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Poesie di Rita Stanzione

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  • 21 marzo 2018 alle ore 21:10
    Leggendo Alda

    Torno a leggere, versi
    a cui la quiete non ha resistito
    e legato indivisi tormenti
    con gli strati profondi del seno
    Le scritture a suo nome
    divise in pezzi di ragione
    petali arsi, in attesa
    di rivolte innaffiate d’amore
    Ecco, sbocciare ancora la voce
    da un parto gridato al vento di prigioni
    mentre gli occhi, grandi insonni
    saccheggiavano paesaggi
    oltre l’anima

  • 20 marzo 2018 alle ore 18:59
    Eredità di donna

    Una donna
    in bianco e nero
    con i capelli di una vita
    al vento gonfio
    a ogni primavera più sottile
    la vedi, è lei
    madre di madre
    e di altra madre, un’antica te
    muove le mani 
    a far trecce dei seni,
    come un’eredità a perpetrare 
    il latte delle coppe
    dove ti nutri e nutri
    tutto il giardino di una mela
    colpevole di tronchi scorticati,
    di angeli cacciati.
    Tanto resistere ch’è stato e sempre
    che ancora soli sveli
    da cieli impalliditi.
     

  • 19 marzo 2018 alle ore 20:10
    Di freddi sussulti

    Svuotate,
    vuote di luce
    solo acri guizzi
    parche le ampiezze
    le tue pupille di mota
    nelle mie notti
    interrotte, sentieri disastrati
    ai tuoi avvicinamenti.
    Di freddi sussulti
    si trema al fianco
    del tuo spirito
    appeso a una gruccia.

    Rimetto alla memoria
    i margini dell’essere,
    nessun fiore odoroso
    al di là della porta.
    E dormo su ossa di alabastro,
    è una buca il declino
    ma basta il nero che prevale
    a raschiare te dalla pelle.

    Nero colmo di sale.
    Tu non parli più,
    t’ho mandato un ronzio
    di farfalla nella testa.
    È piccola la salvezza, volevo ringraziarti
    per aver acuito la figura del sole,
    domani.
     

  • 16 marzo 2018 alle ore 20:41
    Trasporti

    Cos’hanno gli occhi tuoi
    collisi con l’acqua?
     
    al parossismo di una mezza luce
    falene da ardere
    che nemmeno l’estate
    freme di tante spezie.
     
    Lume, trasporti nelle crepe
    -dimentico i miei quadri
    di nature morte-
     
    da prima di anticamera
    vedo ortensie lì
    ad attendermi
    le ossa germogliate
    sotto i miei volti
    alterni
    da uno stupore di epiglottide
    a nostalgie mesmeriche
     
    e già divento ciglio alato
    su transiti di assenze
    le mie care ombre
    di quando il sole è calmo
    e un antro, seppia.

  • 11 marzo 2018 alle ore 22:05
    Larvale blu

    E' la primavera, credo.
    Il suono 
    batte le porte
    -il tamburo fa la pioggia.

    Il cielo è giù.
    Si sono piegati i limoni, 
    a baciare il suolo.

    Ci vuole speranza
    ci vogliono pose
    -potrò (mai) ridere
    dei dolori dell'inverno?

  • 09 marzo 2018 alle ore 23:36
    Sono premesse, attimi

    Sono premesse, attimi 
    di suoni a frugare fiati, in una scena 
    si fa basso il meriggio con il ronzio del vento 
    lascia un campo indifeso, a lame. 
    Zitti, nel nostro farci in parti.

    E presi: la scena e l’invisibile tutt’uno
    e giù: la terra ha un limite 
    che esala dalle pozze.

    E tu: guardiano d’erba 
    stendi le mani 
    ritagli un lago disgelato
    un pensiero ultimo, compiuto
    migrante dove
    se non lo impunti, tattile 
    ancora molle - oh sì la neve che si scioglie
    sui rododendri alla finestra 
    evapora perfino
    e tu sei il vetro, il dito che vi scrive
    la visione.

  • 08 marzo 2018 alle ore 19:39
    Pressappoco una fuga

    Erano carte e inchiostri
    mesi strappati al calendario
    quei messaggi in serie 
    -cosa farai di me
    del mio covo di nervi 
    delirio inappagabile

    -Strega perenne
    preparami altre pozioni 
    di mandragora
    che la vista raddoppi
    quando passi tu
    perfino il tuo nome 
    tanto piccolo
    diventi un suono da salire;
    la tromba delle scale
    fino al terrazzo dei fiori inebrianti 

    Lì sparisce il mondo
    gelosamente mi ripari
    stringendomi la vita
    in un seme letargico

    tutto un inverno, 
    tutto può cambiare
    Dal tuo respiro nasco
    mattino di un convolvolo

  • 07 marzo 2018 alle ore 20:38
    GranMa

    Gira fra le cose importanti
    dello scrigno di polveri
    poggiata a un bastone
    che cederà –facile -
    al suo peso di nervi
     
    Lo sguardo al mosaico
    di pampini sul pavimento,
    cerca l’ago e la cruna
    il bandolo e fibre scucite
    dalla trama dei nomi
    In un sincopato balletto
    braccia al cielo e occhi nodosi
    fa il verso ai suoi anni lontani
    “Eh, questi uomini! il migliore
    non l’ha conosciuto nessuna…”
     
    Torna a riempir la poltrona
    con incognito riso
    e la memoria, fuggente

  • 04 marzo 2018 alle ore 17:38
    Incantato ardore

    incantato ardore di alberi in attesa
    vengo a stupirmi d'occhi
    si migra anche da zolle calpestate 
    saldi e leggeri 
    a frotte

  • 02 marzo 2018 alle ore 17:11
    A cuore scalzo

    Verranno forse a visitarci

    delle panchine in sogno-

    i passi rumorosi ci scorderemo 

    alla prima neve.

    -Inveni portum- così inizia la fiaba

    di calici e di schiuse: a ogni stagione 

    basta il suo cuore scalzo.

    Ci trascini una stella

    a precipizio

    nell'alfabeto d’oro.

  • 28 febbraio 2018 alle ore 23:10
    Lingue sconosciute

    Parla lingue sconosciute
    l’onda frastagliata
    in un attimo di vento tutto suo
    -il verso non è un segno di addio
    né di permanenza-
     
    c’è un sospiro basso; scava dalla schiuma
    solo quando il bianco torna dentro
     
    è dopo: il legame col vuoto
    come il muovere del gambero,
    il fascino di non vedere dove porta

  • 27 febbraio 2018 alle ore 17:05
    Corre al nord la voce degli alberi

    Del pensare il futuro dalle ruote
    di un treno che sfreccia
    il dolore sul timpano.
    Corre al nord la voce degli alberi
    gettando linfa, ma il baccello
    ti volti e lo vedi ritorto
    nel somigliare al vento.
    Si oscilla in sé in tutto quanto 
    d’inseguimenti,
    i semi nei grembi
    alle retine, figure poggiate
    sul morso di terra
    che l’iride affanna. Spinge
    ovunque non sia cielo
    diverso da qui.   

  • 26 febbraio 2018 alle ore 12:05
    So dell'attraversarci

    So dell’attraversarci
    a fittone che spoglia la gola
    la spoglia nuda e ripete sul labbro.
    S’arrampica all’acqua, la piega.
    E cos’altro?
    se ti bevo il pensiero
    dopo tutto
    mi fai valle e riscendi.
    Perdo argini e tu sei
    dove spingo il fondo di me.
    Apri ancora, spazio.

  • 25 febbraio 2018 alle ore 19:11
    Lontano lieve

    Un tempo quanto più lontano
    lieve, spinto dal pulviscolo
    già desio di cielo lento
    di voce
    lungo crinali aperti della pietra.
     
    Un tempo d’agavi al fiorire  
    di là dai muri
    coro di erosioni, detriti
    radunati al bianco
    segreto vuoto dell’esistente
    di viaggio, di mimesi.

     

  • 24 febbraio 2018 alle ore 0:54
    Cado

    cado
    violetta dallo stelo
    a far radice
    dove sei suolo
    e durante: brucio rugiade
     
    quante notti
    il non tempo d’una
    che si consuma la luna
    in solchi e fili,
    mi piove

  • 20 febbraio 2018 alle ore 20:52
    D'attesa il prato

    E cerca l’acqua
    con il suo occhio scuro
    un inguine di zinnia. Spola
    di un circadiale puro
    sotto la morsa d’ombra
    dilama, ventre a terra. La coglie
    questa poesia gettata a braccio,
    non io che sto smarrita
    tra l’erba alzata delle nebbie
    a chiedermi - hai freddo?

  • 17 febbraio 2018 alle ore 11:09
    In tre di sponde a gioia

    Vieni, ho messo da parte 
    il cielo quando pulsa
    una pausa e scende la fronte
    al rinascere
    mescola acqua di rose
    al sogno dei cancelli,
    un penetrare di lucchetti.
    Guarda, il raggio all’iride
    lo lascio entrare
    e ora siamo in tre questo languore  
    inverno, che nemmeno temo
    la macchia di mancanza
    tra gli anemoni. È solo tenerezza
    l’ombra di fianco
    sul prato del mio giorno
    minimale.

  • 15 febbraio 2018 alle ore 19:15
    Lei nei capelli d'agata

    Se ne sta immobile d’ossa
    appena un affaccio ai rumori smussati
    ogni ora rappresa nell’altra 
    sbalzi di orologi 
    in un’informe eternità di cuscini. 

    Ma è sveglia, come un sogno continuo.
    Non la tocco malgrado lo sia, 
    si romperebbe del sole sui tavoli.
    Flebile mano, flebile voce, 
    la sua cera mancata alla fiamma
    diafana, bella nei capelli d’agata 
    come graffi - ma l’hanno mancata.

    Che sia aria di assenza? Lei
    non figlia non madre 
    uguale al sempre e al mai
    al presente, speco di altrove 
    per tetti altissimi e rondini nere.
    Muta strido al pensiero di saperla 
    diversa, o di terra.

  • 14 febbraio 2018 alle ore 13:19
    Frattura di luce

    Feroce frattura di luce
    la meridiana cresce sui chiodi
    ai piani bassi esalta magrezze di sogni
    in questa piana di stoffe, il resto
    è lo sfondo di volti e rossori
    come i fiati dei legni a morire.
    Se preme la cera se aggruma
    mi ritremi al fruscio d’elicriso
    appena pensato, mio ramo d’alba
    corro a mettere un vaso
    sul balcone.

  • 07 febbraio 2018 alle ore 15:40
    È appena tutto

    È appena tutto
    un cogliersi carene
    tra due steli che incurvano
    per mani scompigliate per arruffati solchi
    le schiuse d’umido negli esodi
    magnifici di cellule - ai calici
    sfiora una luce d’acqua
    da schegge spettinata, piove
    ogni neve-sciolta-poesia, mi scopro
    d’intorno a te come giardino
    visto dall’alto color magenta
    che non s’intende di botanica.

  • 06 febbraio 2018 alle ore 15:07
    Nodi al respiro

    Cosa distingue
    il plesso che borda la sera
    da un’onda di polveri, e per un gesto di resa
    vai valva vuota per cortili d’acqua.
    Dalla randa ferita muovi
    le mani ad altri venti  
    sai di spargere nodi al respiro
    uno per particella, tutte
    che tornano indietro
    da un’eco di guance spolpate.
    La metà l’hai donata alla scia
    -questo muovere il nome lontano  
    l’essere di fronte
    a disegnare il tempo per sempre
    d’isole e sponde
    apnee. 

  • 31 gennaio 2018 alle ore 22:48
    Ponti volatili

    Attraversiamo pietre
    per non sentire l’ombra addosso
    lei ha più dimore
    ma predilige la nostra voce afona

  • 26 gennaio 2018 alle ore 20:16
    Stele di sole

    Stele di sole volevo
    coglierti da una sirena
    puntata al petto. Dalla trottola
    veloce dei miei passi, dentro
    un forcipe sottile di finestra.
    Vuoto campo d’inverno, spio
    il tintinnare dell’albero
    che non spiega la natura
    di altre paure, come ci attraversa
    un filo smarrito giù
    nella voce.
     
    Ma all’attico sali
    tra minuzie incantate
    e un nesso dove credi,
    vieni anche d’ombra
    -se la notte
    cammina nel giorno
    nel suo modo magnifico
    di nascondere gli occhi
    porta tutto qui
    e uno stiletto acuto
    da aprire il tutto
    e far piovere nuvole
    di lillà sui cuscini.

  • 24 gennaio 2018 alle ore 11:01
    Farfalle

    No, che non sono le strade a portare 
    questa inondazione di farfalle
    chiuse in una mano

    mi fido degli echi senza superfici
    il tempo di ieri negli occhi
    di qualcuno che non hai potuto
    riconoscere – ecco chi muore 
    nella vita distratta
    e poi nessuna campana suona 
    la nota più vicina al vuoto dei ventricoli

  • 22 gennaio 2018 alle ore 19:04
    Entità delle ciglia

    Entità delle ciglia
    che brucano
    terminiamo vicini
    linea di brezza, spiraglio
    da sogno a sorgente. In fiotti
    la veste a metà sulla sedia
    penzolante
    da campanello silente
    come tutte le cose
    beate di ascolti e di attese.