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Autore

Silvana Poccioni

in archivio dal 23 apr 2007

29 agosto 1949, Rocchetta A Volturno (is)

segni particolari:
Maniacale convinzione che la memoria sia il bene più prezioso che l'uomo possiede.

mi descrivo così:
Sono nata nella Centrale ENEL di Rocchetta a Volturno e vivo dal1983 ad Agnone, in Molise. Ho pubblicato nel 2002 il mio primo volume "In fondo al mattino" per le Edizioni Eva, nel 2008 "Quare id faciam", per la collana "La stanza del poeta", a cura di G.Napolitano e il

11 aprile 2011 alle ore 11:37

Il passaggio

Intro: Una suggestiva ipotesi sul passaggio dalla vita alla morte a cui si assiste in prima persona, come spettatori e protagonisti nello stesso tempo.

Il racconto

Fu quasi inavvertito, come quello che dalla veglia porta al sonno, un attimo di sospensione tra due dimensioni della coscienza, una sorta di vuoto prenatale, in cui lo spirito intorpidito galleggia senza peso.
Guardò in basso e le parve che i suoi piedi nudi poggiassero su una sottile lastra di cristallo, sospesa a mezz’aria, come un immenso pavimento trasparente senza inizio e senza fine, al di sotto del quale si stava rappresentando una scena di vita quotidiana e la storia era già in medias res.
Gli attori erano tutti in azione, completamente presi dalla loro parte, ciascuno perfettamente integrato nella vicenda, che appariva di un realismo quasi perfetto.
Vide i due pompieri che si affannavano nel tentativo di estrarre il corpo di una giovane donna dalle lamiere accartocciate dell’auto, schiantata sul palo del semaforo, quasi spaccata a metà, mentre il rosso continuava a lampeggiare con intermittenza.
Un po’ discosto, per non intralciare le operazioni, un uomo piangeva, con le mani sul volto, mentre la sua voce ripeteva a intervalli regolari “ È tutta colpa mia. È tutta colpa mia”.
Intorno un gruppetto di curiosi tentava di guardare la scena, addossandosi al cordone di protezione e ingrossandosi sempre più. Una madre, tenendo per mano un bambino in lacrime,  alzandosi sulla punta dei piedi, tendeva il collo per vedere meglio la scena.
Un vigile urbano con la paletta in mano e il fischietto tra le labbra tentava di far scorrere il traffico, indirizzando le auto sull’altra corsia perché si alternassero ordinatamente con quelle che giungevano dalla direzione opposta.
Ferma in attesa, un’ambulanza con le porte aperte illuminava con la sua luce blu intermittente i volti degli attori.
Mentre si svolgeva la rappresentazione e ciascun interprete recitava fedelmente il proprio pezzo di copione, le lancette di un enorme orologio appeso al cielo, così lente da sembrare ferme, tremavano vibrando nello spazio breve che separa i minuto precedente da quello successivo.
Guardò di nuovo giù nella strada. Il corpo era stato estratto dal groviglio di lamiere e deposto su una barella di emergenza. Il medico chino su di esso scosse il capo desolato, poi, con la lentezza della compassione, avvicinò la mano al viso cereo della giovane per chiuderle gli occhi. In quel preciso istante, come in una zumata improvvisa, azionata da un maldestro cineamatore dilettante, il corpo della donna e il suo si staccarono simultaneamente, l'uno dalla strada e l'altro dal cielo, per congiungersi inscindibilmente, rimanendo per un attimo sospesi a mezz’aria, in una dimensione senza tempo.
Poi le lancette del grande orologio si mossero, scattando in avanti, dal minuto immediatamente precedente a quello successivo e il passaggio si completò: il tunnel, buio come nero di pece, fu invaso da un lampo di luce accecante, mentre il grande sipario si chiudeva sul suo ingresso.

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