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Poesie di Rita Stanzione

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  • 14 aprile 2018 alle ore 11:25
    Quel giorno a Parigi

    Unica certezza 
    la penombra che scivola 
    sembra di condividere
    lo stelo con il fiore del muschio
    soffice tutto quanto si allinea al respiro
    un pertugio di spigoli
    e più ampio resiste 
    il cerchio da compiersi ai sensi
    ai sogni a soggetto 
    dopo occhi vivi prestati alla luna,
    a viaggiare sui bordi mi cadranno
    battiti di ciglia stupiti
    da occupare lo spazio pendolare. 
    Quel giorno a Parigi mi porti 
    a vedere un abito nuovo della bellezza 
    alle spalle vuoti di forma 
    essendo soli -ovvero 
    con una piccola valigia 
    migrati da due memorie, e un filo.

  • 12 aprile 2018 alle ore 12:45
    Frustoli in quattro stagioni

    Su scalini di ghiaccio
    tanto vicini al clou di dissolvenze 
    favoleggiamo di richiami.
    Tu gettamene ancora, che non siano
    soltanto serici di bianco aconito
    ma ellissi da girarci dentro,
    ciclicità del poi.
    La nostra vita mai estranea
    declama libagioni degli anemoni 
    a primavera, corone solari 
    in un furore tacito
    di congiunzioni.
    Supereremo le nuvole e il tabacco
    sulle panchine estive
    al torrido di frutti, rossicupi.
    Poi atone foglie arriveranno
    a rivangare arie oscure
    con lo stormire a cullar la pelle
    facendosi tempesta
    dalle fughe più dolci, 
    a trascinare.

  • 09 aprile 2018 alle ore 14:25
    Sdrucite righe

    Sdrucite righe
    palesano segreti
    al raffio della mota.
    In cave d’ossa annegano
    gli inchiostri e la necropoli
    del tatto torna 
    ambra d’incantamento
    poi che la nuca s’è voltata 
    ma Euridice
    sul piede stava molle,
    da cerbiatto.

  • 07 aprile 2018 alle ore 13:02
    Profumo d'orme

    Amo vederti arreso alla gioia
    tra le ciglia e le vette
    nel vano aperto dell’estate
    come a cogliere more, persi noi
    lontani dai condomini.
    Lingue morbide, risa azzurrine
    nelle braccia troppo larghe
    di questa poesia
    al presente fantastico
    dalla voce trascesa a fil di pelle.  
    Il prima e il poi
    che esce dal silenzio
    le stesse cose, intatte
    da accaderci una nell’altra
    via dalla terra.
    Nel dire vieni, attesa
    molle di ossa
    al profumo d’orme.

  • 06 aprile 2018 alle ore 20:02
    Con le mani nelle mani

    C’era la traiettoria della luna
    quella fredda, quella più calda 
    la conca del sonno 
    la scia del pensiero

    non c’era bianco, non la carta: 
    scrivemmo ugualmente 
    tante parole in fila
    posandole dagli occhi come un mare
    attraversato da una partenza 
    e poi l’arrivo mai

    spostavamo il domani 
    per continuare il viaggio

    noi andiamo dove conduce l’ispirazione
    con le mani nelle mani,
    le porte lasciate aperte
    e tante vie per riconoscerci

  • 04 aprile 2018 alle ore 20:25
    In calici del vento

    In calici del vento
    forme al confine con le nostre
    aria e materia
    tutt’uno imperturbabile
    si librano
    al tempo ritrovato
    libere
    dalle afasie del vuoto.
     
    Scaliamo le montagne col pensiero
    meraviglia d’essere in due "qui"
    antipodi riuniti in foci azzurre
    a un sole esteso
    che asciuga le paure.
    Che ci trattiene dal cadere.

  • 03 aprile 2018 alle ore 16:13
    Impastare grano

    Sinergie positive nell'impastare grano
    la palla è liscia da sembrare pelle riposata

    le mani si perdono, assorbite dal flusso molle
    del tempo. Sono morbidezze in umida grammatura,
    arte meccanica con retrospettiva in appunti scritti

    un piccolo quaderno di trent'anni 
    dalla grafia inclinata in avanti 
    e segni di vecchie lavorazioni, asciugati dal phon.

  • 01 aprile 2018 alle ore 10:32
    L'istante dopo il cielo

    L’immagine della croce 
    nell’ombra accesa,
    la navata
    vigila l’istante
    dopo il cielo 

    è quasi perdono
    quasi certezza 
    scenderà dalle spine 
    a cancellare la morte 

    verrà, ristoro 

    forse già viene 
    da un bisbiglio di luce

     

  • 31 marzo 2018 alle ore 1:12
    Vita a un sasso

    Ho dato vita a un sasso
    gli ho dato acqua e luce
    la cura dov’erano pozze
    di dissolventi ceneri.
     
    Era aggrappato a radiche
    ferite da granate
    diecimila centomila un popolo di voci
    che niente ha chiesto
    se non di ritornare alla terra buona.
     
    Ho dato fiato al fiore
    parole in semi, uno ad uno.
    Che sia la pioggia,
    attese migrano
    ovunque, mai sopite.

  • 27 marzo 2018 alle ore 15:08
    Radente

    E se radente stessi 
    a misurare il vuoto circostanziato?
    nero ardesia sotto le suole
    o non è quel bianco lungo 
    piattissimo
    regione di porti attraccati 
    a idee senza ritorno?

    arti indolenziti 
    da lacci immobili 
    indotti al lusso di staccarsi
    -si riparano traiettorie
    in tunnel abissali

    rondini all’imbrunire 
    rondini da taschini azzurri 
    svuota le tasche, alleggerisci

    Icaro verso pianeti anemici
    è tutto cera, sciolto il guinzaglio
    della pazzia d'altri 

    Icara, non è mai stata intervistata 
    eppure è partita
    dal suo eccesso di terrestrità 

  • 26 marzo 2018 alle ore 14:43
    Suono e vicinanza

    Mi piace ora
    la voce del vento, un impeto
    iniziato in un minuscolo
    suono di vicinanza

    risalito per le cime del mare
    per le rocce e i dirupi.

    È alto su artigli protesi
    al dono del fiore

    sta costruendo un giglio
    al margine del tuono,
    il bianco e l’oro
    di un sussulto ritrovato
    piccoli segni
    tornati da correnti millenarie.

    C’è vento in trama, e il verde
    tace gli schemi.
    Non siamo soli.

  • 25 marzo 2018 alle ore 0:29
    Di viso e altri sensi

    C'è un'intesa tacita
    tra le mie finestre e quel che conta

    tra la sera e le pianure estreme
    l'anticamera brilla di frammenti incancellabili

    Si cerca e si consuma la realtà
    con la luce sul viso che inebria e lascia perduti

    le parole specialmente 
    con la loro scia 
    sono mulini di sabbia, 
    si bevono la pelle
    per farci sentire trasparenti

    e c'è bisogno di dirlo che un giorno esploderemo
    come solo gli azzurri più abbaglianti

  • 24 marzo 2018 alle ore 16:54
    Il corpo è uno e le città distanti

    Altrove è
    dove mi sveglio con la voce giusta
     
    la luna soffia sui crateri
    quello che manca qui, in terra conosciuta.
     
    E passano i giorni respirando
    i turni si ripetono
     
    rimbalzano tra altre musiche [delle conchiglie
    di stasi e diacronia].
     
    Il corpo è uno e le città distanti come il cuore
    per essere sfarfallio ventilo con le mani
     
    un promemoria d’epoche, ognuna spinge
    nel non finito con orme di rinascita.

  • 23 marzo 2018 alle ore 18:54
    Il perché dei semi verdi

    Nei giardini di Monet non posso affacciarmi
    ora che la luce arriva in velo ammutolito
    sulle fragranze arrampicate ai muri
    Si è smesso il gioco di svestire piogge - dare vita
    a sterpi, esultare: chiamare amore anche i cancelli
     
    Gola di foglie scolorite, lo stagno dove
    scarse fortune gracidavano
    i guizzi di peonie lanciati oltre le nubi
     
    ma in basso maschere grigie tornano
    sull’ansia sorgiva, il perché dei semi verdi

  • 21 marzo 2018 alle ore 21:10
    Leggendo Alda

    Torno a leggere, versi
    a cui la quiete non ha resistito
    e legato indivisi tormenti
    con gli strati profondi del seno
    Le scritture a suo nome
    divise in pezzi di ragione
    petali arsi, in attesa
    di rivolte innaffiate d’amore
    Ecco, sbocciare ancora la voce
    da un parto gridato al vento di prigioni
    mentre gli occhi, grandi insonni
    saccheggiavano paesaggi
    oltre l’anima

  • 20 marzo 2018 alle ore 18:59
    Eredità di donna

    Una donna
    in bianco e nero
    con i capelli di una vita
    al vento gonfio
    a ogni primavera più sottile
    la vedi, è lei
    madre di madre
    e di altra madre, un’antica te
    muove le mani 
    a far trecce dei seni,
    come un’eredità a perpetrare 
    il latte delle coppe
    dove ti nutri e nutri
    tutto il giardino di una mela
    colpevole di tronchi scorticati,
    di angeli cacciati.
    Tanto resistere ch’è stato e sempre
    che ancora soli sveli
    da cieli impalliditi.
     

  • 19 marzo 2018 alle ore 20:10
    Di freddi sussulti

    Svuotate,
    vuote di luce
    solo acri guizzi
    parche le ampiezze
    le tue pupille di mota
    nelle mie notti
    interrotte, sentieri disastrati
    ai tuoi avvicinamenti.
    Di freddi sussulti
    si trema al fianco
    del tuo spirito
    appeso a una gruccia.

    Rimetto alla memoria
    i margini dell’essere,
    nessun fiore odoroso
    al di là della porta.
    E dormo su ossa di alabastro,
    è una buca il declino
    ma basta il nero che prevale
    a raschiare te dalla pelle.

    Nero colmo di sale.
    Tu non parli più,
    t’ho mandato un ronzio
    di farfalla nella testa.
    È piccola la salvezza, volevo ringraziarti
    per aver acuito la figura del sole,
    domani.
     

  • 16 marzo 2018 alle ore 20:41
    Trasporti

    Cos’hanno gli occhi tuoi
    collisi con l’acqua?
     
    al parossismo di una mezza luce
    falene da ardere
    che nemmeno l’estate
    freme di tante spezie.
     
    Lume, trasporti nelle crepe
    -dimentico i miei quadri
    di nature morte-
     
    da prima di anticamera
    vedo ortensie lì
    ad attendermi
    le ossa germogliate
    sotto i miei volti
    alterni
    da uno stupore di epiglottide
    a nostalgie mesmeriche
     
    e già divento ciglio alato
    su transiti di assenze
    le mie care ombre
    di quando il sole è calmo
    e un antro, seppia.

  • 11 marzo 2018 alle ore 22:05
    Larvale blu

    E' la primavera, credo.
    Il suono 
    batte le porte
    -il tamburo fa la pioggia.

    Il cielo è giù.
    Si sono piegati i limoni, 
    a baciare il suolo.

    Ci vuole speranza
    ci vogliono pose
    -potrò (mai) ridere
    dei dolori dell'inverno?

  • 09 marzo 2018 alle ore 23:36
    Sono premesse, attimi

    Sono premesse, attimi 
    di suoni a frugare fiati, in una scena 
    si fa basso il meriggio con il ronzio del vento 
    lascia un campo indifeso, a lame. 
    Zitti, nel nostro farci in parti.

    E presi: la scena e l’invisibile tutt’uno
    e giù: la terra ha un limite 
    che esala dalle pozze.

    E tu: guardiano d’erba 
    stendi le mani 
    ritagli un lago disgelato
    un pensiero ultimo, compiuto
    migrante dove
    se non lo impunti, tattile 
    ancora molle - oh sì la neve che si scioglie
    sui rododendri alla finestra 
    evapora perfino
    e tu sei il vetro, il dito che vi scrive
    la visione.

  • 08 marzo 2018 alle ore 19:39
    Pressappoco una fuga

    Erano carte e inchiostri
    mesi strappati al calendario
    quei messaggi in serie 
    -cosa farai di me
    del mio covo di nervi 
    delirio inappagabile

    -Strega perenne
    preparami altre pozioni 
    di mandragora
    che la vista raddoppi
    quando passi tu
    perfino il tuo nome 
    tanto piccolo
    diventi un suono da salire;
    la tromba delle scale
    fino al terrazzo dei fiori inebrianti 

    Lì sparisce il mondo
    gelosamente mi ripari
    stringendomi la vita
    in un seme letargico

    tutto un inverno, 
    tutto può cambiare
    Dal tuo respiro nasco
    mattino di un convolvolo

  • 07 marzo 2018 alle ore 20:38
    GranMa

    Gira fra le cose importanti
    dello scrigno di polveri
    poggiata a un bastone
    che cederà –facile -
    al suo peso di nervi
     
    Lo sguardo al mosaico
    di pampini sul pavimento,
    cerca l’ago e la cruna
    il bandolo e fibre scucite
    dalla trama dei nomi
    In un sincopato balletto
    braccia al cielo e occhi nodosi
    fa il verso ai suoi anni lontani
    “Eh, questi uomini! il migliore
    non l’ha conosciuto nessuna…”
     
    Torna a riempir la poltrona
    con incognito riso
    e la memoria, fuggente

  • 04 marzo 2018 alle ore 17:38
    Incantato ardore

    incantato ardore di alberi in attesa
    vengo a stupirmi d'occhi
    si migra anche da zolle calpestate 
    saldi e leggeri 
    a frotte

  • 02 marzo 2018 alle ore 17:11
    A cuore scalzo

    Verranno forse a visitarci

    delle panchine in sogno-

    i passi rumorosi ci scorderemo 

    alla prima neve.

    -Inveni portum- così inizia la fiaba

    di calici e di schiuse: a ogni stagione 

    basta il suo cuore scalzo.

    Ci trascini una stella

    a precipizio

    nell'alfabeto d’oro.

  • 28 febbraio 2018 alle ore 23:10
    Lingue sconosciute

    Parla lingue sconosciute
    l’onda frastagliata
    in un attimo di vento tutto suo
    -il verso non è un segno di addio
    né di permanenza-
     
    c’è un sospiro basso; scava dalla schiuma
    solo quando il bianco torna dentro
     
    è dopo: il legame col vuoto
    come il muovere del gambero,
    il fascino di non vedere dove porta