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Autore

Tiziano Ardiccioni

in archivio dal 04 mar 2013

24 aprile 1972, Roma - Italia

segni particolari:
Sono del segno del Toro, chiedere a chi mi conosce.

mi descrivo così:
Prima la famiglia. Adoro mia moglie e i miei figli. Ho tanti amici e nonostante la crisi nera nel lavoro, ogni giorno godo di essere al mondo.

26 marzo 2013 alle ore 22:34

Giochiamo papà?

Il racconto

Era ovvio, stava sognando. Però era un bel sogno, perchè interromperlo?
Stava percorrendo un sentiero in mezzo ad un filare di abeti. Era estate e percepiva chiari i profumi del bosco, freschi e gradevoli.
Ma che bello, sento anche gli odori. E' proprio un bel sogno.
Si trovò all'improvviso, come capita nei sogni, all'interno di una baita. Il pavimento ed il soffitto in legno gli trasmettevano calore e pace. Le pareti in pietra rassicuravano gli ospiti, tanti ospiti, troppi per un'ambiente così piccolo.
Alt, fermati! Stai sognando, quindi tutto è possibile.
Tutta quella gente osservava un uomo anziano che rimestava la polenta in un grosso calderone appeso sopra un camino enorme. Nonostante fosse estate quel calore non dava fastidio. Un'anziana signora invitava i presenti a degustare dei prodotti  esposti su un tavolo: salumi e formaggi facevano da contorno a portate di carni arrosto e stufate. Montagne di patate dorate riempivano interi vassoi e il pane tagliato a fette grosse era fragrante e profumato e iI vino era servito in coppe da condividere con gli altri. In effetti non riusciva a distinguere le persone accanto a lui, quasi non avessero una propria identità.
La polenta era pronta. Il vecchio chiese aiuto ai presenti, doveva rovesciare tutto il contenuto su una grossa asse di legno allora si fece largo tra la gente e insieme ad altri due volontari aiutò l'anziano a rovesciare la polenta. Tutti si avvicinarono con scodelle e posate per servirsi.
Un buon caffè caldo,ecco quello che ci voleva. Aveva già mangiato, almeno così credeva, ed era pronto per una camminata, o per un sonnellino?
Ma come? Sto sognando, quindi dormendo e voglio farmi un pisolino? Alza le chiappe dalla sedia e vai a farti un giro.
Fatti pochi passi si trovò davanti ad un edificio.Il bosco era sparito. Senza esitare entrò in quel palazzo sperando di aver fatto la scelta giusta. Si ritrovò in un locale scuro e affollatissimo, pieno di ragazze e donne seminude che ballavano frenetiche sule note assordanti di musica terribile.
Non riconosceva quei suoni, non era mai stato interessato a quel tipo di musica. Fece per uscire dal locale ma varcata la porta entrò in una farmacia.
Cosa c'entra la farmacia?
"Signore. Signore, posso esserle utile?" La donna stava osservando da sopra gli occhialini.
"Si, cioè no. A me non serve niente"
"Come preferisce. Avanti un altro"
Uscì dalla farmacia, adesso stava camminando in una distesa d'erba enorme. Sembrava uno di quei paesaggi che vedeva nei documentari. Adesso sarebbe apparso un uomo nero con un osso come fermacapelli e la lancia in mano.
"Signore" sentì alle sue spalle. Si girò convinto di trovare l'uomo nero.
"Signore si è perso?" Non era l'uomo nero. Era un ragazzino vestito da scolaretto. Sulle spalle  una cartella grande quanto lui; l'erba era sparita. Si trovava ad un incrocio stradale in mezzo ad alti grattacieli, sembrava New York. Non si meravigliò, il sogno stava procedendo sempre più in modo irrazionale. Ora avrebbe chiesto notizie al bambino di circa otto nove anni, che nel frattempo si era trasformato in un vampiro e lo avrebbe azzannato al collo.
"Signore, si sente bene?" Niente vampiro, il bambino era ancora lì.
"Si scusami, mi sono perso. Ero nella savana e ad un tratto sei comparso tu. Mi vuoi accompagnare in qualche luogo in particolare?" Il bambino lo guardò perplesso.
"Ma non c'è la savana qui a Tokyo. Lei mi sta prendendo in giro e la mamma mi ha detto di stare lontano dalle persone strane"
Ok, ok. Anche nei sogni ci sono alcune regole da rispettare. Lui il giapponese non lo sapeva, eppure stava parlando con un ragazzino nipponico che non voleva disobbedire alla mamma.
"Hai ragione, sono uno straniero giocherellone che non conosce la città. Dove mi vuoi portare?"
"Dove vogliono andare tutti" e preso per mano dal ragazzino si infilò in un tunnel della metropolitana. Allo sbocco del tunnel il bambino era scomparso, intorno a lui si apriva uno scenario apocalittico. Odore di bruciato, urla, rumori e case in fiamme. Dove cavolo si trovava? Un uomo si avvicinò a lui, era ferito e sconvolto. Lo prese per un braccio, trascinandolo verso un cumulo di macerie, due corpi straziati dalle fiamme giacevano sulla strada.
"Mia moglie e mia figlia, sono morte, perchè?" Lo stava chiedendo a lui che non sapeva cosa rispondere; tutto quel caos, quei morti, quello strazio. Stava impazzendo.
Questo è un incubo, non un sogno. Dov'è il bosco profumato? Dove sono le persone della baita?
Stava per vomitare. Soffriva il mal di mare e quella bagnarola continuava a beccheggiare sopra le onde.
"Non è giornata, non abboccano" Un pescatore stava riavvolgendo il filo della sua canna da pesca. "Tu hai preso qualcosa?"  gli chiese. Non aveva mai pescato in tutta la sua vita e adesso si trovava su una barchetta con in mano una canna mentre il vomito saliva in gola. Vomitò in acqua senza ritegno, polenta e stufato, direttamente dalla baita al mare. Eppure quel pescatore gli ricordava qualcuno di familiare. 
"Io e te ci conosciamo?" chiese poco convinto. L'altro rispose a bassa voce.
"Mai visti prima. Io stavo pescando per i fatti miei e sei comparso tu a rompere le scatole. Se non ti piace il mare cosa sei venuto a fare qui?" Giusto, cosa ci faceva lì? Era il suo sogno, avrebbe deciso lui dove andare.
Le colline erano una distesa di grano maturo. Profumi e aromi riempivano le narici, una calma che rasserenava l'animo circondava il suo essere. Sembrava di sognare, appunto.
Così va meglio, questo è il mio sogno.
"E tu dove credi di andare?" Due energumeni in divisa erano comparsi dal nulla davanti a lui. Le colline si erano trasformate in una distesa pianeggiante ricoperta di nebbia.
"Stavo osservando il panorama" rispose. I due tizi si guardarono e scoppiarono a ridere.
"Ahahahahah! Ne abbiamo trovato un altro. Certo, il panorama. Non si vede a un palmo dal naso e lui osserva il panorama. Ok, vieni con noi" Concluse perentoriamente l'omaccione. Provò a cambiar scenario, ma non ci riuscì.
Forse il sogno non è tutto mio.
Arrivarono all'entrata di un carcere. Alti muri permetrali sormontati da filo spinato, torrette di guardia con tanto di uomini armati e il portone d'accesso fatto di robusto metallo. Le due guardie, perchè dovevano essere guardie, lo spinsero all'interno dove al centro di un ampio cortile si ergeva un castello variopinto. Sembrava uno di quei scenari da parco dei divertimenti.
"Su entra, è quello il tuo posto" Sempre più confuso, ma rassegnato a subire tutte quelle stranezze, salì una gradinata che conduceva al castello e senza esitare vi entrò.
Decine di persone stavano facendo le cose più disparate. Una ragazza cercava di spezzare una roccia a colpi di spugna. Un uomo si ostinava a spazzolare la sua testa completamente calva. Due ragazzini gli si fecero incontro con in groppa due capre, una a testa. "Lui dice che la sua capra e più veloce della mia, ma non è vero" "Si è vero" "No non è vero" "Si è vero" Si allontanò dai ragazzini che stavano ancora discutendo. Inciampò in un paio di scarpe abbandonate a terra e subito fu avvicinato da una bella donna "Ti piacciono? Ti piacciono le mie scarpe? Prendile pure, ne ho tantissime nella mia scarpiera, guarda" Su di una parete erano appese decine di immagini di scarpe. Foto, disegni e ritagli di riviste. Ma in che posto era finito? Voleva andarsene.
Dovrò pur riuscire ad indirizzare il mio pensiero da un'altra parte.
Intravide una figura conosciuta.Era il vecchio della polenta, che stava spaccando dei tronchi con uno scolapasta. Pazzesco, o normale?
"Salve, sta facendo legna?" chiese gentilmente.
"No. Devo preparare una tesi di laurea" rispose seccato l'uomo. 
Tranquillo, sei in un sogno, stai calmo.
"Una tesi. Posso conoscere l'argomento?"
"Ma allora sei tonto. Non vedi che preparo la legna per il camino? Riprenditi ragazzo, mi sembri strano"
Io sono quello strano "Si ricordo. Il camino della baita, dove prepara la polenta da offrire agli ospiti"
"La baita? La polenta e gli ospiti? Io preparo la legna per il camino del re. Non ti sei accorto di essere in un castello?" Certo, che sciocco. Era in un castello, il camino del re. Doveva proprio uscire da lì. Evitò ulteriori commenti e si avviò verso la porta principale, ma giunto in prossimità dell'uscita fu bloccato dalle due guardie di prima.
"Alt. Non si esce senza prima aver salutato la regina. Adesso sali da quelle scale e vai a fare i tuoi omaggi alla sovrana, svelto"
Inutile obiettare. Aveva completamente perso il controllo del suo sogno e doveva adattarsi di volta in volta alle situazioni.
La stanza della regina era calda e profumata, caldissima. Faticava a respirare e ad un tratto due splendide ragazze si affiancarono a lui. Come per incanto fu investito da un'aria refrigrante.Era talmente inebriato da quella sensazione da non rendersi conto di cosa provocasse quella corrente mentre le due ragazze sorridevano maliziose.
"Che avete da ridere?"
"Non può mica presentarsi alla regina tutto sudato, è sconveniente" disse una delle due. Lui osservò la ragazza e vide due ali trasparenti sulla sua schiena; erano le ali delle due giovani a produrre l'aria. La regina si presentò in tutto il suo splendore, altissima e con delle ali gigantesche pareva una falena.
"Sei tu il prescelto?" Domandò con autorità.
"No, io sono di passaggio; stavo per andarmene" rispose ironicamente.
"Siamo tutti di passaggio. Ma prima di andartene ti verrà concesso l'onore di passare la notte nel mio letto. Presto ragazze, portatelo a me" Mentre parlava la grande donna si stava trasformando in un insetto gigante.
No! No! Non voglio.
Le zampe dell'insetto gigante lo avvilupparono e lui chiuse gli occhi, non sentiva più nulla. I rumori erano spariti, non faceva caldo e soprattutto era ancora intero. Riaprì gli occhi speranzoso e il suo sguardo fu colpito dall spettacolo naturale di una cascata gigante incastonata in una grande montagna. Era seduto su una panchina e nel volgere di pochi secondi si trovò circondato da un'orda di persone intente a riprendere e fotografare quella meraviglia. Li vedeva e sentiva chiaramente, ma ai loro occhi non esisteva. Meglio, fu il suo pensiero e spinto da una forza interiore si mise a volare sopra di loro. Dall'alto poteva vedere le cose da un'altra prospettiva. Tra tutta quella gente si celavano ricchi e poveri, fortunati e disgraziati, onesti e disonesti e tutte le contrapposizioni del genere umano erano chiare ai suoi occhi. Volteggiava sopra quello scenario, cercando di imprimersi nella testa tutto ciò che vedeva. Chiuse gli occhi per lasciarsi trasportare dal vento mite e tutto a un tratto sentì freddo.
Era in piedi, in mezzo ad una piazza enorme battuta da un vento gelido, non c'era anima viva. Solo e infreddolito si decise a muoversi senza meta ma rapidamente fu circondato da un sacco di bambini vestiti di stracci che uscivano dai tombini come topi affamati, nei loro occhi c'erano disperazione e paura. Non riusciva a muoversi, i piccoli lo stavano schiacciando con i loro corpicini gelidi.
"Chi siete?" domando intimorito.
"Siamo i figli di questo tempo" risposerò all'unisono "Figli di chi non sa amare e sacrifica tutte le nostre speranze e i nostri sogni in nome del denaro e del successo. Figli di coloro che vivono collegati ai loro aggeggi informatici ventiquattr'ore su ventiquattro, illudendosi di essere collegati al mondo intero, dimenticando che anche noi facciamo parte del loro mondo. Figli di..."
Basta, bastaaaa!!!
Si svegliò esausto, con il fiatone. Accese la luce sul comodino, le tre e trenta. Sua moglie dormiva tranquilla. Si alzò senza far rumore, accese il suo portatile collegato ad internet e si piazzò sul divano in sala. Era intento ad aprire le varie applicazioni quando si trovò di fronte suo figlio di otto anni.
"Ho fatto un brutto sogno papà. Stavi andando via e non mi volevi più"
Una vampata di calore risalì dai suoi piedi fino alla testa, mentre le lacrime gli annebbiavano la vista. Con un semplice gesto spense il suo computer e lo appoggiò a terra. Si inginocchiò ad abbracciare il figlio e gli sussurrò nell'orecchio:"Ti voglio bene" Il bimbo contraccambiò l'abbraccio e con voce squillante chiese al genitore "Giochiamo papà?"

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