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in archivio dal 12 dic 2006

Sandra Tricca

23 giugno 1984, Forlimpopoli (FC) - Italia

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  • 12 gennaio 2012 alle ore 23:50
    The last breakfast

    Come comincia: Quella domenica non c’erano buone intenzioni nell’aria.
    Quella domenica sarebbe stato un apice, me lo sentivo.
    Più che una domenica, era una goccia che fa traboccare il vaso.
    Io ero il fottuto vaso, e il traboccante contenuto sarebbe stato solo un intruglio di sangue e materia grigia.

    La pistola era pronta già da diverso tempo: riposta in ordine in un cassetto, era come un soldato che nell’ombra aspetta che la guerra si scateni.
    Al momento giusto, il mio dito avrebbe reso quell’insieme meccanico di freddi ingranaggi ciò che era: non un orologio, non un tostapane, ma un’arma da fuoco.
    In quella domenica mattina di metà ottobre, l’avrei toccata, maneggiata e utilizzata su me stesso.
    Avrei fatto tutto con la massima calma e tranquillità.
    La stessa tranquillità che mi trasmettevano i caldi raggi del sole che filtravano dalle tapparelle socchiuse, nel silenzio totale della mia camera da letto.
    Non c’era tensione in me, ero fuori da me stesso.
    Era come se la mia anima avesse abbandonato il mio corpo, come se l’ultimo brandello di essa si fosse definitivamente separata da me la notte scorsa; come se con uno strattone deciso si fosse staccata dall’ultimo pezzo di me che ancora la tratteneva.
    Ora mi vedevo da fuori: come in un’inquadratura oggettiva, una ripresa neutrale fatta in terza persona.
    E non sentivo niente.

    Mi alzai dal letto, mi preparai di tutto punto, e mi recai nel mio bar preferito, un posto di classe dove da più di dieci anni consumavo la mia lunga e rilassante colazione della domenica.
    Il mio rito domenicale al quale non avevo mai rinunciato.
    Appena arrivato mi diressi verso il mio solito tavolo.
    Si trattava di un tavolo circolare in mogano, ricoperto da una tovaglia immacolata al cui centro si trovava un vaso con un fiore di calla.
    Banale ma rassicurante.
    Ordinai al cameriere la mia ultima colazione: niente di particolarmente ricercato o pretenzioso, ma il mio solito latte macchiato ben caldo, pane croccante, marmellata di albicocche con burro a parte.
    Nessun extra. Nessuna pretesa, solo un’ultima colazione che si rispetti.

    Dopo il rilassante rituale di un’ora e mezza, con lettura di quotidiani vari, ero pronto.
    Con la mano, andai cercando la pistola nella tasca interna del giaccone, come per avere la conferma definitiva di ciò che stavo per fare.
    Non c’era.
    Per la prima volta da mesi, forse anni, sentii il battito del mio cuore accelerare senza controllo.
    Cercai di calmarmi e con l’altra mano tastai l’altra tasca interna del giaccone.
    La pistola non c’era.
    Era rimasta in quel cassetto buio del mio soggiorno, aveva appena mancato la grande occasione che dava un senso alla sua creazione.
    Iniziò il panico, la tachicardia, la sudorazione.
    Per la prima volta dopo anni, sentivo le viscere contorcersi, il cuore battere forte, l’adrenalina salire al cervello.
    Ero vivo.
    Ero vivo, e dovevo trovare un modo per essere morto il prima possibile, senza poter usare la pistola.
    Preso dal panico, raccolsi la prima cosa che poteva ricondurre al concetto di arma.
    Corsi in bagno impugnando il coltellino del burro.
    Chiuso il chiavistello, ero solo e non potevo più aspettare.
    Col sudore che m’irritava gli occhi, alzai la manica della camicia e mi osservai il polso destro, cercando di capire dove si trovava la vena da incidere.
    Le luci soffuse mi confondevano, così strinsi forte il coltello e premetti con tutte le mie forze.
    Non mi è mai piaciuto il sangue, e di sicuro allagare un bagno pubblico col mio plasma non rientrava nei miei piani.
    Ad ogni modo, il problema non si pose: il coltellino non graffiò nemmeno leggermente la tenera pelle del mio interno polso, di conseguenza l’idea del soffocamento si fece sempre più vicina.
    Il rubinetto del lavandino funzionava a fotocellule, quindi mi piegai in modo che la mia testa potesse tenerlo attivo; e chiuso lo scarico, aspettai.
    Mio malgrado si trattava di un lavandino dal design ultra-moderno, di forma rettangolare, con le sponde molto basse, le quali rendevano impossibile l’immersione totale di naso e bocca.
    L’alternativa di annegamento coinvolgeva il gabinetto.
    C’era un limite a tutto.

    Mi alzai e vidi riflessa nello specchio, l’immagine di un uomo non più tanto giovane con le sopracciglia e la punta del naso bagnati, che aveva reso il proprio suicidio una patetica pantomima.
    E che, fatto ancor peggiore, si era di nuovo sentito vivo solamente rincorrendo la morte.

    Mi asciugai le sopracciglia, e uscii dal bar con un sorriso stampato in faccia e il cuore che batteva forte.
    Era domenica mattina, il sole mi scaldava il corpo e non avevo nessuna voglia di tornare a casa.

    FINE

    Sandra Tricca 26/09/2011

     
  • Come comincia: Secondo giorno di ufficio.
    ufficio grande, di quelli con enormi scrivanie in condivisione, dove ognuno sente le telefonate dell'altro e le voci corrono veloci.
    Ma la quantità di veleno che si sputano addosso è molto inferiore alle mie previsioni. Peccato.
    I colleghi come la famiglia di ogni giorno.
    Tutti scontenti di lavorare in questo posto, tutti rassegnati a restarci.
    Almeno fino a quando qualcosa di terribile non spazzi via tutto.
    Il punto è che io SO in cosa consiste quel "qualcosa", e non è un caso che mi trovi qui seduta a questa scrivania a far finta di lavorare davanti al pc.
    Come un buco nero spaziale.
    Come il particolare irregolare che nessuno nota.
    Sto parlando di un elemento  con un suo ordine e con una sua logica, come il soffitto che mi sta sopra la testa:
    Uno di quei soffitti da ufficio, composti da un centinaio di pannelli perfettamente quadrati e regolari.
    Ogni due quadrati una luce al neon mette in risalto i miei capelli argento, e ogni tre righe un allarme anti-incendio mi dà un'illusione di sicurezza. Quella che nessuno potrà garantire (se non io stessa) nel momento in cui quel "qualcosa" avverrà.
    E di certo manca poco.
    Sto solo prendendo tempo ma non serve a niente perché i miei occhi ora fissano quella condizione instabile ad un paio di metri dalla mia testa.
    Un pannello spostato.
    Un quadrato storto in mezzo a centinaia di quadrati perfetti.
    Un virus tra forme geometriche studiate.
    E capisco che è il momento: lo spazio nero tra il quadrato spostato e quello perfettamente dritto a fianco, inizia ad allargarsi. come un triangolo isoscele in piena espansione.
    Prima piano, poi sempre più velocemente, come un enorme macchia di petrolio dai contorni assolutamente netti e geometrici.
    Tutti hanno il tempo di urlare e di spalancare gli occhi, ma lo spazio nero non dà loro tregua.
    Una alla volta le voci diminuiscono, le finestre esauriscono, le cartelle spariscono, i telefoni estinguono. è cemento quello che non vedo. Sono pilastri quelli che smetto di vedere. Sono i miei passi sempre più veloci, verso quella porta sempre meno materiale.
    Dove scappo? Sono io la chiave contro il nulla.
    Sono io che li lascio finire. (Sono io che smetto di correre.)
    Sono io che mi lascio finire. 

     
  • 12 dicembre 2006
    Gatto + Chanel N°5

    Come comincia: Quel pelo folto e nero non lo dimenticherò più. Lo so. Lo so fin da adesso, da questo istante in cui le mie mani lucidano questo pelo perfetto.

     

     

    Lei si abbandona tra lei mie braccia e i suoi occhi qualche attimo prima gialli e spalancati, ora sono due mezze lune pronte a chiudersi.

     

    Poi inizia a vibrare e quel tipico rumore le nasce dentro, parte dal centro del suo corpicino e non riesco a spiegarmi come arrivi così chiaramente alle mie orecchie.

     

    Amo tutto di lei. Anche quella puzza di piscio secco che le rimane nelle zampette dopo che ha razzolato nella lettiera che tengo in bagno.

     

    Anche quel suo alito che sa di carne marcia e croccantini, io lo adoro. Mi piace annusare la sua bocca ogni tanto, il suo odore è migliore di quello di tanta gente con cui mi capita di parlare. Probabilmente è migliore anche del mio.

     

    Se c’è qualcosa che amo ancor più del suo alito, quel qualcosa non può che essere la famigliarità del suo pelo.

     

    La mia pelle ha un odore che mi appartiene, come il suo pelo ha un odore che mi appartiene.

     

    Forse è per questo motivo che ora farò qualcosa di cattivo.

     

    Ma di veramente cattivo.

     

    Talmente cattivo che la mia mente ingenua non riesce ad immaginare niente di peggio.

     

    E’ la bottiglietta di Chanel n°5 che mi surrurra la mia cattiva azione, mi stà dicendo una cosa tremenda, mentre se ne stà lì immobile sul comodino.

     

    Mi stà dicendo di usare quella sua pompetta.

     

    E io stupidamente non trovo nessun argomento soddisfacente per oppormi a quella proposta.

     

    La mia gatta non avrebbe mai immaginato sé stessa in questa scomoda situazione, e non si ribella nemmeno ora che quella dannata pompetta le fà un clistere di Chanel N°5.

     

    E' profumo, puro e costosissimo profumo quello che ora cola dall’orifizio sotto la sua coda.

     

    Poi basta un minuto e un fiammifero acceso per bruciarla da dentro.

     

    Prima l’intestino, poi tutto il resto; e quella che vedo schizzare dalle mie ginocchia fuori dalla stanza, è solo una piccola torcia vagante.

     

    La mia stanza non è mai stata così profumata e probabilmente non lo sarà mai più.

     

    Fino al prossimo gattino.