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Poesie di Rita Stanzione

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  • 06 novembre 2018 alle ore 14:18
    Migrazione

    Luce sulla pelle
    migrazione
    la tua orma, la mia ombra

  • 04 novembre 2018 alle ore 9:03
    Novembre (acrostico)

    Nella luce fragile
    Ore di incensi accesi si dileguano
    Vibra l’eco della nebbia
    E le nostre forme intorno all’anima
    Mendicano il taglio di una voce
    Bisbigliata da boschi d’abbandono
    Ridestano orizzonti secondari
    E profumi immortali, le foglie assenti

  • 03 novembre 2018 alle ore 0:43
    Al diradarsi delle foglie

    Sospiri
    al diradarsi delle foglie
    dov’erano corolle e ora
    fattezze d’ombra
    da un cielo ripido dilagano.
     
    È un arruffo di sera
    in mormorio contuso
    ammassa spini in boschi
    di carpino, schiomando il blu
    a rotoli di crepe.

  • 02 novembre 2018 alle ore 0:29
    Non ti scordar di me

    Fiori su fiori
    coprono il freddo di primavere recise
     
    qualche stagione ci lascia il respiro
     
    cadono lettere senza radici
    -ma il nome non serve a chi sta dormendo
    un’eco torna indietro
    dal puzzle di numeri e foto  
    - il mondo immobile
     
    Lo sciame dei vivi si affolla
    a riesumare giorni finiti;
    qualcuno manca, si dice
    non sia capace di piangere
     
    qualcuno crede che la morte
    renda liberi
    e ha un fiore sul davanzale
    -un fragile “non ti scordar di me”
     

  • 31 ottobre 2018 alle ore 19:14
    Sinesi

    Quel cielo fluente
    sempre sempre
    obliquo, talvolta
    in sinesi 
    d’aerei che sostano
    poi si rialzano 
    schegge di porfido grigio
    lasciandoci qui
    al rumore del tempo

  • 30 ottobre 2018 alle ore 23:57
    Nullità

    soli -null'altro
    che sole
    nudità della notte
    (nullità)
    null’altro: fili
    legati a un punto che si sposta
    si arrovella mancante
    di misure finite

  • 29 ottobre 2018 alle ore 17:59
    Il circo

    una bonaccia di periferia
    suona dai mantici d’autunno
    verdemarcio estuario tutte le foglie
    a frotte sul tendone
    fradicio sgonfio lamentoso
    sulla mollezza degli acrobati
    reclusi
    dai visi di cristalli opachi
    e ancora addosso
    cere di luce gialla
    strette le spalle al freddo
    come il salto nel buio
    nell’occhio della tigre
    che di scarne speranze vive
    e spolpa ossa - mai stata fiera
    di ogni merito (di chi?)

  • 28 ottobre 2018 alle ore 0:12
    Filari

    tu germinale 
    pergola di braccia 
    tu dell’ombra a grappoli
    di vomere e zolle tu
    fino ai viticci 
    ai cieli dell’estate

  • 26 ottobre 2018 alle ore 20:09
    In separazione

    La casa è passata ad altre mani, le chiavi nostre sono sotto il tappeto dell’universo per aprire una teca e dentro tu riposi scolpito di gesti antichi e sono sempre e solo le otto di sera quelle dell’imbrunire tra i coltelli del silenzio che recidevano le cordicelle del respiro allentate finalmente da sembrare Calma.

    Tuttora agosto è di un malessere definito soprattutto dopo la seconda decina con il gusto delle foglie ricucite sugli alberi dopo aver tremato di lampi di amarezza e ogni male sembrava cacciato nell’insidia da cui era sorto, quel tremore madido addomesticato da aghi e insediamenti di Morfeo in pochi millilitri lungo la schiena.

    Questo luogo non è agosto, è una traccia precedente, risuona d’istante sfumando e amplificando, di affacci e partenze… e se è possibile che un caro viaggi per sempre e del quotidiano noi cerchiamo la stasi dei suoi abiti rimarginando dolori interstellari, se è possibile questo anniversario di nascita, Sereno Splendore a te, testimone di Echi d’Ombre, l a s s ù nel tuo stare in sospeso in separazione.

  • 25 ottobre 2018 alle ore 20:07
    Bosco d'autunno (tre haiku)

    un canto d’upupa-
    il sonno della linfa
    sul faggio nero

    le fronde a mucchi- 
    un sibilo randagio
    districa il vento

    la scia di foglie-
    ma quanti telegrammi
    bruciano il tempo

  • 25 ottobre 2018 alle ore 20:01
    T'aspetta il sole come un cucciolo

    Sta in aria di miceli
    settica lontananza
    di entelechia sgranata 
    -e non sgomento-
    per occhi penzolanti
    dov’è la noia che serra il cubito 
    a bava di lumaca
    e non misura, non contempla
    nemmeno tende a luce 
    ma fermo intorno all’anima
    evade in mille cose che non è.

    Distale al sangue in stato 
    prono, cianosi blu alle nebbie 
    ritrae la presa all’alito
    di primavera. Assente ai fiori,
    che mai si è vista linfa costipata
    così da far radice
    priva dell’urlo a gemma, di un odore
    per il ritorno a spezia.

    Quand’è che esci da te stesso,
    caveau di vene? 
    T’aspetta il sole come un cucciolo 
    che apre le fauci
    d’acredine a rugiada.

  • 22 ottobre 2018 alle ore 18:27
    Due ore la linea dell'acqua

    E ora, due ore e piove
    è soglia
    scompone e quanto premono
    le cose che si fermano,
    fogli e appunti di giardini
    diari di crochi rinsecchiti.
    Indulgenza al bisogno
    le smagliature all’àncora del giorno
    -non si hanno dita a volte
    che per le quantità
    e in trasparenze fugge l’aria dai rastrelli.
    Al fianco l’oblio in forma corporea
    migrazione scomparsa dentro
    a rigirarsi e non trovare
    -sdoppiato consenso dell’essere
    tra calcine d’autunno 
    e tutti i velluti tagliati addosso.
     
     

  • 18 ottobre 2018 alle ore 18:51
    Ora lo spazio chiede

    Ora lo spazio chiede incantagione
    per un tuo bacio come foglia d’acero
    che d’autunno divampa e il seno penetra
    ch’è plasma e sete, grido a frantumarsi.

  • 13 ottobre 2018 alle ore 16:22
    Fotografia dal tempo fermo

    Hanno spostato la nebbia dalle case.
    A guardarsi. Benedetta la grafia di soglie.
     
    Prima il sorriso è nato, o la luce dall’est scava fossette?
     
    Amabilmente si incendiano semi sugli zigomi
    farine sospese a imbiondire il tempo.
    Anche i denti fedeli e pertinenti
    brocche in miniatura.
     

    (ispirata a un celebre scatto di Robert Capa a Barcellona, 1936)

  • 10 ottobre 2018 alle ore 14:58
    Quartina del fondo del silenzio

    è bello che stiamo in silenzio
    senza che il cuore si asciughi
    scandire il frantume dell’acqua
    investito da un tremito

  • 05 ottobre 2018 alle ore 19:50
    Da quel nativo verde amore

    Mi vedo sotto questa terra
    seme, al piede sterile di ciechi
    al sole scuro di un inverno
    ansante seme
    ai tanti anni di fiume che si asciuga
    e mormora qualcosa
    di pietre arse.
    Ai davanzali
    piegatisi a rilento sui dirupi
    vi vedo
    case di spine
    prive dell’ombra di una stagione amata
    sapere la povertà d’armi e pani amari
    il mietere di raffiche
    che non rimettono fruscii, nemmeno una
    di foglie da quel nativo verde amore.
    Da oggi vi pianto alberi fino alla fine
    come orma muta di sopravvivenza
    strappata all’acqua dalle sabbie.
    Da oggi in poi un diluvio
    che non si placa ovunque guardi
    davanti al passo
    un altro istante di foresta
    fisionomia di un ventre che si riempie.

    (ispirata a "L'uomo che piantava gli alberi", Jean Giono, 1953)

  • 04 ottobre 2018 alle ore 0:43
    Irrora calda l'ombra

    La voce tua irrora calda l’ombra
    nel plesso che una sola luce svela
    scende e s’inarca d’attimi un sussurro
    chiodo di umori, ilo a fior di bocca.

  • 30 settembre 2018 alle ore 11:13
    E solchi nella morsa

    E solchi nella morsa l’aderenza
    spilli di flosculi dove l'artiglio
    apre alla tenebra del fuoco e il guado 
    perla d’arsura - e tu cesura d'acqua.

  • 26 settembre 2018 alle ore 0:17
    Viso al viso

    Si sveglia diversa a se stessa,
    un forse, il forse esteso le trema.
    La luce ha un angolo inaspettato,
    la brace che cerca freschezza
    per l’altra sé che oscilla
    nel guscio amniotico del nonritorno.
    Ora è una voce, una voce all’orecchio.
    Crede sia dell’altra. È dell’altra.
    Va a vibrare sul labbro
    poi la percorre di taglio, di unione
    -viso al viso, il cuneo
    va a nutrire durezza di pietra
    e anch’essa da un ultimo ritocco
    getta radice e scava gocce
    e vene, in dono.
     

  • 24 settembre 2018 alle ore 16:53
    Sul piano originale dell'acqua

    In cosa crede
    quell’uomo mentre dalla tasca
    estrae una moneta 
    e la lancia nella fontana?
    Cerca forse
    una collisione di farfalle,
    memorie di smancerie a balzi
    nell’iride?
    Dal velame una selce
    che incendi
    gli effetti personali, una luna
    di giorno che si tenga
    sul vuoto di un lungo binario.
    Con la lieve pendenza
    per guardare lontano
    come fosse ora
    come fosse qui
    come fosse salvo.

  • 17 settembre 2018 alle ore 18:44
    Vele

    Vele
    non è per niente questo
    a cui pensavo.
    Vele
    non è la sferzata del mare
    l’albatro sull’uomo che costeggia le ombre.
     
    È la topografia di sgomenti
    disegno di un tramonto sul clangore dei nervi
    sull’agguato – abbiamo il coraggio degli aerei?
    Ne passa uno, decolla
    meravigliosamente lontano.
    Le vele e il volo,
    la potenza di una folata
    può lavare la nebbia
    quella obesa che sbarra gli scuri?
     
    Vele, sopra facciate
    e vetri costernati
    poter vedere
    in una fessura almeno una rosa
    selvatica, una spina
    pettinare l’aria che addensa
    e che, in morbide braccia d’autunno,
    non è questo.

    (Ispirata alle Vele di Scampia, enormi palazzi destinati all'edilizia popolare nell’omonimo quartiere di Napoli, alcuni dei quali abbattuti negli scorsi anni. Il nome è derivato dalla particolare forma triangolare, simile a quella di una vela latina).

  • 12 settembre 2018 alle ore 16:07
    Altura (di un fermo sfiorare)

    Un notturno di echi
    senza rumori, la sagoma alta  
    è più lontana di ogni tempio
    di profondità verticale
    nelle pupille, persa
    come il tempo fittizio
    che non saremo
     
    solo chiome qui in sete d’aria
    invisibili crescono 
    su di noi esseri di nicchia
    con la memoria intatta
    d’indaco e calpestii.

     

  • 08 settembre 2018 alle ore 20:01
    Ikebana

    Le mani mi porti
    intorno a te, 
    braccio del tronco
    - nodo più forte

    sradicata
    sulle punte sto
    per raggiungerti, 
    l'orlo delle labbra

    fiori spalancati
    ad aspettare l'acqua 
    dalle viscere

    S'intrecciano di blu, licheni
    di gocce in gemmazione

    raggiera d'appartenenza

    un fascio, croce di linfa 
    saliva e vischio
    nel lampo di terra

  • 04 settembre 2018 alle ore 22:58
    Sto con i mandorli e betulle

    Sto con i mandorli e betulle
    e liane di distanze,
    per pochi giardinieri 
    si apre il seno del lupo
    non c’è raggiro, sono io 
    perso e trovato,
    meraviglia di accordi, le foglie
    che voi non afferrate
    se vogliono, mi affaccio
    di lato al vento
    e tanto giuro di aver visto:
    l’ho vista, più aspra 
    e dolce di un’erba rampicante
    aggirarsi, da gazza spettinata
    intorno al mio pensiero colibrì
    -dio, quanta tenerezza.

    ___
    Ispirata da "Il barone rampante", Italo Calvino

  • 30 agosto 2018 alle ore 19:28
    Umani e umani

    Uniti 
    germoglianti rigoglio
    linfa grezza
    linfa nobile
    umani e umani 
    inscindibili
    coste di cuore