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Poesie di Rita Stanzione

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  • 28 novembre 2017 alle ore 6:51
    Le ossa rosa non rispondono

    Va in giro
    con quattro nodi sullo sterno
    sentitamente scarna
    perché nessuno l’avvicini, la ravvivi.
    Non la si muova dalla freschezza scialba
    di anemone da vecchie profusioni.
    Lasciatela mancare, difendere ossa rosa
    dal secondino che l’affianca.
    Altra donna, sorella carnale
    ch’era libella al primo nascere
    poi divenne piombo
    da stravagante dissonanza
    di corpo ancora.
    Tale la respira, ne ha terrore
    e l’ama per la morte che s’accenna
    corimbo schiuso nel sorriso
    da sembrare estasi
    ad ogni morso, l’ombra.
     

  • 27 novembre 2017 alle ore 23:07
    Due lemmi in voce

    mi rendo sconosciuta
    con le pupille basse
    intrisi d'ombra
    due lemmi in voce
    semplici, assoluti
    a pesare
    in silenzio saldo

  • 25 novembre 2017 alle ore 7:05
    Paure e contrattempi coi sorrisi

    La solitudine reale
    di paure, in uno smanto
    che adagia il nero e logora
    memorie di assonanze:
    chi l’ha chiusa, in dure impalcature?
    (e contrattempi coi sorrisi)
    chi ha tramato al silenzio?
    Dovrò per colpa offrire epifanie
    al primo solo orfano di abbracci
    coscienza di supplizio
    per le sembianze d’anima
    portate in viso, assottigliate
    da stelle senza sèguito
    in cielo da palude
    quando sembra finito
    e sai che dietro, in briciole
    esiste un altro morso:
    pane e parole
    spezzati contro il muro della gioia
    in avaria da un mondo atroce
    che non ha cura
    di aberrazioni
    e cellule indisposte.
     

  • 23 novembre 2017 alle ore 6:05
    Una goccia cade dal vento

    Una goccia cade dal vento
    invaso che non colma il destino
    rovente e al futuro ci giriamo
    scesi di un tono, per segni fiochi
    in acedia di archivi.
    Un piglio calcareo divaga
    i lineamenti, in raggi obliqui
    la stasi ornamentale
    del sé di sguardo, solcato.
     

  • 22 novembre 2017 alle ore 6:39
    E della pioggia

    e della pioggia
    che spiega chiusi strappi
    libiamo
    germogli nudi
    in cerche
    irrorate d’affanno

  • 18 novembre 2017 alle ore 8:23
    Occhi di madre

    Tra salvia e margherite
    presta le mani all’armonia
    atomi appena  
    in lenimento all’anca del dolore
    si attenua
    l’ansia velata del giardino
    sembra la sera quando
    le sorridono gli occhi
    gli occhi presi dai rovi
    lignee speranze
    di luci chiare sperse dentro.

    L’ora solare
    fa ghirigori stanchi
    ma lei addolcisce il verde
    viscerale
    ne fa mazzetti
    talee d’acqua
    e aspetta le radici
    incredula
    di spingere una vita
    di là dal buio
    -non c’è modo migliore
    per dire di sé, come
    del primo parto sofferto, ma
    nel favore del vento. 

  • 16 novembre 2017 alle ore 21:09
    Mutuando forma

    Lo immagino un risveglio
    che non somigli a niente,
    solo volare sul fango soffocato
    è partitura che fa musica,
    come c’è danza su una tela
    -è un velo le danceur, che anche
    senza volto sembra esistere.
    Prima di camminare
    si fluttuava in acqua: già liberi
    si sfumava, si riappariva. 

  • 12 novembre 2017 alle ore 13:07
    Nuvole di un colore straordinario

    Ti sei accorto che le nuvole
    non sono mai le stesse?
    e queste hanno un colore straordinario:
    l’acqua mai ha smesso di credere,
    ci vede passare e sparire nel niente
    ma non è l’inferno a pesare in faglie segrete.
    Ti sei accorto di quanto rimorso
    attraversa i deserti?
    Laggiù le braccia vuote degli ulivi
    e un profumo si spegne
    mentre Plutone candido spettro
    bisbiglia di ansie e timori
    ogni grado. Perfino
    le crepe nei muri e le fughe
    il lato oscuro della luce
    e quanta sete caduta dagli occhi.
     

  • 11 novembre 2017 alle ore 8:21
    In umore d'aprile

    Dev’essere un umore d’aprile
    a traboccarci da bordi anneriti
    ché non saremmo più di un foglio frusciante
    senza una rarefazione esposta al ramo
    e la voce attinge da un petalo che cade
    veggenti noi di un gioco sacro
    riflesso bendato del tempo
    in gabbie ferrose e cavalli di piuma
     
    e sei e non manchi ventre in distacco
    dolore ristoro mio tuo
    congedo d’inverno nella fibbia
    che la bocca scalpella
    -e poi un’altra poesia.

  • 10 novembre 2017 alle ore 0:20
    Tocco di sferza

    E già qui un’ombra di pioggia
    ovunque spartisce 
    riflessi di latebra. Latente
    il respiro lo indosso
    in algore di nostre catalisi
    e al tocco cosciente di sferza 
    la schiena sta ferma
    come la cerva
    che subodora il dirupo.

  • 09 novembre 2017 alle ore 17:52
    Piove sui portali

    Piove
    sui portali d’autunno
    dirada, s’infittisce
    apre serrande
    sulle mani ripiove
    e un amore
    per due
    si moltiplica 
    - è una festa di noci
    e foglie accese
    folate
    in velluto la gioia
    d’insieme

    la fronte
    chiara distesa
    domanda al respiro
    se non scompaia
    dal velo dei vetri 
    la certezza di esistere.

  • 06 novembre 2017 alle ore 10:06
    In volute

    verde feroce e limpido
    le chiuse scivolate
    più in là del verbo
    ora ch'è fonda terra
    all'iride

  • 05 novembre 2017 alle ore 14:46
    Ladra

    Percorso del bronzo sillabato,
    l’emozione: siglare gocce di non tramonto
    con i nomi -vita e migrazione, ritorno-
    Essere in bocche liquide
    nel pensiero più reale
    nel sottovoce mai confuso con intralci
     
    Tutto è stato, tutto è noi
    nel punto esatto di spazi eliminati
    -sapevi
    quanto sono ladra?

  • 04 novembre 2017 alle ore 19:12
    Dove largo hai piantato il sorriso

    Morsa da negare da sondare
    tutto documentato tutto incerto.
    E tu che vuoi sapere
    e tu non vuoi sapere:
    urticata speranza, rosea disperazione.

    Hai sognato al buio
    latte lisergico e mandorle di cagli.
    Hai sognato il nocciolo sospeso che una fame divora.

    Qualcuno lo recida o una gazza ladra 
    stacchi quest’ambrafiore di colostro scuro,
    ch’è prato il petto ora falciato di silene
    e l’erba marcia fa per risalire
    sui gerani al balcone
    dove largo hai piantato il sorriso.

  • 02 novembre 2017 alle ore 11:38
    Due novembre (non vorrei più visitare le pietre)

    Non vorrei più visitare le pietre
    per non calpestare i violini. Suonano
    per anime, ghirlande e tutto il resto.

    Dopo, l’aria del silenzio è la stessa
    che viene a notte a coprirci- nessuno
    chiamò indietro mio padre da radici di selci
    né si attivò una linea segreta.
    Quel fumo lento che ruba ciocche ai roseti
    senza un sibilo, seguimmo
    costernati di perdita.

    Se almeno ora vedessi
    gli incroci delle sue vie, dove svelto
    va a cercare pane fresco per cena

    ma è uscito lasciando le chiavi
    e la porta getta altre spine
    -un legno rinato per poco
    appena a spezzarlo, il riposo.

  • 01 novembre 2017 alle ore 13:33
    Orma che non scivola

    Passa parte a parte la nebbia
    lascia verbi all’infinito -sono
    grani incompiuti a stringere le bocche.
    Gela il silenzio, gola di resina sospesa.
    Tenero è solo l’abitarci
    tra foglie e formicai dormienti,
    d’aria che tende terra
    per l’orma cara ai piedi
    che non scivola.

  • 30 ottobre 2017 alle ore 14:14
    Se plana pace

    Se plana pace
    l’esserti canto, all’apice  
    che ci rese di piuma
     
    sconvolti i passi
    in tangenza che unisce
    lo spazio, qui si schiude
    la chiave - per l’aria.

  • 29 ottobre 2017 alle ore 16:39
    Alla pacifica vendetta del brachiosauro

    E tante lodi
    alla pacifica vendetta del brachiosauro
    il ponte d’ossa
    sui turbamenti dell’evolvere.
    Da quintessenza, muto
    il citoplasma che s’espande:
     
    non s’è negato l’atomo alla scienza,
    così una macchia fragile
    rivela che l’essenza
    -d e s o s s i r i b o-
    non è principio, ma un’accoglienza.

  • 28 ottobre 2017 alle ore 7:57
    Stasi d'edere

    E poi se vieni
    a portarmi un altrove
    non lasciare spento un cantuccio
    quel giro di parole
    piccola stringa di una luce
    sorretta insieme
     
    una porta-finestra
    in riva al sangue, devi aprirmi
    al ritorno di una città
    che gravita tra sé e sé
    lobo d’un capestro, eppur carezza
    al polso.
     
    Ci si rimane in mente.
    Bisogna viaggiare nell’incoscienza
    delle nuvole, scalee di piume
    da non calcare il peso

    credere a stasi d’edere
    più profonde, sul gelo.

  • 26 ottobre 2017 alle ore 14:57
    Grafico tridimensionale di un'essenza

    Raccontami una storia
    la storia d’un viaggio
    affascinato dal suo centro
    armonia d’insieme
    di una monade in un oceano
    continuamente appena nata
    in illogiche involuzioni
    apparenti
     
     - Tanto si è perso
    tanto si ritrova
    e niente rimane quel che è -
     
    Il boomerang non fa fermate
    solo sfuggenti indugi
    nel combattere l’aria
    verso il fondocielo
    distacco da uno zenit
    svasato di certezze
    Mai hai lasciato quella casa
    eppure ci ritorni perché
    ci abiti da sempre
    sdoppiata da un’essenza
    che ha nostalgia di te
    La soglia ti aspetta
    e placate le distanze  
    ti riappropri del tuo vuoto
     
    La mente del silenzio
    magari lo scopre
    chi sei veramente
    In fondo
    il nulla unito al nulla
    non fa sempre zero
     

  • 25 ottobre 2017 alle ore 17:37
    Ferita immota

    Ventre cobalto
    dalla ferita immota
     
    quella luna d’amianto
    un simile abisso
     
    a tratti ridiscende
    singhiozzo
    che parte dalla fine.

  • 24 ottobre 2017 alle ore 17:40
    Punto cieco la nuca

    Prego l’esorcista dei fiori
    di espellere un graffio
    mentre la nuca si copre di ascolti
    fianco a fianco al brusio degli insetti
    caduti nei cimiteri dei canti.
    Altro il tempo di sole inconsapevole,
    rianimo il pianto lasciato a seccare
    nell’inciso turchino. Ma la soglia
    del cielo è un punto cieco
    una cruna inspiegabile.

  • 23 ottobre 2017 alle ore 16:49
    Piccola donna fedele a un incompreso

    Qualcuno dica agli incompresi
    com’è vasto il rumore degli occhi
    e colga il grido dei palazzi
    senza finestre.
    È una piccola sagoma, fedele
    a chi da solo abita il giorno
    che d’improvviso volge a notte
    -la mente che si affanna
    e non sa riparo, non sa il ritorno-
    È donna. È donna? Chi potrebbe dirlo
    se lei in realtà è un’essenza unica?
    Entra nel silenzio del fratello folle
    nell’urlo solitario
    gli dà un boccone e nutre,
    cura tutti i suoi sogni
    cura parole strane
    di voce nata e non riconosciuta.
    Quando l’ha ridestato, gli dice
    ch’è dolce la luce, il sonno, il dopo.
    L’assenza per paura.
     

  • 21 ottobre 2017 alle ore 7:38
    Corde

    Si dondola
    nel vibrato di amache
    vuote. Sottili
    i pensieri scostano il mondo
    per non averlo troppo addosso.

  • 20 ottobre 2017 alle ore 20:06
    Come si sta

    Come si sta a fare i piccoli acrobati
    della costanza, gli smarriti nel binario
    del certo e più meriti da eresie
    di zigomi tondi -l’opera assurta,
    le repliche al teatro dei tarli che
    insabbiano le stelle. Slanci -come
    si sta a dirli al pulviscolo che
    non lascia spiegare i rumori
    delle belle giornate, della lava
    venuta su da ossa di conchiglie.