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Poesie di Rita Stanzione

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  • 02 marzo alle ore 9:51
    Centro accerchiato da sussulti

    Il momento si dilata all’infinito
    in calore asperso, fino ad averne freddo.

    Siamo la polvere adagiata sulla terra
    io sono polvere donna e siamo altro, insieme.

    Io sono altro e siamo oltre le parole vuote, tutti
    siamo polvere da non calpestare, fragile
    siamo da soffiare, sussurri in voci.

    Non cerchiamo che voci simili
    voci da vivere con- vivere

    da far rinascere l’altro da noi
    uomo, bambino, vecchio, cane abbandonato.

    Ubiqua generosità, da voler dire donna
    gonna, campana, chioma
    protezione e cento dimensioni

    centro accerchiato da sussulti
    per una strenna di stupori.

    Sentire, dare, amare,
    noi.
     

  • 27 febbraio alle ore 21:29
    Un bianco d'Africa e di polvere

    La cattedrale è polvere nel firmamento
    possiamo solo pensare che finisca
    poi
     
    una campana suona
    specialmente per chi non l'ascolta,
    siamo già via lungo una vita
    lungo i visi che non abbiamo conosciuto
     
    Agavi e corpi nodosi, piante africane:
    hanno un'anima diversa
    le tue dalle mie
    hanno un sale che brucia, un sale forte per riserva
    La calce, anche... da te è più bianca
    lo è sempre stata:
    toglie la vista; toglie la cognizione
    di chi siamo
     
    E spegne il tempo
    quel bianco
    intollerabile e morboso
     
    diventa lento, uguale a sé
    non si lascia prendere dai rintocchi
    Non si ripete
    e ci ha ingoiati
     
    ci ha già fatti sparire

    (poesia edita in "Canti di carta", Fara editore 2017)

  • 26 febbraio alle ore 15:23
    Flottando come si va

    Indietro, ancora sembra un inserto di verde
    (credo) la forza della materia perenne
    che muta sotto la pelle, gioca
    al respiro di una farfalla.
     
    Lo vado a cercare quel sole figlio
    del grembo, almeno una volta
    bisogna morire. Ma lo sguardo
    è perduto nello sguardo di altri
    e non emerge che un occhio   
     
    veemenza d’immaginazione
    umettato splendore
    di schegge gli orizzonti confusi
    -lo spazio mancato varrebbe una danza
    ma solo le foglie hanno appreso
    come si va, come si torna. 

  • 25 febbraio alle ore 23:55
    Come istanti scritti a lungo

    L'eterno ha unito soffi d'anima 
    ha legato i corpi al vento 
    ha provato a dimenticare 
    la gravità dell'essere 

    Non conosco altra mano 
    che possa plasmare quest'istante 
    farne plagio e natura morta 
    che continua a fiorire 
    sulla tela della poesia

  • 24 febbraio alle ore 10:15
    Niente di più profondo

    Quanto agli occhi
    mi hanno ricordato gli sciami spersi
    sotto le code delle Pleiadi.
    C’erano anche gigli, a testimoniare
    quanto permanenti sono
    i profumi del bianco.
    Perché di petali se ne aprono
    uno nell’altro -ardendo di sole.
     
    Anche rinascendo
    non abbiamo niente di più profondo
    che queste frecce

    che trapassano il tempo,
    tranciano le assenze.
    Ci sanno scrutare dentro.
     
    Deflagrazioni d’intensità…
    sto appuntando gli attimi
    di lineamenti che sfociano in altri,
    perdute ore di pupille
    nell’amarsi a vista
    e continuare
    senza più luce.

  • 23 febbraio alle ore 19:37
    Amore mai è inverno

    È un rotolarsi cielo e terra
    la stagione corrente e noi vivi 

    l’affidarci alle chiome 
    solo apici che tornano apici
    accesi nel glicine, grappoli  
    di attimi al mondo.
    Dissolutezza di noti profumi
    se fai che l’inverno sia maggio
    piano o improvviso, sempre
    mi  riempi del ritmo segreto.
    Brezza epidermica
    mia prima
    passi le dita, mi indaghi
    in seno d’ambra -ti posi
    a sbozzare altri fiori.
     

  • 21 febbraio alle ore 22:52
    Metà poesia

    Se trovi metà poesia
    su una panchina
    sulla scala del metrò
    in una botola
    sotto le suole
    in una sala d’attesa
    al mercato delle pulci
    all’aeroporto
    in una nuvola
    in un crepaccio
    nel letto di un fiume
    sotto la neve
    in un campo di ortiche,
    prendila
    portala a girare
    non prima di aver lasciato un verso
    e una freccia sussurrata
    di “continua tu”

  • 20 febbraio alle ore 20:25
    Bevendo rose asperse

    È quell’abbandonarsi
    umano alla natura
    a far dei sensi intarsi
    di sottigliezze fotografiche
     
    Così il tocco alla rosa
    derma e velluto
    a trattenere il sale della notte
    Così la spina è disarmata
    del vezzoso raggiro
     
    E petali le labbra, a respirare
    il miele dei pistilli
    acre dolcezza
    da cambiar sesso e colore
    alle mosche accanite
    al filo di scirocco
     

  • 19 febbraio alle ore 13:42
    Lunghi rami

    Dove non si avvertono che ricami di braci
    nell’ultimo bacio, l’attenuato fragore
    ora: le porte sono respiro lento,
    immagino frusciare il mantello
    delle case spente, e muovo l’alba
    della prossima gioia
    dai lunghi rami e bouquet che mi regali
     
    e amo l’odore steso sulle dita
    amo il petalo che gira e gira
    finisce vivo sul cuore
     
     

  • 18 febbraio alle ore 16:02
    Fumo d'ira (haiku)

    si annera l’iride-
    dal calumet dell’ira
    il sole è perso

  • 17 febbraio alle ore 14:52
    Di foreste

    Mattino pomeriggio e sera
    notte mattino e pomeriggio
    sera notte e mattino
    -cicli e geografie
    posture, intrecci
    piume e coltelli.
    I vetri che lasciano passare.
    Sottrai l’aria e cammini
    (cammini qui)
    salita lunare dal peso dolcissimo
    qui è la costa messa a guardia
    pietra di tripudi
    qui è ossigeno e sabbia
    il sudore della nuvola che arde.
    Mattino pomeriggio e sera
    -il dì e la notte
    questo amore di foreste
    che si agita con o senza foglie.  
     

  • 14 febbraio alle ore 20:05
    Distanza azzurra

    Il tempo adescato dalle nebbie
    il tempo diradato
    la dispersione delle dita
    la distanza azzurra
    Lampade intermittenti
    di attese e di paure
    Graffi sulle notti
    per lo sguardo poeta
    che dal sonno racconta
    di chissà quali eroi,
    di soffici fantasmi che passeggiano
    su treni di ritorno
    con primavere ai finestrini
    e timbri d'amore sui biglietti

  • 13 febbraio alle ore 0:23
    Nei giardini glabri

    La luce ci ha legato
    più volte
    le venature
    di pelle nuda
    sui vetri specchi
    alle finestre.

    Spiando
    il balletto delle forme,
    moltiplicandolo
    nei giardini glabri
    dell’inverno.

  • 10 febbraio alle ore 20:42
    Scale in tremiti

    Un sussulto per trattenere
    il vento
    uno per liberarlo
    Il chiostro del petto
    contiene scale di tremiti
    fino al confine dei baci
    dove un insetto brillante
    sta fabbricando 
    il suo miele migliore

  • 09 febbraio alle ore 10:04
    Così dentro (stanze indifese)

    Boccaglio d’anice la prossima scoperta
    di spezie mi arrampichi -all’unisono
    aspiriamo questo fumo lieve, perdita d’identità
     
    così è la chiave per entrare nel giro chiuso
    della porta, quando si espone al massimo
    la stanza indifesa, la schiena pronta
    alla fionda improvvisa -senza dirlo
     
    non sappiamo lo sballo: se piomba dall’alto
    o è il segreto dell’acqua -acqua di falce
    di dialogo sillabico, orbitale elettrico
    il pari finire ascensionale -si continua, crisma
     
    in un adesso si chiude il fianco agli orologi
    -che non si segni, il passo che allontana
     

  • 05 febbraio alle ore 22:04
    Stretta luce

    Germoglia 
    dal velo della notte
    la nostra vita
    Si infuoca l'alba
    la bocca canta alle costellazioni
    La Terra gira nel cuore
    come un'arancia rossa
    nella densa scatola del buio
    Tutto intero ti ho visto 
    feritoia della luce
    spina perfetta
    negli angoli della mia carne
    rarefatta

  • 02 febbraio alle ore 11:03
    Risuona un blues (a Cesare Pavese)

    Corre la morte 
    ferma la morte
    usa la morte, ama la morte 
    insonne blues che a morte avvolge.
    Il male cominciò con me seduto/sul sofà *
    il male più profondo
    il male (l’innocente),
    un Last Blues, to be read some day **
    sotto costellazioni nostre
    spezzato di passato, soffio
    di fuoco nella ruota -che cambiano gli attori
    gli inizi, le destinazioni 
    e uguale la dolcezza vibra. 
    È un sax dopo il finire del fragore
    rauca mia solitudine 
    che sale per le Langhe morbide
    voce scoperta 
    come follia nell’essere se stessa
    implora carezze e sa 
    del non ritorno, se il cielo infine pesa
    e scioglie il grido. 
    _____________________

    * Da “Il blues dei blues” in Ciau Masino, Cesare Pavese (1932)
    ** Last Blues, to be read some day, titolo dell’ultima poesia di Pavese (1950)

  • 30 gennaio alle ore 19:42
    A un angelo pallido

    Spiritello senza peso
    oggi ti guardo da lontano:
    eri esile delicato e pallido…
    una luna timida quasi malata
    dalla voce di melassa
    e liquidi occhi affogati nell’anima.
     
    Mi chiedevo se la luna può
    mai essere maschio
    e poco mi sfioravano le tempeste
    che ti costruivano la scorza.
    Ma i corpi celesti
    hanno forse un sesso?
    la risposta si nascondeva
    dietro sorrisi malfatti
    e il senso di te scivolava
    nel pozzo dell’indifferenza.
     
    Oggi io t’ho compreso…
    il tuo errare così estraneo
    così scomposto
    cercava una sponda dove abitare
    e lo stesso sole che riscalda gli altri…
    quelli che sono forti
    quelli che sono uguali.

  • 28 gennaio alle ore 15:11
    La valigia

    Sta, piccolo
    nella valigia
    al buio dei lamenti.
    Laghi le palpebre
    si svuotano delle carezze avute
    e bambino
    culla non più cullato
    la paura a digiuno, ampia
    cento volte la gabbia al cuore.
    Bussano, cercano
    un segno di bambino
    riverbero al legno
    ma la cura si aggrava
    di voci contro
    di rabbia 
    annuncio di abitacoli.

    Ispirata al film Nackt unter Wölfen (2015), regia Philipp Kadelbach 
     

  • 27 gennaio alle ore 10:09
    Capolinea

    Al museo si mostrano resti
    rubati a vite in corso,
    la disumanità  
    in collezioni spaventose.
     
    Protesi non più attive,
    capelli esanimi
    un tempo carezze ai visi,
    scarpe senza compagne
    e più misure bambine.
    Gli ingressi ai forni, voci annerite
    non evase in tempo nel futuro.
     
    Il capolinea
    tutti obbligò a scendere, come
    se si potesse perdere
    una coincidenza.

  • 25 gennaio alle ore 23:15
    Se questi sono uomini

    volano ceneri-
    anche i sogni si bruciano
    per albe assenti

    vite spinate-
    nel rossore del vento
    anime libere

    da neve e fango-
    dei fiori color porpora
    rinati altrove

    sguardi di ghiaccio-
    da fiammelle di cielo
    scie immortali

    (4 haiku per il giorno della memoria)

  • 24 gennaio alle ore 16:26
    Le due Frida*

    Le due Frida solcate 
    da un solco solo,
    la regina in tehuama
    in unione carnale
    con la creatura del dolore.
    Lei che raccoglie
    la vertebra strappata al cuore,
    luna strappata al sole. 
    È lei a scostare l’unghia 
    d’acciaio che torna rossa
    fessura e goccia 
    dall’occhio in lacrime
    da cicatrice altera
    dall’arte 
    di cacciar via lo scheletro
    quell’ombra lunga 
    di cielo, che pure ha sognato.

    (Ispirata a Árbol de la esperanza, Frida Kahlo 1946)
    * Le due Frida, titolo di un'antecedente opera della pittrice messicana (1939)

  • 21 gennaio alle ore 22:13
    È fuori il presente

    È fuori il presente,
    un legno bagnato dalla pioggia
    si gonfia in movimenti millimetrici.
    Il presente vorrebbe stendersi e assopirsi
    come la termite nell'ambra,
    così i miei arti crescono nel freddo
    senza essere arti
    -senza che il vuoto possa
    sottrarli al vuoto dell’assenza-
    batto, li libero dal ghiaccio
    hanno anche il centro di cristallo
    un male sfaccettato
    quanto più è fermo
    cose che appaiono non viste
    il solco necessario del cuscino
    la benda al fiato, e poi domani.
     
     

  • 20 gennaio alle ore 11:02
    Riparo in greto d'ombra

    Ci basteremo un altro giorno franti 
    dal nugolo di affanni e l’io solcato
    s’incenserà in riflessi, e pur distanti 
    l’una saprà dell’altra voce il fiato.
     
    Estranei all’oro cupo che snatura
    la levità del tempo, sospirato
    refrain di volo mosso da un’altura 
    su mute crepe tese lato a lato. 
     
    Mosaico agli occhi le ho fermate, chiare 
    molecole in carezze, cartilagini
    sostrato a pose tra parole e cielo  
     
    lievi alla pietra, e ancor sottile un velo
    di sete e acqua -una prassia d’immagini - 
    scivola in greto d’ombra ed è già mare.
     
     
     

  • 19 gennaio alle ore 9:25
    Avrò

    avrò un silente grido
    cristallizzato attimo
    al nugolo di sete che dissolvi 
    al punto cieco e sempre
    sempre a sfiancare, tu
    lo spillo in fiore
    e stille che trapassano       
    l’acuto rosa e il viola 
    ceduto nel tremore