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Autore

Tiziano Ardiccioni

in archivio dal 04 mar 2013

24 aprile 1972, Roma - Italia

segni particolari:
Sono del segno del Toro, chiedere a chi mi conosce.

mi descrivo così:
Prima la famiglia. Adoro mia moglie e i miei figli. Ho tanti amici e nonostante la crisi nera nel lavoro, ogni giorno godo di essere al mondo.

28 ottobre 2015 alle ore 10:19

Ai miei tempi

Il racconto

"Alzi la mano chi non si è sentito dire almeno una volta nella vita <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> Pochi, vero?"
Aspettò la reazione dei presenti, una trentina in tutto, che non ebbero nulla da obiettare. Si sistemò la chioma fluente color rame e si tolse gli occhiali con entrambe le mani fissandoli tutti; li aveva in pugno e la cosa la eccitava parecchio. Concluse dicendo "Bene, la prossima volta ci concentreremo su questo punto. Grazie per l'attenzione, vi auguro una buona serata" I presenti ricambiarono e con ordine si avviarono verso l'esterno della grande stanza.
Lei uscì per ultima, spense le luci e chiuse la porta a chiave, le avevano assegnato quell'incarico e lo eseguì con attenzione. Fuori, nel lungo corridoio dell'università, si era formato un piccolo capannello di ragazzi vicino al distributore di bevande, l'ora tarda e l'argomento impegnativo avevano messo alla prova la resistenza di tutti; anche lei si avvicinò e uno dei presenti, un ragazzo sulla ventina d'anni, le chiese "Posso offrirle un caffè prof?" Lei fece un cenno affermativo "Volentieri Giulio" Dopo alcuni istanti stava gustando la forte bevanda calda.
Rientrò a casa e aspettò un attimo sulla porta d'entrata, lui non si fece attendere e appena arrivato la prese con forza e la trascinò in camera da letto, la sua irruenza e la sua foga giovanile le provocavano un'immensa eccitazione e dopo aver fatto l'amore con passione fino allo sfinimento si abbandonò, abbracciata al ragazzo, ad un sonno ristoratore
Era sabato mattina e doveva far lezione presso il liceo del quartiere, mentre lui avrebbe dovuto presentarsi in università per ascoltare un relatore, ma ovviamente non si svegliò.
"Eh giovanotto, così non va. Gli impegni sono impegni" Le sussurrò lei con dolcezza mentre lui si stropicciava gli occhi ancora assonnato" "Che ore sono?" Chiese lui vedendola in piedi e già pronta per uscire "Sono le 8 e 30 caro. Io alle 9.00 ho lezione e ne avrò fino alle 13.00. Tu fai pure i tuoi comodi, ma al mio ritorno ti voglio fuori di qui" "Ma, Alice?" Provò ad obiettare lui "Niente ma, signorino. Il fatto che tu abbia accesso al mio letto non significa che sia mio ospite, quindi ripeto: al mio ritorno ti voglio fuori di qui e lascia tutto in ordine altrimenti sono guai" Lui chinò il capo e lei le poggiò la mano sulla testa accarezzandolo teneramente "Dai, mi faccio sentire io, una di queste sere vieni qui a cena e poi si vedrà" Lui alzò il capo con lo sguardo di chi aspetterà ardentemente quel momento. Non si disserò più nulla e lei uscì di casa per raggiungere la scuola a piedi.
Il breve tragitto, circa 10 minuti di camminata, le serviva spesso per riflettere sulla sua vita. Professoressa di lettere, con un'altra laurea in psicologia nel cassetto e con la passione per la psicoanalisi e l'introspezione, a 38 anni era una splendida donna senza legami fissi e viveva intensamente tutte le sue giornate. In quel periodo l'università di psicologia le aveva assegnato una cattedra serale per delle lezioni extra corso da tenere a quegli alunni interessati ad argomenti non propriamente didattici e lei aveva accettato immediatamente l'incarico, fu lì che conobbe Giulio, il ventenne che si portava a letto da ormai alcuni mesi.
Arrivò a scuola puntuale e al cambio dell'ora, quando la campanella avvisò l'intero istituto che la prima ora era finita, lei era già davanti alla porta della 3°D. Il suo collega di informatica quasi la investì uscendo dall'aula, era un piccolo uomo  sulla quarantina, uno di quelli che passano inosservati in mezzo alla gente, ma lei sapeva che a suo modo era un genio e stavolta lo sorprese chiedendogli "Professore, sempre di corsa. Ha da fare domani sera? Il PC di casa mia è in panne e se non le creo disturbo la inviterei volentieri a cena, poi potremmo dare un'occhiata a quell'aggeggio infernale, con tutta calma ovviamente" Il professore diventò rosso come un pomodoro maturo e quasi balbettando riuscì a rispondere "Si, ok, va bene. A che ora posso venire da lei?" "Alle 19.00 andrà benissimo e mi dia del tu, siamo amici io e lei" "D'accordo, ci sarò" Si limitò a rispondere sempre più impacciato.
La scena non era sfuggita agli alunni della sua classe e appena tutti furono seduti una voce si levò dal fondo dell'aula ""Lo ha fatto sprofondare nell'imbarazzo prof!" Aveva parlato uno dei ragazzi più tremendi della classe, ma lei colse l'occasione per rispondere a sua volta con una domanda a bruciapelo "E voi, come vi sareste comportati? Cioè, voi maschietti, come avreste reagito al suo posto? E voi ragazze, vi sareste poste come ho fatto io?" Mentre poneva questo quesito si accomodò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e notò lo sguardo famelico dei ragazzi e l'ammirazione da parte delle ragazze. Come previsto i ragazzi risposerò nei modi più bizzarri e fantasiosi, era un caldo sabato di maggio e anche loro avevano bisogno di staccare un po'. Nel frattempo le tornarono alla mente le reazioni dei ragazzi dell'università alle domande che aveva posto loro la sera prima e decise di provare a fare lo stesso con gli alunni del liceo. Fu sorpresa nel constatare che, nonostante il clima da rompete le righe che si era creato in classe, posero tutti attenzione a quelle domande e in un attimo la stanza si trovò immersa nel silenzio. Stavano riflettendo, pensò lei, o non avevano afferrato l'argomento? Stava per parlare quando una delle alunne alzò la mano e disse "Mio padre profe me lo ripete tutti i giorni" "Si, anche mia madre" Si affrettò a confermare la sua vicina di banco" "E quindi?" Provò ad insistere lei "E quindi è sempre la solita rottura" Concluse uno dei ragazzi facendo scoppiare tutti a ridere. Lei colse il momento e giocò a carte scoperte, voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti quei ragazzi sovraeccitati dagli ormoni che spingevano a mille. "Quindi mi volete dire che ogni qualvolta che i vostri genitori, parenti o chiunque essi siano, vi rievocano i tempi andati per voi è una rottura di scatole" Adesso tutti sorrisero ma in modo più contenuto, la profe parlava sul serio.
"Vede profe" Prese a dire uno dei ragazzi "I miei genitori sono separati e ogni volta che sto con uno di loro fanno a gara per farsi belli ai miei occhi, ma spesso nemmeno si accorgono di quello che faccio o che penso. Ma quando si tratta di riprendermi usano spesso parlare dei loro tempi: ai loro tempi non c'era il cellulare, il computer era per pochi, la macchina era un lusso e tanti altri paragoni che mi fanno arrabbiare" Il ragazzo aveva chinato lo sguardo in basso e serrava i pugni dal nervoso "Si Roberto, capisco. E tu cosa rispondi in quelle occasioni?" "Chiedo se ai loro tempi anche i loro genitori fossero separati" Calò nuovamente il silenzio, ma lei aveva rotto il ghiaccio e adesso poteva far affiorare le emozioni dei suoi ragazzi, misurò le parole e con calma riprese a dire "Certo Roberto, i tuoi genitori si nascondono dietro il ricordo dei tempi passati per coprire le proprie difficoltà. Tu però sei un ragazzo in gamba e sono sicura che supererai anche questa esperienza. Chi di noi può dirsi immune da errori e disavventure?" "Profe" La interruppe Daniela "Mia madre dice sempre che ai suoi tempi poter andare a scuola era un privilegio per pochi, bisognava lavorare per guadagnarsi la pagnotta e secondo lei io e i miei coetanei siamo una massa di smidollati senza futuro" "Si, anche mio nonno me lo ripete spesso" Rimarcò uno dei ragazzi "Dice che abbiamo tutti la schiena di vetro" "E secondo voi è vero?" Si affrettò a chidere lei "No!" Urlò una delle ragazze "Cioè, forse io non sarei in grado di fare il lavoro pesante che fanno i miei, ma i tempi son cambiati, ora si può sopravvivere senza spaccarsi la schiena" "Giusto" Confermò la sua compagna di banco "Ci sono mille lavori che non richiedono sudore e fatica" lei adesso aspettò un momento, leggeva sui volti dei giovani una sorta di aria trionfale, loro studiavano, non si sarebbero mai sporcati le mani, allora chiese "Certo Veronica, ci sono un sacco di mestieri che non richiedono fatica e dimmene alcuni ad esempio" La ragazza rispose senza esitazioni "ll suo ad esempio, non mi sembra un lavoro tanto faticoso" E tutti scoppiarono nuovamente a ridere e quando si furono calmati lei ribattè "Già, hai ragione Veronica, io non mi sporco le mani, lavoro in un ambiente asciutto e pulito, non faccio sforzi fisici ed ho anche un mucchio di ferie, sono proprio una privilegiata. E dimmi Veronica, i tuoi genitori, che lavoro fanno?" La ragazza arrossì imbarazzata e rispose a bassa voce "Mio padre fa l'imbianchino e mia madre lavora in tessitura" "Che schifo" La apostrofò lei " Mestieri non degni per una ragazza come te" In pochi capirono il suo tono ironico e quindi continuò chiedendo "Meglio il mio di lavoro, vero? Tu lo faresti Veronica, faresti la professoressa? Saresti meglio dei tuoi genitori, vero?" La ragazza era chiaramente confusa, ma rispose quasi seccata "No, non lo farei" "Infatti" affermò Alice che sentiva salire il tono della discussione e proseguì chiedendo"E quindi cosa vorresti fare? Voi tutti, cosa vorreste fare per vivere?" Nessuno rispose, adesso l'atmosfera scherzosa si era trasformata in un brusio di mugugni e lamenti e lei decise di rimettere un po' d'ordine alle loro idee. "Ascoltate ragazzi, a mio modo di vedere non importa cosa e per quanto tempo si faccia qualcosa, l'importante e che ci si dedichi con impegno e serietà. Il mondo è vario, le persone sono varie,  perciò ognuno di noi ha pregi e difetti, dovremmo cercare di valorizzare i pregi e limitare i difetti. Dunque un buon imbianchino e una buona tessitrice, sono al pari di un buon ingegnere o di un buon avvocato. Bisogna sempre cercare di dare il massimo e capire quali sono le proprie capacità per indirizzarle al meglio" La stavano ascoltando attentamente "La mia generazione, perché ahimè sono un po' più matura di voi, non aveva alcune cose che oggi avete voi, come del resto la generazione prima della mia non ne aveva altre e così via. Penso però che il nocciolo della questione sia che ogni generazione debba essere in grado di sfruttare al meglio i mezzi e le opportunità a disposizione in quel momento, le difficoltà maggiori le incontra sempre chi invecchia, perché fatica a stare al passo con i tempi" Ora i ragazzi sembravano un po' confusi, forse neppure lei capiva ciò che voleva dire e restò zitta quel tanto da permetterle di riordinare le idee, ma proprio mentre stava per riprendera il discorso una delle ragazze intervenne
"Allora profe sta dicendo che ogni tempo ha un suo perchè, ogni generazione, pur se costretta a convivere con le altre, deve vivere il proprio tempo in base all'età e all'esperienza maturata nell'arco degli anni senza interferire con le altre, ma cercando di interagire. E' così?" Alice sorrise, i ragazzi avevano sempre una marcia in più "Sì Elisa, più o meno e ciò che intendevo dire"
La lezione scivolò via tra domande e risposte piene di contenuti, era orgogliosa dei suoi ragazzi e dopo due ore di confronto, al cambio dell'ora, si gustò un buon caffè in sala professori, le ultime due ore le avrebbe trascorse in 1°A, ma lì avrebbe svolto una normalissima lezione.
Rientrò a casa con la testa piena di interrogativi, Giulio nel frattempo era andato via e lei tirò un sospiro di sollievo; a volte l'esuberanza del ragazzo la trascinava in un turbine amoroso che poi le lasciava poco tempo per occuparsi delle sue faccende ma in cuor suo si rendeva conto di essersi affezionata a quello scavezzacollo.
Il confronto di quella mattina e la spontaneità dei suoi ragazzi aveva fatto riaffiorare nella sua mente alcuni ricordi nascosti in un angolo del suo cervello, ricordi belli e ricordi brutti.
Da ragazzina, ultima di quattro sorelle, aveva capito di essere la più carina e non perdeva occasione per mettersi in mostra provocando spesso scontri verbali e fisici tra loro sorelle. Suo padre, operaio di una fonderia, le ricordava sempre che spesso non è il fiore più bello, ma l'arbusto brutto e insignificante che sopravvive alle avversità del tempo, il bel fiore invece per preservare la sua bellezza deve sfruttare il poco tempo a disposizione per trasmettere le sue caratteristiche alle generazioni future.
Purtroppo capì quelle parole solo il giorno in cui suo padre, coinvolto in un incidente, morì; lei aveva venticinque anni. Allora tutte le frasi, gli esempi e le immagini di suo padre distrutto dalla fatica ma sempre fiero e sorridente, le sfilarono nella mente aprendo il suo cuore e il suo cervello. Fu in quel momento che decise di laurearsi anche in psicologia, riuscendovi in poco tempo e con pieno merito. Purtroppo le sue idee, a volte troppo anticonformiste, la esclusero dal giro che contava e il suo sogno di poter aprire le menti della gente sfumò miseramente. Per fortuna non aveva tralasciato il suo impiego d'insegnante, lavoro che all'inizio le permise di sopravvivere e con il tempo iniziò a regalarle anche parecchie soddisfazioni, in fondo per lei i professori moderni sono anche un po' psicologi e con i ragazzi riusciva sempre ad instaurare un buon rapporto di fiducia traendo spesso spunto dalle loro riflessioni.
Anche la madre ricordava spesso a lei e le sorelle come avesse provveduto, fin da giovane, alle faccende di casa, visto che purtroppo la sua di mamma era morta giovane e lei era l'unica donna di casa con il papà e tre fratelli che facevano i muratori, altri tempi ripeteva sempre. E così Alice, tra una cosa e l'altra era cresciuta come quasi tutti con in testa il ritornello <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> e adesso che si trovava a confrontarsi con la generazione dopo la sua, voleva sfruttare tutta l'esperienza per trovare spunti e apportare accorgimenti al suo scritto, stava infatti realizzando un testo che mirava a far integrare le idee delle nuove generazioni con l'esperienza delle vecchie, la foga dei giovani con la riflessione delle persone più mature. Alle volte rideva tra se, spesso le capitava di incontrare giovani molto più maturi di persone più anziane.
Era sabato sera, nel pomeriggio si era sentita con alcune delle sue amiche ma aveva declinato i vari inviti a serate più o meno movimentate. Non aveva neppure voglia di stare con Giulio e stava pensando di mettersi sul divano a guardare la tivù. Fuori però il cielo era ancora chiaro e i rumori tipici della primavera, con la gente che si riversa per le strade, le fece venire un'idea folle e intrigante; alcune delle sue alunne del liceo le avevano detto di ritrovarsi spesso fuori da un locale pieno di giovani ed al sabato sera era davvero una <figata> come dicevano loro.
Si preparò, jeans e camicetta che non lasciava molto all'immaginazione, decise allora di abbinare il tutto con una giacchetta non elegantissima ed optò per dei sandali con tacco alto, d'altronde poteva vestirsi di stracci che avrebbe sempre attirato l'attenzione, era davvero bella.
Raggiunse il posto che le avevano indicato le sue alunne e nel volgere di un istante si trovò immersa in mezzo ad un nugolo di ragazzi e ragazze che potevano avere al massimo diciotto anni, nonostante il suo aspetto giovanile si sentì in imbarazzo e stava per alzare i tacchi quando alle sue spalle una voce famigliare la chiamò ad alta voce. "Profe! Professoressa! Alice!" Si voltò trovandosi di fronte due delle sue alunne della terza liceo "Profe, è uno schianto" "Grazie Veronica. Anche voi siete bellissime" Le ragazze non aggiunserò altro e prendendola per mano la invitarono a seguirla e lei non oppose resistenza, gettandosi nella mischia.
Passò la serata ballando, bevendo e fece impazzire un mucchio di ragazzi che sbavavano ai suoi piedi. In preda ad un attacco di euforia si lasciò andare facendo qualche tiro di spinello e solo grazie all'intervento delle sue alunne non costrinse uno dei ragazzini ad appartarsi con lei.
"Profe che fa? E' impazzita?" La redarguì severamente Veronica. Alice ebbe un sussulto, voleva risponderle che lei era adulta e vaccinata e sapeva ciò che stava facendo, ma lo sguardo severo della ragazza le fece riprendere il controllo e allora si rese conto di cosa veramente stesse succedendo: lei era bella, poteva atteggiarsi come una giovane donna e di sicuro avrebbe retto il confronto, ma la realtà era un'altra; lei, tra quei giovani, era vecchia, era di un'altra generazione, era di un altro tempo.
"Scusate ragazze, scusate davvero. Siete state veramente gentili ad accettarmi tra di voi ed io mi sono comportata da sciocca. Vi chiedo ancora scusa" Le ragazze sorrisero e la abbracciarono come fosse una loro vecchia amica "Adesso però vai a casa Alice" "Si Veronica, vado a casa"
Trascorse la domenica smaltendo i postumi della sbornia accovacciata sul divano, non riuscì neppure a bere un bicchier d'acqua tanto era forte il senso di nausea. Limitò il martellante mal di testa con pasticche e bustine e si ripromise di non far più una bravata del genere e per fortuna Giulio era via quel giorno, non avrebbe retto la sua presenza. Si addormentò ad un'ora imprecisata del pomeriggio e fu svegliata dal suono penetrante del citofono. Si alzò e si trascinò fino alla cornetta "Si? Chi è?" Riuscì a biscicare a malapena "Sono Marco, il professore d'informatica. Ricordi il nostro appuntamento?" Esitò nel pronunciare quell'ultima parola e nonostante l'appannamento ad Alice sfuggì un sorriso, quell'uomo era tanto timido. "Si certo" mentì spudoratamente "Sali, stavo finendo di fare la doccia. sto al secondo piano, ti lascio la porta socchiusa"
Sentiva il rumore dell'acqua della doccia, esitò un istante ma poi entrò con decisione e richiuse la porta dietro di se. Restò lì in piedi per una decina di minuti, poi lei usci dal bagno, avvolta in un accappatoio striminzito e lui non poté far a meno di ammirarla in tutta la sua bellezza. Lei arrossì, era abituata agli sguardi famelici degli uomini, ma lui la stava guardando in un altro modo. "Scusa Marco ma oggi sono stata poco bene" Lui aveva già notato il disordine che regnava in casa, tipico di chi aveva passato la notte fuori facendo baldoria e non si era preoccupato di riordinare
"Se vuoi torno un'altra volta" disse lui candidamente. Qualcosa nel suo sguardo e nella sua voce però, avevano colpito Alice che invece rispose "No Marco, resta con me. Anzi, se non ti chiedo troppo puoi prepararmi qualcosa per il mal di stomaco? In cucina troverai tutto l'occorrente" Non capì mai cosa le fosse passato per la testa in quel momento ma lui non disse nulla e si dileguò in cucina. Lei si sdraiò sul divano e dopo alcuni minuti lui tornò con in mano una tazza fumante "Cos'è?" Chiese lei sorridendo "Acqua bollente con scorze di limone. Ai miei tempi era il miglior rimedio per i postumi di una sbornia" Ai miei tempi, pensò lei, mai si sarebbe aspettata una simile risposta da quell'uomo, ai miei tempi significava che anche lui era stato giovane, che anche lui aveva una storia da raccontare. "Per favore Marco, siediti vicino a me, raccontami la tua storia" L'uomo fu sorpreso da quella richiesta ma poi il suo sguardo incrociò quello di Alice e il suo cuore ebbe un sussulto, nessuno aveva mai voluto sentire la sua storia.
"Quella sera sbocciò un tenero sentimento che ancora oggi, dopo tanti anni, mi lega a Marco. Abbiamo quasi settant'anni eppure ci vogliamo bene come allora e abbiamo viva la passione per l'insegnameto. Quindi ragazzi ricordate una cosa; non stancatevi mai di ascoltare e fare tesoro delle esperienze di chi è più vecchio di voi, anzi, usate i vostri giovani cervelli per migliorare i nostri errori e non spaventatevi di fronte ai confronti e alle difficoltà" Alice tirò il fiato e tossì leggermente "Per stasera è tutto, potete andare" I ragazzi restarono composti ai loro posti e dal fondo dell'aula si alzò la voce di una delle ragazze "Scusi profe, una cortesia, se non è stanca potrebbe raccontarci una delle sue eperienze giovanili?" Annuirono tutti e lei nonostante la sorpresa fu felice di accontentarli. "D'accordo ragazzi, statemi a sentire. Ai miei tempi..."

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