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Racconti di Silvana Poccioni

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  • 25 aprile alle ore 18:12
    Bock

    Come comincia: "Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare".
    [Michel de Montaigne]

    È uno spettacolo da fermare per sempre in un dipinto, pensò Pietro, guardando con lo stupore di un bambino la linea perfetta dei suoi monti. Il tramonto, quella sera, sembrava voler sfidare la maestria di un pittore, con quelle sfumature di colori che solo la mano della Natura sa creare.

    Lo osservava dalla radura dinanzi al piccolo chalet in legno che ormai da sette anni era la sua abitazione e dalla quale gli sembrava di poter abbracciare cielo e terra, al sicuro, felice del solo fatto di essere vivo. Scodinzolando, gli si avvicinò, con l’andatura resa lenta e misurata dall’ età, il vecchio Bock e andò a leccargli il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

    Ci unisce molto più che un’affezione naturale, amico mio! disse Pietro a voce alta, accennando un sorriso. Il fedele compagno gli rispose agitando più velocemente la coda e regalandogli un’ altra generosa leccata alla mano.

    Calava la sera. Il bestiame era già nelle stalle e tutt’ intorno non si sentiva altro che qualche tardivo fruscio di uccelli tra i rami. Fiorrancini, cappellacce e calandri, qualche fanello, in cerca del loro nido; e ancora coturnici tra i cespugli e le rocce che contornavano, un po’ più in basso rispetto alla radura, il terreno di proprietà.

    In lontananza, attutito dalla distanza, ma tuttavia rassicurante, il suono della campana del paesino a valle, tornato alla vita anch’ esso, dopo quella terribile notte di terrore e di morte.

    Ricordava, come fosse avvenuta in quel momento, ogni cosa. Anche il più insignificante particolare di quella notte, del giorno precedente e del successivo gli si era stampato nella mente indelebilmente. Avrebbe preferito dimenticare, ma si sa, niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare.

    All’epoca in cui si verificarono gli accadimenti di cui diremo, Pietro faceva l’allevatore alle falde dei Monti della Laga, poco fuori dal confine del Parco Nazionale. I pascoli là sono magnifici, per la presenza di innumerevoli sorgenti perenni, distribuite sin quasi sulle vette, che alimentano la circolazione superficiale delle acque. Il territorio, a differenza delle altre montagne dell'Appennino centrale, è verdeggiante e ricco d'acqua durante tutto l'anno.

    Per tutte queste ragioni, da almeno tre generazioni, la sua famiglia viveva lassù curando una piccola azienda di allevamento: solo otto mucche e una ventina di pecore da latte, e Bock, un magnifico tornjak di tre anni, a guardia del bestiame e della casa.

    Chiamarla “casa” sarebbe sembrato quasi ridicolo a chi giù in paese possedeva un’abitazione con più di un piano, più di due stanze, con un vero bagno, attrezzato come si deve, con quei piccoli, indispensabili confort che ti rendono la vita facile. Ma a Pietro bastava: una costruzione in pietra grezza, col tetto in tegole rosse (il suo orgoglio!), due vani, di cui uno piuttosto grande, in cui trovavano posto insieme la cucina, con il tavolo in legno massiccio e tre sedie, una minuscola libreria con pochi libri, tutti già letti più volte,  e il suo letto, da sempre accanto all’ampio e robusto camino, sulla cui mensola, ricavata da una massiccia trave di castagno, erano allineate alcune foto di lui bambino con suo padre e sua madre, là, sulla collina, dove sorgeva da generazioni la loro piccola azienda. Sulla cappa, ingrigita dal fumo, troneggiava un antico pendolo a muro, coi suoi rintocchi regolari a scandire giorno e notte con straordinaria precisione il quarto, la mezza, i tre quarti, l’ora. Un compagno affettuoso, inarrestabile e severo. Non si spreca il tempo, amava ripetergli spesso suo padre, il tempo è lavoro, ma anche guadagno, è fatica, cui segue un giusto riposo, è vita che scorre, vita sudata, ma è pur sempre vita. L’ altra stanza, quella dei suoi genitori, era occupata soltanto dal letto matrimoniale, due comodini, una sedia a dondolo (dove sua madre riposava per l’ intero giorno, gli ultimi tempi, prima che la morte si portasse via anche lei). Su una delle pareti si apriva, di fianco alla finestra che dava sul retro, una stretta porticina, che immetteva nel bagno, uno stanzino minuscolo, arredato con i servizi igienici essenziali.

    Dopo la morte dei genitori, Pietro era rimasto là, a curare il bestiame, scendendo in paese per le spese necessarie, per una bevuta al bar con gli amici, per passare una volta al mese da Gianni, il barbiere. Non si era sposato, perché non era riuscito ad amare nessun’ altra donna, dopo Laura, e lei si era trasferita a Ferentino coi suoi, quando ancora erano poco più che due ragazzi. I loro destini avevano preso strade diverse, divergenti per necessità. Tuttavia non soffriva della sua solitudine, perché in effetti non era mai solo: c’erano i suoi animali e Bock e gli amici in paese e la Natura: aveva tutto, insomma.

    Il giorno prima che tutto accadesse, così come il precedente, le sue otto mucche avevano prodotto meno latte del solito, con gran disappunto di Michele, il casaro, che veniva a ritirarlo quotidianamente, risalendo volentieri col furgoncino dal paese fin lassù (il latte di Pietro era speciale per le ricotte e il pecorino, che andavano a ruba). Le pecore, dal canto loro, gli avevano reso complicatissima la mungitura, spostandosi in continuazione sulle zampe. Adelmo, il ragazzo che lo aiutava ogni giorno in questa operazione, non si capacitava di quell’ agitazione delle bestie e un paio di volte ebbe a dire, rivolto al padrone: “Se fanno così anche domani, sor Pie’, io qua non ci vengo più ad aiutarti”.

    Le mucche mostravano un’ insolita irrequietezza. Si aggiravano nell’ ampio pascolo quasi a vuoto, ruminando lentamente pochi ciuffi d’ erba, levando di tanto in tanto sordi muggiti. Anche le pecore avevano uno strano comportamento: sollevavano spesso il capo, rimanendo come in ascolto, girando gli occhi tutt’ intorno, per poi tornare a brucare distrattamente l’erba. Bock le teneva raccolte, come per impedire loro di allontanarsi dal centro del prato verso la staccionata, abbaiando inaspettatamente senza una valida ragione e intervallando l’ abbaiare con guaiti lunghi e inquieti.

    La sera Pietro aveva avuto un bel da fare per riportare nelle stalle gli animali, soprattutto perché Bock sembrava non volerne sapere di aiutarlo in quell’operazione, che pure era così abituale per lui e in cui era un vero maestro. Invece di spingerle verso i ricoveri, sembrava far di tutto per tenerle fuori, e aveva abbaiato rabbiosamente quando le porte della stalla e dell’ ovile erano state chiuse dal suo padrone.

    In casa, poi, dopo cena, quando ormai era scesa la notte ed era giunto il momento di addormentarsi per entrambi, Bock non riusciva a stare fermo. Ad intervalli irregolari, si sollevava sulle zampe anteriori e aguzzava le orecchie, come ad ascoltare rumori che solo lui poteva sentire. Pietro, infastidito dalla difficoltà di addormentarsi e già col pensiero all’alba, che sarebbe arrivata ben presto col suo carico di fatica, gli ordinava con tono di rimprovero di accucciarsi una buona volta; e la povera bestia, intimorita, tornava a stendersi sulla sua rozza stuoia, ma per risollevarsi nervosamente subito dopo, magari solo per guaire sommessamente. La storia andò avanti per gran parte della notte.

    Il pendolo aveva già suonato le due. A Pietro restavano poche ore per riposare, poi avrebbe dovuto affrontare una nuova giornata gravida di lavoro. Ma quella notte, forse a causa del caldo insolito, forse a causa dell’ insonnia, gli pareva davvero diversa da tutte le altre. Dalla stalla, poco distante dall’ abitazione, gli arrivavano a tratti strani rumori; come un tramestio di zoccoli sul pavimento in terra battuta o l’ urtare contro le sbarre in legno che sovrastavano le mangiatoie. Dall’ovile, di tanto in tanto, qualche belato.

    Non era mai successo, inoltre, che il suo cane si comportasse in un modo così strano, pensò Pietro, avvertendo dentro di sé una sorta di sconosciuto disagio, una sensazione fastidiosa di paura del buio e della notte, che mai, in tanti anni, aveva avvertito, neppure immediatamente dopo la morte improvvisa del padre e quella, inattesa e troppo ravvicinata, della madre.

    Il suo letto era proprio di fianco al camino, spento in quell’ agosto caldo e un po’ afoso, persino lassù in montagna. Un’aria insolitamente tiepida e umida scendeva giù dalla canna fumaria, diffondendosi tutt’ intorno nella stanza e Pietro, sveglio e agitato dall’ insonnia, l’ avvertì con grande fastidio. Sentì chiaramente il pendolo che scandiva il primo quarto dopo le tre e poi la mezza. Il sonno non arriverà più per me stanotte, pensò, al colmo dell’ irritazione. Calcolò tre o quattro minuti, basandosi sul ticchettio particolarmente sonoro della lunga barra di ottone che oscillava nell’ oscurità. Poi si volse a guardare l’ ora, risalendo con gli occhi dal grande medaglione al quadrante: le tre e trentacinque.

    Fu allora che Bock si alzò di scatto sulle zampe, drizzò le orecchie, guaì con le mascelle serrate, poi cominciò a ringhiare sordamente e infine abbaiò così forte, che Pietro balzò giù dal letto, terrorizzato. Gli urlò più volte di smettere, poi, esasperato, gli assestò una pedata, che lo mandò a sbattere di peso sulla piccola libreria lì accanto. Alcuni libri si rovesciarono sul pavimento, aprendosi a ventaglio. Bestemmiò anche, Pietro, assestando un pugno sulla mensola del camino. Due foto di famiglia caddero a terra e il vetro delle cornici si sparse dappertutto, ridotto in mille pezzi. Ma Bock continuava ad abbaiare, correndo all’ impazzata dal letto alla porta e dalla porta al letto, nello sconcerto del padrone, ammutolito e immobile al centro della stanza. Finché gli si avventò addosso, azzannandogli  il braccio fino a farlo sanguinare e lo trascinò a forza verso l’uscio. Al colmo dell’ ira, Pietro lo spalancò, per far uscire all’ aperto quella bestia rabbiosa, che non riconosceva più.

    Era ancora immobile sulla soglia, quando ebbe la strana impressione che la lastra di pietra si stesse sollevando sotto i suoi piedi, mentre  un sordo boato, come di tuono, proveniente dal ventre profondo della terra, invadeva il silenzio oscuro della notte.

    Per un centinaio di secondi, lunghi come ore, la radura, le stalle, la casa sembrarono perdere ogni legame col terreno, che continuava ad oscillare come fosse un enorme tappeto scosso da mani gigantesche.

    Cadde a pancia in giù sul prato antistante la casa, mentre tutt’ intorno si mescolavano i rumori più diversi: il fragore assordante delle mura in pietra che si sbriciolavano alle sue spalle; lo scricchiolare delle assi del tetto, che si spezzavano e crollavano l’ una sull’ altra, quasi fossero bastoncini di un gigantesco shanghai, portandosi dietro le tegole spaccate, il comignolo con la banderuola di ferro, i vetri delle finestre. E in quel frastuono spaventoso, il muggito alto delle mucche e i belati disperati delle pecore nelle stalle, ripiegatesi su se stesse, come castelli di carte che crollano sul piano di un tavolo urtato sbadatamente.

    Un dolore acuto al capo gli incollò al suolo la faccia. L’ ultima immagine che gli rimase impressa negli occhi, spalancati dal terrore, fu quella delle cime dei monti, danzanti nella luce irreale della luna. Infine, su di lui e su tutta la radura caddero il buio e il silenzio.

    Si risvegliò che ormai l’ alba imbiancava il paesaggio. Sentiva la lingua umida di Bock che gli raschiava le guance e quel dolore acuto alla testa. Portò a fatica una mano nel punto di maggiore dolenzia e la ritrasse macchiata di sangue, già un po’ raggrumato. Gli ci vollero pochi secondi per mettere a fuoco l’ accaduto, mentre il ricordo di ciò che era avvenuto poche ore prima si stagliò chiaro e particolareggiato nella sua mente. Ebbe paura di voltarsi indietro a guardare, perché già immaginava cosa avrebbero dovuto vedere i suoi occhi. E infatti, non appena ebbe trovato la forza di guardare dietro le sue spalle, gli si parò dinanzi, ridotto in un ammasso informe di detriti, tutto ciò che aveva rappresentato per lui la vita: la casa in macerie e tra di esse, pressoché intatto, quasi una beffa del destino, il robusto camino con il pendolo bloccato sulle tre e trentasei; le stalle con la copertura crollata, e tuttavia ancora vive in quei muggiti che si levavano nell’ aria rarefatta dell’ alba. Bock gli stava accanto, gli leccava le mani, guaiva e abbaiava, rivolto alle stalle, come a dirgli che bisognava alzarsi da terra, farsi forza, soccorrere gli animali, liberarli dalle travi e dai detriti, rassicurarli coi gesti e con la voce, perché, dopotutto, erano vivi, come lo era lui, il loro padrone.

    E Pietro si fece forza, si rialzò da terra, disperato e dolorante, piangendo come un bambino, terrorizzato al pensiero del domani e del suo futuro, insicuro ormai su ogni cosa, solo con i suoi animali  in mezzo a tutta quella devastazione.

    Non aveva mai pregato né riuscì a farlo in quel momento. Ma nel frastuono assordante dei pensieri che gli invadevano il cuore e la mente, sentì, come se appartenesse ad un altro, la sua voce che ringraziava Dio per avergli lasciato il bene più prezioso, la vita.

    La distruzione che lo spaventoso sisma di  quella notte aveva provocato giù in paese e nei dintorni, le innumerevoli vittime, il dolore dei sopravvissuti, gli interventi della Protezione civile,  delle Unità cinofile e dei volontari, impegnati nei soccorsi, le operazioni di sgombero delle macerie e i piani di ricostruzione riempirono per mesi le cronache dei quotidiani, i notiziari, i dibattiti politici dell’ Italia e del mondo. Poi era iniziata la ricostruzione e con essa il reale ritorno alla vita, alla speranza di un futuro fatto di tranquilla quotidianità, di maggiore sicurezza, di tentativi più o meno riusciti di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della propria esistenza.

    Da tanto dolore, forse, siamo usciti addirittura arricchiti dentro, pensò Pietro, accarezzando la testa pelosa di Bock.

    Forse, chissà, siamo diventati un po’ più umili, più consapevoli dei nostri limiti, più riconoscenti verso Dio.

    Forse   riusciremo, dopo questo immane disastro,   ad avere maggiore rispetto per l’ ambiante che ci circonda, per questa terra in cui viviamo, ma che non ci appartiene, che ci è data in usufrutto e che abbiamo il dovere di conservare per le generazioni che verranno.

    Forse riusciremo a dimostrare una maggiore umanità e una sincera compassione per il nostro prossimo, per chi è meno ricco e fortunato di noi, per gli animali, anche, che ci amano incondizionatamente, e che noi spesso non esitiamo a maltrattare e ad abbandonare.

    Tu, per esempio, non mi hai mai abbandonato, amico mio - disse rivolto a Bock, che pareva starlo ad ascoltare - Tu mi hai salvato. 

    Il vecchio tornjak agitò più velocemente la coda, preso da una sua qualche istintiva felicità, e gli leccò ancora una volta il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

     

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 03 gennaio 2015 alle ore 17:28
    OK. Insieme, ma solo come amici

    Come comincia: Bologna, zona universitaria, 7. 30 del mattino.

    Nella piccola cucina dell’ appartamento che periodicamente divideva con Roberto, Lisa aspettava che dalla moka fuoriuscisse quel suo caffè, “ buono come nessun altro”. Il sorrisetto ironico che le tirò gli angoli delle labbra la diceva lunga su quel commento gratificante sentito e risentito tante volte.

    Lui entrò in quel momento, sbadigliando rumorosamente, pronunciando contemporaneamente un “ buongiorno” che le fece venir voglia di gettarglielo in faccia, bollente com’ era in quel momento, quel “ nettare degli dei”.

    -Ancora arrabbiata per il discorso di ieri sera?- le chiese Roberto, sedendosi con le lunghe gambe abbronzate distese sotto il tavolo.

    -Arrabbiata? E perché dovrei esserlo? Va bene. Come vuoi tu. In fondo i patti erano questi, almeno   all’ inizio: amici e solo amici, anche se “ speciali”.-

    Lisa parlava tenendogli le spalle mentre versava il caffè nelle tazzine, i folti capelli mossi un po’ increspati per la notte agitata, il pigiama fucsia coi pantaloncini corti che a lui piaceva tanto e che aveva insistito fino alla noia perché lo comprasse, in quella piccola e costosissima boutique in via San Donato, vicino al loro bar, “ loro un cazzo!”, pensò.

    -Adesso pare quasi che io ti stia facendo chissà quale torto. Lo sai come sono fatto, sono refrattario ai rapporti esclusivi. Stiamo così bene insieme, che bisogno c’è di darsi una “ definizione” precisa? Cosa cambia se mi presenti semplicemente col mio nome e non definendomi “ il mio ragazzo”-

    -E già! – replicò lei con una punta di ironia nella voce, sempre dandogli le spalle- Non c’è alcuna differenza. L’ importante è che gli amici siano pronti a dividere tutto, anche il letto, quando ad uno dei due va.-  E pronunciò quest’ ultima frase voltandosi a guardarlo dritto negli occhi.

    Aveva degli occhi di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti a seconda della luce esterna o se erano sulla riva del lago o su quella del mare o tra gli alberi o semplicemente nella loro stanza, all’ alba o al tramonto.

    -Ma quanto sei cretina!- si disse con rabbia. – Idiota, incorreggibile sentimentale. Stupida, stupida, mille volte stupida…- Gli porse la tazzina fumante, distogliendo lo sguardo.

    -Sei la solita stronza- ringhiò Roberto tra i denti, dopo aver mandato giù un sorso di caffè

    -Eri d’ accordo anche tu all’ inizio, ma chissà, forse allora la mia amicizia ti serviva per riordinarti un po’ le idee, non eri ancora pronta per una nuova storia, ti andava bene così-

    -Lo stronzo sei sempre stato tu, ammettilo. Ti è piaciuto avere l’ amica che ti gira intorno a 360°, quella intelligente con cui poter parlare di tutto, a cui chiedere consiglio, da mostrare in base alle circostanze come semplice amica o come la tua ragazza.-

    Roberto poggiò rumorosamente la tazzina vuota sul piano del tavolo e si alzò di scatto, facendo cadere all’ indietro la sedia. – Che palle, Lisa! Sai farmi sentire in colpa anche quando sai bene che la decisione all’ epoca fu presa insieme. Sai che ti dico? Forse è meglio che per un po’ la smettiamo anche con la fandonia dell’ amicizia.-

    Lo guardò come si guarda un perfetto estraneo, uno sconosciuto che ci si ritrova in casa al mattino senza sapere chi sia, dopo una sbronza colossale. Inspirò profondamente, chiuse un attimo gli occhi, strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nel palmo e poi parlò con quel tono di voce calmo e freddo che lui conosceva bene e non ammetteva repliche: - D’ accordo! Chiudiamo, ma definitivamente, anche con la stupida farsa dell’ amicizia. Il tempo di raccogliere le mie cose, basteranno pochi minuti e ogni problema sarà risolto.-

    Dalla finestra aperta una folata di vento improvvisa le mosse i capelli come in una carezza.

    ***

    Bologna. Aula Magna Santa Lucia de l'Alma Mater Studiorum. Un anno dopo.

    L’ atmosfera era davvero da sogno, superava le aspettative di chiunque avesse immaginato quel momento così atteso e così solenne. La proclamazione di Laurea, dopo cinque anni di studio e di sacrificio, finalmente la meta era raggiunta.

    -E comunque me la sono anche goduta!- pensava tra sé Lisa – Sono stata davvero in gamba: ho lavorato sodo sui libri, ma ho viaggiato, ho fatto tante amicizie, ho superato difficoltà e delusioni con coraggio e dignità. E oggi mi arriva finalmente la giusta ricompensa e voglio godermela tutta-

    Hanysh, bellissimo coi suoi capelli neri legati sulla nuca, gli occhi d’ ebano e la bocca distesa in un sorriso un po' nascosto dalla barba morbida e ben curata, la guardava con lo sguardo di chi ammira un gioiello preziosissimo e unico e dice tra sé  “ mi appartiene”.

    Con lui i suoi genitori, al settimo cielo, ansiosi di abbracciarla e festeggiare quel giorno splendido, il traguardo, la realizzazione dei loro sogni su quella figlia bellissima e forte, tenace nel superare gli ostacoli, che mai aveva pianto sulla loro spalla, ma piuttosto li aveva sostenuti e consolati, ogni volta.

    Lisa si guardava intorno, sistemandosi di tanto in tanto sul capo la corona d'alloro (che in verità avrebbe preferito evitare) in attesa che la cerimonia fosse definitivamente dichiarata conclusa, quando sentì una mano che le toccava la spalla e all'orecchio una voce che riconobbe all’ istante – Ehi, Lisa! Allora ce l’ hai fatta!- Si voltò e lo vide, con quegli occhi che un tempo le erano sembrati di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti, e che ora la guardavano con una punta di forzata ironia. – Ehi, Roberto! E che ci fai tu qui oggi? Mi avevano detto che avevi cambiato facoltà, che ti eri trasferito non so dove, che ti eri allontanato da tutto il gruppo dopo il nostro litigio- Stava per risponderle, ma, in evidente imbarazzo, esitò qualche attimo. E quegli attimi furono sufficienti   perché Anish avesse il tempo di avvicinarsi a loro, sempre sorridendo con quella bocca bellissima, un po’ nascosta dalla barba nerissima e curatissima, da elegante principe indiano quale sembrava. Strinse Lisa a sé, circondandole le spalle e le chiese – Mi   presenti il tuo amico, amore?- Lei Si volse a guardarlo con un’ espressione di pura, genuina meraviglia nello sguardo. Poi si strinse forte al suo petto e rispose – Lui è Roberto, ma non è un amico o meglio non siamo mai stati veramente amici, non siamo stati mai veramente nulla. Forse dei semplici conoscenti, chissà, colleghi di università per un breve periodo, niente di più. – Poi lo prese per mano e si allontanò con lui in direzione dei suoi genitori che fremevano per dare inizio ai festeggiamenti. – Povero Roberto!- pensò tra sé sorridendo in silenzio- Avresti dovuto capirlo tanto tempo fa che bisogna avere tanto coraggio per accettare e ricambiare un vero amore e che un giorno la mia felicità sarebbe stata la tua infelicità.-

  • 21 luglio 2014 alle ore 16:11
    Con le orecchie sotto il pelo dell'acqua

    Come comincia: Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi, di quelli quasi senza sabbia, ciottolosi, dove predominano i sassi, piccoli e colorati, come se ne trovano sullo Ionio o alle Cinque terre. Pietre che sembrano preziosi minerali, opali, acque marine, zaffiri, e invece sono soltanto semplici ciottoli o fondi di bottiglia, ma levigati dalle onde per un tempo così lungo da trasformarli in oggetti  pregiati, dalle sfumature che solo la natura incontaminata sa creare.
    Da ragazza aveva trascorso intere estati a cercare le pietruzze più belle e strane e poi ne aveva riempito tutti gli angoli della sua casa, custodite in ciotole di coccio o in piatti di madreperla. E periodicamente le immergeva nell’acqua e rimaneva a lungo ad ammirarne le forme e i colori, ravvivati dall’elemento naturale a cui le aveva sottratte, portandole via dalle rive, preferibilmente all’alba, quando sul bagnasciuga solitario si mostravano in tutta la loro policroma bellezza e quasi pareva che le chiedessero di essere scelte.
    Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi!
    Ma si sa, quando si usano i verbi al passato, vuol dire che le cose sognate sono rimaste nei desiderata  nella realtà del quotidiano (che è l’unica a contare veramente nella vita di ciascuno). Pazienza!
    Quasi sgomitando, si fece largo tra i bagnanti che affollavano la riva sabbiosa del solito litorale … sabbioso, dove si recava perlopiù la domenica, dopo un’intera settimana di lavoro.
    Ad un certo punto bisogna adattarsi, pensò tra sé, scacciando a forza dalla mente quel  diavoletto capriccioso che le suggeriva di abbandonarsi ai rimpianti e alle recriminazioni.
    Ci sono mille e mille cose che si possono creare con la sola forza della mente, figuriamoci immaginare di essere su una spiaggia diversa, tra gente diversa, a diretto contatto con se stessi e la natura, la grande, benefica e severa madre Natura, che non smette di amarci malgrado gli scempi che noi essere umani perpetriamo quotidianamente a suo danno.
    Dieci metri, venti, trenta e l’acqua sempre al ginocchio. Quaranta e un’altra secca, a far riemergere persino le ginocchia. Cinquanta metri: superato il cartello di limite sicuro di balneazione, con poche, decise bracciate, si portò dove finalmente non c’era più piede e spingendosi a chiodo sul fondo, seppe che la meta era raggiunta.
    Dolcemente riemerse e si lasciò andare, distendendosi sul pelo dell’acqua. Rilassò ad  uno ad uno tutti i muscoli del  corpo e la pressione sottostante fece il resto.
    Produceva una sensazione straordinaria quel lasciarsi galleggiare senza più peso, le gambe e le braccia abbandonate al movimento oscillante delle piccole onde , senza che nemmeno uno schizzo si alzasse a bagnarle il viso rivolto in alto, verso il sole, gli occhi chiusi, tutto il resto del capo sommerso e le orecchie appena sotto la superficie di quel mare divenuto d’un tratto il “suo” mare.
    Non percepiva più alcun rumore esterno, solo il suo respiro, regolare, rilassato. Assaporava il silenzio o meglio quel dolce fruscio prodotto dai movimenti involontari del corpo.
    Si realizzava così la riconquista del sé, della propria entità fisica, con la percezione della vita attraverso il solo respiro: inspirare, espirare, così, piano, con regolarità.
     “Se il corpo prova disagio, la mente si agita; se la mente si agita, non è possibile il silenzio interiore. Il silenzio si fonda sulla quiete del corpo, la quiete sull'equilibrio. Il silenzio è il luogo della lucida, silenziosa, a-verbale, intro-versione della coscienza. Quando la coscienza si ripiega, in un muto domandare, su se stessa, può presentarsi l'intuizione che cambia la vita: la Grande comprensione. Si può scoprire ciò che dà alla vita un indubitabile, sacro, senso.”
    E adesso, standosene così, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua, capiva perfettamente il senso di questi concetti bellissimi, letti una volta, chissà quando, chissà dove.
    E si sentiva perfettamente felice.
     

  • 06 luglio 2014 alle ore 14:15
    Soli prescelti tra mille che non sanno

    Come comincia: Dividevano un sogno, ma parlavano d'altro, sperando in segreto che un giorno accadesse un evento, un prodigio, un nonnulla capace di farli trovare. E accadde un mattino che i loro sentieri si unissero, come d'incanto in un unico fiume, trascinandoli insieme per ampie vallate, tra prati e foreste creati soltanto per loro. - È uno spreco - diceva - non dirsi l'amore. È come ammirare una stella lontana, che non ci appartiene. Se tu prenderai la mia mano, potremo toccarla. - E lui l'ascoltava, rapito da ignoto sgomento. - Nel cuore si libera immensa la gioia – le disse e ridevano gli occhi di mare, scacciata in un angolo buio l'antica tristezza, cancellati da un bacio i rimpianti, gli amari ricordi, l'inquietudine greve, che solo l'assenza d'amore e null'altro produce.

    Si aprirono limpidi i cieli e senza stagioni, il tempo, ormai fermo al presente, senza prima né poi, docilmente seguiva gli amanti.

    ...E ancora li segue, benché molti inverni si siano ormai succeduti dal giorno in cui lui, con voce angosciata, ma ferma, le disse che un bivio richiede una scelta.

    Nessuno sa dire se scelse o se fu la corrente del fiume a portarli lontano. Nessuno può dire che cosa gridassero i cuori, serrate all'esterno le porte.

    Non fu un tradimento, non fu una rinuncia, fu solo paura di vivere soli che spinse alla scelta, ma niente in futuro poté compensare quell’ unico amore, perfetto e mai più ripetibile.

    - Tu sola sapevi vedermi com'ero-

    - Come sei - gli risponde.

    - Tu sola hai saputo ascoltare la musica dolce e i versi mai scritti che io componevo per te. Tu sola sapevi capire i silenzi -

    - Ascoltavo il tuo amore. Il miracolo atteso da sempre che si era compiuto quel coraggioso mattino e ancora si compie -

  • 03 novembre 2013 alle ore 22:18
    Il Genio del Natale e il dono della seconda chance

    Come comincia: Nonno Geremia aprì il grande libro, rilegato in  pelle di capra e marocchino, che ogni anno, a Natale, non mancava di porre sotto l’albero insieme agli altri doni per i suoi otto nipotini, e cominciò a leggere la sua storia tanto straordinaria quanto incredibile, ambientata in un tempo senza tempo e in un luogo senza luogo.

    La fiamma del grande camino diffondeva tutt’intorno, nella stanza del castello, un tepore rassicurante, mescolando il suo scintillio con quello delle dodici candele del  prezioso lampadario sospeso al soffitto da enormi catene di bronzo massiccio. Distesi su comodi triclini rivestiti di velluto color porpora, otto giovani sorseggiavano del buon Falerno, invecchiato di tre anni, godendo tranquillamente del dono straordinario e inaspettato che il Genio del Natale aveva fatto loro. Con l’aiuto della Buona Sorte, da sempre in rotta con la sorellastra Mala, aveva deciso di ribellarsi all’inflessibilità del Fato e si era divertito a capovolgere il destino di otto famosi amanti della storia, tanto presi dalla loro passione d’amore  da esserne condotti a morte. “Che tu lo voglia o no - aveva urlato sul volto imbronciato del grande Vecchio -  Amor omnia vincit e io riscriverò l’ultimo capitolo delle più belle storie d’amore finite male a causa della tua caparbia insensibilità.- E la Buona Sorte aveva accettato di aiutarlo in quella missione ai limiti della credibilità.
    -Aggiungi un po’ di legna al fuoco, Tristano! – disse Isotta la Bionda con la sua voce cristallina -  Temi forse che re Marco, tuo zio, decida di ripensarci e per vendicarsi di noi smetta di inviarti legname dalla Cornovaglia? –
     - Non credo proprio! – intervenne Francesca, con un sorriso sornione negli occhi. – I vecchi sanno bene quando è il momento di farsi da parte e lasciare spazio ai giovani innamorati e lo sanno anche i brutti come Gianciotto, non è vero Paolo?-
    - Certo che siamo stati fortunati, amici miei. Immaginate la scena: mio fratello entra in camera e vede sua moglie, seduta sul letto accanto a me, che mi bacia appassionatamente, con quel benedetto libro di Lancillotto sulle ginocchia. Io credo che chiunque avrebbe perso le staffe e ci avrebbe trapassati con la spada senza pensarci su due volte.-
    - E invece lui cosa fece? – continuò Francesca, intromettendosi come al solito nel discorso del cognato amante – Si voltò verso il grande specchio che troneggiava a lato del nostro letto e rimase ad osservare a lungo se stesso. Poi gettò a terra la spada e gridò: “Gianne lo sciancato! Dovevi aspettartelo. Il potere e il denaro nulla possono contro l’amore, soprattutto se sei brutto e deforme come sono io. Dovevo sposare Zambrasina di Tebaldello Zambrasi da Faenza, ed è quello che farò non appena  voi due sarete spariti dalla mia vista. Andate via, prima che ci ripensi”- E mentre Francesca parlava, Paolo sorrideva soddisfatto, centellinando lentamente il buon Falerno.
    - Non siate così sicuri che solo la bellezza e la gioventù possano generare amore mentre la bruttezza debba essere sempre ed esclusivamente fonte di dolore e di rinuncia.-  Intervenne un po’ stizzita Saffo, staccandosi malvolentieri dalle braccia di Faone – Se io l’avessi pensata come voi, ora non sarei qui con l’uomo che amo e che il Fato malvagio stava inducendomi ad abbandonare per sempre, spingendomi giù dalla rupe di Leucade. Per fortuna, pochi minuti prima che io compissi quel gesto irreparabile, una vecchia viandante mi vide là, sul bordo della rupe e mi si avvicinò cautamente, senza parlare. Si sedette accanto a me e cominciò a canticchiare una nenia dolcissima, una di quelle che solo le madri sanno inventarsi per rassicurare i loro bimbi spaventati dal buio della notte.-
    - E doveva essere davvero dolcissima – continuò al suo posto Faone, accarezzandole il viso nascosto da un velo ricamato di fili d’oro – se la mia Saffo decise di allontanarsi dal baratro e di accoccolarsi sulle sue ginocchia piangendo in silenzio. La vecchia le disse di essere la sua Buona Sorte, intervenuta in tempo per impedirle di compiere un atto tanto doloroso quanto inutile, che avrebbe reso infelice per sempre l’uomo che l’amava e che non aveva mai osato avvicinarsi a lei perché intimidito dalla sua straordinaria capacità poetica e dalla bellezza sublime dei suoi versi. –
    - Quel giovane era il mio Faone – concluse raggiante Saffo – e io stavo per rinunciare a lui e alla mia vita solo perché condizionata dalla mia bruttezza fisica.-
    - Vi sbagliate di grosso, se date credito al detto “La bellezza apre tutte le porte” – disse Euridice, col volto dolcissimo illuminato dalla fiamma del fuoco – Per godere anzitempo della mia vista, mentre risalivamo a fatica verso una nuova vita, Orfeo rischiò di chiudere per sempre dietro di sé nientemeno che la porta degli Inferi, lasciandomi per sempre nel buio della morte. –
    - Ma per nostra fortuna – aggiunse umiliato Orfeo -  Buona Sorte mi prese per mano e mi trascinò su, verso la luce, prima che la passione mi accecasse. Anche saper attendere il momento giusto, senza bruciare le tappe, aiuta a vincere, se l’amore è grande.-
    - Non dirlo a me - intervenne di slancio Tristano, gettando un altro grande ciocco di legname di Cornovaglia sul fuoco - Io ho dovuto mettere a rischio la vita almeno cinque volte per conquistare la libertà di amare Isotta! In fondo convincere zio Marco a lasciarla a me non fu difficile, ma rischiare di morire per l’inganno di una donna gelosa (Isotta dalle bianche mani, naturalmente!) e per il colore bianco o nero delle vele di una nave è davvero troppo. -
    - Anche per nostra fortuna – lo interruppe sorridendo Isotta -  il vecchio Genio intervenne in tempo, facendo ravvedere la mia rivale sulla sua pretesa assurda di prendere il mio posto nel cuore del mio amato con l’inganno. Amor omnia vincit, giusto? Pensate che fu proprio lei, alla fine, a rassicurarlo che le vele della mia nave erano bianche e che presto mi avrebbe riabbracciata. –
    Poi, alzando il calice colmo di rosso nettare, aggiunse raggiante: - Ma ora è il momento di festeggiare il Natale, in questo tempo senza tempo, in questo luogo senza luogo, e di ringraziare all’infinito il nostro Genio protettore, che ha voluto riavvolgere il filo delle nostre vite, riannodando con il fiocco della felicità i nostri rapporti d’amore.-
     
    Tutto ciò avvenne in un tempo senza tempo e in un luogo senza luogo – concluse nonno Geremia rivolto ai suoi otto nipotini – Ma nulla toglie che, con un po’ di fantasia, ognuno di noi potrà attribuire a se stesso una parte  di questo splendido racconto e trarne un insegnamento utile per darsi, eventualmente, una seconda chance come dono di Natale.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 17 aprile 2012 alle ore 13:20
    La fiaba dell'albero e del tenero virgulto

    Come comincia: Voglio raccontarti un’altra fiaba, come quelle che ti piaceva ascoltare la sera, prima di addormentarti, tanto tempo fa, quando eri così piccolo e dolce, che mi pareva  impossibile dover soffrire tanto, un giorno, per te e con te.

    “C’era una volta un albero d’alloro, che era stato trapiantato da un giardino dopo che suo padre, l’albero gigante, era stato abbattuto, perché le sue radici minacciavano il muro di recinzione. L’alberello crebbe e indurì la corteccia del suo tronco, e si fece sempre più alto e robusto, le sue radici divennero sempre più lunghe e profonde e venne il giorno in cui anche lui dové essere abbattuto, perché non crollasse il muro di cinta. Mentre la grande lama dentata penetrava nelle sue fibre vive e un rumore assordante copriva il fruscio del vento, che accarezzava pietoso le povere foglie profumate, l’albero guardò il tenero virgulto nato accanto a lui dai suoi semi e  con voce muta innalzò un'ultima preghiera al Signore della Natura.
    - Non ho scelto io di nascere. – gli diceva -Tu hai deciso per me, e avevi deciso tu per mio padre e per il padre di lui. Noi tutti abbiamo accettato, come tu volevi, di gettare il nostro seme, perché come noi bucasse con fatica il duro terreno e germogliasse affrontando il freddo e la sete, per crescere e indurire la propria corteccia e allungare le proprie radici. Adesso che è giunto per me il momento di essere abbattuto e non mi è dato di rimanere nel tuo giardino per vedere il mio seme diventare albero, concedimi almeno di cadere al suolo senza danneggiarlo. Se non ho potuto aiutarlo come volevo, perché le mie braccia non hanno saputo proteggerlo, quando il gelo lo intirizziva e il sole lo inaridiva, risparmiami almeno il rimorso di avergli fatto del male per essergli stato troppo vicino. - 
    Il Signore della Natura ebbe pietà dell’albero e mentre cadeva ordinò al vento di spingere dolcemente il suo tronco  reciso lontano dai teneri germogli”.
    Chi sa, figlio mio, se c’è davvero un Signore che ascolterà anche la mia preghiera ?

  • 24 novembre 2011 alle ore 11:28
    Scherzi della noia

    Come comincia: Quella sera non aveva proprio nulla da fare. Una maledetta partita di Champions league, a cui i suoi uomini non avrebbero mai rinunciato, l’aveva privata del rilassante film horror che sperava di vedere dopo la lunga giornata di lavoro.
    Non sapeva davvero come riempire quelle due ore che la separavano dal momento di andare a letto. Andarci alle 21.00 sarebbe stato davvero come sfidare la sua insonnia in una partita persa in partenza.
    Se ne andò al computer: avrebbe scritto qualcosa per rilassarsi, in assenza del film horror!
    Inforcò gli occhiali, malvolentieri, come sempre, e aprì un nuovo file di word.
    Titolo: Scherzi della noia.

    - Ma che razza di titolo!- pensò, e nello stesso istante le dita, come attratte da un’invisibile calamita, cominciarono a pigiare i tasti, uno dopo l’altro, velocemente, senza che lei li indirizzasse sulle lettere, ma proprio da sole, come se avessero una loro personale volontà e una autonoma capacità di movimento.
    Dopo qualche minuto di totale annichilimento, smise di seguirle con gli occhi e si concentrò, invece, sullo schermo, dove la pagina andava riempiendosi di parole, di segni di punteggiatura, di spazi e di a capo.
    Non si era ancora ripresa dallo sbigottimento quel tanto da riuscire a concentrarsi sui contenuti del testo che prendeva forma sotto i suoi occhi, quando le orecchie cominciarono a sentire una splendida melodia di sottofondo: com’era possibile? Stava lavorando - o meglio -  le sue dita stavano lavorando su un semplice file di Word. Come si era inserita la musica? Tra l’altro si trattava di un brano stupendo, di Polanski , uno dei suoi preferiti.
    Si disse che in quella situazione così strana, anomala, ogni cosa aveva il diritto di accadere, anche che in un file di word entrasse della musica. Non si sarebbe meravigliata ormai neanche della comparsa di qualche immagine.
    Aveva appena finito di pensarlo, che sullo sfondo della pagina comparve uno straordinario paesaggio marino: la distesa dell’acqua azzurra e limpida riempiva per metà la pagina; l’altra metà era occupata fino alla base da una miriade di ciottoli colorati, adagiati su una sabbia finissima, dorata. Era proprio il genere di paesaggio che amava più di ogni altro, così distensivo, foriero di promesse, custode di ricordi.
    Forse era un’illusione ottica, ma avrebbe giurato che l’acqua si muovesse dolcemente e che il sole, ormai al tramonto, giocasse ad accarezzare le pietre ad una ad una, facendole vibrare di sfumature iridescenti.
    Intanto le dita continuavano a battere freneticamente sulla tastiera e la scrittura aveva riempito quasi completamente la pagina.
    Era giunto il momento di leggere il testo, la curiosità era alle stelle.
    Cosa avevano scritto le sue dita in quel modo assolutamente anarchico, ignorando totalmente la sua volontà, il suo pensiero, la sua ispirazione?
    Avrebbe trascurato ogni altro particolare per concentrarsi solo sul contenuto: non doveva fidarsi, bisognava controllare che non ci fossero segreti svelati o pericolose confessioni rivelate da quelle dieci traditrici dalle unghie rosicchiate.
    Si assestò meglio gli occhiali sul naso, aguzzò gli occhi e cominciò a leggere.

    La mano leggera di Andrea si posò sulla sua spalla, scuotendola delicatamente, per svegliarla. Sul monitor un documento di Word appena aperto, pagina formato A4  e, al centro della pagina bianca, un titolo in grassetto: “Scherzi della noia”.

  • 22 novembre 2011 alle ore 18:55
    Incontro con la vecchiaia

    Come comincia: Era già da un po’ che la sua mente lavorava su quell’argomento, a volte consciamente, più spesso a livello inconscio; ma non smetteva mai di elaborare nuovi dati, di ritornare su quelli già incamerati per riesaminarli, modificarli, risistemarli, in  sempre nuove acquisizioni di consapevolezza.
    Lo studio del tema in questione era iniziato già da anni, ma non avrebbe saputo dire con precisione da quando. Forse dal momento in cui, prestando attenzione allo specchio – cosa che faceva sempre senza troppa apprensione – aveva scoperto che la sua pelle aveva perso di elasticità, che tenendo le braccia rilassate verso il basso, come nel tentativo di raccogliere qualcosa da terra, si formavano tra il gomito e il cavo ascellare delle strane fossette, delle piccole striature mai notate prima.
    L’esame si era spostato sull’interno delle cosce, sul decolleté, piano piano un po’ su tutto il corpo, e i guasti, come li definiva una sua carissima amica, balzavano agli occhi senza ombra alcuna di dubbio.
    Era quello l’inizio della vecchiaia? 
    Non si era fatta prendere dal panico né era corsa in farmacia per acquistare creme miracolose né tantomeno si era iscritta in palestra, come tante sue colleghe di lavoro: gli impegni erano talmente tanti, che le sarebbe stato difficilissimo trovare lo spazio per la cura del corpo e d’altra parte non ne vedeva l’urgenza.
    È la mente che conta – si ripeteva in continuazione – Se la mente resta giovane, il corpo rallenterà la sua irreversibile corsa verso la senescenza. E la sua mente non aveva né il tempo né la voglia di invecchiare.
    Così aveva accantonato il problema (o almeno così le era sembrato).
    Si ritrovava, in realtà, a studiare il progredire della vecchiaia in coloro che le stavano intorno, i suoi genitori, in particolare, che negli ultimi tempi avevano continuo bisogno di assistenza. Era semplice accumulare dati, in quel caso, perché l’osservazione era continua, accurata, dolorosamente attenta ai particolari.
    La decadenza non era soltanto fisica, ma anche e soprattutto psicologica, e non nel senso che ormai le capacità intellettive stavano venendo meno, perché, fortunatamente, la lucidità mentale, la capacità di ricordare il passato, il senso della realtà non erano diminuite, se non quel tanto che rientra nella norma. Il problema era nell’atteggiamento verso l’esistenza quotidiana, che si era distorto, che era divenuto contemporaneamente attaccamento morboso alla vita e disprezzo della vita stessa, timore di perderla e desiderio di consumarla al più presto, magari chiudendo gli occhi per addormentarsi e non riaprirli più. Quasi la morte fosse una liberazione!
    Aveva avuto modo di leggere tanto sulla vecchiaia; trattati filosofici, testi di medicina e psicologia, racconti, romanzi, poesie. Nei primi una visione quasi sempre serena e distaccata del problema, venata di tollerante comprensione o tranquillamente rassicurante su un percorso di vita che ogni essere umano deve prima o poi affrontare; negli altri visioni anche agghiaccianti della terza età, come nel caso del  terribile, vecchio Scrooge di Dickens, o melensamente sentimentali in tanti altri casi letterari.
    Ma a guardarla negli occhi, la vecchiaia era tutt’altra cosa e la terrorizzava.
    Quando aveva cominciato a diventare vecchio suo padre? In alcune foto di una diecina di anni prima, già l’espressione del viso era mutata: una tristezza mista a rabbia repressa, le labbra strette a negare il sorriso, gli occhi a volte malinconici, altre volte duri e freddi, persino ostili.
    Forse la vera decadenza era iniziata con l’ictus che l’aveva colpito, privandolo in parte dell’uso della mano destra e indebolendogli le gambe, cosicché aveva dovuto suo malgrado accettare l’aiuto degli altri in tante piccole cose e contemporaneamente era stato costretto a farsi da parte in quei lavori che prima gestiva in prima persona in casa.
    Sono tutti come lui i vecchi? Si era chiesta tante volte. Davvero ad un certo punto si convincono di essere circondati da una massa di deficienti incapaci, che vanno guidati passo passo, come bambini che riescono appena a reggersi sulle proprie gambe? Davvero non capiscono che in realtà hanno bisogno di tutto e il bisogno generalmente rende umili e riconoscenti?
    Ma l’aveva adorato troppo nella giovinezza, idolatrato troppo per credere  che il suo modo di agire non fosse altro che un’esasperazione dovuta all’età di difetti caratteriali presenti n lui da sempre.
    Si comporta così perché ci vuole bene - si ripeteva nel tentativo di auto convincersi - perché se potesse ci eviterebbe qualunque fatica e preoccupazione, ecco perché è così invadente da sembrare addirittura presuntuoso e arrogante, ecco perché sembra non capire che noi figli ce la possiamo cavare anche senza le sue continue istruzioni sull’uso, senza i ripetuti rilievi sul nostro modo di fare, ecco perché  reagisce a qualunque manifestazione di affetto con questa indifferenza che uccide.
    L’esame sull’evolvere dell’anzianità in sua madre, al contrario, la lasciava strabiliata per i motivi opposti: il progredire dei mali fisici, della debolezza del corpo, della consapevolezza del suo irreversibile decadimento fisico era inversamente proporzionale al suo desiderio di amare, di dare, di alleviare i problemi altrui. Quanto meno poteva agire con le forze del corpo, tanto più si prodigava col cuore e con la mente nel distribuire affetto, comprensione, riconoscenza a chi le stava accanto, ai figli soprattutto, che mai avrebbe voluto “disturbare”, come ripeteva in continuazione.
    Suo padre, invece, si era fatto distruggere progressivamente dall’attesa della morte e ci conviveva ormai da un tempo incalcolabile. Ne parlava di continuo, direttamente o in modo velato, e sosteneva di non temerla, anzi, di desiderarla, visto che ormai non poteva fare più nulla di tutto ciò per cui era sempre vissuto. Ma lei aveva capito che quel parlarne in modo sprezzante non era altro che un tentativo di esorcizzarla, quell’attesa del nulla, e che dietro la sua apparente sicurezza c’era un terrore ancestrale, un’angoscia profonda di fronte all’ignoranza del “come” tutto sarebbe avvenuto e soprattutto del “quando” i suoi occhi avrebbero smesso di vedere la luce.
    - Aveva ragione Indro Montanelli – ripeteva di tanto in tanto -  Non è la morte che mi fa paura, è il morire -.
    Forse per questo non dormiva più da anni.
    La notte per lui era uno scorrere interminabile di minuti, lenti, sul grande quadrante bianco dell’orologio che aveva voluto far sistemare accanto al letto e per giunta in una posizione a lungo studiata, per poter leggere con chiarezza le distanze millimetriche tra un minuto e l’altro segnate dalla lancetta più lunga.
    E durante quelle notti senza fine insorgevano in lui i desideri più disparati: quattro grissini su un tovagliolo  per non disperderne le briciole, una tazzina di budino alla crème caramel, un pezzettino di caciocavallo, e poi acqua, acqua e ancora acqua, per il timore di non urinare abbastanza.
    Quando il tremito agitava le sue mani di vecchio e anche stringere le posate durante il pranzo diventava un’impresa insostenibile, lei tornava con la mente alla propria infanzia, durante la quale  suo padre era stato per lei l’eroe invincibile, il risolutore di ogni problema, l’essere eccezionale esperto e abile in qualunque impresa.
    Dov’era finito ora quell’eroe? Ne rimaneva l’involucro esteriore, accartocciato su se stesso, che bestemmiava per non piangere, che aveva sostituito il suo straordinario altruismo in un egoismo piccolo e fanciullesco, come le sue pretese da bambino sempre insoddisfatto (così apparivano ad uno sguardo superficiale e annoiato le sue richieste ora di questo ora di quello, fuori orario e senza senso).
    Da molto tempo ormai aveva smesso di confidare a lui e a sua madre i propri problemi, le ansie e le insicurezze, i bisogni e le paure.
    L’abbraccio ormai doveva essere solo un gesto con cui stringerli, senza pretendere di essere stretta, un gesto delicato, prudente, rispettoso della fragilità di quei corpi malati e doloranti.
    E il saluto con cui si congedava da loro ogni volta, aveva quel sapore segretamente triste e malinconico che devono avere probabilmente tutte quelle cose preziose che sappiamo di dover perdere, ma non “quando” le perderemo, e per questo motivo diventano di ora in ora più pregiate, più rare, uniche nella loro transitoria bellezza, come tutto ciò che Dio ci ha dato in usufrutto e che noi, stupidamente, consideriamo un nostro possesso.

  • 28 ottobre 2011 alle ore 9:55
    Dal Belvedere

    Come comincia: Osservate da quell’altezza, le cose risultavano così mirabilmente chiare e limpide, che le miriadi di minuscole fiammelle affacciate sulla balaustra del Belvedere agitavano estasiate le loro cime sottili riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate.
    Ora tutto risultava così semplice da comprendere, che quasi dubitavano di essere mai esistite prima.
    Quando erano dall’altra parte, imprigionate nei loro carrozzoni senza uscite, avevano tentato tante volte di capire il senso profondo di ciò che riuscivano a malapena a vedere, occhieggiando furtivamente attraverso quelle uniche due strette fessure che si aprivano sul mondo. E quando credevano di essere sul punto di comprendere, la loro vista veniva offuscata da tendaggi variamente trapunti, che distorcevano le immagini colorandole innaturalmente.
    Quando erano dall’altra parte avevano tentato mille volte di ascoltare con attenzione i suoni provenienti dall’esterno, arrampicandosi a fatica lungo due stretti cunicoli che sbucavano proprio sul tetto del carrozzone, benché la difficoltà di arrivare fino alla membrana vibrante al di là della quale si producevano i suoni fosse enorme. Ma il risultato era ogni volta esaltante: i rumori si trasformavano prodigiosamente in voci, melodie, fruscii, sussurri. Quante volte erano state sul punto di averne una percezione nitida, fedele, diretta! Ma sempre il tentativo era miseramente fallito. I suoni si percepivano, ma la comprensione del loro reale significato veniva impedita da ostacoli di ogni sorta e la colpa era dei carrozzoni che ripartivano d’improvviso o d’improvviso svoltavano angoli o imboccavano strade sbagliate, divieti d’accesso, che ingranavano retromarce proprio quando bisognava sostare e sostare a lungo.
    Tante volte avrebbero voluto interrompere per un po’ quel viaggio frenetico, sempre in corsa col tempo verso nuove mete, raggiunte le quali, senza neppure assaporare la gioia del loro raggiungimento, si ripartiva, per arrivare e ripartire di nuovo, senza quiete, riposo, soddisfazione.
    Tante volte, quando erano dall’altra parte, avrebbero voluto fermarsi, parcheggiare in un luogo solitario, per ascoltare la musica del silenzio rotta soltanto dai suoni della natura e in quella pace lasciar correre libero il pensiero o permettergli di riposare in compagnia di se stesso, come un vecchio saggio sul far della sera, quando  ripercorre con la mente le tappe della sua esistenza e ne trae il bilancio, sorridendo bonario sui propri errori e imparando da essi il senso della vita.
    E invece quei diabolici carrozzoni, in cui erano imprigionate, non sostavano mai, sempre on the road, tra faticose salite e ripide discese, a velocità sostenuta su interminabili rettilinei in fondo ai quali, talvolta, un imprevisto incidente di percorso costringeva a difficili riparazioni o a dolorose soste forzate, angosciose, rabbiose, tristi, malinconiche, rassegnate.
    A tutto questo pensavano le migliaia di fiammelle affacciate alla balaustra del Belvedere e sorridevano malinconicamente sulla propria stupidità.
    Ma come avevano fatto a non capire, quando erano dall’altra parte, che prima o poi i motori dei carrozzoni si sarebbero spenti e loro sarebbero uscite da essi senza impedimenti, volando via, accendendosi di luce e riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate?

  • 04 ottobre 2011 alle ore 18:32
    Sognando Catullo

    Come comincia: Se ne stava seduto sulla base tronca dell’antico colonnato, lo sguardo perso tra le scaglie argentee del lago. La terrazza-belvedere, vuota in quel principio di pomeriggio settembrino, gli appariva come un luogo ideale per chi, come lui, era da tanto tempo, ormai, alla ricerca disperata di uno stato di imperturbabilità, di quella quiete interiore che i filosofi chiamavano atarassia.
    L’idea del viaggio a Sirmione, per visitare la dimora di Catullo, gli era venuta in un momento in cui, in verità, tutto sembrava andare per il verso giusto: aveva trovato finalmente una compagna con cui dare inizio ad una convivenza stabile, i vecchi amici erano come sempre disponibili ad assecondare i suoi capricci, il lavoro si era ormai stabilizzato su una posizione di sicurezza e di relativa gratificazione.
    Tutto per il verso giusto, dunque. Almeno così gli era sembrato, fino alla notte del sogno.

    ***
    Lesbia staccava pigramente gli acini d’uva, uno dopo l’altro, dal grande grappolo  che lui le porgeva, disteso sul triclinio, e  li portava alla bocca con gesti lenti e sensuali, sfiorandoli con le labbra prima che sparissero tra i denti bianchissimi.
    Valerio Catullo la guardava affascinato e gli pareva di sentire sulla lingua il sapore dolce della polpa succosa mescolata al gusto asprigno della buccia rosso fragola.
    L’aveva conosciuta proprio là, in casa sua, dove era venuta da Roma col marito Quinto per una visita a suo padre, non ricordava più quando.
    Cosa gli era piaciuto di quella donna, di dieci anni più grande di lui, bella e intelligente,sprezzante delle regole e accuratissima nel vestire e nel muoversi, suadente e distratta ad un tempo ,quali segrete promesse nascondevano quegli occhi che annullavano in chi le stava di fronte  il senso dello spazio e del tempo?
    La loro storia d’amore era stata travolgente come quei turbini che si innalzano d’improvviso nei deserti e  tempestosa come i terremoti prodotti da venti e sommovimenti di falde profonde in terreni apparentemente sicuri e stabili. Quanta passione, quanta rabbia e disperazione, i sensi sempre tumultuosamente sommossi e stremati. Quante promesse, quante bugie e abbracci e baci e liti furibonde!
    Perché era ancora là con lei dopo tutti i suoi tradimenti, la sua condotta immorale e volgare, gli intrighi politici in cui si era invischiata col fratello Clodio, perché l’adorava ancora dopo le sue avventure notturne, consumate persino nelle bettole più malfamate di Roma, di cui sapeva bene per bocca di Alfeno, di Giovenzio, di Aurelio, che si dicevano suoi amici e che forse per primi si erano infilati nel suo letto?
    Mentre guardava il biancore marmoreo di quel collo amato, mollemente arrovesciato sulle sue ginocchia, le caviglie sottili, le spalle seminude, gli occhi socchiusi e quelle labbra morbide inumidite dal succo dolce dell’uva, sentiva la passione impadronirsi di lui al punto da annullare ogni capacità di ragionamento.
    Era schiavo di quella donna, un vile, sciocco, impotente schiavo dei sensi.
    Allora invidiò la pace di suo fratello, sepolto nella Troade, ormai lontano dalla burrascosa esistenza terrena che l’aveva tormentato fino alla decisione disperata del suicidio e desiderò anche per sé quella pace.
    Ma non l’avrebbe cercata attraverso la morte, bensì attraverso la vita.
    Già vedeva tutta la scena: avrebbe posato con calma il grappolo d’uva nel grande piatto d’argento sulla tabula lusoria lì accanto, poi avrebbe chiamato Servilio, il più giovane dei suoi schiavi, fedele e affidabile, econ voce gelida l’avrebbe pregato di accompagnare Lesbia, con la lettiga più bella e con una scorta di due ancelle, nel più vicino postribolo di Sirmione, la sua vera dimora, da dove, poi, sarebbe potuta ripartire a suo piacimento per Roma.
    Ma in quel momento Lesbia si volse verso di lui, aprì chi occhi, che teneva socchiusi, e lo guardò con quell’intensità che lui conosceva tanto bene. Poi gli offrì le labbra, come solo lei sapeva fare.

    ***
    In quel sogno si era riconosciuto. In quel giovane aveva rivisto se stesso, così debole, insicuro, incapace di credere davvero che uno sforzo di volontà possa cambiare i convincimenti di una vita. Che poi la vita sia stata ridotta ad un solo, meraviglioso e doloroso periodo, poco importa, se quel breve lasso di tempo ha saputo accamparsi nel cuore e nella mente assumendo i connotati dell’eternità.
    Prima di fermarsi sul belvedere aveva visitato gli interni della villa (o almeno quel che ne restava).
    Di fronte alla trifora del Paradiso aveva sostato a lungo, cercando di immaginare cosa il giovane Catullo, stanco e ormai malato, di ritorno dal viaggio in Bitinia aveva pensato di fare. Era rimasto a Sirmione per un po’, forse si era illuso di poter dimenticare Lesbia chiuso nella silenziosa pace della sua casa paterna. Chissà quante ore aveva trascorso guardando il grande lago, progettando la sua guarigione, quella dell’anima, la sua liberazione dal cancro dell’amore che lo stava consumando.
    Mentre sedeva sulla base del colonnato, e di fronte la  distesa argentea dell’acqua andava arrossandosi nei colori del tramonto, sentì farsi chiara in lui quella consapevolezza che anche Catullo, probabilmente, aveva sentito dentro di sé prima di ripartire un’ultima volta per Roma.
    Tornare indietro non era più possibile. Doveva andare avanti e l’avrebbe fatto, consolidando agli occhi di tutti la propria scelta di vita, dimostrando che era quella giusta, quella che davvero egli aveva voluto, quella a cui erano stati rivolti gli sforzi degli ultimi anni, quella che si aspettava di avere finalmente come risarcimento di un destino per molti aspetti infelice. Col tempo, forse, avrebbe convinto anche se stesso.
    Pensava a tutto questo, immerso nell’assoluta solitudine di quel luogo antico, quando gli sembrò che una mano si posasse sulla sua spalla, con una stretta affettuosa, mentre una voce d’altri tempi gli sussurrava all’orecchio: “ Difficile est longum subito deponere amorem; difficile est: verum hoc qua libet efficias. Una salus haec est…”.

  • Come comincia: Dall’alto del suo regno la visuale era perfetta: si poteva osservare ogni cosa a 360°, con calma, senza che nessuno lo sollecitasse a fare in fretta, a non perdere tempo, a darsi da fare prima che il tempo scadesse; per essere più precisi, da “fare” non c’era proprio nulla: bastava limitarsi ad osservare ciò che facevano gli altri e premere qualche bottoncino sul quadro dei comandi, ogni tanto, senza impegno o spostare la pedina sulla scacchiera, tra uno sbadiglio e l’altro.
    Quando il big bang era scattato e l’universo aveva finalmente cominciato a darsi un certo ordine, a lui era venuta l’idea geniale: avrebbe fatto da controfigura a Dio e avrebbe volentieri accettato di recitare le parti più rischiose, rischiando anche la pelle, se necessario, da bravo stuntman, senza tirarsi mai indietro, a costo di diventare impopolare agli occhi degli esseri umani, ma a patto di acquisire almeno una fetta di potere (non poteva pretendere tutta la torta, come il Capo!).
    E così , nel corso dei millenni, data la sua continua presenza “sul campo” nei momenti più felici o più incresciosi dell’esistenza umana, era diventato per tutti Il Signore, l’Essere Supremo, Dio Padre Onnipotente, ma anche il Budda, Odino, Allah, ecc. E’ vero, c’era anche qualcuno che si ostinava a definirlo con il nome di Fortuna o Sfortuna, senza rendersi conto di tutte le implicazioni filosofico-letterario-epistemologiche che questi nomi portano con sé, e qualcun altro gli attribuiva addirittura l’altisonante nomen di Fato o più modestamente Destino o con sermo umilis Sorte (Buona e Mala Sorte, a seconda delle situazioni!).
    Sta di fatto che nessuno era a conoscenza della sua vera identità, del suo ruolo reale e perciò egli poteva scegliere come e quando intervenire nelle faccende del mondo e addirittura decidere “se” intervenire o meno, e le sue azioni erano sempre accettate e giustificate grazie all’equivoco iniziale, cioè essere scambiato per la vera Causa Prima di ogni evento.
    I momenti più eccitanti della sua carriera erano stati quelli in cui aveva dovuto adoperarsi di persona, data la mole di impegni molto più seri che il vero Essere Supremo stava risolvendo, e proprio dall’esito sconcertante dei suoi interventi (nient’affatto meditati) potremo, forse, riuscire ad identificarlo e ad attribuirgli finalmente il nome giusto.
    Partiamo dalla Storia romana e vedremo che, ad esempio, toccò proprio a lui dare una svolta alla famosa battaglia di Azio, che stava andando per le lunghe. Le cose si svolsero pressappoco in questo modo:
    All’inizio la nave di Marco Antonio si trovava con Publicola, quella di Ottaviano con Lurio e la «Antonias», la nave ammiraglia di Cleopatra, con la regina a bordo, era posizionata alle spalle di Ottavio insieme ad altre 26 navi egizie.
    Le due flotte si fronteggiavano, vicine ed immobili, senza prendere alcuna iniziativa. Il tempo passava lento, il mare era calmo. All'improvviso, a mezzogiorno, Sosio mosse le sue navi verso sud in direzione dell'isola di Leuca e si scontrò con Lurio dando inizio alla battaglia. I motivi del movimento improvviso di Sosio sono sconosciuti: qualcuno sostiene che era concordato, altri invece ritengono che volesse abbandonare Antonio al proprio destino. Comunque sia l'azione di Sosio incanalò la battaglia secondo i piani di Agrippa: attendere l'avversario e arretrare lentamente in mare aperto per sfruttare gli spazi con le proprie navi, molto più agili da manovrare.
    Poiché il nemico non accennava ad aprirsi, Agrippa decise di rischiare e fece muovere bruscamente le navi verso il largo; Publicola cadde nel trabocchetto e lo seguì, allontanando le sue navi sia l'una dall'altra sia dal centro dello schieramento. Ottaviano, per tenere unita la formazione, fu costretto a spostarsi a nord e venne chiuso da Arrunzio. Questo spostamento creò un varco in mezzo che avrebbe potuto essere sfruttato dalle navi di Cleopatra, ma la regina decise inspiegabilmente di utilizzarlo per fuggire. Antonio vide la sua amante in fuga e non si preoccupò più della battaglia ma solo di inseguirla, lasciando flotta ed uomini al loro destino.
    Inizialmente gli uomini di Antonio non si accorsero di essere stati abbandonati dal proprio comandante e continuarono a battersi valorosamente ; essi si comportarono come il migliore dei comandanti e il comandante come il più vile dei soldati, ma la battaglia era ormai perduta. I Romani iniziarono ad attaccare le imbarcazioni avversarie una ad una e, trasferendo sulle navi avversarie i soldati mediante il rampone, vi combatterono corpo a corpo, poi ne incendiano le vele, affondandole. Verso sera per Ottaviano fu un gioco da ragazzi chiudere il golfo con la propria flotta ed attendere la resa, che avvenne il giorno dopo.
    Quale degli dei ringraziò Ottaviano, quale maledisse Antonio prima di seguire negli Inferi la sua amante? Non lo sapremo mai. Piuttosto è lecito chiedersi: cosa spinse Sosio a compiere la manovra che nessun piano aveva preventivato e che decise l’inizio della battaglia? A dispetto dei critici, molti risponderebbero che fu solo il Caso.
    E cosa dire dell’evento che rappresenta l’inizio del percorso che porterà alla caduta definitiva dell’Impero romano d’Occidente e al suo sfaldamento irreversibile, vale a dire la battaglia di Adrianopoli? In quella battaglia, è vero, i Goti sconfissero i Romani d’Oriente e l’imperatore Valente fu ferito , ma non in modo letale. Se fosse guarito e fosse tornato al comando dei suoi eserciti, forse le cose non sarebbero andate come poi andarono. Invece morì bruciato nella fattoria dove era stato portato nottetempo dai suoi soldati per essere curato e a cui i Goti diedero fuoco senza peraltro sapere chi vi fosse nascosto. Con questa sconfitta l’esercito romano rimase senza riserve militari, e i Goti riuscirono a rimanere all’interno dell’impero e a dilagarvi, con le conseguenze che tutti conoscono.
    Non nasce spontanea la domanda “Ma proprio in quella fattoria dovevano ricoverare Valente i suoi premurosi soldati?”. Si potrebbe rispondere che fu solo colpa del Caso.
    Ma proseguiamo nella nostra indagine, così, tanto per giocare un po’ “a caso” con la storia.
    Che Adolph Hitler sia stato uno dei più grandi flagelli della storia di tutti i tempi, nessuno lo negherebbe e neanche si potrebbe negare che, se uno solo dei tanti attentati che vennero orditi contro di lui avesse avuto esito positivo, di sicuro ci sarebbero stati meno danni e sventure per l’intera umanità. Eppure essi fallirono tutti miseramente, e certo non potremmo sostenere che ciò accadde per la volontà di Dio Onnipotente.
    Prendiamo ad esempio quello ordito da un cittadino svizzero poco più che ventenne, Maurice Bavaud, fervente cattolico ed ex seminarista che in Hitler aveva riconosciuto il principale pericolo per l'umanità, l'incarnazione di Satana in pieno XX secolo. Il complotto fu messo a punto in totale autonomia e con una buona dose di dilettantismo, ma avrebbe potuto avere comunque esito positivo, se...
    Il piano prevedeva che Bavaud, mischiatosi alla folla che assisteva alle celebrazioni della Giornata degli eroi a Monaco nel novembre del 1938, sparasse alcuni colpi di pistola su Hitler. Durante la sfilata, organizzata annualmente per commemorare il fallito putsch della birreria del 1923, il dittatore si sarebbe recato a piedi, tra due ali di folla, a deporre una corona al monumento alla vittime naziste. Tutto sembrava procedere secondo i piani. Bauvaud si era sistemato ai bordi della strada che il Fürher avrebbe percorso , abbastanza vicino, ma anche sufficientemente nascosto. Improvvisamente un gruppetto di fanatici si spostò sulla destra del giovane, sbilanciandolo indietro e alzando dinanzi a lui una selva di braccia tese nel saluto nazista. All'attentatore fu impedito finanche di esplodere un colpo. In pratica l’attentato fallì prima ancora di iniziare.
    Qualche giorno dopo Bavaud si spostò a Berchtestgaden, dove intanto la sua vittima si era trasferita, ma anche qui non riuscì a cogliere l'attimo. Fermato imprevedibilmente nel corso di un normale controllo della polizia, gli fu scoperta la pistola e il suoi piani sgangherati vennero alla luce. Incriminato per tentato omicidio, fu ghigliottinato nel 1941.
    Ed eccoci alla solita domanda: da chi o da cosa dipese quel duplice fallimento?
    Saremmo tentati di rispondere anche questa volta che fu solo il Caso.
    Potremmo andare avanti così ancora per molto in questa ricerca storica un po’ bislacca e troveremmo di sicuro tanti altri eventi curiosi su cui fare una riflessione concludendo con la solita domanda e con l’ancor più solita risposta.
    Nel frattempo mi sto chiedendo: ma perché ho scelto di scrivere su questo argomento, che in verità non è dei più congeniali al mio spirito creativo?
    Lo confesso: è stato solo un Caso.

  • 13 giugno 2011 alle ore 21:19
    Compito in classe

    Come comincia: Li guardava mentre sfogliavano i dizionari di Latino, concentrati nella ricerca del termine migliore o nella speranza di trovare la frase fatta che potesse risolvere quel passo davvero incomprensibile.
    Qualcuno bisbigliava una disperata richiesta di aiuto al compagno del banco accanto o addirittura cercava di mettersi in contatto con l’amica del cuore, seduta all’angolo diagonalmente opposto dell’aula, per captare a distanza qualche salvifico suggerimento.
    Claudia, forte del suo otto al primo trimestre, se ne stava tranquilla, china sul suo foglio, come se nulla potesse toccarla o distrarla in quel lavoro che alla maggior parte dei suoi compagni stava dando tanto filo da torcere.
    Di tanto in tanto si portava alla bocca il cappuccio della penna, mordicchiandolo, ma non per ansia, solo per concentrarsi meglio, per assicurarsi di applicare bene la regola che le pareva di aver individuato nel periodo che stava traducendo.
    Fausto, invece, seduto davanti a lei, si era già fatto prendere dalla disperazione: si capiva chiaramente che era in difficoltà da quel suo volgersi indietro continuamente, da quel passarsi con forza le dita tra i capelli, come a voler scavare nel cervello per trovarvi allineate in bell’ordine tutte le regole morfosintattiche mai studiate e così indispensabili in quel frangente.
    Catia e Irene si scambiavano occhiate malinconiche, accompagnate da sospiri di rassegnazione, mentre Gino si consolava con le patatine nascoste in bella vista dietro l'astuccio della Comix, portandole alla bocca una dopo l’altra e smettendo di masticare ogni volta che lei lo guardava. L’importante era che riuscisse a tradurre qualcosa, pensò tra sé, distogliendo lo sguardo, altrimenti sarebbero stati davvero pasticci per lui!
    Nel banco alla sua destra,Luigia cercava di dissimulare,sfogliando e risfogliando il dizionario, i maldestri tentativi di consultare il fogliettino delle declinazioni e delle coniugazioni, sapientemente attaccato sulla pagina della Y: erano così rari i termini che iniziavano con la Y in latino!
    Al centro dell'aula, il gruppetto dei “discreto” traduceva con una certa tranquillità e con una serietà ammirevole: il metodo di lettura e analisi previsionale del testo era stato assimilato bene e i risultati si vedevano, per fortuna!
    La campanella della prima ora fece trasalire tutti, provocando mormorii di terrore misti ad esclamazioni di meraviglia sulla velocità stratosferica del tempo durante il compito di latino.
    Non appena il silenzio fu ripristinato, si alzò in piedi Emanuele per chiedere, con la solita aria innocente, di poter uscire “solo un attimo”: avrebbe lasciato il foglio della brutta copia sulla cattedra e sarebbe tornato in men che non si dica. Allora lei si alzò e gli si avvicinò, per dare un’occhiata alla traduzione e tirarlo fuori dal baratro con qualche consiglio: forse avrebbe rinunciato a correre al bagno per farsi qualche tiro di sigaretta tanto inutile per il compito quanto dannoso per i polmoni.
    Portata a termine la missione di soccorso, se ne tornò alla cattedra e riprese ad osservare i suoi alunni.
    Suoi! Fino a quando? La scuola avrebbe chiuso i battenti il 12 giugno, quell’anno, e per lei non ci sarebbe stata un’altra apertura a settembre. Aveva prodotto domanda di collocazione a riposo e non si poteva più tornare indietro, la richiesta era irreversibile, definitiva, i termini per la revoca erano scaduti.
    Aveva tenuto segreta la notizia il più a lungo possibile e l’aveva fatto soltanto per i suoi ragazzi, per evitare che si facessero prendere dall’ansia al pensiero di dover cambiare insegnante l’anno successivo: ciò avrebbe comportato la necessità di adeguarsi ad un metodo di insegnamento diverso, probabilmente anche migliore, ma tuttavia diverso; avrebbe richiesto uno sforzo di adattamento a situazioni nuove, come imparare a conoscere il carattere del docente che l’avrebbe sostituita, “inquadrarlo” per scegliere la tattica di interazione più efficace e conveniente ad entrambi, alunni e “avversario/possibile amico”; sarebbe stato indispensabile “studiarsi” bene a vicenda per imparare a conoscere i punti di forza e debolezza dell’uno e degli altri, per poi avviare il rapporto docente-discenti su basi chiare e soprattutto leali.
    A tutto questo pensava durante il periodo in cui aveva tenuto nascosta la decisione alle sue tre classi. Perché quell’anno erano appunto tre: una prima, una terza e una quarta.
    Tre classi importanti, ciascuna per una buona ragione: la prima, proveniente dalle scuole medie, si stava avviando al percorso di studi superiori; la terza era passata dal biennio al triennio, con un grande sforzo di adeguamento a metodi, programmi, docenti diversi; la quarta si preparava ad affrontare l’anno terminale di studi e l’Esame di Stato.
    E lei le lasciava,in un momento così delicato.
    Li guardava con grande tenerezza, mentre si affannavano a tradurre le ultime righe del “De Catilinae coniuratione”, lanciando occhiate frequenti e disperate alle lancette degli orologi o ai display dei cellulari (nascosti in bella vista sotto i banchi).
    Qualcuno già aveva trascritto in bella copia la traduzione e, fingendo di rileggere il proprio compito, tentava di suggerire qualcosa ai compagni in panne; altri coprivano le cancellature con il correttore, malgrado i ripetuti divieti, nella speranza che l’impaginazione pulita potesse compensare la presenza di qualche errore; altri ancora continuavano a sfogliare il dizionario, tentando di aggiungere uno o due termini all’ultima parte lasciata in sospeso.
    Quando avevano avuto la certezza che sarebbe andata via, dopo aver preteso di sentirlo dalle sue labbra, qualcuno aveva pianto,tutti si erano intristiti. L’avevano anche rimproverata di non aver pensato a loro abbastanza, di essere cattiva, le avevano chiesto di ritirare la domanda, di rimanere un anno, due ancora, per accompagnarli alla maturità, e poi sarebbe potuta andare via tranquillamente.
    Mentre girava tra i banchi per raccogliere gli elaborati, consegnati puntualmente oltre il termine assegnato, li guardava ad uno ad uno e li sentiva tutti suoi, come fossero davvero dei figli adottivi, completamente annullate le distanze, le differenze di ruolo, il giusto distacco che deve esserci, secondo le regole, tra un docente e un alunno.
    E in quei pochi minuti le tornarono alla memoria tutte le esperienze più belle, gratificanti, piacevoli di tanti anni di insegnamento in quel liceo, che era stata un po’ anche casa sua, e in una carrellata velocissima le sfilarono dinanzi centinaia e centinaia di volti giovani e allegri, a volte tristi e malinconici, a volte anche adirati e bellicosi, ma in ogni caso pieni di vita e di speranza e si rese conto che una fase della sua vita si sarebbe chiusa al termine di quell’anno scolastico.
    Non sarebbe tornata a lavorare l’ autunno successivo.
    Ma quel pensiero non la intristì.
    Se aveva seminato bene e con amore, avrebbe raccolto la dolcezza dei frutti anche stando lontana dal campo.

  • 11 aprile 2011 alle ore 11:37
    Il passaggio

    Come comincia: Fu quasi inavvertito, come quello che dalla veglia porta al sonno, un attimo di sospensione tra due dimensioni della coscienza, una sorta di vuoto prenatale, in cui lo spirito intorpidito galleggia senza peso.
    Guardò in basso e le parve che i suoi piedi nudi poggiassero su una sottile lastra di cristallo, sospesa a mezz’aria, come un immenso pavimento trasparente senza inizio e senza fine, al di sotto del quale si stava rappresentando una scena di vita quotidiana e la storia era già in medias res.
    Gli attori erano tutti in azione, completamente presi dalla loro parte, ciascuno perfettamente integrato nella vicenda, che appariva di un realismo quasi perfetto.
    Vide i due pompieri che si affannavano nel tentativo di estrarre il corpo di una giovane donna dalle lamiere accartocciate dell’auto, schiantata sul palo del semaforo, quasi spaccata a metà, mentre il rosso continuava a lampeggiare con intermittenza.
    Un po’ discosto, per non intralciare le operazioni, un uomo piangeva, con le mani sul volto, mentre la sua voce ripeteva a intervalli regolari “ È tutta colpa mia. È tutta colpa mia”.
    Intorno un gruppetto di curiosi tentava di guardare la scena, addossandosi al cordone di protezione e ingrossandosi sempre più. Una madre, tenendo per mano un bambino in lacrime,  alzandosi sulla punta dei piedi, tendeva il collo per vedere meglio la scena.
    Un vigile urbano con la paletta in mano e il fischietto tra le labbra tentava di far scorrere il traffico, indirizzando le auto sull’altra corsia perché si alternassero ordinatamente con quelle che giungevano dalla direzione opposta.
    Ferma in attesa, un’ambulanza con le porte aperte illuminava con la sua luce blu intermittente i volti degli attori.
    Mentre si svolgeva la rappresentazione e ciascun interprete recitava fedelmente il proprio pezzo di copione, le lancette di un enorme orologio appeso al cielo, così lente da sembrare ferme, tremavano vibrando nello spazio breve che separa i minuto precedente da quello successivo.
    Guardò di nuovo giù nella strada. Il corpo era stato estratto dal groviglio di lamiere e deposto su una barella di emergenza. Il medico chino su di esso scosse il capo desolato, poi, con la lentezza della compassione, avvicinò la mano al viso cereo della giovane per chiuderle gli occhi. In quel preciso istante, come in una zumata improvvisa, azionata da un maldestro cineamatore dilettante, il corpo della donna e il suo si staccarono simultaneamente, l'uno dalla strada e l'altro dal cielo, per congiungersi inscindibilmente, rimanendo per un attimo sospesi a mezz’aria, in una dimensione senza tempo.
    Poi le lancette del grande orologio si mossero, scattando in avanti, dal minuto immediatamente precedente a quello successivo e il passaggio si completò: il tunnel, buio come nero di pece, fu invaso da un lampo di luce accecante, mentre il grande sipario si chiudeva sul suo ingresso.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 18:45
    Una pagina di romanzo

    Come comincia: Alba di luglio: passeggiava sulla spiaggia, tenendo gli occhi sulla battigia, e le pietre si offrivano silenziose al suo sguardo, richiamandone l’attenzione, perché si chinasse a raccoglierle, senza tuttavia interrompere il flusso dei suoi pensieri.
    La mente e il corpo  procedevano come su due  binari paralleli, in perfetta sintonia eppure conservando ciascuno la propria autonomia, senza interferenze o sovrapposizioni.
    Le pietre più belle - pensò - rimanevano tuttavia quelle raccolte sullo Ionio, per la loro  trasparenza  quasi artificiale. Azzurrine o madreperlacee, rosate o di un lieve ocra alcune, altre di un rosso acceso o nerissime e opalescenti, come coralli e onici.

    Ci sono stati d’animo che non si possono spiegare, fratture insanabili, incrinature paragonabili a crepacci rovesciati: la voragine in basso, larga, incolmabile, in  superficie una sottile spaccatura, che non lascia indovinare il fondo e fa sperare che i bordi possano pian piano tornare a combaciare. Quei tempi non sarebbero tornati più, così sereni, così colmi di gioie, così…
    Una vocina fastidiosa, quella della ragione, interruppe le sue romanticherie: “Il presente, ogni presente, è irrilevante e vuoto, e tale fu il passato, quand’era presente”.
    Forse non era tutto così perfetto – pensò tra sé – Forse è solo il fascino dell’indefinito e del vago.
    Sapeva bene, infatti, per averlo sperimentato di persona, che solo per effetto dell’immaginazione ciò che fa parte di un passato relativamente remoto e che pertanto ha perso i suoi contorni precisi, per quanto sia stato  doloroso, può produrre nel tempo un’indicibile pienezza dell’anima, una sorta di  inspiegabile felicità. Ma aveva imparato anche che non basta la consapevolezza dell’ illusorietà di certe sensazioni ad impedirci di ricercarle e di goderne, in una sorta di cupio dissolvi.
    E in effetti provava un piacere sottile nel ricordare il proprio passato, le pareva, anzi, che per tutta la vita non avesse fatto altro che nutrirsi di ricordi e forse per questo aveva avuto sempre la mania di conservare oggetti, di scrivere diari, di prendere appunti durante i lunghi viaggi che ogni estate suo padre organizzava per la famiglia. Come se si portasse dentro un presentimento, che tuttavia non aveva mai voluto chiarire a se stessa.
    Adesso, nella pienezza dei suoi anni, era perfettamente nella norma guardarsi indietro. Ma a ben pensarci aveva vissuto  sempre nel passato e nel presente, limitando a brevissimi spazi di giorni o tutt’al più di mesi, i suoi progetti riguardanti il futuro. In fondo era saggia. Qualcuno aveva detto che l’unica cosa di cui l’uomo è realmente in possesso è il proprio passato, ma fino a che punto?
    Ci appartiene solo ciò che riusciamo a ricordare; il resto è paragonabile al nulla dello stadio prenatale e, per  quanto bello e gratificante esso sia stato, per noi che l’abbiamo dimenticato è solo nulla.
    Eppure quelli dell’infanzia erano stati anni  veramente felici. Ne era certa, al di là degli effetti benefici che il passare del tempo può produrre sulle cose .
    Con un minimo sforzo di concentrazione, isolando il proprio animo da tutto ciò che di presente lo circonda, abbandonandosi al flusso lento delle immagini e delle sensazioni che da lontano vengono a toccare la riva della coscienza momentaneamente liberata dalle distrazioni del contingente, è possibile ricordare molto più di quanto si possa immaginare .
    Quanti particolari custodisce la memoria a nostra insaputa! Solo gli occhi del ricordo possono essere acuti come quelli dello sparviero, pensò, e quel pensiero le parve particolarmente congruente con il suo sentire, a prescindere da chiunque l’avesse formulato.
    Se solo qualche giorno prima le avessero  chiesto di raccontare la storia della sua vita, avrebbe risposto che ne aveva cancellato gran parte il tempo e ormai non era più leggibile, come avviene in certi libri logorati dagli anni e dall’incuria, in cui sono andate perdute le pagine contenenti gli snodi del racconto, le sequenze indispensabili per ricostruirne la trama complessiva. E invece si accorgeva, adesso, che molto di quanto ci pare di non poter ricordare è in realtà volutamente dimenticato, volutamente e solo momentaneamente dimenticato. La memoria involontaria, poi, ci tradisce quando meno ce l’aspettiamo e ci riporta indietro, senza che la nostra coscienza ne abbia chiara consapevolezza e sia pronta ad impedire questo precipitare dell’animo in fondo al passato.
    Ci sono momenti nella vita, tanto più numerosi quanto più numerosi sono gli anni che ci è dato vivere, in cui la strada che stiamo percorrendo si trasforma in un bivio e una scelta è d’obbligo, prima o poi, se vogliamo proseguire. Imboccare un ramo di quella immaginaria ipsilon, che simboleggia il biforcarsi continuo della  nostra esistenza umana, comporta di conseguenza la rinuncia a percorrere l’altro, con la consapevolezza che mai più si potrà tornare indietro per vedere dove ci avrebbe portato. Il prezzo da pagare per una scelta che dovesse rivelarsi sbagliata è il rimpianto.

    Un’onda più fragorosa delle altre le percosse le braccia, mentre si chinava a raccogliere una piccola pietra rossastra, e l’acqua schiumosa schizzò in una miriade di gocce salate sul suo viso accaldato.
    Il brusco ritorno al presente non fu che un trampolino di lancio verso un’altra dimensione temporale, un tuffo inaspettato nel passato più recente, sei anni, due prima di quel mattino, e in quel passato ancora la ricerca disperata della pienezza interiore e lo sconsolato disinganno.
    Altri volti, altri nomi, e dietro fisionomie diverse sempre la stessa inappagata aspirazione a quell’intima armonia che la sua mente concepiva come meta ultima del vivere e che il quotidiano, minimo e meschino, tradiva e schiacciava miseramente.
    Aveva sperimentato la finitezza di ogni cosa, anche dei sentimenti che lei stessa avrebbe giurato eterni e irripetibili, ma che alla prova del reale si erano rivelati molto meno nobili e alti del previsto. Persino il tradimento può vestirsi dei paramenti sacri della ineluttabilità.

    Guardò il mare appena increspato e le piccole onde che si rincorrevano, bianche di schiuma, fino ad accavallarsi l’una sull’altra alla riva e le parvero labbra distese in un ampio sorriso
    Il vecchio gigante ride di me e dei miei sogni - pensò – ed ha ben ragione di farlo. Da quante estati mi vede camminare sulla spiaggia, da quante mi sente ripetere i medesimi discorsi? Da quanti millenni li ascolta e non può far altro che sorridere degli uomini e delle loro illusioni?
    Allora rise anche lei, di sé stessa e di tutti e di tutto; poi decise di tornare bambina per qualche minuto, il tempo di fare un gioco antico quanto il mondo: diede un nome alla sua insoddisfazione e con una pietra affilata lo scrisse in fretta sulla sabbia, prima che un’onda più lunga delle altre lo coprisse e lo cancellasse, rifluendogli intorno in una sorta di circumambulazione apotropaica.

  • 14 gennaio 2010
    Solitudine

    Come comincia: Guardò per l’ennesima volta l’orologio a muro sulla parete di fronte al letto, nella speranza che la lancetta delle ore avesse già percorso l’ultimo tratto di quadrante che mancava alle sei del mattino. Alle sei ci si poteva ben alzare, nessuno gli avrebbe rimproverato di essere troppo mattiniero! Gli altri ospiti non se ne sarebbero neppure accorti, se lui avesse evitato di far cigolare la rete, se si fosse infilato le pantofole di panno e, soprattutto, se non si fosse messo a passeggiare nervosamente per la stanza, picchiettando sul pavimento col quel maledetto bastone.
    Avrebbe avuto un po’ di tempo tutto per sé, prima di scendere a colazione nella sala comune. Che tortura! Tutti quei “Buongiorno!” da scambiare senza averne alcuna voglia; tutti quei “Dormito bene?” ipocriti, perché né a lui né agli altri interessava se l’ospite della camera accanto avesse dormito bene o male.
    Le notti erano interminabili, un vero calvario, con tutti quei dolori alle ossa che nessuna posizione poteva alleviare: e lì a girarsi e rigirarsi senza posa, inutilmente. Quando credeva di averne trovata una adatta, quando il fianco sembrava aver smesso di dolere, ecco di nuovo quelle fitte lancinanti, quel formicolio snervante e quel montare irrefrenabile di una rabbia sorda e impotente contro il mondo intero, contro la vecchiaia, contro il destino, contro Dio, se pure esisteva un Dio.
    Si svegliava alle sei per affacciarsi alla piccola finestra che dava sul fiume. A quell’ora, generalmente, un pescatore andava ad appostarsi con la sua canna di bambù sull’ansa sotto il pioppo e rimaneva lì per ore, nell’attesa che qualche trota abboccasse all’amo. C’era un silenzio assoluto a quell’ora, rotto solo dal frusciare delle foglie e dal cinguettio dei passeri. Nessuna voce umana a spezzare la pace.
    A lui la pesca non era mai piaciuta: troppa pazienza, troppo tempo inutilmente sprecato per un risultato spesse volte deludente.
    A lui era sempre piaciuto tutto ciò che comportava rischio, mente sveglia e prontezza di riflessi, creatività e immediatezza nel trovare una soluzione a qualunque problema.
    Aveva praticato l’aeromodellismo per molti anni, costruendosi da solo modellini di aerei anche abbastanza complessi e si sentiva veramente un dio quando li faceva decollare dai campi appena rasati, con quell’erbetta verde che profumava di fresco. E poi li faceva volteggiare in cielo come piccole schegge argentee, tra looping e voli rovesci, picchiate e risalite che sembrava volessero perdersi tra le nuvole; e infine l’atterraggio, sempre perfetto, sempre straordinariamente preciso nel punto in cui aveva deciso che dovesse avvenire….
    Poi quel maledetto ictus, l’emiplegia che gli aveva ridotto l’uso della mano destra, quella mano da “chirurgo e da orologiaio”, come la definiva lui…Ed era stata la fine, l’inizio della depressione, la solitudine, la perdita di ogni entusiasmo.
    Si era aggrappato a quell’hobby per dare un senso alla sua vita dopo la morte di sua moglie, compagna fedele e premurosa, per rassicurare i figli che vivevano lontano, per sopportare l’invadente presenza della sua badante polacca (una bravissima donna, per carità, ma un’estranea per lui), per sentirsi ancora vivo e capace all’età di settantotto anni.
    - Posso stare anche da solo, aveva detto ripetutamente ai figli in ansia per lui, posso cavarmela bene, sono autonomo, c’è Magda con me, riesco a sopportarla,purché non sia troppo invadente, non vi preoccupate, pensate alla vostra vita, ai miei nipoti, io so cavarmela.-
    Ed era stato davvero così per oltre sei anni, ma infine aveva dovuto cedere all’evidenza: non poteva più cavarsela da solo dopo quell’ictus, e nemmeno l’aiuto di Magda era ormai sufficiente.
    I figli avevano protestato, pianto, implorato: non avrebbero mai permesso che il loro padre, che aveva fatto tanti sacrifici, che li aveva sempre aiutati, che mai si era tirato indietro per risolvere ogni piccolo problema, dovesse finire i suoi giorni in una casa di riposo, mai.
    E invece lui aveva deciso di sì; solo in quel modo avrebbe conservato intatta ai loro occhi la propria dignità, lo faceva anche per il loro bene: dopo la sua morte dovevano ricordarlo con lo stesso amore di sempre, come un aiuto, un conforto, un punto di riferimento, non come un peso, fastidioso e insopportabile.
    Sentì picchiare alla porta e la voce di Stefano, l’assistente sociale del mattino, che lo invitava a scendere per la colazione, gli trafisse le orecchie. Era ancora alla finestra, e anche il pescatore era ancora sul fiume, con la sua canna in mano, in attesa che la trota abboccasse.
    La pesca non gli era mai piaciuta, ma in quel momento lo invidiò, con quella mano destra che girava veloce il mulinello. E forse per soffrire un po’ di più, come se ce ne fosse bisogno, si svegliava ogni mattina alle sei, per spiare dalla finestra quello sconosciuto, che non aveva bisogno di bastoni, che teneva stretta nelle mani la canna per ore e faceva girare così velocemente il mulinello con la destra.
    - Signor Luciano, vuole scendere per favore? Sono le sette passate, troverà il latte freddo. I suoi amici sono già tutti a tavola.-
    Si vestì alla meglio, dopo essersi sciacquato il viso con l’acqua tiepida ed essersi ravviato i capelli bianchi come neve.
    Stefano lo aspettava sul pianerottolo, con la porta del piccolo ascensore aperta chissà da quanto. Sorrise, ma a lui sembrò che lo facesse solo perché era pagato per sorridergli.
    Nella sala da pranzo il solito brusio, i tavoli già tutti occupati, solo il suo posto ancora vuoto. Andò a sedersi tra Michele e Gianni, che lo accolsero come sempre con il loro viso malinconico e buono.
    - Buongiorno a tutti!- disse, con tutto l’entusiasmo possibile - Dormito bene?-

  • 14 gennaio 2010
    Attrazione fatale

    Come comincia: Lei se ne stava lì, sul tappeto dinanzi al caminetto acceso, immobile in tutta la sua bellezza, mentre la fiamma guizzante l’avvolgeva a tratti con i suoi caldi riflessi.
    Dalla poltrona di fronte lui la guardava ammaliato, bloccato nei movimenti dall’intensità del desiderio che lo teneva inchiodato allo schienale, incapace di staccare lo sguardo dal disegno perfetto del suo corpo e nello stesso tempo attratto, calamitato, del tutto alienato rispetto a qualsiasi altro interesse.
    La distanza da lei non gli impediva di avvertirne il profumo: note di albicocche, di mango, di arancia, ma anche di nespole, datteri, crema di pistacchi e vaniglia.
    Sentiva sulle labbra il sapore del suo bacio, sapeva che se avesse soltanto accostato le labbra alla sua bocca, una dolcezza smisurata e coinvolgente si sarebbe impossessato di tutto il suo essere… e sarebbe stato perduto.
    Avvertiva nelle mani un formicolio che si espandeva dal centro del palmo alla punta delle dita e lo costringeva a stringere forte i braccioli per impedire al proprio corpo, fiaccato dalla passione, ma carico di desiderio insoddisfatto, di alzarsi e gettarsi su di lei senza più remore né contegno.
    Non riusciva a distogliere gli occhi dal suo collo sottile e slanciato, da quell’onda d’oro brillante. La tentazione irresistibile di affondarvi il viso, di sentire sulle mucose asciutte del palato la sua fresca carezza, rigenerante, appagante, gli contraeva i muscoli dello stomaco.
    Capì di essere sull’orlo di un vero e proprio raptus: come una pentola a pressione senza valvole di sfogo, la sua mente, con l’aumento progressivo ed incessante delle emozioni, sarebbe esplosa.
    E allora ci sarebbe stata la liberazione e con essa lo sfogo violento, incontrollato ed irrazionale delle emozioni e delle frustrazioni represse. Avrebbe inveito, rovesciato il tavolo, lanciato oggetti, avrebbe distrutto, forse ucciso.
    Tutto ciò non poteva, non doveva accadere. In fondo, l’ascesi, la mortificazione della carne, la rinuncia, i supplizi e le auto flagellazioni erano argomenti che riguardavano i santi e i martiri, non i miseri mortali come lui! Non aspirava alla gloria né dei cieli né del mondo, ma solo a soddisfare quel desiderio che gli stava prosciugando la carne.
    Ormai convinto sul da farsi, si alzò lentamente dalla poltrona, le labbra distese in un dolce sorriso, e si accostò al caminetto, dove lei continuava a starsene immobile al solito posto sul tappeto, pronta a concedersi senza opporre resistenza.
    Si accovacciò accanto a lei, senza parlare, ne sfiorò delicatamente il corpo levigato con le dita, senza fretta, per prolungare ancora un po’ l’attesa e rendere più intenso il momento della raggiunta soddisfazione.
    Poi la strinse con tutta la forza del desiderio, la stappò con un colpo deciso, la portò alle labbra e ne tracannò il contenuto a grandi sorsi, svuotandola in men che non si dica, fino all’ultima goccia.

     

    Note
    Scritto per l'incontro eno-culturale "Versi di-vini Vini di-versi"
    MOSCATO DI NOTO

    Il Musico Color giallo oro brillante con note di albicocche , mango, buccia di arancia, nespole, datteri, crema di pistacchi e vaniglia. Marmellate di agrumi. L'aspetto fruttato è fuso con aromi di tea, fiori di mimosa e zagara, zenzero, sesamo. Un insieme che ricorda tutto il profumo della pasticceria siciliana. La dolcezza si impone con grazia sulle componenti acide e alcoliche. 

  • 10 ottobre 2009
    Amnesia (una storia cilena)

    Come comincia:

    Si fermò d’improvviso sul marciapiede, tra una vetrina e l’altra, come una bambola bloccata da un guasto del meccanismo interno. La fiumana di passanti frettolosi le scorreva accanto, muovendosi in direzioni opposte, spintonandola, facendola vacillare come un birillo colpito di striscio.
    Perché si trovava in quel luogo, a quell’ora? Dove stava andando? Il panico le dilagò nello stomaco, risalendo come un groppo a chiuderle la gola.
    D’istinto si voltò intorno, a cercare lo specchio di una vetrina, per vedersi, per orientarsi, per tentare di capire, magari dall’abbigliamento, dove fosse diretta: un paio di jeans un po’ sdruciti, una camicetta fiorata, scarpe da ginnastica. A nessun appuntamento importante poteva recarsi vestita così.
    Guardò l’orologio: le 18.00. Non si trattava neppure di lavoro, ammesso che il suo fosse un impiego 8.00-15.00!
    E dunque? Con la mente annebbiata, nello spasimo di una soluzione, una qualunque, purché immediata, si avviò al sottopassaggio della metropolitana, scendendo frettolosamente le scale, come se il tempo per l’ultima fermata stesse ormai per scadere.
    La musica cilena del gruppo di Horatio si diffondeva nella penombra affollata con un ritmo coinvolgente e rassicurante.
    Per inerzia, quasi percorrendo una via sempre percorsa, si avvicinò alle note come ad un amico da cui si sa con certezza di poter essere aiutati in un momento di disperante solitudine.
    Il pezzo degli Inti Illimani stava terminando, nel vento del sikus, attorcigliato alle note cariche di ritmo discendente nella spirale elettrica della chitarra. Una pausa riempita dal vocio disordinato della metro.

    ***

    Aveva solo quattro anni in quell’11 settembre del 1973. Nel palazzo presidenziale, a Santiago, si divertiva a gironzolare nelle grandi sale, riccamente arredate, mentre Rosana, sua madre, faceva le pulizie.
    Il Presidente Allende la trattava come una figlia, anche se era una serva, e per la piccola aveva sempre dei dolci. Una volta le aveva fatto assaggiare un sorso di chicha e lei ne era stata orgogliosa, si era sentita già grande.
    Quel giorno si scatenò l’inferno a la Moneda, d’improvviso, mentre giocava a nascondersi dietro i pesanti tendaggi dei balconi: da lì vide ammazzare sua madre, che urlava al presidente di mettersi in salvo, mentre i sicari di Pinochet distruggevano ogni cosa, il mobilio prezioso, la sua mamma, la gioia di vivere, l’innocenza dell’infanzia ormai violata. Era troppo piccola perché se ne temesse la testimonianza o la denuncia. Il generale la risparmiò, affidandola a dei contadini che abitavano a Putre, un grazioso villaggio aymara, sull’altopiano, a 3500 metri sul livello del mare.
    Per tre giorni non ricordò nulla, né chi fosse né tanto meno cosa fosse accaduto nel palazzo. Un’amnesia che le permise di superare quel trauma infantile senza perdere se stessa, se non di tanto in tanto, una perdita della memoria breve, una rimozione inconscia dell’orrore e della disperazione, che l’aveva salvata allora e continuava a salvarla ora che aveva compiuto quarant’anni.

    ***

    - Anita! – le urlò José Miguel, con la quijada ancora vibrante tra le mani, il viso contratto dall’ira – Te ne vai per un pacchetto di Luki Strike e ci lasci qui a suonare in tre! Prendi il tuo strumento e mettici l’anima, por favor! -
    Afferrò istintivamente il charango poggiato ai piedi di Jorge, ne accarezzò la cassa armonica col palmo sudato della mano.
    Chiuse gli occhi e con le dita fece vibrare la corda centrale, il cuore della scala.
    Il suono cristallino dell’altopiano le inondò il corpo e la mente. Era a casa.

  • 03 ottobre 2009
    Metempsicosi

    Come comincia: - E perciò la Ditta ha ritenuto opportuno non accettare la sua domanda di trasferimento nella sede di Lione. Deve capire Gioacchino: prima di lei, altri aspiranti, forniti dei titoli richiesti, hanno prodotto la domanda. Inoltre, hanno a carico moglie e figli, sono più giovani, conoscono bene l’inglese, hanno competenze informatiche… Su, sia gentile, torni al suo lavoro e cerchi di curare un po’ di più l’abbigliamento. Diamine! opera in un ufficio aperto al pubblico!_
    Ad occhi bassi, spalle leggermente ricurve, passo trascinato e braccia a piombo lungo i fianchi, si avviò alla sua postazione: uno stramaledetto sportello aperto al pubblico, dove non si affacciava mai nessuno, dato che glielo avevano creato su misura.
    - Come si fa a non aiutare uno come lui?- si era chiesto costernato l’ingegner Domizi, quando gliene aveva parlato un suo caro amico, responsabile del Centro Recupero Disabili.
    Era davvero un povero disgraziato! La madre l’aveva abbandonato che aveva solo quattro mesi, anche se doveva averlo deciso prima ancora che nascesse: in fondo, aveva solo diciassette anni, bella come un fiore, lunghi capelli corvini, una vita davanti, non fosse stato per quella gravidanza inaspettata e indesiderata.
    L’aveva persino allattato al seno, piccolo e grinzoso com’era, e a lui sembrava di ricordare, a distanza di quarant’ anni, il profumo dolce delle sue braccia nude. Sapevano di cioccolato e cannella ed erano così morbide!
    Lo allattava vicino al caminetto e per distrarsi dai morsetti fastidiosi di quella piccola bocca avida e insaziabile, canticchiava canzonette o tamburellava nervosamente con le dita della mano libera sulla mensola di legno: ma a lui sembravano rumori buoni, quelli che ti fanno compagnia, quando hai una casa e vivi in compagnia e non sei sempre solo, triste, chiedendoti continuamente perché non puoi essere diverso, bello, sano, ricco, con un lavoro gratificante e una donna che si prende cura di te.
    Ora gli avevano negato il trasferimento a Lione: che sfiga! A Lione c’era Marcello, il suo unico amico, quello che al Centro non lo prendeva in giro per un nonnulla e se non capiva al volo ciò che gli dicevano, glielo ripeteva una, due, tre volte, finché lui faceva cenno di sì col capo, evitando di balbettare una risposta inutile, col rischio di emettere quei fischi ridicoli se nelle parole c’era una esse di troppo. E poi lo aiutava ad abbottonarsi la camicia senza saltare i bottoni e gli ricordava di indossare il cappotto, prima di uscire nel cortile per la passeggiata vigilata, se il freddo era pungente.
    Era stato Marcello a pensare ad un lavoro per lui presso la Ditta di Trasporto biancheria sporca che serviva il Centro: gli avrebbe fatto bene sentirsi utile e produttivo, l’avrebbe tirato fuori da quella mania suicida, da quel meccanismo diabolico messo in atto dalla sua mente malata, che spaventava ormai tutti: gli altri ricoverati, gli infermieri, i medici. Prima o poi l’avrebbero trovato da qualche parte, senza vita, magari coi polsi insanguinati o ai piedi della tromba delle scale. D’altronde non gli si poteva star dietro ventiquattr’ore su ventiquattro! Ormai aveva quasi quarant’anni!
    Ma a quello sportello non voleva più starci. Ne aveva fin sopra i capelli di contare le ore, i minuti, i secondi di quelle quattro ore di lavoro in cui vedeva solo il facchino che ritirava i sacchi di biancheria sporca e quello che la riportava pulita. Una firma al ritiro, una alla consegna: tutto qui.
    Non era questa la sua vita, non poteva essere questa. Perciò avrebbe voluto morire, subito, senza pensarci su un solo istante, per vedere se dopo questa ce ne fosse un’altra, dall’altra parte della barricata.
    Sentì il camioncino della Ditta che voltava l’angolo: tra qualche secondo si sarebbe fermato davanti all’ingresso dell’edificio a piano terra dove c’era il suo sportello, con la solita frenata brusca, sgommando per la velocità.
    Si alzò sorridendo dalla poltroncina girevole, chiuse lo sportello aperto al pubblico come faceva al termine delle quattro ore di lavoro e uscì in strada senza prendere il cappotto, anche se il freddo era pungente.
    Fermo sulle gambe al centro della carreggiata, quasi sull’attenti, sguardo dritto davanti a sé, aspettò che il camioncino sbucasse come al solito dall’angolo a tutta velocità, frenando inutilmente con la solita sgommata.
     
    ***
    Aprì gli occhi nel frastuono assordante delle gabbie che oscillavano urtandosi.
    La strada di campagna, piena di buche e di ciottoli, faceva sobbalzare continuamente il furgoncino di Mattia. Ogni sobbalzo una bestemmia, e negli intervalli le strofe storpiate di una canzone anni sessanta.
    Si guardò intorno, intimidito dal buio e dalla certezza di non essere solo.
    L’odore inconfondibile degli altri cuccioli, il loro ansimare, la paura che sentiva così simile alla sua, tutti quei rumori di ferraglia, la voce dell’uomo lo riempirono di un terrore sordo e impotente.
    Quando il portellone si spalancò sulla campagna, il sole lo accecò per qualche istante. L’aria pulita lo investì con l’odore dell’erba bagnata e della terra, ridandogli un poco di vigore.
    Si alzò sulle zampe, guardandosi intorno  attraverso le sbarre, e vide i suoi compagni, in piedi come lui, tutti rivolti alla luce, qualcuno così coraggioso da abbaiare in direzione del vecchio che scaricava le gabbie ad una ad una, e le portava via, ad una ad una.
    Quando venne il suo turno si acquattò sul fondo e abbassò la testa, con le orecchie ripiegate sugli occhi e si abbandonò alle oscillazioni disordinate la rassegnazione di chi si sente ormai perduto.
    Ma i profumi erano tanti e così forti che spalancò la bocca per ingoiare quell’aria fresa, odorosa di campagna, e dilatò le narici perché vi penetrasse il profumo della libertà.
    Poi la gabbia entrò nel buio di una stanza puzzolente e umida. Fu poggiata a terra e lasciata là, mentre la porta sgangherata si richiudeva cigolando.
    Che la sottomissione fosse l’unica arma vincente per la sopravvivenza l’avrebbe capito ben presto: da quegli strani spasimi dello stomaco vuoto; dalla sete che gli prosciugava la saliva; dal rumore assordante della gabbia colpita dal bastone di Mattia, quando credeva di poter protestare guaendo per l’insopportabile prurito delle pulci dentro il folto pelo color miele.
    La ciotola si riempiva raramente con rimasugli di cibo che non riusciva a masticare; si accontentava, allora, di leccarne il fondo, benché l’odore fosse ributtante e il sapore acido.
    Alle narici gli ritornava un profumo diverso, nella bocca il gusto pastoso e dolciastro di un liquido che doveva aver succhiato, una volta, e che veniva da qualcosa di vivo, morbido e caldo, rassicurante.
    Riusciva persino ad appisolarsi, quando gli tornava nella bocca quel ricordo.
    Al canile i giorni erano tutti uguali. Fuori dalle gabbie la campagna, l’erba, gli insetti che sciorinavano nell’aria entrando a volte nelle sbarre e uscendone liberamente, dopo essersi posati per qualche istante sul suo muso.
    Li seguiva con gli occhi, senza nemmeno piegare il collo, come un vecchio leone in riposo che osserva con aria di superiorità i minuscoli animali della giungla.
    Non era quello il suo posto.
    Quando si guardava intorno non riconosceva nulla di ciò che doveva aver visto, una volta. Nemmeno la voce di Mattia somigliava ad altre voci che le sue orecchie avevano registrato, una volta, da qualche altra parte. E aveva sempre freddo, ma sapeva come si può stare bene al caldo, su un tappeto morbido, vicino ad un camino acceso, con i rumori buoni che ti fanno compagnia. Doveva aver provato tutte queste sensazioni, una volta, da qualche altra parte
    Gli altri cani sembravano tutti più adulti di lui; se ne accorgeva dall’espressione dei loro occhi: feroce in alcuni. Era certo che se il vecchio avesse aperto per sbaglio la loro gabbia, lo avrebbero sbranato, saziando finalmente la fame rabbiosa e l’odio represso per così tanto tempo.
    Altri avevano nelle pupille tutta la triste malinconia dell’universo. Probabilmente a Mattia avrebbero persino leccato le mani, se avesse aperto le loro gabbie almeno una volta, per farli correre sul prato, urinare nell’erba e coprire le proprie feci con la terra.
    Come erano i suoi occhi?
     
    ***
    - Guarda quello! – gridò la ragazza dai lunghi capelli corvini – È stupendo! – E teneva l’indice puntato su di lui, non c’era dubbio, proprio su di lui. - Guardagli gli occhi. – Continuava a gridare entusiasta - Come sono dolci! Si vede che è un cucciolo affettuoso, che vuole giocare; guarda come agita la coda, sembra uno zampillo. Prendiamo quello.-
    Mattia lo tirò fuori dalla gabbia e glielo mise in braccio. Che profumo dolce avevano quelle braccia nude! Sapevano di cioccolato e cannella ed erano così morbide! L’avrebbe sporcata – pensava intimidito – Qualche pulce l’avrebbe ferita. Era così bella e lo accarezzava come se anche lui fosse profumato e pulito come lei.
    Mentre il tepore del giovane seno piano piano lo scaldava, gli parve di sentire sulla lingua un sapore antico, pastoso e dolciastro, che lo fece guaire di gioia.
    Lei allora non ebbe più dubbi. Quel cucciolo sarebbe stato suo e di nessun altro. Si sarebbe presa cura di lui, come una vera mamma, per tutta la vita.
    Si rivolse sorridendo al suo ragazzo e decretò:
    - Lo chiameremo Joker.-

  • 09 settembre 2009
    La mosca

    Come comincia: Disteso sul letto, sulla pelle la piacevole sensazione di freschezza della doccia appena fatta, si divertiva a far volare sull’intonaco bianco del soffitto la sua piccola mosca grigia.
    Era facile farla muovere dolcemente qua e là o farla schizzare da una parete all’altra come un proiettile sparato all’improvviso da un fucile ad aria compressa.
    Il fucile era nell’occhio sinistro, solo là; se lo chiudeva, la mosca spariva per un attimo e poi ricompariva più sfocata sul nero della palpebra chiusa. Se lo riapriva, eccola di nuovo volteggiare felice in uno zigzag senza fine: bastava metterla a fuoco su una qualunque superficie chiara, persino sulla sabbia dorata della spiaggia o sulla distesa immensa del cielo azzurro.
    - È il segno di una cataratta incipiente - gli aveva detto il suo oculista (un amico d’infanzia che aveva saputo fare le scelte giuste) al termine della visita di controllo annuale – Per ora è solo un preavviso, come i colori sfocati o quel leggero offuscamento della vista di cui mi parlavi lo scorso anno. Attento alla luce del sole nelle ore più calde della giornata, quando partirai per la villeggiatura! Potresti avvertire un maggiore abbagliamento e quella fastidiosa sensazione di avere nell’occhio una mosca. Comunque, per un eventuale intervento…c’è ancora tempo. Divertiti-.
    E nell’attesa lui si divertiva a riempire con la sua mosca grigia il tempo morto, quello di ritorno dalla spiaggia, dopo la doccia, mentre aspettava, disteso sul letto, che sua moglie, accaldata e rossa come un gambero per l’eritema solare, preparasse gli spaghetti con un sughetto veloce profumato di basilico.
    “Le ferie dell’impiegatuccio di provincia con la moglie casalinga!”, ripeteva con disprezzo suo figlio ogni volta che partivano a bordo della vecchia Fiat dell’Ottantasei, carichi di scatoloni con le provviste portate da casa, tanto per risparmiare qualcosa. E da vari anni non li seguiva più: preferiva andarsene all’avventura con un gruppo di amici sfaccendati come lui, verso destinazioni sempre diverse, con l’atteggiamento del figlio di papà che “se le vacanze non sono all’estero è meglio restarsene a casa”.
    Ma in fondo non era diverso da tanti suoi colleghi, morti di fame come lui, che però non rinunciavano a scegliere le mete più esotiche per poter dire al ritorno: - Che meraviglia Sharm El Sheik! E che emozione viaggiare a dorso di cammello fino alla tomba di Tutankamon, con quella sabbia rossa che più rossa di così non se ne trova! -
    A lui, invece, piaceva starsene tranquillo, nel piccolo appartamento preso in affitto per due settimane, a prezzo modico, con la sua fedele e paziente compagna, che sfidava ogni anno coraggiosamente l’eritema pur di portarsi a casa l’abbronzatura dorata che piaceva tanto a lui.
    - Spiagge esotiche! - pensava tra un volo e l’altro della mosca sul soffitto – Sfido chiunque a trovarne una più esotica e più multi etnica della mia. - Piena zeppa di Raphael, Amir, Emal, Amed, Aasim, Aarif, Mahamati, Apolonius, Gustaw e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare del colore della pelle! Ebano, cioccolato chiaro e scuro, olivastro, bianco latte, bianco tendente al giallo e chi più ne ha più ne metta.
    Ne aveva conosciuti tanti in quei primi sei giorni di vacanza, mentre se ne stava seduto sulla spiaggina, sotto l’ombrellone, magari leggiucchiando qualche pagina del quotidiano del giorno prima rimasto nella sacca da mare. Bastava chiudere un attimo gli occhi, tanto per far rallentare un po’ le evoluzioni della mosca, e prima ancora che quella ricomparisse, leggermente offuscata, sullo sfondo nero della palpebra chiusa, ecco la voce di Raphael passargli accanto “ Tovaglie, asciugamani, coprilenzuola, tutto a cinque euro” e poi allontanarsi lasciandosi dietro una scia di sudore.
    Allora riapriva gli occhi e la mosca impazzita saltava dalla sabbia infuocata al cielo azzurro, e nel suo volo si scontrava, senza causare danni, con la pila di cappelli di paglia impilati sulla testa di Amir o sul suo braccio pieno zeppo di collane Svarovski (!), di bracciali di giada (!), di cavigliere d’argento (!), tutto a quindici euro.
    Emal era quello degli ombrelli variopinti, coperti di splendide riproduzioni di artisti famosi: La colazione sull’erba di Manet, La libecciata di Giovanni Fattori, La danza di Matisse, Le tre danzatrici di Picasso, Il bacio di Klimt. Bellissimi! Ne aveva acquistato uno per sua moglie, quello dove la sua mosca si era posata non appena Emal li aveva allineati aperti uno dopo l’altro sulla sabbia tra gli ombrelloni. Si era posata proprio sul braccio di una delle danzatrici di Picasso e lui aveva colto al volo – si fa per dire - il consiglio, pagando sette euro senza chiedere sconti. A sua moglie era piaciuto infinitamente e l’aveva abbracciato stretto, trasferendogli sul petto sudato un bel po’ di olio abbronzante Nivea Sun.
    Emel era africano, Gustaw e Apolonius, invece, venivano dalla Polonia, da Cracovia, la città di Papa Woitjla: il primo trascinava il carretto del cocco su e giù per la spiaggia al grido di “Cocco bello, cocco fresco” e quella volta che si era deciso a comprarne due pezzetti, Gustaw glieli aveva rinfrescati ben bene nell’acqua del catino, condita col sudore delle sue povere mani incallite.
    L’altro si era trasferito da poco nel Meridione, sulle spiagge dell’Adriatico, per vendere sottopentole, ventagli e chincaglierie del genere ai turisti; ma fino a pochi mesi prima aveva lavorato in nero al Nord, nel Veneto, vicino a Ponte di Legno, al confine fra Lombardia e Trentino. Nel suo italiano maccheronico, con una voce piagnucolosa, un po’ accentuando il tono da vittima (anche lui aveva i suoi trucchetti per convincere il cliente), gli aveva raccontato di essere stato malmenato una sera davanti ad un bar della periferia da un gruppo di giovinastri, violenti e razzisti, che gli avevano intimato di tornarsene in Polonia al grido di “ la Padania alla Lega”! All’amico che era con lui, un nero della Nigeria, oltre alle botte avevano propinato insulti e minacce ben più gravi.
    Erano scappati via da lì il giorno dopo. Ed eccoli a scavare solchi nella sabbia, coi loro borsoni carichi di scarpe di marca fallate, borse Prima classe e occhiali Carrera ben allineati sulla tavola di compensato con manico.
    La mosca si posava fraternamente ora sull’uno ora sull’altro, quasi accarezzando quelle povere spalle, quei colli incordati dallo sforzo, quei piedi infuocati nei sandali che affondavano nella sabbia di mezzogiorno, sulle spalle della piccola Anisha, l’indiana, piagate dal sole e incavate dalla cinghia del sacco colmo di animaletti calamitati, quelli che nessuna madre sensata comprerebbe per suo figlio; passava due volte al giorno, ripetendo come un disco incantato “Giocattoli, calamite, girandole colorate…Solo tre euro”.
    A tutto questo pensava mentre se ne stava disteso sul letto, al fresco, in attesa degli spaghetti; e mentre la sua mosca saltellava qua e là, rischiando di annegare nelle lacrime di compassione che gli avevano riempito gli occhi, si sentì fortunato, immensamente fortunato: anche se non aveva visto la tomba di Tutankamon, era stato baciato dalla buona sorte insieme alla sua fedele compagna, che intanto scolava gli spaghetti al dente condendoli nel buon sughetto veloce al profumo di basilico fresco, e con la sua mosca grigia, che ora pareva saltellare più allegramente del solito sull’intonaco bianco del soffitto.

  • 04 settembre 2009
    Il "matto" del semaforo

    Come comincia: Lo chiamavano tutti così, a Ivernia, perché se volevi vederlo, dovevi andare al semaforo in via Tribunale, quello vicino all’edicola, all’angolo di Corso Leonardo Salviati.
    Era un tipo smilzo, capelli corti e crespi, qua e là striati di grigio, un jeans scolorito (dal tempo, non dalle esigenze della moda), una camicia a quadroni blu infilata rigorosamente nei pantaloni che teneva su, a dispetto della sua magrezza, con una cintura di pelle nera, sdrucita come quella delle scarpe: un paio di mocassini con la suola ormai così sottile, che con la pianta del piede riusciva a sentire persino un ago di pino, là sul pavimento del marciapiedi.
    E quel marciapiedi “il matto” l’aveva quasi consumato con il suo andirivieni negli ultimi dieci anni, da quando l’avevano dimesso dalla “clinica” perché dichiarato inoffensivo.
    L’avevano ricoverato i suoi genitori, molti anni prima di lasciare questo mondo, nel 1969, probabilmente con un gran senso di sollievo, come si può facilmente immaginare.
    Era stato, fino a pochi mesi prima di “ammalarsi”, un ragazzo come tutti gli altri, forse un po’ bizzarro, strampalato, ma niente di più. Poi, d’improvviso, le cose avevano preso una piega diversa: a volte, tornando a casa dalla scuola, cadeva in un tale stato di depressione da rifiutare persino il cibo che sua madre aveva amorosamente preparato per lui, e rimaneva digiuno fino al giorno successivo, senza bere neppure un bicchier d’acqua; altre volte era sovraeccitato, divorava tutto ciò che gli capitava a tiro ed era allegro senza un particolare motivo, rideva per un nonnulla, sgangheratamente e rumorosamente, ed era un riso che aveva del diabolico, faceva paura.
    Come quel giorno, mentre si trovava con sua madre vicino al semaforo sotto casa, in attesa del verde. Cominciò a contare, tirando fuori ad una ad una le dita dal pugno chiuso, uno, due tre, quattro… e intanto tratteneva con l’altra mano sua madre, poveretta, che al verde voleva attraversare, stringendole il braccio in una morsa. Undici, dodici, tredici… e sempre quel ghigno sulle labbra e le dita fuori dal pugno, ad una ad una. Vent’otto, ventinove, trenta: la comparsa del rosso e il suo gettarsi tra le macchine in corsa furono una cosa sola.
    Lo ricoverarono con fratture multiple all’ospedale più vicino e da lì, una volta guarite le ossa, dopo cinque settimane, venne trasferito nel reparto psichiatrico.
    Depressione bipolare - diagnosticarono i medici - con atteggiamenti maniacali, sadomasochisti, meglio tenerlo rinchiuso, finché non fosse guarito o almeno finché non fosse risultato inoffensivo.
    C’erano voluti quasi quarant’anni perché il matto diventasse inoffensivo, ma poi ce l’aveva fatta e l’avevano dimesso.
    A Ivernia la sua casa era stata data in affitto dagli eredi sani al giornalaio all’angolo, il buon Tobia, che era stato suo compagno di classe e amico del cuore, quando ancora tutto filava liscio e di medici non avevano mai avuto bisogno, né l’uno né l’altro. Perciò gliel’aveva lasciata volentieri una stanza, col bagno annesso, e lo faceva sedere a tavola con lui, sopportando con malcelata indifferenza le sue risate sgangherate o le lacrime improvvise, tra un primo e un secondo, aspettando, a volte, che decidesse di tornare a mangiare qualcosa dopo ventiquattrore di inspiegabile digiuno, durante le quali non beveva neppure un bicchier d’acqua.
    E alle otto del mattino, quando scendeva nel suo negozietto di giornalaio, anche il matto scendeva in strada con lui e iniziava quel tran tran sul marciapiedi che l’aveva reso famoso come, appunto, “il matto del semaforo”.
    Prima, però, c’erano i preliminari: mentre Tobia sollevava la saracinesca, lui fingeva di girare una immaginaria manovella, come si faceva quando era ragazzo e ancora non esistevano i miracoli dell’elettronica. Poi, una volta assicuratosi che la vetrina fosse completamente aperta e l’amico dietro il banco, prendeva accuratamente le misure del tratto di marciapiede che separava l’ingresso del negozio dal semaforo, infisso sull’orlo della strada: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati con passo marziale. Un’occhiata al verde e poi, da lì, indietro verso la vetrina: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati a passo marziale.
    Di tanto in tanto si appoggiava al muro dell’edificio, con la spalla destra, incrociando le gambe in atteggiamento di riposo: uno, due, tre, quattro….vent’otto, ventinove, trenta. E di nuovo verso il semaforo e da lì indietro verso la vetrina.
    Per sgranchirsi un po’, tra un rosso e un verde, qualche saltello da fermo al centro del marciapiede, una rotazione delle braccia e un bel respiro a pieni polmoni: proprio come fanno di solito coloro che, al termine di una bella corsa salutare, sentono il bisogno di un po’ di stretching per sciogliere i muscoli contratti.

  • 04 settembre 2009
    Stand by

    Come comincia: Avrebbe compiuto cinquant’anni di lì a qualche giorno e le pareva la cosa più inverosimile del mondo, riferendola a se stessa. Non perché non accettasse l’idea di invecchiare, ma perché, fatta eccezione per qualche segno di decadimento fisico (la pelle non più tonica ed elastica come una volta, alcune smagliature sull’interno delle cosce, qualche striatura grigia nei capelli) era ancora una splendida donna. Il punto era che la sua anima non accettava l’idea del trascorrere del tempo, era come se avesse bloccato il suo orologio in una sorta di stand by molti anni prima, quando lui era uscito dalla sua vita, chiudendosi elegantemente la porta alle spalle.
    Una scelta condivisa, a sentir lui; desiderio di realizzare pienamente la propria vita, attimo dopo attimo e senza rinunce, secondo lei.
    Dopo il primo momento di sbalordimento, le era sembrato di piombare in un sonno profondo, come nella fiaba della bella addormentata, e con lei erano caduti in letargo persino gli oggetti che riempivano il suo spazio vitale: il portachiavi era diventato “quel” portachiavi che lui le aveva regalato in “quella” circostanza; la penna “quella” penna che lui aveva scelto per lei; l’abitino verde “quell’abitino” verde, indossato in “quell’occasione speciale”, che di speciale aveva solo la presenza di lui, e così via.
    La sua anima non aveva accettato la realtà, dividendo la vita esattamente in due, come si dividono il giorno e la notte: l’esistenza quotidiana, con la sua routine – il lavoro, gli amici, il resto della famiglia - era diventata il sogno e il sogno una realtà, fatta di attesa, come se d’improvviso avesse dovuto svegliarsi – esattamente come nella fiaba – e ricominciare dal punto dello stacco. Era come essere in credito col Destino e questo avrebbe pagato il suo debito, prima o poi.
    Un giorno lui sarebbe tornato, consapevole che la vita senza di lei non era che una pausa senza senso, le avrebbe chiesto perdono, riconoscendo l’erroneità della sua scelta, e lei si sarebbe semplicemente rifugiata tra le sue braccia, svegliandosi da quell’incubo in cui era intrappolata da quattordici anni. Non poteva essere che così.
    Pensava a tutto questo mentre guidava nel traffico della città per recarsi in ufficio e guardava l’orologio in continuazione: odiava fare ritardo e leggere l’ipocrita comprensione negli occhi dei colleghi mentre timbrava il cartellino. Maledizione! Non un solo semaforo verde quella mattina ed erano già le sette e quaranta. Avrebbe imboccato lo svincolo subito dopo i giardini pubblici - pensò – Il senso era vietato, ma a quell’ora i vigili avevano un bel da fare nelle vicinanze dell’Università e nessuno l’avrebbe fermata.
    Una manovra veloce e si immise nel sottopasso che sbucava sulla tangenziale.
    La sirena dell’ambulanza le trafisse i timpani; premette forte il piede sul freno, prima di incollarsi sul paraurti della Bravo che la precedeva a passo d’uomo. Uno schianto fragoroso...poi  il buio.
    ***
    - Non risponde a nessuno stimolo, purtroppo; si tratta di coma irreversibile; le funzioni cerebrali e vitali sono del tutto abolite. Non c’è stato di coscienza, è evidente dalla posizione dei globi oculari e degli arti, dalla completa assenza di riflessi e dalle caratteristiche dell’ elettroencefalogramma.-
    Eppure lei sentiva, poteva persino vedere quelle persone in camice verde, la lampada sul soffitto, sentiva l’odore dei farmaci e quel ronzìo continuo nelle orecchie.
    Avrebbe voluto gridare: – Ci vedo, vi sento, non è vero che non ci sono funzioni vitali nel mio corpo. Il corpo è come addormentato, ma se faccio uno sforzo di volontà, riesco a muovermi, ne sono certa. –
    Da quanto tempo era lì? La sensazione di assoluto silenzio nella stanza bianca la infastidiva, soprattutto quell'accostarsi di  volti sconosciuti al suo volto, come per studiarla, e quel muovere le labbra senza emettere suoni, quel voltarla e rivoltarla nel letto senza che lei potesse sentire il contatto dei guanti bianchi sulla pelle. Visi sconosciuti, occhi che talvolta piangevano, chissà per quale inspiegabile ragione. Non li conosceva, nessuna fisionomia veniva a squarciarle finalmente la memoria oscurata liberandola dal sonno.
    E poi finalmente lo vide, una notte, nel riquadro della porta, ne sentì i passi mentre si avvicinava. Rimase lì, in piedi vicino a lei, per un tempo interminabile, con gli occhi pieni di lacrime, senza parlare, solo stringendole la mano con le sue, così belle e affusolate, come quelle di un pianista.
    Poi le chiese perdono, le confessò di aver sbagliato ad andarsene, a lasciarla sola per realizzare il proprio destino, per vivere pienamente la propria vita. Ora la rassicurava: non l’avrebbe lasciata mai più, avrebbero ricominciato a vivere la vita dal punto in cui si era interrotta. Si chinò su di lei e la baciò sulle labbra. Non le aveva dimenticate, morbide e profumate come quelle di un bambino. Era arrivato il momento di svegliarsi.
    ***
    L’infermiera di turno riaprì gli occhi di scatto. Come era potuto succedere che si addormentasse? Che stupida, avrebbe rischiato di perdere il posto, se qualcuno se ne fosse accorto. Un’occhiata ai macchinari, poi il grido: - Dottore, corra qui subito, per favore! ...la paziente n. 24. L’ elettrocardiogramma… è piatto.-

  • Come comincia:

    1
    Era nato quando ormai la regina Speranza non ci credeva più e, a dispetto del suo nome, aveva perso tutte le sue speranze.
    Nella sala parto il trambusto si era fatto incontrollabile: il piccolo voleva venire al mondo e non aveva nessuna intenzione di aspettare oltre. Le tre infermiere addette all’assistenza, Tempestività, Precisione e Professionalità non erano riuscite a preparare l’acqua di colonia calda e i panni di lino profumato, non era pronta nemmeno la culla di rose col velo di raggi di sole e temevano le ire del re, che avrebbe voluto per il suo secondogenito tutti gli onori del caso.
    Indifferente alle bazzecole del mondo esterno, il principino sguazzava nel liquido amniotico agitando le gambe e le braccia sempre più freneticamente. Ma che aspettavano a farlo uscire allo scoperto? C’erano talmente tante cose da fare, che a stento era riuscito ad annotare tutto nella sua agenda azzurra degli appuntamenti: anzitutto avrebbe dovuto rimettere un po’ d’ordine nel castello e assegnare a ciascuno il suo compito, badando che ogni pedina si muovesse sulla scacchiera rispettando le regole del gioco. Ogni mossa al momento opportuno e nella direzione giusta. Non ci sarebbe stato nessun rischio di scacco matto dal momento in cui lui avesse preso le redini  nella scuderia.
    Ma non sarebbe stato un compito facile, lo sapeva fin troppo bene.
    Mentre pensava a tutto questo, la grande porta dorata si spalancò e la luce al neon gli ferì allegramente gli occhi: la sfida era iniziata.

    2
    La prima fase fu caratterizzata da uno studio attento dell’ambiente e dei componenti del gruppo reale: la regina madre, sempre indaffarata, presa dalle sue frenetiche attività culinarie, poetiche, didattiche, con manie di persecuzione da parte di un tale che chiamava Fato e che nessuno sapeva chi fosse veramente; il re padre, affetto da una strana malattia genetica che lo teneva avvinghiato con lunghe e ritorte radici al pavimento del castello, sempre silenzioso e fermamente convinto che la soluzione di ogni enigma fosse nascosta in un sudoku; il principe primogenito, fratello, appassionato di cavalli, sempre alla ricerca disperata di monete d’oro da spendere per i suoi tornei, perennemente fuori dalle mura del palazzo reale, pericolosamente attratto da damigelle  e masnadieri di ogni sorta.
    Ma qual era il suo posto e il suo ruolo in questo casino (pardon) castello?
    Mentre meditava sul da farsi, crogiolandosi un po’ nel lino morbido della culla, e piegandosi l’orecchio destro a libretto, dalla grande finestra che dava sul parco reale, alla velocità di un fulmine, entrò nella stanza Ti-aiuto-io.
    Alto sì e no quattro dita (orizzontali, naturalmente!), con grandi occhi azzurri e ricci capelli del colore delle carote, un sorriso che scioglieva il cuore, saltò sul cuscino del principe Buono e gli sussurrò all’orecchio:
    - Fidati di me. Insieme ce la faremo. Ne vedrai delle belle.-
    Meditando tra sé e sé sul concetto di bello, Buono si addormentò di strapiombo.

    3
    Si svegliò la mattina dopo e si accorse, con un bel po’ di meraviglia, che aveva già diciassette anni.
    Immediatamente pretese anche lui un destriero personale e lo chiamò Aprilia. Per evitare fastidi con le guardie reali, si procurò un foglio rosa e l’assicurazione, corrompendo gli addetti alla sicurezza  che richiedevano un esame regolare. Ai quiz avrebbe pensato poi: adesso aveva fretta di rimettere a posto un po’ di cose nel casino (pardon), castello di famiglia.
    La sua grande missione sarebbe stata scovare e uccidere Fato – che in verità non aveva capito nemmeno chi fosse - poi sarebbe stata la volta dello sradicamento del re padre dal pavimento e infine la rimessa a punto del principe primogenito suo fratello . Ma qualcosa gli diceva che sarebbe bastato vincere il primo duello e il resto sarebbe venuto da sé.
    Si armò di tutto punto: una corazza di acciaio splendente su cui era inciso uno stemma a strisce verticali bianche e nere, con la scritta Juve; un elmo, anch’esso di acciaio sfavillante, su cui si leggeva, a lettere cubitali, Olimpia, e una  spada  affilata e  lucente, ma senza  punta  – gli sarebbe servita per spaventare il nemico, ma senza colpo ferire.-
    Uscì dalle mura del castello in piena notte, in groppa al fedele Aprilia, avviandosi un poco timoroso su un sentiero mai percorso, ma che Ti-aiuto-io, appollaiato sulla sua spalla destra, gli aveva additato.
    Dopo alcune miglia, percorse sempre nel buio più totale, scorse un lumicino ai margini di una foresta e vi si diresse, a passo di trotto.
    Giunto nelle vicinanze, si rese conto che la foresta era un labirinto intricato e gigantesco. Si fermò a riflettere con la fronte aggrottata e un orecchio piegato a libretto: voleva addentrarvisi, ma  lo frenava una fastidiosa sensazione di paura. E se non fosse stato capace di uscirne? si chiedeva perplesso, mentre Ti-aiuto-io lo incitava ad entrare, senza tante esitazioni. Prese il coraggio a due - anzi a quattro- mani, spronò Aprilia e si gettò all’interno, ad occhi chiusi.
    Quando trovò la forza di riaprirli, scorse decine di piccoli elfi verdi, che facevano capolino dalle siepi e, a turno, sussurravano ciascuno una parola, apparentemente senza senso. Allora Ti-aiuto-io gli consigliò di ascoltarle tutte con attenzione, senza farsi distrarre dal fruscio delle foglie e soprattutto senza prestare attenzione ai salti degli elfi. Buono accettò il consiglio e immediatamente le parole acquistarono senso e divennero un discorso chiaro e limpido. Al termine, un campanellino dal suono argentino gli fece riaprire gli occhi e ogni cosa fu chiara: finalmente sapeva dove trovare il terribile Fato e con quali armi combatterlo.
    Scese dal cavallo e cominciò a raccogliere le pietruzze colorate che passeggiavano nel sentiero: ne prese sette: Poi colse sette foglie di asfodelo e sette bacche rosse: mancavano solo tre stelle e il numero sarebbe stato perfetto. Allungò il braccio e le prese delicatamente dalla via lattea.
    Con il bottino nel marsupio, che teneva ben stretto alla vita, risalì sul veloce destriero e cominciò a cavalcare senza esitazioni lungo gli intricati sentieri, e più correva più gli angoli delle siepi si smussavano, le curve si addolcivano, i viottoli diventavano larghe strade a doppia corsia e in men che non si dica si ritrovò al casello autostradale.
    Dalla cabina a forma di mezza noce, l’unicorno bigliettaio gli offrì, come pedaggio, un cesto di fichi profumati e nitrì qualche informazione utile sul percorso da seguire.
    Senza perdere tempo, Buono si avviò, - sgommando leggermente per impressionare il pubblico - sulla strada tutta tornanti che portava alla rocca, dove sapeva che avrebbe trovato ad attenderlo… Fato (aveva ricevuto una soffiata dagli elfi traditori tramite undici pizzini nascosti nelle forme di formaggio).
    Per sconfiggerlo avrebbe usato una dopo l’altra le armi nascoste nel marsupio, dove teneva anche i documenti.
    Vestito di nero, incappucciato e instivalato, le mani nascoste dentro spessi guanti di pelle di tricheco, Fato se ne stava, a gambe divaricate, davanti alla grande porta della rocca, armato fino ai denti (che non si vedevano, perché aveva il cappuccio), e pronto a fare a fettine il suo avversario.
    Quando si trovò a distanza di sicurezza, Buono scese da Aprilia, che affidò al paziente Ti-aiuto-io, e si avviò - tremando dentro ma all’esterno senza paura - verso il nemico.
    Quando il mostruoso personaggio lo riconobbe, dopo aver sospirato con santa pazienza: -Cosa vuoi da me?- gli urlò contro con tutto il fiato che aveva nei polmoni – Chi ti conosce e soprattutto chi conosce tua madre? Hai provato a farti spiegare da lei cosa le ho fatto e quando? Scommetto che non saprebbe cosa dirti.-
    A quelle urla, il principe Buono provò un senso di disorientamento mentre molte delle sue certezze si scioglievano come neve al sole, anzi, si scioglievano tutte insieme, come si stava sciogliendo, davanti ai suoi occhi meravigliati, lo spaventoso Fato. Se li stropicciò, per vedere meglio e quando li riaprì si trovò dinanzi ai piedi un mucchietto di stracci neri impolverati, un paio di guanti neri di pelle di tricheco e due stivaloni, neri pure quelli e per giunta con la suola bucata: niente altro.
    Finalmente aveva capito ogni cosa. Tornò correndo verso Aprilia e senza spiegare nulla a Ti-aiuto-io (che d’altra parte sapeva già tutto), corse al galoppo verso il castello.

    4
    La regina madre, che aveva consumato un’ intera ricarica Tim per rintracciarlo, appena lo vide lo abbracciò stretto e per poco non lo soffocò di baci. Poi cominciò a chiedergli dove era stato e con chi e perché; allora Buono, approfittando del fatto che la sua bocca non si chiudeva mai, vi gettò dentro, in un colpo solo, le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche e le tre stelle; infine gliela chiuse con la mano destra, quella che usava per la melodia centrale della sinfonia Ètude 3.
    La regina madre spalancò gli occhi come se stesse soffocando, poi ingoiò le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche rosse e una sola delle tre stelle, perché le altre due, attraverso i canali lacrimali, andarono a sistemarsi nel cervello e cominciarono a fare pulizia. Con la loro luce sfrattarono per sempre l’immagine spaventosa di Fato  e insieme ad essa tutti gli altri pensieri inutili con cui la poveretta aveva perso il proprio tempo prezioso per tanti anni. Ma soprattutto rimisero in moto una rotellina, apparentemente insignificante, che si era bloccata chissà quando, e invece di far muovere in avanti la pellicola, l’aveva fermata sul tasto di stand bay, rischiando di bruciarla.
    Fu a quel punto che il meccanismo tornò a funzionare alla perfezione: la regina trovò da sola la soluzione per ogni problema del suo casino (pardon), castello: avrebbe potato ogni autunno un po’ più a fondo le radici che legavano il re al pavimento e gli avrebbe innaffiato abbondantemente le spalle, per farvi spuntare un paio di ali – anche piccoline, purché lo alzassero in volo- L’operazione richiedeva pazienza e tempo: l’avrebbe completata quando sia lei che il re fossero andati in pensione e mancavano meno di trenta mesi. Quanto al sudoku, pazienza! Non si può avere tutto dalla vita!
    Al principe primogenito avrebbe fatto dono di un piccolo maniero personale, arroccato su una ripa, a distanza di sicurezza dal castello di famiglia, dove il giovane scavezzacollo potesse conquistare la sua indipendenza e finalmente crescere, lontano dai forzieri paterni, pagando le bollette con le monete d’oro che riusciva a guadagnarsi con i suoi tornei notturni. Col tempo avrebbe imparato anche a scegliere meglio dame e cavalieri con cui organizzare feste e banchetti.
    Quando le stelle ebbero completato la loro opera di ripulitura, vollero riservare un ultimo raggio splendente per il cuore della regina
    Ad un tratto le sembrò di essere tornata giovane (o quasi), decise di sorridere di più, di preoccuparsi meno di tutto e soprattutto di sentirsi molto fortunata per tutto quello che aveva, soprattutto si sentì molto orgogliosa di aver messo al mondo, alla venerabile età di quattro lustri più due anni, il piccolo principe secondogenito. Rimaneva a disturbarle un poco il colore delle tende del salone delle feste, che non era verde azzurro come avrebbe desiderato. Ma fortunatamente ebbe un’ultima illuminazione (alle due stelline rimaneva giusto una scintilla finale da utilizzare): si rese conto, insomma, che nessuna delle sue scelte era stata colpa di Fato, nemmeno il colore delle tende, anzi si ricordò, con un ultimo lampo (di genio) che al momento di scegliere aveva preferito il colore di quelle vecchie.
    E si sentì molto stupida, per la prima volta in vita sua. Ma si sa: ogni cosa richiede  il suo tempo.
    Buono provò una immensa felicità: la missione era compiuta e il merito era tutto suo. Il vero problema, ora, sarebbe stato tenere alto il nome della casata e toccava a lui, tanto per cambiare.
    Mentre si crogiolava in questa riflessione gratificante, come un fulmine a ciel sereno gli trafisse la mente un pensiero molto meno esaltante: stavano per finire le vacanze pasquali e sul grande tavolo di noce, accanto al camino, giacevano addormentati, sotto una pesante coltre di polvere, tre spaventosi manuali scolastici, che il mago Merlino continuava a riempire di formule matematiche, di date storiche e di teorie scientifiche e filosofiche: i titoli erano  in latino, francese e inglese.
    La sua prossima missione (che gli toccava compiere da solo, perché Ti-aiuto-io si era preso un periodo di ferie pagate dalla casa reale) sarebbe stata quella di affrontarli, dopo averli svegliati con dolcezza, e sapeva perfettamente che gli conveniva trovare con essi un accordo pacifico, senza scontri cruenti: l’eroismo, in fondo, è soltanto un’opinione e ognuno può sentirsi un eroe… a modo suo.

  • 20 gennaio 2009
    I doni di Prometeo

    Come comincia: Prima che Prometeo si facesse prendere dalla brama del successo e si intromettesse nelle faccende degli uomini allo scopo di diventare un mito a tutti i costi, gli esseri umani se la passavano davvero bene - anzi, se la spassavano.
    Guardavano e non vedevano, ascoltavano ma non capivano, si riparavano un po’ qua un po’ là, senza preoccuparsi di case di legno o di mattoni, rifugiandosi magari sotto terra, come formiche o talpe.
    Indifferenti al freddo dell’inverno e alla calura dell’estate, non calcolavano il tempo e dunque non soffrivano di stress, trascorrevano la loro vita senza l’ansia della semina e del raccolto, senza calcoli né riflessioni filosofiche sui vantaggi e gli svantaggi dell’essere uomini invece che bestie. Anzi, le bestie erano i migliori amici degli uomini – e su questo non è che sia cambiato un granché nel corso dei millenni -.
    Quando si ammalavano lasciavano fare alla natura, non conoscendo unguenti né pozioni medicamentose, e il più delle volte se la cavavano, tanto che la morte spesso doveva inventarsi degli hobby alternativi, per ingannare il tempo dell’attesa.
    Ma se gli uomini erano saggi nella loro profonda ignoranza, non lo erano altrettanto gli dei che, come sappiamo bene, erano nati con una gran presunzione congenita e con la convinzione che, se per caso dovessero verificarsi problemi sulla terra, tocca sempre ad un dio risolverli – anche a questo riguardo le cose non sono cambiate poi molto nel susseguirsi dei millenni: infatti, a scadenze cicliche, in punti diversi del globo compare il dio del momento e ne conseguono catastrofi e genocidi.
    Fu così che entrò in scena quel Prometeo di cui si è detto prima e decise del tutto autonomamente di donare agli uomini tutto ciò di cui non avevano affatto bisogno.
    A partire dalla scienza degli astri – per cui si cominciarono a distinguere nel fluire del tempo le quattro stagioni, con la conseguenza che la fiorente primavera e la fruttifera estate vennero privilegiate rispetto al gelido inverno e al plumbeo autunno e gli uomini conobbero la tristezza delle lunghe giornate piovose e l’insofferenza del caldo afoso – forse per questo motivo nel futuro della storia dell’umanità ci fu chi si preoccupò di sconvolgere a tal punto l’equilibrio ecologico, da eliminare ogni differenza meteorologica e climatica tra le quattro sorelle e l’inverno si confuse con l’autunno, la primavera scomparve del tutto e l’estate, più capricciosa che mai, faceva capolino a suo piacimento nel corso dell’anno, portando con sé piogge rovinose e calure da piromania acuta.
    Poi inventò per il genere umano la scienza dei numeri e le combinazioni delle lettere, sulle quali si basa il ricordo di ogni cosa, senza chiedersi se per caso qualcuno preferisse lasciare al buco nero dell’oblio il passato, per proiettarsi interamente verso il futuro.
    Insegnò agli uomini come aggiogare le bestie, perché facessero al loro posto i lavori più pesanti – e da lì derivò l’unica , reale distinzione tra uomini e animali -.
    Inventò le vele per le navi – le prime agenzie di viaggi nacquero allora - e le miscele calmanti per difendersi da tutti i morbi – cosicché, anche quando non ne avevano affatto bisogno, gli esseri umani si imbottivano di medicine, con la conseguenza di ammalarsi sul serio.
    Ma il clou dei clou Prometeo lo raggiunse quando rivelò all’uomo i beni nascosti nelle viscere della terra: bronzo, ferro, oro. Non poteva certo immaginare, l’ingenuo, che con il passare dei millenni un uomo più scaltro di altri ne avrebbe approfittato per spaccare in due l’umanità: chi ha l’oro e chi non ce l’ha – ma queste sono sottigliezze di fronte ai vantaggi del profitto.
    Alla fine, però, commise un errore imperdonabile, che gli costò il fegato: volle strafare e rivelò agli uomini il segreto del fuoco, rubandolo al padre Giove.
    E Giove, che non per nulla era il dio dell’Olimpo e per diventarlo aveva dovuto affrontare persino le cento teste di Tifèo - per non parlare della lotta coi Titani, che l’aveva davvero stressato - dopo aver lanciato dappertutto fulmini e saette, come succedeva quando si arrabbiava sul serio, scelse per il figlio degenere una punizione a dir poco  crudele, da tortura cinese: lo incatenò su una rupe del Caucaso e ordinò ad un avvoltoio di rodergli il fegato durante tutto il giorno: ma questo, quasi a dispetto, ricresceva tale e quale durante la notte. E l’avvoltoio lì a rodere tutto soddisfatto da mattina a sera, sapendo che avrebbe tranquillamente digerito nel corso della notte.
    Solo che Giove non aveva fatto i conti con Ercole, suo figlio – nato per caso da una relazione extraconiugale con Alcmena, mentre il marito di lei, Anfitrione inseguiva la gloria militare nella guerra contro i Teleboi – vedi a cosa porta la smania di successo?
    Dunque Ercole, che non sopportava di essere un semplice semidio, spesso ignorato e snobbato elegantemente dai vip dell’Olimpo, volle farla pagare al sommo padre Giove - che nel frattempo continuava con le sue scappatelle, alle spalle di Giunone, sua moglie – e un bel giorno liberò Prometeo dall’avvoltoio.
    Non mi chiedete come quest’ultimo si sia procurato il cibo da quel momento in poi, perché i testi antichi non lo dicono, ma certamente in qualche modo se la sarà cavata anche lui., e d'altra parte che la sua specie abbia proliferato ampiamente nel corso dei millenni è un dato: basta guardarsi intorno.