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Poesie di Rita Stanzione

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  • 07 aprile alle ore 19:43
    (little) mystic dream

    Armonia sconosciuta
    in schegge di voci 
    - lamenti -

    un riflesso dal nulla futuro
    strascica nelle polveri, il cosmo 

    gocce alle chiome, fusioni profonde

    tutti gli occhi del mondo
    ritornano 
    come pugnali di luce

    Pare grandiosa 
    la fine 
    di un nuovo inizio

  • 06 aprile alle ore 16:26
    Neverland -dov'è?

    Un altro luogo
    un altro nulla
    E così
    sanguisughe di tramonti
    si son riempite le viscere
    Neverland è ora
    sotto un manto di frutti idioti
    e un assedio di manguste
    rosicchia le storie che ci hanno raccontato
    -pugni contro ganci, bulloni a terra-
    Ingrassate, cloni ammaestrati!
    Il coccodrillo era un buon demone
    fra le bestie
    in vena di estinzione

     

  • 05 aprile alle ore 15:54
    Più giri, groviglio

    Si parlano
    tra loro
    le parole mai dette
    accavallate rimescolate
    rimesse in fila
     
    casuali
     
    mai più le stesse
    non suono univoco
    tirate a singhiozzi nei meandri
     
    rimosse, rinnegate
    annegate
     
    Tutto, intorno
    fa un estraneo rumore
     
    sola, una sillaba
    superstite
    raschia il silenzio
     
     
     

  • 02 aprile alle ore 21:46
    A ben vedere tu galleggi

    Che forma avrà il tuo pensiero?
    Un sasso adagiato, un varco ombelicale
    una scatola nera, una vela?
    che importa quel che i manuali dicono
    se penso ad ali con radici al cuore
    e un fantasma buono spazzare via
    dall’aria ottundimenti.
    E tu galleggi, peso nobile
    sulle nostre teste precise
    per cui disperi,
    dai tuoi disegni diurni
    piegati al buio
    come fanciulli zitti, castigati.
    Eco dolce e terribile
    la tua parola pura
    alla strada, ai telefoni
    a chi ha saltato il fosso
    se questo mai bastasse
    a pensarlo, l’ultimo gelo
    più simile a uno scioglimento.
     

    (in occasione della giornata della consapevolezza dell'autismo)
     

  • 01 aprile alle ore 18:43
    Aprile (due haiku in acrostico)

    Abito fresco
    Per le tue dita-nuvola
    Roseto e tulle

    Intingo azzurri
    La tua iride ispira
    Ebbrezze in pollini

  • 30 marzo alle ore 20:07
    La Danae

    Un rantolo, io sono
    di terra accarezzata dalla furia.
    Godo del solo abisso
    dove intero ho lanciato il mio corpo.
    Ti chiamo le notti
    mio cielo gonfio, trascorri
    oltre il bianco del ventre.
    Da tutti i papaveri schiusi
    sussulto pena e piacere
    di materia plasmata
    sbattuta, annullata.
    Sei conforto di pioggia
    all’anfora dell’inguine
    come sulla divina
    umana Danae, incorniciata
    al fianco del mio letto.
     

  • 29 marzo alle ore 17:29
    Tutta una vita testarda

    La vita continua, multiforme,
    anche se ci hanno tagliato
    le Vitamine
     
    piove, e dentro anche più
    dacché gli specchi sono rotti;
    la fede, abbi fede nei desideri,
    nonostante
     
    Crepe, come percorsi alternativi
     
    un’Era profonda
    come il ritmo del mare
    nel disegno audace di un bambino

  • 27 marzo alle ore 15:07
    L’aria si volge a inverno

    L’aria si volge a inverno
    basse le cupole
    lui rimane lui va
    si vede aprire il varco
    -quale? quale lo spazio
    di seta buia
    dove lui scivola
    trattenuto respiro
    e silenzio. In un lago
    di abisso, inviolabile arcano.
    Una pace. Il flutto sai
    l’ha voluto per mano, limpido
    e solo, come discendesse a te
    a tutto il bene, una tinta di neve
    che all’universo implode  
    e ritorna, dolcezza.

  • 25 marzo alle ore 21:40
    Che tempo è

    Che tempo è
    la tua esistenza?
    Questo cemento,
    aloni che circondano.
    Storia in bagliori ed echi a notte. 
    Qui tutto pare pulsazione
    giorno su giorno, e
    in realtà pulsa
    sia che le mani ghiaccino
    o compulse
    rapiscano tue porte
    e rampe da risalire il limes.
    È divisa la terra
    in guadi, circoscrizioni.

  • 24 marzo alle ore 8:41
    Un nido di vespe nell'orologio

    Un nido di vespe nell’orologio
    mi sembra la base su un pianetino
     
    che ci osserva. Ramon ha sbadigliato
    trenta volte in un’ora
     
    e alla radio danno notizie
    ripetitive, poi e poi
     
    errori come ciliege mature
    venute giù dall’albero.
     
    Le città hanno piani di evacuazione
    e finestre egocentriche
     
    c’è chi ostenta il nulla e chi senza nome
    sta la notte in un guscio di cartone.
     
    Sul mare hanno piantato
    bandiere contro l’illusione
     
    e intanto il rosso dei papaveri
    palpita strenuo, forse
     
    non sono papaveri ovunque
    forse è il mercato
     
    per la libertà di domani.
    È una sorda impressione
     
    un pulviscolo e poi gli uccelli
    con ali incolpevoli, i bei nidi
     
    in aureole di piombo.
    Per oggi, da un minaccioso caos.
     

  • 22 marzo alle ore 11:17
    Amnios

    Notti venate d’azzurro
    e il sonno del cordone, intorno

    Sfumature di un fiato lungo
    fasciate e tiepide 
    di un ordine rarefatto 
    Io e le verità soggettive 
    nel siero di una pancia allargata 
    che m'aspetta nascere 

    Io e le sveglie sorde
    voltate di spalle, in posizione fetale

  • 21 marzo alle ore 11:23
    Il bianco che irradia il narciso

    Tu dici
    e un treno corre
    disteso e tiepido
    -è una città su un’ala,
    rispondo. Non c’è il limite
    il limite è solo il bianco tranquillo
    in un giorno reale
    il bianco che irradia il narciso
    primavera del diciannove
    sullo stesso muretto.
    Ma le parole non s’asciugano
    fosse anche il sole un rastrello di tufo
    e lo sguardo di suo
    fa il tempo
    di maniere solo adorabili.
     

  • 18 marzo alle ore 19:11
    Cose leggere così fitte

    Essere, volere
    -non volare
    contare, mirare diritto
    Mira e scopo a tempo:
    click: energia cinetica esaurita per crisi
    -sorrisi a mala pena digrignati
     
    Un tempo pari, un tempo dispari
    il dissesto fuori programma
    di un musicante a ore
    col cappello riverso -vuoto di monetine
     
    Mi gira in testa, aria di Bach, sublima
    va a toccare corde non permesse
    come una fuga, una favola scanzonata
    un chiaro ruscello dove non ha bevuto
    il lupo con la sua discordia -l’agnello è libero
     
    Di bollicine la pelle -d’infanzia dolce
    una, l’altra e l’altra e l’una
    mi salgono perle di collana
    al collo un godere veloce
    da non entrare nei pensieri
     
    perché il mondo avvolge
    d’ovatta insonora
    perdo il rumore del passo
    senza trovare,
    continuo a dire dove mi sento
    cose leggere cose
    così fitte

  • 17 marzo alle ore 18:43
    Dove i sogni non sanno

    Deriva
    dove i sogni non sanno
    di non sapere
    La felicità 
    si è assopita
    nelle secche di un girasole
    Il nostro tempo si ritrae
    in una larva 
    con le ali

     

  • 16 marzo alle ore 22:56
    Anfitrite

    modula sponde
    ché d’acque in fuga recide il verso
    terra e grembo
    resa di perdono

  • 13 marzo alle ore 17:27
    Treccia legata stretta

    Chissà questi tuoi cari oggetti
    se hanno piegato polsi di carezze,
    strenui seni di sponda
    dove puoi andare
    attraversarla tutta, l’ossidiana,
    dove restare - alle illusioni
    di marzo, alla mimosa
    che poi si spoglia dell’oro.
    Chissà, se tra gli oggetti
    un silenzio in meno non s’insinui
    come sull’acqua un soffio se si posa
    da ombra chiara in quelle nere.
    Strappi, falci di nubi, chiodi murati
    e la tua treccia legata stretta
    chiusa a chiave
    chi intrica e chi scioglie,   
    appena qualcuno -la limpida mano
    nell’atto radiale, di darsi.

  • 12 marzo alle ore 14:56
    Ancora le meduse

    ancora le meduse poi d’istinto
    chiudo viluppi e mi sottraggo al vento.
    una molecola di sale
    di te una stria di nylon
    lasciata a decantare,
    sussurro della sabbia
    al giglio
    al mare ch'è nel calice.

  • 10 marzo alle ore 9:41
    Orchidee e musica

    abito dove il bianco 
    cristallo di polvere mi solleva
    piuma sulla terra battuta
    senz’altra memoria che il bianco
    alchemico di orchidee e musica
    sordo per mano tua che emana
    il limbo fermo degli oggetti.
    una grazia già di vibrisse
    nello sfiorare eremi eterni.
    fino a rapire il vuoto
    quel prato di altezze e una lamina
    muta attraversa il sempre
    degli occhi. è la luna che
    si abbraccia nella cruna 
    lontana, di adorazione/affezione
    – l’altro limite, altissimo.

  • 08 marzo alle ore 21:55
    Dimora strenua

    Dove vanno i sorrisi
    della parola luce? quando
    più oltre il muschio
    ombre alitate posano
    mazzi di fiori alla memoria.
     
    Ti tiene in vita un nugolo
    di occhi nudi
     
    la coltre di calore
    a cui hai
    dato un nome di stella rossa
    col refuso del fiato
    a perdita costante, a resa.

     

  • 07 marzo alle ore 16:19
    Il mulino stanco

    C’è un piccolo mulino
    sotto il mantello del bosco
    dimenticato
    non batte più il suo tamburo
    sul gorgheggio dell’acqua
    Panta rei
    scorre e corre il ruscello
    lo stesso da sempre
    ma la ruota non fa più la ruota
    e la macina non ha più voce
    nella carezza
    conciliante e pacata
    Il mugnaio vestito
    del buon odore tinto di bianco
    s’è addormentato
    accanto al silenzio del maglio
    e sogna della sua fiaba.
    È la fiaba dei vecchi stanchi
    felici della fragranza
    del pane sfornato
    di mia madre bambina
    che sgranava le spighe
    giocava e saltava sulla bilancia
    tra i sacchi satolli
    e si bagnava nel canaletto
    Mia madre s’è fatta vecchia
    ogni storia ha una fine
    la pietra resiste
    e il mulino di pietra
    è una fiaba fra tante
     

  • 05 marzo alle ore 12:22
    Ventricoli

    Il mio centro imperfetto
    mi fa tremare
    al vizio terribile della sua musica
    danza di gruppo di arterie
    poco originale, trascinante sì
    Vibro tutt’una col suo potere
    mi piego per appagarlo
    mai per piacere
    La bacchetta del direttore si presta
    in virtuosismi sperimentali
    gaio divertimento il suo
    burrascosa paura la mia
    Il suo slancio innocente
    mi lascia indietro
    il ritmo diventa non pertinente
    Pochi secondi allungati
    dura l’estrosa vertigine
    nel ritorno ancora una volta
    mi guardo, sono com’ero

  • 04 marzo alle ore 18:24
    Punto notte

    È un bisbigliare
    puntuale nel baccano
    di voci impermeabili
    -la notte ci soccorre
    ringhiera su città distoniche-
    incavi qui di voli convenuti
    un ordine ci prende
    in castelli di erebie,
    prolungamenti
    sopra lo sgretolarsi del minuto
    a crescere parole e crome
    è un belvedere 
    via dai deserti.
    C’è un ramo d’etere
    in mezzo a schiene d’ombre
    vorremmo la sua forma
    un’autorevole mancanza di dolore.
     

  • 03 marzo alle ore 16:54
    In voce

    Eppure ti attraverso
    lentamente, incessante
    dalle note lontane
    dell’intimo rifugio.
    Sono il carillon pieno di poesia
    con la voce che svetta
    il buio di stanze malinconiche.
     
    Di idee platoniche e scintille
    ci consumiamo
    per impulso del volo
    il sogno nei rami d’eucalipto
    con l’ombra levigata
    del quotidiano
    frusciante come un passo.
     
    Ci dice  -osate,
    andiamo a riempire il mondo
    di pretesti per battiti congiunti
    e volti che si somigliano
    eterni e giovani, in una tenerezza
    di profumi effimeri.
     
     

  • 02 marzo alle ore 9:51
    Centro accerchiato da sussulti

    Il momento si dilata all’infinito
    in calore asperso, fino ad averne freddo.

    Siamo la polvere adagiata sulla terra
    io sono polvere donna e siamo altro, insieme.

    Io sono altro e siamo oltre le parole vuote, tutti
    siamo polvere da non calpestare, fragile
    siamo da soffiare, sussurri in voci.

    Non cerchiamo che voci simili
    voci da vivere con- vivere

    da far rinascere l’altro da noi
    uomo, bambino, vecchio, cane abbandonato.

    Ubiqua generosità, da voler dire donna
    gonna, campana, chioma
    protezione e cento dimensioni

    centro accerchiato da sussulti
    per una strenna di stupori.

    Sentire, dare, amare,
    noi.
     

  • 27 febbraio alle ore 21:29
    Un bianco d'Africa e di polvere

    La cattedrale è polvere nel firmamento
    possiamo solo pensare che finisca
    poi
     
    una campana suona
    specialmente per chi non l'ascolta,
    siamo già via lungo una vita
    lungo i visi che non abbiamo conosciuto
     
    Agavi e corpi nodosi, piante africane:
    hanno un'anima diversa
    le tue dalle mie
    hanno un sale che brucia, un sale forte per riserva
    La calce, anche... da te è più bianca
    lo è sempre stata:
    toglie la vista; toglie la cognizione
    di chi siamo
     
    E spegne il tempo
    quel bianco
    intollerabile e morboso
     
    diventa lento, uguale a sé
    non si lascia prendere dai rintocchi
    Non si ripete
    e ci ha ingoiati
     
    ci ha già fatti sparire

    (poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017)