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Racconti di Silvana Poccioni

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  • Come comincia:

    1
    Era nato quando ormai la regina Speranza non ci credeva più e, a dispetto del suo nome, aveva perso tutte le sue speranze.
    Nella sala parto il trambusto si era fatto incontrollabile: il piccolo voleva venire al mondo e non aveva nessuna intenzione di aspettare oltre. Le tre infermiere addette all’assistenza, Tempestività, Precisione e Professionalità non erano riuscite a preparare l’acqua di colonia calda e i panni di lino profumato, non era pronta nemmeno la culla di rose col velo di raggi di sole e temevano le ire del re, che avrebbe voluto per il suo secondogenito tutti gli onori del caso.
    Indifferente alle bazzecole del mondo esterno, il principino sguazzava nel liquido amniotico agitando le gambe e le braccia sempre più freneticamente. Ma che aspettavano a farlo uscire allo scoperto? C’erano talmente tante cose da fare, che a stento era riuscito ad annotare tutto nella sua agenda azzurra degli appuntamenti: anzitutto avrebbe dovuto rimettere un po’ d’ordine nel castello e assegnare a ciascuno il suo compito, badando che ogni pedina si muovesse sulla scacchiera rispettando le regole del gioco. Ogni mossa al momento opportuno e nella direzione giusta. Non ci sarebbe stato nessun rischio di scacco matto dal momento in cui lui avesse preso le redini  nella scuderia.
    Ma non sarebbe stato un compito facile, lo sapeva fin troppo bene.
    Mentre pensava a tutto questo, la grande porta dorata si spalancò e la luce al neon gli ferì allegramente gli occhi: la sfida era iniziata.

    2
    La prima fase fu caratterizzata da uno studio attento dell’ambiente e dei componenti del gruppo reale: la regina madre, sempre indaffarata, presa dalle sue frenetiche attività culinarie, poetiche, didattiche, con manie di persecuzione da parte di un tale che chiamava Fato e che nessuno sapeva chi fosse veramente; il re padre, affetto da una strana malattia genetica che lo teneva avvinghiato con lunghe e ritorte radici al pavimento del castello, sempre silenzioso e fermamente convinto che la soluzione di ogni enigma fosse nascosta in un sudoku; il principe primogenito, fratello, appassionato di cavalli, sempre alla ricerca disperata di monete d’oro da spendere per i suoi tornei, perennemente fuori dalle mura del palazzo reale, pericolosamente attratto da damigelle  e masnadieri di ogni sorta.
    Ma qual era il suo posto e il suo ruolo in questo casino (pardon) castello?
    Mentre meditava sul da farsi, crogiolandosi un po’ nel lino morbido della culla, e piegandosi l’orecchio destro a libretto, dalla grande finestra che dava sul parco reale, alla velocità di un fulmine, entrò nella stanza Ti-aiuto-io.
    Alto sì e no quattro dita (orizzontali, naturalmente!), con grandi occhi azzurri e ricci capelli del colore delle carote, un sorriso che scioglieva il cuore, saltò sul cuscino del principe Buono e gli sussurrò all’orecchio:
    - Fidati di me. Insieme ce la faremo. Ne vedrai delle belle.-
    Meditando tra sé e sé sul concetto di bello, Buono si addormentò di strapiombo.

    3
    Si svegliò la mattina dopo e si accorse, con un bel po’ di meraviglia, che aveva già diciassette anni.
    Immediatamente pretese anche lui un destriero personale e lo chiamò Aprilia. Per evitare fastidi con le guardie reali, si procurò un foglio rosa e l’assicurazione, corrompendo gli addetti alla sicurezza  che richiedevano un esame regolare. Ai quiz avrebbe pensato poi: adesso aveva fretta di rimettere a posto un po’ di cose nel casino (pardon), castello di famiglia.
    La sua grande missione sarebbe stata scovare e uccidere Fato – che in verità non aveva capito nemmeno chi fosse - poi sarebbe stata la volta dello sradicamento del re padre dal pavimento e infine la rimessa a punto del principe primogenito suo fratello . Ma qualcosa gli diceva che sarebbe bastato vincere il primo duello e il resto sarebbe venuto da sé.
    Si armò di tutto punto: una corazza di acciaio splendente su cui era inciso uno stemma a strisce verticali bianche e nere, con la scritta Juve; un elmo, anch’esso di acciaio sfavillante, su cui si leggeva, a lettere cubitali, Olimpia, e una  spada  affilata e  lucente, ma senza  punta  – gli sarebbe servita per spaventare il nemico, ma senza colpo ferire.-
    Uscì dalle mura del castello in piena notte, in groppa al fedele Aprilia, avviandosi un poco timoroso su un sentiero mai percorso, ma che Ti-aiuto-io, appollaiato sulla sua spalla destra, gli aveva additato.
    Dopo alcune miglia, percorse sempre nel buio più totale, scorse un lumicino ai margini di una foresta e vi si diresse, a passo di trotto.
    Giunto nelle vicinanze, si rese conto che la foresta era un labirinto intricato e gigantesco. Si fermò a riflettere con la fronte aggrottata e un orecchio piegato a libretto: voleva addentrarvisi, ma  lo frenava una fastidiosa sensazione di paura. E se non fosse stato capace di uscirne? si chiedeva perplesso, mentre Ti-aiuto-io lo incitava ad entrare, senza tante esitazioni. Prese il coraggio a due - anzi a quattro- mani, spronò Aprilia e si gettò all’interno, ad occhi chiusi.
    Quando trovò la forza di riaprirli, scorse decine di piccoli elfi verdi, che facevano capolino dalle siepi e, a turno, sussurravano ciascuno una parola, apparentemente senza senso. Allora Ti-aiuto-io gli consigliò di ascoltarle tutte con attenzione, senza farsi distrarre dal fruscio delle foglie e soprattutto senza prestare attenzione ai salti degli elfi. Buono accettò il consiglio e immediatamente le parole acquistarono senso e divennero un discorso chiaro e limpido. Al termine, un campanellino dal suono argentino gli fece riaprire gli occhi e ogni cosa fu chiara: finalmente sapeva dove trovare il terribile Fato e con quali armi combatterlo.
    Scese dal cavallo e cominciò a raccogliere le pietruzze colorate che passeggiavano nel sentiero: ne prese sette: Poi colse sette foglie di asfodelo e sette bacche rosse: mancavano solo tre stelle e il numero sarebbe stato perfetto. Allungò il braccio e le prese delicatamente dalla via lattea.
    Con il bottino nel marsupio, che teneva ben stretto alla vita, risalì sul veloce destriero e cominciò a cavalcare senza esitazioni lungo gli intricati sentieri, e più correva più gli angoli delle siepi si smussavano, le curve si addolcivano, i viottoli diventavano larghe strade a doppia corsia e in men che non si dica si ritrovò al casello autostradale.
    Dalla cabina a forma di mezza noce, l’unicorno bigliettaio gli offrì, come pedaggio, un cesto di fichi profumati e nitrì qualche informazione utile sul percorso da seguire.
    Senza perdere tempo, Buono si avviò, - sgommando leggermente per impressionare il pubblico - sulla strada tutta tornanti che portava alla rocca, dove sapeva che avrebbe trovato ad attenderlo… Fato (aveva ricevuto una soffiata dagli elfi traditori tramite undici pizzini nascosti nelle forme di formaggio).
    Per sconfiggerlo avrebbe usato una dopo l’altra le armi nascoste nel marsupio, dove teneva anche i documenti.
    Vestito di nero, incappucciato e instivalato, le mani nascoste dentro spessi guanti di pelle di tricheco, Fato se ne stava, a gambe divaricate, davanti alla grande porta della rocca, armato fino ai denti (che non si vedevano, perché aveva il cappuccio), e pronto a fare a fettine il suo avversario.
    Quando si trovò a distanza di sicurezza, Buono scese da Aprilia, che affidò al paziente Ti-aiuto-io, e si avviò - tremando dentro ma all’esterno senza paura - verso il nemico.
    Quando il mostruoso personaggio lo riconobbe, dopo aver sospirato con santa pazienza: -Cosa vuoi da me?- gli urlò contro con tutto il fiato che aveva nei polmoni – Chi ti conosce e soprattutto chi conosce tua madre? Hai provato a farti spiegare da lei cosa le ho fatto e quando? Scommetto che non saprebbe cosa dirti.-
    A quelle urla, il principe Buono provò un senso di disorientamento mentre molte delle sue certezze si scioglievano come neve al sole, anzi, si scioglievano tutte insieme, come si stava sciogliendo, davanti ai suoi occhi meravigliati, lo spaventoso Fato. Se li stropicciò, per vedere meglio e quando li riaprì si trovò dinanzi ai piedi un mucchietto di stracci neri impolverati, un paio di guanti neri di pelle di tricheco e due stivaloni, neri pure quelli e per giunta con la suola bucata: niente altro.
    Finalmente aveva capito ogni cosa. Tornò correndo verso Aprilia e senza spiegare nulla a Ti-aiuto-io (che d’altra parte sapeva già tutto), corse al galoppo verso il castello.

    4
    La regina madre, che aveva consumato un’ intera ricarica Tim per rintracciarlo, appena lo vide lo abbracciò stretto e per poco non lo soffocò di baci. Poi cominciò a chiedergli dove era stato e con chi e perché; allora Buono, approfittando del fatto che la sua bocca non si chiudeva mai, vi gettò dentro, in un colpo solo, le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche e le tre stelle; infine gliela chiuse con la mano destra, quella che usava per la melodia centrale della sinfonia Ètude 3.
    La regina madre spalancò gli occhi come se stesse soffocando, poi ingoiò le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche rosse e una sola delle tre stelle, perché le altre due, attraverso i canali lacrimali, andarono a sistemarsi nel cervello e cominciarono a fare pulizia. Con la loro luce sfrattarono per sempre l’immagine spaventosa di Fato  e insieme ad essa tutti gli altri pensieri inutili con cui la poveretta aveva perso il proprio tempo prezioso per tanti anni. Ma soprattutto rimisero in moto una rotellina, apparentemente insignificante, che si era bloccata chissà quando, e invece di far muovere in avanti la pellicola, l’aveva fermata sul tasto di stand bay, rischiando di bruciarla.
    Fu a quel punto che il meccanismo tornò a funzionare alla perfezione: la regina trovò da sola la soluzione per ogni problema del suo casino (pardon), castello: avrebbe potato ogni autunno un po’ più a fondo le radici che legavano il re al pavimento e gli avrebbe innaffiato abbondantemente le spalle, per farvi spuntare un paio di ali – anche piccoline, purché lo alzassero in volo- L’operazione richiedeva pazienza e tempo: l’avrebbe completata quando sia lei che il re fossero andati in pensione e mancavano meno di trenta mesi. Quanto al sudoku, pazienza! Non si può avere tutto dalla vita!
    Al principe primogenito avrebbe fatto dono di un piccolo maniero personale, arroccato su una ripa, a distanza di sicurezza dal castello di famiglia, dove il giovane scavezzacollo potesse conquistare la sua indipendenza e finalmente crescere, lontano dai forzieri paterni, pagando le bollette con le monete d’oro che riusciva a guadagnarsi con i suoi tornei notturni. Col tempo avrebbe imparato anche a scegliere meglio dame e cavalieri con cui organizzare feste e banchetti.
    Quando le stelle ebbero completato la loro opera di ripulitura, vollero riservare un ultimo raggio splendente per il cuore della regina
    Ad un tratto le sembrò di essere tornata giovane (o quasi), decise di sorridere di più, di preoccuparsi meno di tutto e soprattutto di sentirsi molto fortunata per tutto quello che aveva, soprattutto si sentì molto orgogliosa di aver messo al mondo, alla venerabile età di quattro lustri più due anni, il piccolo principe secondogenito. Rimaneva a disturbarle un poco il colore delle tende del salone delle feste, che non era verde azzurro come avrebbe desiderato. Ma fortunatamente ebbe un’ultima illuminazione (alle due stelline rimaneva giusto una scintilla finale da utilizzare): si rese conto, insomma, che nessuna delle sue scelte era stata colpa di Fato, nemmeno il colore delle tende, anzi si ricordò, con un ultimo lampo (di genio) che al momento di scegliere aveva preferito il colore di quelle vecchie.
    E si sentì molto stupida, per la prima volta in vita sua. Ma si sa: ogni cosa richiede  il suo tempo.
    Buono provò una immensa felicità: la missione era compiuta e il merito era tutto suo. Il vero problema, ora, sarebbe stato tenere alto il nome della casata e toccava a lui, tanto per cambiare.
    Mentre si crogiolava in questa riflessione gratificante, come un fulmine a ciel sereno gli trafisse la mente un pensiero molto meno esaltante: stavano per finire le vacanze pasquali e sul grande tavolo di noce, accanto al camino, giacevano addormentati, sotto una pesante coltre di polvere, tre spaventosi manuali scolastici, che il mago Merlino continuava a riempire di formule matematiche, di date storiche e di teorie scientifiche e filosofiche: i titoli erano  in latino, francese e inglese.
    La sua prossima missione (che gli toccava compiere da solo, perché Ti-aiuto-io si era preso un periodo di ferie pagate dalla casa reale) sarebbe stata quella di affrontarli, dopo averli svegliati con dolcezza, e sapeva perfettamente che gli conveniva trovare con essi un accordo pacifico, senza scontri cruenti: l’eroismo, in fondo, è soltanto un’opinione e ognuno può sentirsi un eroe… a modo suo.

  • 20 gennaio 2009
    I doni di Prometeo

    Come comincia: Prima che Prometeo si facesse prendere dalla brama del successo e si intromettesse nelle faccende degli uomini allo scopo di diventare un mito a tutti i costi, gli esseri umani se la passavano davvero bene - anzi, se la spassavano.
    Guardavano e non vedevano, ascoltavano ma non capivano, si riparavano un po’ qua un po’ là, senza preoccuparsi di case di legno o di mattoni, rifugiandosi magari sotto terra, come formiche o talpe.
    Indifferenti al freddo dell’inverno e alla calura dell’estate, non calcolavano il tempo e dunque non soffrivano di stress, trascorrevano la loro vita senza l’ansia della semina e del raccolto, senza calcoli né riflessioni filosofiche sui vantaggi e gli svantaggi dell’essere uomini invece che bestie. Anzi, le bestie erano i migliori amici degli uomini – e su questo non è che sia cambiato un granché nel corso dei millenni -.
    Quando si ammalavano lasciavano fare alla natura, non conoscendo unguenti né pozioni medicamentose, e il più delle volte se la cavavano, tanto che la morte spesso doveva inventarsi degli hobby alternativi, per ingannare il tempo dell’attesa.
    Ma se gli uomini erano saggi nella loro profonda ignoranza, non lo erano altrettanto gli dei che, come sappiamo bene, erano nati con una gran presunzione congenita e con la convinzione che, se per caso dovessero verificarsi problemi sulla terra, tocca sempre ad un dio risolverli – anche a questo riguardo le cose non sono cambiate poi molto nel susseguirsi dei millenni: infatti, a scadenze cicliche, in punti diversi del globo compare il dio del momento e ne conseguono catastrofi e genocidi.
    Fu così che entrò in scena quel Prometeo di cui si è detto prima e decise del tutto autonomamente di donare agli uomini tutto ciò di cui non avevano affatto bisogno.
    A partire dalla scienza degli astri – per cui si cominciarono a distinguere nel fluire del tempo le quattro stagioni, con la conseguenza che la fiorente primavera e la fruttifera estate vennero privilegiate rispetto al gelido inverno e al plumbeo autunno e gli uomini conobbero la tristezza delle lunghe giornate piovose e l’insofferenza del caldo afoso – forse per questo motivo nel futuro della storia dell’umanità ci fu chi si preoccupò di sconvolgere a tal punto l’equilibrio ecologico, da eliminare ogni differenza meteorologica e climatica tra le quattro sorelle e l’inverno si confuse con l’autunno, la primavera scomparve del tutto e l’estate, più capricciosa che mai, faceva capolino a suo piacimento nel corso dell’anno, portando con sé piogge rovinose e calure da piromania acuta.
    Poi inventò per il genere umano la scienza dei numeri e le combinazioni delle lettere, sulle quali si basa il ricordo di ogni cosa, senza chiedersi se per caso qualcuno preferisse lasciare al buco nero dell’oblio il passato, per proiettarsi interamente verso il futuro.
    Insegnò agli uomini come aggiogare le bestie, perché facessero al loro posto i lavori più pesanti – e da lì derivò l’unica , reale distinzione tra uomini e animali -.
    Inventò le vele per le navi – le prime agenzie di viaggi nacquero allora - e le miscele calmanti per difendersi da tutti i morbi – cosicché, anche quando non ne avevano affatto bisogno, gli esseri umani si imbottivano di medicine, con la conseguenza di ammalarsi sul serio.
    Ma il clou dei clou Prometeo lo raggiunse quando rivelò all’uomo i beni nascosti nelle viscere della terra: bronzo, ferro, oro. Non poteva certo immaginare, l’ingenuo, che con il passare dei millenni un uomo più scaltro di altri ne avrebbe approfittato per spaccare in due l’umanità: chi ha l’oro e chi non ce l’ha – ma queste sono sottigliezze di fronte ai vantaggi del profitto.
    Alla fine, però, commise un errore imperdonabile, che gli costò il fegato: volle strafare e rivelò agli uomini il segreto del fuoco, rubandolo al padre Giove.
    E Giove, che non per nulla era il dio dell’Olimpo e per diventarlo aveva dovuto affrontare persino le cento teste di Tifèo - per non parlare della lotta coi Titani, che l’aveva davvero stressato - dopo aver lanciato dappertutto fulmini e saette, come succedeva quando si arrabbiava sul serio, scelse per il figlio degenere una punizione a dir poco  crudele, da tortura cinese: lo incatenò su una rupe del Caucaso e ordinò ad un avvoltoio di rodergli il fegato durante tutto il giorno: ma questo, quasi a dispetto, ricresceva tale e quale durante la notte. E l’avvoltoio lì a rodere tutto soddisfatto da mattina a sera, sapendo che avrebbe tranquillamente digerito nel corso della notte.
    Solo che Giove non aveva fatto i conti con Ercole, suo figlio – nato per caso da una relazione extraconiugale con Alcmena, mentre il marito di lei, Anfitrione inseguiva la gloria militare nella guerra contro i Teleboi – vedi a cosa porta la smania di successo?
    Dunque Ercole, che non sopportava di essere un semplice semidio, spesso ignorato e snobbato elegantemente dai vip dell’Olimpo, volle farla pagare al sommo padre Giove - che nel frattempo continuava con le sue scappatelle, alle spalle di Giunone, sua moglie – e un bel giorno liberò Prometeo dall’avvoltoio.
    Non mi chiedete come quest’ultimo si sia procurato il cibo da quel momento in poi, perché i testi antichi non lo dicono, ma certamente in qualche modo se la sarà cavata anche lui., e d'altra parte che la sua specie abbia proliferato ampiamente nel corso dei millenni è un dato: basta guardarsi intorno.

  • 06 novembre 2008
    Incubo

    Come comincia: L’anta della finestra si chiude con un colpo secco cui fa eco, come una schioppettata nel silenzio della notte, la porta che avevi lasciato semiaperta per sentire i suoi passi, quando fosse rientrato.
    Guardi istintivamente la radiosveglia: le quattro e quaranta. Tuo marito dorme, russando ritmicamente, come sempre. Ormai non ci fai più caso; riesci a prendere sonno, anche se lui russa. L’importante è non svegliarsi nel pieno della notte: allora è davvero difficile riaddormentarsi. Quel suono ritmico, cavernoso, sempre uguale, irritante scandisce i minuti e tu guardi il quadrante dell’orologio fissando il puntino lampeggiante dei secondi, e ne conti sessanta, uno dopo l’altro, e poi ancora sessanta e sessanta ancora, finché la spossatezza vince l’irritazione.
    Ti alzi senza far rumore, cercando di non far cigolare il letto. E’ la solita ronda notturna, quella di controllo. Come un automa ti avvii alla porta, la apri (l’aveva richiusa il vento), guardi alla camera dei ragazzi: la televisione è ancora accesa; Daniele  non è tornato.
    Entri in punta di piedi e la spegni, ma il pulsante scatta sotto le tue dita e Luca si sveglia.
    Con la voce impastata dal sonno ti rimprovera :
    – Mamma! Perché l’ hai spenta? Riaccendi! – Tu lo rassicuri, gli dai un bacio, bisbigliandogli che è quasi giorno, i programmi sono terminati, esci dalla stanza già con lo stomaco stretto dall’ansia.
    Dov’è il cellulare? Ti ricordi di averlo messo a ricaricare. Con gli occhi semichiusi vai a prenderlo. E’ un bel cellulare: dopo tanto hai deciso di cambiarlo, finalmente anche tu ne hai uno piccolo, ultimo modello,  con la fotocamera, già hai riempito il tuo album con decine di foto dei tuoi figli . Che saresti senza di loro?
    In cucina tutto è in ordine e c’è silenzio. Col cellulare stretto in mano ti siedi sul divano vicino al camino. Ti guardi intorno per trovare la calma necessaria, prima di chiamare. Il criceto gira  veloce sulla sua ruota. Le zampette perdono qualche colpo, di tanto in tanto, ma lui continua la sua corsa, instancabile, come se dovesse raggiungere una meta nel più breve tempo possibile. Sarà poi giusto tenerlo lì, chiuso nella gabbia? Paco continua a correre e tu pensi che è ora di formulare il numero: 333…, squilla. Guardi l’orologio: le quattro e cinquantadue.
    Non cambierà mai. Aveva promesso di rientrare presto, subito dopo il concerto. Aveva persino chiamato per rassicurarti, dopo mezzanotte.
    -Tutto a posto, ma’. E’ appena finito e stiamo ripartendo. Si è fatto tardi perché ha suonato anche un altro gruppo, poi ti racconto. Sì, non ti preoccupare per la macchina: velocità da crociera. Quando arrivo, però, non la riporto subito in garage; resto un po’ con Sara e poi torno: stai tranquilla.
    Tranquillità: che parola è questa? Che significa?
    Adesso dal cellulare viene il segnale di occupato. Quante volte ha squillato, mentre tu ripensavi alle sue parole rassicuranti?
    Richiami e lasci squillare fino alla fine. Chiami ancora: nessuna risposta.
    Le cinque. Ti alzi dal divano, mentre già non ti senti più tranquilla e cominci a pensare e non vorresti. Ecco la ridda delle ipotesi, come uno sciame impazzito di api, che cercano di guadagnare l’arnia del tuo cervello. Non c’è da preoccuparsi: è semplicemente un piccolo delinquente incosciente, che finge di non sentire gli squilli insistenti del cellulare, per rimanere un po’ di più al pub, dopo il concerto, con la ragazza, con gli amici.
    Non vorresti, ma accendi la prima sigaretta e la consumi in fretta, ingoiando il fumo, un tiro dopo l’altro, mentre lo stomaco si stringe e si svuota come una sacca .
    Ti batte il cuore, ma digiti nuovamente il suo numero, mentre cammini a piedi nudi intorno al tavolo, ti siedi sul divano, ti rialzi. Adesso le gambe sono diventate più pesanti, è come se si stessero riempiendo d’acqua.
    Ti ricordi di altre notti, di altre telefonate senza risposta: -Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile; la preghiamo di riprovare più tardi. -  Adesso hai bisogno di stenderti un po’ sul divano. Chiudi gli occhi, ma subito li riapri terrorizzata: non ce la faresti a sopportare di nuovo tutto. Accendi un’altra sigaretta. Tuo marito non ti vede e non ti parlerà del cancro ai polmoni, del tuo egoismo di fronte al rischio di morte, con un marito e due figli.
    Ti alzi e in punta di piedi vai a controllare se dorme. Lo senti russare leggermente; va bene così: deve dormire ancora un po’, il tempo che lui torni e si metta a letto. Non potresti sopportare i suoi sermoni moralistici: che ti direbbe? Che la causa di tutto sei tu, che se fosse dipeso da lui tanta confidenza non gliel’ avrebbe data a tuo figlio, e la macchina, i soldi, il permesso di fare il suo porco comodo ecc. ecc. Almeno studiasse! Che bel modo di prepararsi ai test di ammissione per l’università…
    Ti porti istintivamente le mani alle orecchie, per non sentire le sue parole e ti accorgi che invece lui non sta parlando, lui dorme, e lo invidi.
    Chiami ancora una volta, due, tre volte. Richiudi il cellulare e guardi l’orologio. Le cinque e un quarto. Ora l’ansia comincia  a trasformarsi in paura: l’ ipotesi che lui non voglia rispondere di proposito ti appare assurda. Perché non rispondere, se sente il tuo squillo insistente e ripetuto? Forse dorme da Sara e non sente il cellulare, forse l’ ha  lasciato in macchina: no, è una soluzione troppo bella per essere vera, troppo comoda, troppo rassicurante alle cinque e venti del mattino.
    Mentre i pensieri si accavallano nella tua mente e si mescolano e si dissolvono, per riformarsi più potenti e gonfi, come onde in un mare che si agita sotto un vento sordo che nasce da chissà dove, richiami e aspetti, sperando di sentire la sua voce, che ti rassicura. Così potresti gridargli che ti sta uccidendo, che ti ha fatto invecchiare prima del tempo e quelle occhiaie che ti stancano il viso sono là per colpa sua e per il troppo amore che gli porti.
    Il segnale di occupato al termine della lunga serie di squilli ti riporta alla realtà.
    Devi farti una camomilla, adesso. Ma servirà? Le gambe non rispondono più. Le trascini fino all’angolo cucina, inciampi nel tappeto. - Maledetto straccio vecchio! Devo gettarti via, prima o poi.
    Mentre l’acqua si scalda, prendi la tazza, la bustina di camomilla, lo zucchero e guardi fuori dal balcone. E’ quasi l’alba.
    C’è tanto silenzio e tu vorresti urlare, ma non ce la fai neppure a respirare con regolarità. Adesso senti un peso , come una morsa che ti stringe il petto, all’altezza del cuore e hai paura, una paura così grande che perdi forza nelle mani e la tazza quasi ti scivola via. Devi bere, a piccoli sorsi, il tepore ti farà bene, allenterà la morsa, ti lascerà respirare e potrai pensare con calma al da farsi.
    Provi a chiamare di nuovo. Adesso la paura si sta trasformando in terrore. Ti torna in mente una notte lunghissima e bianca come questa, che però non riguarda te, ma un’altra madre, chissà quante altre madri. Le ore passavano l’una dopo l’altra e il cellulare era spento. E alle sei quella madre si mise in macchina, con suo marito, e vide l’utilitaria  del figlio davanti alla caserma dei carabinieri. Ma quella era una storia di marijuana e non ti riguarda.
    Per te è diverso; il cellulare di tuo figlio è acceso e lui non risponde. Devi pensare ad altro, ma non vuoi.
    Bisogna che tu vada in bagno a lavarti il viso, a truccarti, per tenerti pronta. Pronta a cosa? Forse dovresti svegliare tuo marito e consigliarti con lui.
    Le gambe tremano, adesso, e la testa si sta svuotando. Non puoi certo sentirti male, devi tenerti pronta a tutto.
    Fai il caffè e lo bevi con un po’ di nausea; bisogna bere qualcosa di caldo, dentro senti un gelo che ti ghiaccia il sudore sulla pelle.
    -Dio! Dio! DIO!- ripeti a bassa voce, con rabbia questa parola e pensi che in fondo non ha senso. Dov’è Dio? Esiste Dio? E allora perché tuo figlio non è nel suo letto e tu nel tuo? Perché non stai dormendo come tante altre madri fortunate, che hanno il figlio nel letto, mentre tu non sai nemmeno più se ce l’ hai, un figlio.
    D’improvviso ti si fa chiara agli occhi della fantasia allucinata tutta la verità: lui stava tornando, non correva, l’aveva promesso. Poi è successo qualcosa, una distrazione, una macchina impazzita che gli è piombata addosso senza che lui potesse fare nulla per evitarla. Ti pare di individuare con precisione il tratto di strada dove si è verificato l’incidente.
    Ti passi una mano sulla fronte , ti copri gli occhi per non vedere la scena. E’ ancora buio, nessuno si è accorto di nulla, le macchine passano veloci sulla strada e non si accorgono dell’auto capovolta sotto il cavalcavia. Nessuno può aiutare tuo figlio perché nessuno sa che è là a morire, forse è già morto e neanche tu lo sai.
    Scuoti forte la testa per scacciare quelle immagini, ma non riesci a pensare ad altro. E’ successo certamente qualcosa di terribile, altrimenti non potresti sentire quest’angoscia così profonda, questo dolore insopportabile.
    Forse ha perso il controllo per telefonare a te, per tranquillizzarti (perché gli chiedi sempre di avvisarti? Perché non ti fidi, così lui non deve pensare a tranquillizzarti e può guidare tranquillo?)
    Dov’è adesso? Forse sente lo squillo del cellulare, ma è incastrato tra le lamiere della macchina, sotto una scarpata, un cavalcavia, dove nessuno vede la macchina capottata, e  lui cerca di raggiungerlo con la mano, ma non ce la fa.
    – Non posso rispondere, mamma, non riesco a muovermi . E’ inutile che continui a chiamarmi, non vedi che non riesco a muovermi, non ci vedo e sento tanto dolore: perché non mi aiuti, mamma e non smetti di telefonare? -
    Vorresti piangere, ma i singhiozzi sono asciutti e restano in gola: non bisogna far rumore. Non hai gridato nemmeno quando l’ hai partorito eppure il dolore pareva ucciderti, eri certa di non riuscire a sopravvivere tanto era forte il dolore, eppure ce l’hai fatta e lui è nato, bello, sano, l’hai generato proprio tu, tuo figlio.
    Digiti il numero meccanicamente, senza guardare la tastiera. -Ti prego, rispondi, ti prego, ti prego, ti prego.
    Guardi l’orologio: le cinque e quarantacinque. Ormai fuori è giorno. Una luce spettrale rischiara un mondo che non ti appartiene. Che farai se gli è successo quello che continui ad immaginare? Non bisogna nemmeno pensarla quella cosa terribile, hai paura persino di pensarla, perché sai che potresti morire anche solo pensandoci sul serio. E invece ci pensi, pensi persino a quello che dovresti dire a tua madre e a tuo padre e li vedi morire mentre parli.
    E tu, riusciresti a sopravvivere? Dovresti farlo, anche se sarebbe molto meglio morire, insieme a lui. Ma non c’è solo lui, anche se pare ingoiare ogni attimo della tua vita, come una sanguisuga che si nutre del tuo sangue e del tuo amore.
    Hai un altro figlio, cerca di ricordarlo, è ancora così piccolo, pensa a lui, che dorme tranquillo e non sa la tua angoscia. Anche a questo dovresti stare accanto, per aiutarlo a crescere, a non sbagliare, per fargli capire il bene e il male e tenerlo lontano dalle cattive compagnie, per non doverlo aspettare fuori dalla caserma e percorrere con lui la strada tortuosa che riporta a casa.
    Le cinque e cinquantacinque.
    Ormai ti aggiri come folle da una stanza all’altra, passi da una finestra all’altra, e continui ad invocare quel Dio in cui non credi più e che però è l’unico a cui puoi parlare e che deve ascoltarti, perché è colpa sua se adesso tu stai impazzendo di dolore. Vorresti maledirlo, ma hai paura: bisogna pregare, invece, e allora lo preghi. Gli chiedi di riportarlo a casa, solo questo importa, nient’altro conta, tutto il resto non significa più nulla.
    Richiami ancora, poi metti via il cellulare e decidi di non farlo squillare più: se si scarica il suo, non sarà più possibile intercettarne la posizione, se necessario.
    Ma cosa vai pensando? Allora sei davvero impazzita? Lo stomaco si contrae e senti una fitta così dolorosa che devi stringere forte i denti per non urlare.
    Le sei. Qualcuno nel palazzo accanto apre una tapparella: sta cominciando un nuovo giorno e tu hai paura della vita.
    Accendi la terza sigaretta, bevi dell’altro caffè, non sai più che pensare e intanto ti scoppia la testa e quella paura orribile ti invade le viscere, diventa così simile ad una certezza che devi spalancare il balcone e respirare l’aria fredda dell’alba per non soffocare. Le sei e dieci.
    – Oh Dio, Dio, Dio. Aiutami Signore, aiutami, ti prego, aiutami…
    Lo squillo del cellulare ti trafigge il cervello come una scarica elettrica. Lo afferri e non guardi nemmeno il numero , pensi solo a gridare -Pronto!?-
    - Ma’, sono io. Scusami, ci siamo addormentati e avevo lasciato il cellulare in macchina. Tutto a posto. Sto tornando a casa.
    Poggi il tuo cellulare sul tavolo, ti inginocchi per non cadere e finalmente piangi.

  • 02 ottobre 2008
    Mantra

    Come comincia: Liceo Scientifico, ore 8,10: puntuale come un cronometro la campanella segna l’inizio delle lezioni. Entro in aula già rassegnata ad annotare sul registro di classe i soliti ritardatari.
    Nel brusio concitato degli alunni già presenti, mastico tra i denti un’amara riflessione sulla mancanza di direttive precise sul problema ritardi da parte del Dirigente scolastico, poi tiro fuori la piccola penna bianca e comincio a scorrere l’elenco. Naturalmente manca Sebastiano! Quando imparerà ad uscire di casa con dieci minuti di anticipo?
    Bussano alla porta. –Avanti – urlo, pronta al rimprovero di prammatica. E invece lui mi si avvicina, indifeso nella sua timidezza, si scusa per il ritardo, come al solito, e mi chiede di leggere una cosa che ha scritto ieri sera, dopo cena e che vorrebbe io giudicassi, ma spassionatamente. – È un racconto, prof. .Vorrei tanto il suo parere -. Prendo il foglio e lo mando a posto, promettendogli di dargli un’occhiata nel pomeriggio, benché non lo meriti. La curiosità mi divora. Il racconto si intitola “Mantra”. Lo leggo tutto d’un fiato durante l’ora di intervallo.

     

    ***

    Il cuore le si era fermato in un dolce battito costante, in un solleticare leggero di emozioni tuttigusti. Non avrebbe mai pensato di poterlo vedere quella mattina, però era l’unica cosa che sarebbe riuscita a risollevarla un po’ alle 9.05, dopo un’ora pesante, e per giunta noiosissima, con quel vecchiaccio di Scienze, sempre troppo lontano dal pensionamento.
    E invece era successo e ora era tutta uno smaniare eccitato, era irrequieta, stupidamente felice. Chi l’avrebbe distolta, adesso, dal pensare a lui tutto il giorno? Ma ormai era fatta! Era condannata a quel suo personale supplizio, che segretamente cercava.
    Certo, non c’era poi da emozionarsi troppo! L’aveva appena intravisto di sfuggita mentre saliva le scale, avvicinandosi indifferente all’aula di Chimica che si trovava sullo stesso piano della sua classe. Puff! Era entrato, sparito dentro la porta, parlando senza entusiasmo con un suo compagno di classe, un tipo bruttino che però non le sembrava poi tanto insignificante, forse perché brillante della luce riflessa dell’altro. Almeno per lei, infatti, tutti quelli che lo circondavano, lo conoscevano, gli parlavano erano estremamente invidiabili, rispettabili, fortunati e lei avrebbe dato chissà cosa per essere una di loro.
    Forse il suo problema era averlo posto su un piedistallo irraggiungibile e splendido. Forse non ce ne sarebbe stato motivo. In fondo era un ragazzo come tanti altri, ma i suoi occhi, i suoi occhi erano speciali.
    Profondi ed intensi, tanto da farle mancare il respiro quelle poche, rarissime volte in cui si erano incontrati con i suoi, ovviamente per puro caso. Avevano il potere di trapassarla e trafiggerla come uno spiedino di frutta, la facevano sentire inadeguata, fuori luogo ed evanescente, uno spiritello schifoso che infastidisse il suo irraggiungibile eroe dagli occhi di giada. E allora lei, naturalmente, preferiva scappare via, rifugiarsi nelle dolci e molto più sicure fantasie della sua mente, ormai invasa da quella splendida figura, un flash idealizzato, un’icona che venerava quasi avesse una oscura sacralità fascinosa di cui non poteva più liberarsi.
    Imperturbabile e tenebroso, con i suoi jeans di marca sdruciti, con quell’espressione sempre imbronciata come se il mondo intero non fosse alla sua altezza, il bell’adone probabilmente ignorava  persino  la sua esistenza. Eppure ciò che avrebbe voluto più di ogni altra cosa al mondo era conoscerlo, potergli parlare una sola volta, sentirsi rivolgere la parola una volta soltanto. Un semplice “ciao” l’avrebbe resa felice, a condizione che uscisse dalle sue splendide labbra, e l’avrebbe fatta sentire al settimo cielo. Se la prendeva con il caso, domandandosi stizzita come mai, nella infinita gamma di possibilità esistenti, nessuna fortuita occasione avesse mai permesso il tanto desiderato incontro. Eppure sarebbe bastato così poco! Un’assemblea di istituto, un casuale incontro al distributore di snack, un fortunato scontro-incontro giù per le scale, quando la fiumana di ragazzi, tutti urla e spintoni, si sballottavano gradino per gradino, impazienti di guadagnare l’uscita al suono dell’ultima campanella. Immaginava diecine di queste situazioni e quando, al pomeriggio, la dimostrazione di matematica languiva sul quaderno, aspettando di essere risolta, si abbandonava al calcolo delle probabilità, facendone il suo passatempo preferito.
    E in effetti era diventata una vera campionessa nell’ideare le situazioni più impensabili e assurde, indulgendo poi nell’infarcirle dei più minuti particolari e se ne compiaceva, calandosi mentalmente il quel fantasioso e perverso giochino ingenuo, fino quasi a credere che fosse realtà.
    C’era solo un retrogusto amaro in tutto ciò: in fondo sapeva che le sue erano e sarebbero rimaste inutili fantasie, attimi di un sogno che sarebbe svanito, lasciandole come risultato tangibile soltanto la dimostrazione di matematica irrisolta sul quaderno.
    La porta dell’aula non era ancora stata chiusa e lei, intavolando un pigro discorso fatto di –Ah sì!?- e –mmm…- mugugnati, finte risatine e battute distratte con il compagno rompiscatole, ne teneva d’occhio la soglia, sperando di vederlo ancora comparire. Improvvisamente se lo vide davanti, si era fermato un attimo quasi indeciso sul da farsi, se entrare o meno. Si guardava intorno e infine fermò lo sguardo proprio nella sua direzione. Nello stesso momento il suo cuore si fermò in stand by, poi cominciò a battere freneticamente quando lui, nei suoi jeans scoloriti, prese ad avvicinarsi. Lei, in un incredulo replay interiore, diceva: - Sta venendo qui- …- Sta venendo qui- … - Sta venendo qui- … - Sta venendo qui- … -

    Scandiva così quel suo frenetico mantra propiziatorio all’unisono col ritmo martellante del suo cuore: un battito - Sta venendo qui- boom!… un battito - Sta venendo qui - boom!… un battito - Sta venendo qui – boom!
    Nei pochi secondi che ormai la dividevano dal bel tenebroso, aveva fissato lo sguardo su un punto imprecisato al di sopra della spalla destra di lui, che adesso le era molto vicina.
    Cercò di ridere più forte alla pietosa battuta del compagno di banco, cercò di fare l’indifferente, cercò, almeno! Mentre la testa stava per esploderle in quel suo ossessivo, ritmico ripetersi –Sta venendo qui –
    Il mantra si interruppe bruscamente e con esso il battito del suo cuore: ad un metro da lei, lui si era fermato. Con squisita naturalezza, la testa dei suoi sogni si era voltata in una plastica e lentissima rotazione verso destra…tutto il suo corpo l’aveva seguita e in un istante lui era uscito, per imbucarsi subito dopo nell’aula di chimica. La porta venne chiusa rumorosamente dal vecchio, odioso prof.
    Le sembrò quasi di sentire lo sfracellarsi del suo cuore contro quella porta, mentre le sue morbide aspettative si scioglievano miseramente come un soufflé beffardo, sformato troppo presto. Flop.
    Era troppo! Il mantra si trasformò in imprecazioni irripetibili e le lacrime ruppero la diga del cuore, inondandole vergognosamente le guance.
    Sciogliendosi dalla sua posa innaturalmente indifferente e sensuale, fulminea si alzò dal banco e si precipitò verso il bagno delle ragazze, piantando in asso l’amico che continuava a dire stronzate.
    Nella folle corsa riuscì, però, a vedere il volto dei suoi sogni che era appena uscito dall’aula: fissava divertito la corsa atletica di quella strana ragazzina, mentre un sorriso incuriosito già illuminava i suoi splendidi occhi di giada.