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Poesie di Rita Stanzione

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  • 22 agosto 2019 alle ore 22:39
    Vivrai

    Per un tempo
    che non conosciamo
    respirerai in me
     
    Vivranno questi versi
    -continuo a dirmi -
     
    e tu
    sarai
    la mia storia

  • 18 agosto 2019 alle ore 8:32
    Le ore in una stanza

    una stanza tale fatta di ore
    di gente rude e introversa, studiando
    del profilo il vizio fragile e poi
    dagli zigomi riderne
    cercando lo spregio per gli anni
    per una ruga che non riesce
    a stirarsi in felicità.
    nessuno che asciughi la brina
    dei nostri occhi affondati
    anche se un giovane oggi
    forse un creativo
    portava un pistillo di sole
    sul fianco
    odore di pioppi e wisteria.
     

    Ispirata a "Les demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso,1907

  • 14 agosto 2019 alle ore 7:59
    Ai volatili fiori

    Ai volatili fiori
    il viso alterato del transfert
    cerato profumo a ogni fiuto.
    Le mani, l’innesto.
    Ma io, c’ero?

  • 12 agosto 2019 alle ore 17:04
    Lungomare rem

    Una lingua di silenzio
    taglia le coltri 
    Sui fianchi
    il libeccio si mescola
    con il ruvido del sale

  • 10 agosto 2019 alle ore 21:05
    Haiku (notte di San Lorenzo)

    trapassa il velo
    quel desio imprendibile-
    frinir di stella

  • 07 agosto 2019 alle ore 12:19
    Chiami seta

    Come seta alla luna
    hai tracciato strade
    d’incarnato.
    Con me. Tutta.
    Zigomi
    ciglia
    labbra
    a scalpitare
    durante un sussurro maestoso.
    Metastasi di profumo
    vengono a riempirti
    impastate alle tue polluzioni
    di piume, e piano
    vortici.
    Hai centellinato quel che sono:
    in luci e ombre
    mentre evaporavo
    nel tuo desiderio
    policromo.
    Chiamami ora così forte
    tanto che infine
    apparirò
    migrazione di giunture
    abbandonate a te.
    Disfatti i giorni
    succinti
    nasco qui
    per dono riflesso,
    unità emozionale.
    Nasco a pelle.

  • 03 agosto 2019 alle ore 10:39
    Aleph della tua penna

    È facile per te scrivere romanzi
    imprimermi nel tempo di piccoli rifugi
    macchiare il silenzio di fiori
    perché ti abbia negli occhi, fino
    al profumo accartocciato
    Aleph della tua penna,
    nel primo rigo inizia l’illusione
    delle porte sull’amore circolare
    largo di cielo, d’alti e bassi
    pieni e vuoti come le quattro stagioni
    Mi disegni mistero
    con pupille di mediterraneo
    guardare te
    scolmarti la sete di conoscenza
    di quanto siamo centro, un punto
    per arrivare all’universo
    Dove si va l’uno dentro l’altro?
    Negli spazi a perdersi, puntando in alto
    Cos’è questa scia che abbranca il fiato?
    Scrivilo
    che siamo stati qui
    sull’ultima pagina, con le immagini vive
    a luci spente

  • 01 agosto 2019 alle ore 9:25
    Sottocute un tempo celestiale

    Liberare vorrei, un’orma
    d’ossa che odori ancora
    dal peristilio
    di terra rinverdita
    e sottocute un tempo celestiale 
    nettare d’ogni cellula.
    che spreco non ci affligga
    né ristagni sussurro
    alla bocca del sonno
    -la vena irragionevole
    sorda, straborda
    anche all’elice piatta
    del lago. 

  • 26 luglio 2019 alle ore 8:41
    Sul tavolino c'è il chiaro di luna

    Sto sveglia sulla lontananza
    - è lampante: che poi ritorna 
    al posto che occupava sempre

    qualcosa di speciale 
    qualcosa di normale
    presenza volto odore

    la chiara scrittura del quotidiano
    malauguratamente 
    come palla di carta
    messa a tacere nel cestino

    C’è il poster di cento anni 
    ha la faccia del sole 
    e un sasso da lanciare al mare
    la grande sfida alla gravità
    e subito l’abbraccio, dove
    specchiare gioie di fragili cristalli

    Sono vecchia – ho cento anni
    germogli da poco nati sono legni 
    le braccia hanno lasciato giri di collane

    il collo è un orfano 
    è la gruccia senza camicia

    come sarebbe facile se fossi te
    (darmi la mano quando esci dallo sguardo)

    Poesia edita in "Canti di carta" © Fara Editore 2017

  • 23 luglio 2019 alle ore 16:10
    Agave

    anni di mare, quanti?
    ossa di giovinezza cariche
    del verde che si arrende,
    le smanie di orizzonti
    cedute all’onda mille volte
    e ancora.
    se dalla pietra l’urlo tace
    il fiore infine svetta,
    mormorazione su vestigi
    da un solitario impeto
    di altezze. una cosa sola
    incorruttibile, col blu.
     

  • 22 luglio 2019 alle ore 15:21
    Colmarci

    Per tutto il tempo che gireremo
    si potrà notare la luce
    da pianeti remoti
    colmarci.
    L'amore salverà il disamore
    soffierà sulla polvere più scura.
    Griderà la forza
    della rosa dei venti.
     

  • 20 luglio 2019 alle ore 1:16
    Sapere un fiato

    Sapere un fiato che ci accosta
    denso di accenti e tremiti
    un non luogo

  • 19 luglio 2019 alle ore 19:06
    Ho immaginato

    spiraglio all’apnea un muro madido.
    prendere gli angoli, negare
    il palpito dell’aria. -cedevolezza, lasciami -
    voglio l’inquietudine che bussi,
    il buio rivolto, che graffi calci infette.
    alla chiave il tempo fermo, è poco.
    se lui porta un labbro di affacci, lì 
    mi attacco.

    quella incolta più di ogni altra
    preme sull’asfalto, sparisce.
    va in un orfanatrofio
    priva dell’altra
    che dentro le moriva
    come saliva e pasto, viscere e buio.

    (In "Versante ripido" n.3   luglio 2019)

  • 17 luglio 2019 alle ore 22:26
    Compluvium

    da stanza a stanza
    sono oceani trascorsi 
    vaghi di neve.
    al suo posto ogni linea 
    -perfezione del gesto o 
    primigenio spazio difeso,
    complice lo sguardo 
    che taglia lembi oscuri.

    se potesse, la forbice, 
    creare campi rossi di papaveri
    in posizione zen un minimo 
    cielo che basti, se potesse
    anche il grano che arride al sereno
    e tutto l’ordine tutto compreso
    in un semplice foglio di luce.

    (per "Composizione II in rosso, blu, giallo", Piet Mondrian 1930)

  • 14 luglio 2019 alle ore 19:04
    Atelier

    La piccola figura apparsa
    -da quale spigolo?-
    parla col mio pensiero
    già prima che alla tempia sia rintrono.
    Lui che amministra la follia
    delle mie nocche vuote
    mi fa un bilancio di ectoplasma
    -tale divento, pane al suo sorriso.
    Lo chiama il tempo
    mi muore in faccia lento
    tronchetto erboso che si affloscia.
    Nelle orbite ho pianeti sconosciuti,
    il pugno della mia esistenza
    picchia sui muri per fuggire a ieri,
    al non sapere se aggrapparmi e dove
    se ho scelto il poco eterno
    di poppe madide di una compagna
    per l’illusione di non essere
    un niente d’ossa
    al cospetto di un niente
    dalla statura enorme,
    addio empatico che latra
    rinchiuso nella nicchia.
    Ora, chi mi resuscita?
     

    Ispirata a “L’assassinio del commendatore”, Murakami Haruki.
     
     

  • 12 luglio 2019 alle ore 18:03
    L'anima è non riciclabile

    quella incolta più di ogni altra
    preme sull’asfalto, sparisce.
    va in un orfanatrofio
    priva dell’altra
    che dentro le moriva
    come saliva e pasto, viscere e buio.

    (In "Versante ripido" n.3   luglio 2019)

  • 10 luglio 2019 alle ore 11:34
    Nel rigoglio del Bois de Boulogne

    sono lì per essere il tempo stesso
    stupendo il lato nord dal rigoglio di selva
    che invita brezze a svelamenti d’ombra
    senz’ordine i pensieri, e sopiti i tormenti
    per vecchie strade che tutte lì conducono
    a vuotare coppe all’essenza del mirto.
    mancanze non si tacciono, più volte sfiorate
    ad accenno di luna. luce colta di sorpresa
    -di chi la presenza che l'assenza comincia a tracciare?
    offre un dolcetto, l’ospite, unico e semplice
    alla fanciulla in fiore -perché si ravveda Albertine
    le cui risa bruciano nevi lontane-
    un sapore che la giovane non ha incontrato
    su nessun tavolo, porto da nessun’altra mano 
    dal nome magico che evoca sogni infantili
    ma non pronunciato. solo successive parole
    alla leggiadra rivolte -perché non t’ha chiamata,
    tua madre, Madèl? s’intona
    tale morbido lemma al tuo passo.
    la radiosa si leva via uno stivale
    e il piede -provocante? sì
    ma dolce nel contempo senza lacci
    lo bagna nel laghetto, come
    la piuma rosea di un cigno.
    balzano gli occhi di ognuno sulle acque cangianti 
    seguono a discorrere, rapiti e taciti
    vi affiorano amori perduti
    qualcuno ritrovato.
    sorride la musa di Vermeer
    da una natura morta destata
    -chi è costei davvero, dov’era in viaggio?           

    Dall'antologia proustiana "Una notte magica", e- book n. 235 della collana Libri Liberi di LaRecherche. it - 10 luglio 2019, nell’anniversario della nascita di Marcel Proust.

  • 08 luglio 2019 alle ore 15:27
    dopo la strada

    dopo la strada non ha odore
    non ha nome
    ha solo il peso di un espianto
    duro mi batte contro
    e intanto viaggio
    nelle acque amniotiche
    già persa, a malapena
    sporgo lo sguardo
    alla spina nel buio ormai
    e queste parole,
    sole

  • 07 luglio 2019 alle ore 8:36
    L'assenza è strana

    congeniale ai flutti.
    il mio mare si ritrae -nel plancton,
    e tu giuntura delle branchie
    dicevi, lo vedo anch’io il tuo presagio:
    ti scoprirò la nuca come un rovescio
    -la illuminerò di ginestre.

    (In "Versante ripido" n.3  luglio 2019)

  • 04 luglio 2019 alle ore 15:21
    Un regalo per due

    l’avevo in mente
    invitarlo a sgualcire la soglia.
    era sutura imprecisa, intanto, un pianeta solitario
    fuori dal raggio -era il fuoco del telescopio.
    il mezzo vuoto che incide, chiama.
    io l’ecolalia delle corde
    un andante curioso di occasi
    da non aver paura più
    dell’oltre l’oltre.

    (In "Versante ripido" n.3  luglio 2019)

  • 02 luglio 2019 alle ore 12:14
    Metto le ali

    a questo dolore di esserci
    al colore del "se non fosse stato".
    conscia di essere folla
    del vociare dentro/ grisaille
    la stessa e cambiata.
    terra e chiodo, terrene vibrazioni.

    (In "Versante ripido" n. 3 luglio 2019)

  • 30 giugno 2019 alle ore 9:40
    Il bisturi che danza

    Il bisturi che danza sulle tegole
    fa la punta alle stelle,
    un ritorno di musica
    sui meridiani.
    Passati ritorni, li vedi
    minuti, grandiosi da un pozzo
    un ossario di pesci che nascono volando
    le mille piume
    dall’inguine del nervo, la spirale
    abbozzolata in una mano. Immensa.
    Perfino i corvi dalle spighe
    perfino Vincent
    che si dà al vento e prega eternità.
    Eternità precise cerimonie
    di felci e scaglie, delle ali
    del battito cardiaco della rosa
    che aspetta sulla pietra
    di profumare
    nell’arco del miraggio.

    -
    A Maurits Cornelis Escher

    Poesia pubblicata nell’antologia collettiva “Dinanimismo – 10 anni di avanguardia poetico-artistica”, giugno 2019.

  • 20 giugno 2019 alle ore 16:07
    Centro

    Il mio corpo quasi d’aria
    quasi lava,
    le tue mani su quel punto 
    e sull’altro 

    Il gesto,
    cosa è stato? 

    che ha spostato il centro
    dal presente
    al tutt’uno...

    Due astri ed un fuoco
    in gravitazione
    hanno appagato il cielo 
    di bianco

  • 15 giugno 2019 alle ore 15:40
    Suprema in viola (la Superbia)

    Suprema in viola, predatrice 
    l’aura che offusca
    quando passa sola in cammino
    da altezze funamboliche d’odio 
    silente nel manto, scostante 
    e cieca, d’un oppio di duramadre
    -un’orgia di nicchia che arride dagli inferi.
    Vorresti raggiungerla, carpirne il sottinteso,
    le punte chiodate delle iridi.
    Amarla e detestarla
    scolpirne la statua d’altera
    il suo graffio intangibile
    come la morte quando spigola
    dietro l’esasperante veletta.

  • 14 giugno 2019 alle ore 18:34
    Scalza

    Sono il nulla disperso
    percezione della caduta

    l'amplificatore di un grido
    -non mi dà tregua l'eco

    non vivo in queste stanze di ricordi
    sono l'esilio in un prato d'ombra

    contami le dita, sono uscita scalza