da cui presi il volo
    con l'ego proiettato in grandi imprese

    Meglio così e domani mi farò una ragione
    del monologo semisconclusionato
    regalatomi dall'ennesimo compleanno

    Però che bizzarra idea 
    compiere gli anni
    quando l'opera intera non è compiuta
    potrebbe trattarsi dell'immortalità 
    saremmo banali a festeggiarci ogni anno 

    E il tempo inafferrabile che se ne va,
    m'accorgo adesso che non scorre:
    siamo noi acqua di flussi inquieti
    su un greto immobile,
    e in maree profonde sfoceremo?
    Sarà bene saper nuotare 

  • 28 gennaio alle ore 23:32
    Mezze notti

    Sono qui a non vedere
    perdersi mani sugli interruttori
    restiamo apici del verbo
    mentre la sabbia sale al collo
    restiamo appesi a una tela spinata
    ludi dal silenzio, tronchi del vuoto
    deglutire labbra che il buio asciuga.
    Per mezze notti luce d’angoli caldi
    poter essere noi, sorpresi
    tra settimini di calze accatastate
    e viscere che per sempre vorremmo
    prede di un monosillabo,
    corde intorno.

  • 24 gennaio alle ore 16:26
    Una linea taglierà il cristallo

    Non so dove
    cammineremo senza gambe
    e dietro la fronte
    l’intenso pensiero
    se avrà vuoto che basti
    a sciogliersi prima del gelo.
    Una linea taglierà il cristallo del chiarore,
    sicuro ci saranno buchi immensi da perdersi.
    Circuendo la notte
    a farne casa, la memoria
    avrà il suo cuscino di asole e polvere
    e quanti sciami, spiccati liberi
    dalle angosce.

    In "Versante ripido" - gennaio 2020

  • 20 gennaio alle ore 18:48
    Lo stagno è un altro pullulare

    L’interno degli steli ha desiderio
    di mollica, cura pori invisibili
    origlia dallo stagno vitreo
    dove slittate. C’è un podere, sotto
    di amenti che si appostano
    scalpelletti di istanti
    vicini ai graffi ma più piano
    come asterischi
    e punte di sbadigli.

  • 15 gennaio alle ore 22:33
    Effet de lampe

    Gomiti in attesa, composti
    acuminati fino a smerli
    di malva che già muore.
    Zio Husby dall’umore lacero
    come un seno appassito
    assorbe il giallo della lampada
    e la mia lingua impervia, che non dice.
    Da un lato scocca una tosse di assenza
    rumore di sangue.
    E mamma non sorride, conto
    quei denti uno a uno cadere
    nella frugalità del piatto.
    Mamma che non culla più
    né buona né cattiva
    ꟷ aria battuta, sale ꟷ col naso in su
    trafigge una boccata, e se  
    nascondo in gola rosei labbri
    graffio scorze al presagio
    con il coltello a me affidato,
    infine. A lato quel tossire
    sta congegnando una parola.
    A filo di noia
    ribalteranno l’ombra.
     

    Ispirata a “Le Dîner, effet de lampe”, Félix Vallotton 1899

  • 09 gennaio alle ore 16:07
    Gemella dal corpo sottile

    Dopo il primo passaggio di stralunati
    e un’altra scia di curiosi con l’espressione
    del nibbio in un’isola gelida e spoglia
    solo il mio corpo al centro
    a terra sotto nuvole schiacciate
    la fotografia come quelle del Faust
    di Sokurov insensata e anamorfica.
    La bocca che bacia il pavé
    una carezza estrema e la palude che ottunde
    la ragione. Ci pensavo dai tempi delle medie
    a quanto può essere sinestetica e ampia
    la stanza dell’annullamento,
    da quando ci rincorrevano i cani
    che nel contesto impersonavano il male.
    E avrebbero perso.
    Una metà del campo è nel buio,
    l’altra mi sopravvive -come le mani di aceto
    che mi lavano i fianchi
    lasciando odore di armadi messi a nuovo.
    Era amorevole il tempo delle madri
    senza condizioni. E nessuno più.
    Ora, è lecito che la finestra sia rimasta
    a guardarmi senz’ali, mi chiedo.
    Poteva concludersi vento e spettinare polveri
    riempire il deserto di nuovi patti di linfa
    intanto porre un limite di catenacci.
    Ma è fatto. La soglia mi fa memoria d’altro
    e sto bene nell’indeterminata bocca del silenzio
    cadenza di novembre
    dal corpo di una gemella sottile
    dove rifugio la parte più bella di me
    tirata per i polsi ma poco ostinata
    a non venire.
     
    In "Versante ripido" - gennaio 2020

  • 07 gennaio alle ore 7:28
    Ininterrotti stralci

    e ti rivelo e sempre e tutto
    invasa dallo spazio, e precipizi
    di una poesia fino alla fine

  • 06 gennaio alle ore 10:19
    Avvolti silenzi

    Certi silenzi cadono
    come nidi secchi
    calpestati
    lungo il bosco
    senza un raggio
    che penetri
    sull'ombra
    a più dimensioni
     

  • 02 gennaio alle ore 15:13
    Amore è incomprensione e incomprensibile

    Il mio non luogo
    è il taglio dello spazio
    sale cemento e boschi
    il tuo pensiero li scavalca
    mi cerca e si riflette nelle gronde
    vivo chiaroveggenze
    ma se raggela
    so bene posso piegarmi i polsi dal rovescio
    nel mio non luogo e mai legarti
    l’amore quindi è incomprensione
    è incomprensibile
    amaro sottoluce
    si lascia nei vialetti calpestati
    polvere agli occhi
    insensatezza del pulire suole
    mentre un singulto fa
    paralisi di gambe.
    L’amore cerca resistenza
    è lingua umida
    scostumata, che non tace
    è un bisticcio ubriaco tra forte e fragile.
    Solita strage, ci si rimpolpa a pezzi.

  • 01 gennaio alle ore 12:17
    Quindici e 03

    Ti racconto, di quell’arrivo
    che si annunciava sul binario
    l’emozione che l’attimo non sa dove versare
    la striscia gialla e achtung achtung
    pensavo in tedesco, secco, inelastico.

    Quanta memoria ancora conservare?
    quella di una scarpetta e l’Alt
    e la mia borsa costantemente aperta 
    con un libro -per Lui il rammarico –
    a metà storia.

    -È la deriva l’unica colpevole
    la colpa non ricordo. 
    Magnifico solo il bum bum del petto 
    già via per una strada entusiasmante- 

    Qualche uccello cantava: l’ascolto ancora
    una sorta di strillo malinconico di fine estate. 

    -Il treno sta per toccare il primo abbraccio delle case
    la borsa a rilasciare cose frivole 
    e al centro il libro. Il piede muto, la linea gialla- 

    In "Versante ripido" Gennaio 2020

  • 31 dicembre 2019 alle ore 11:14
    In fondo a un anno

    e mi ritrovo sveglia
    con occhi spalancati
    l’ultimo dell’anno parentesi
    alle pareti non ancora chiuse
    le finestre accigliate tra pepli e aria liberty
    fisso le pose cerimoniali del Mackintosh*
    la prima figura dare la schiena alla seguente
    e così via, dove si fermeranno c’è una fontana
    sembra l’altare della fede
    non ho abitudine alla fede ma mi affascina
    la tenacia degli insetti sulle lampade
    pronti a finire in un brillio
    ho tanti bei propositi malgrado
    mani di eclissi sugli azzurri
    spalmo noci di burro sul pane
    mi dico lo spirito si nutre a partire dal corpo
    su per la pelle sagome e bordure il rêve
    di un simbolismo tormentato
    il respiro mormora a se stesso -flocculi- 
    mi assento un po’ per annullare statici
    meravigliarmi, intero il cuore penetrare.

    *Charles Rennie Mackintosh (architetto, designer, arredatore e pittore scozzese)