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Racconti di Tiziano Ardiccioni

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  • 02 aprile 2014 alle ore 11:45
    Felice, l'amico Franco e gli alieni.

    Come comincia: Odiava fare la fila alle casse del supermercato. La signora davanti a lui, con la spesa già caricata sul nastro, aveva appena detto "Oddio! Ho dimenticato il miele. Oggi devo fare i biscotti per i miei nipoti, scusatemi un attimo che vado a prenderlo" Certo, pensò Felice, ma datti una mossa. La cassiera lo guardò con aria divertita, a lei interessava solo finire il turno e lui ricambiò il sorriso a denti stretti. La signora tardava, dove cavolo era maledizione!? Felice era rosso in faccia e in quel momento lei giunse trafelata e ansimante con il suo vasetto di miele che appoggiò sul nastro "Scusatemi" Disse rivolta a tutti i presenti "Non potevo fare a meno di questo ingrediente, oggi vengono i miei nipoti e bla, bla, bla" Non finiva più di parlare e lui, al limite della sopportazione, scoppiò.
    "Senta signora, non c'è ne frega niente dei suoi biscotti, veda di darsi una mossa che la gente sta aspettando" Restarono tutti in silenzio e lei, riempite le borse con calma e ordine, rispose "Lei è un maleducato" E lei una perditempo, pensò lui che evitò di parlare e si mise a caricare la sua roba sul nastro.
    Era sabato, sua mamma lo aveva obbligato ad andare a fare la spesa, non era un ricatto ma poco ci mancava. A 43 anni era scapolo, con un impiego fuori dal comune e viveva ancora con mamma e papà. I suoi fratelli, un maschio e due femmine, erano sposati e avevano dei figli.
    Uscì dal supermercato ancora nervoso per quell'episodio, era arrabbiato perché sapeva di aver fatto la figura del cafone, ma forse anche perché capiva che tanta gente era egoista e indifferente. Rientrò a casa accigliato.
    "Sono tornato mamma, metto le borse in cucina?"
    "Metti a posto la spesa, non fartelo dire tutte le volte" Sua mamma era un'energica signora di 68 anni.
    "Va bene, poi faccio un salto al bar"
    "Prima apparecchia, oggi preparo il risotto"
    "Ok mamma" Che balle, pensò, sempre la stessa storia.
    Al bar trovò il suo amico Franco che si era portato avanti con gli aperitivi, infatti lo accolse sorridente.
    "Ciao Felice, bevi qualcosa?"
    "Certo" rispose "Il solito Piero. E porta un altro giro analcolico per Franco, grazie" Disse rivolto al barista. Il solito consisteva in un bicchiere di vino bianco. Piero servì gli aperitivi accompagnati da alcuni stuzzichini.
    "Allora Franco, quanti campari col gin ti sei fatto?"
    "4 o 5 e forse dopo andrò a casa a fare un riposino"" Rispose l'amico biascicando.
    "Secondo me stai affrontando il problema nel modo sbagliato, anzi, stai evitando il problema e l'alcol non è di sicuro il giusto rimedio"
    "E tu che ne sai? Stai a casa con mammina che ti vizia come un poppante. Mia mamma è morta e mio papà è in un centro per malati mentali. Mia sorella"
    "Le so tutte queste cose Franco" lo interruppe Felice "Ma bevi troppo da quando tua moglie ti ha lasciato"
    "Quella troia! Maledetta! Se ne andata e si è presa i miei figli e" Aveva la mente annebbiata, gli aperitivi stavano presentando il saldo, senza sconti.
    "E sei ubriaco. Adesso bevi e vieni a casa mia a farti una bella doccia fredda; poi un bel piatto di risotto ti farà riprendere"
    Franco vomitò anche le budella e con l'aiuto dell'amico fece una doccia e si rivestì. Felice lo accompagnò nella sua camera dove Franco cadde in un sonno profondo.
    "E' di nuovo ubriaco, non mangia?" Chiese la mamma di Felice.
    "No mamma, è in camera che dorme, lasciamolo riposare"
    "Si rovinerà se va avanti così, deva darsi una regolata"
    "Si papà, hai ragione, ma conosci la sua storia"
    "Non abbastanza per capire il suo comportamento" Disse duramente il padre di Felice.
    "Ha ragione tuo padre" Confermò la moglie.
    "Certo che avete ragione! E lui è un cretino. Ogni volta che lo vedo è sempre peggio e gli dico quanto sia stupido. D'altronde la moglie si è messa con suo cugino perché è ricco, i figli lo considerano un fallito e il fatto che sia disoccupato è solo contorno. Gli amici di un tempo lo evitano come un appestato e lui si attacca alla bottiglia. Sì, è proprio un idiota!"
    "Felice, stai calmo. Sappiamo quanto tu gli voglia bene e lo accogliamo volentieri a casa nostra, ma lui deve provare a rifarsi una vita, così si autodistruggerà"
    "Mamma, penso che sia ciò che desidera: una lenta ma inesorabile autodistruzione, compatito dalla gente e senza prospettiva futura, lui vuole morire"
    "Una cosa bella della vita è la vita stessa e lui vuole morire?"
    "E tu che ne sai papà? Sei in pensione, hai realizzato i tuoi sogni e non hai nessun pensiero per la testa"
    "Infatti, ma ho dovuto fare un sacco di sacrifici e sono contento della mia vita. Il tuo amico, Franco, si è mai sacrificato?"
    Mangiarono in silenzio, Felice assalito da dubbi e preoccupazioni, i genitori stanchi di discutere. Franco apparve sulla porta della cucina con un sorriso sbilenco stampato in faccia.
    "Ho sentito il profumo del risotto, e"
    "Siediti, è ancora caldo" Lo interruppe la signora Maria. Franco divorò il riso in un battibaleno.
    "Avevi fame, dammi il piatto, c'è ne ancora"
    "Grazie signora, è squisito" Stava divorando anche il secondo piatto e Felice lo spiazzò chiedendogli:
    "Tu mi hai raccontato un sacco di palle, mi hai preso in giro fin dall'inizio, perché?"
    A Franco andò di traverso il boccone. Si riprese bevendo una sorsata d'acqua e guardò in faccia l'amico con aria interrogativa.
    "Non guardarmi così, sai bene di cosa sto parlando e i miei genitori hanno il diritto di sapere la verità. Adesso ci racconti tutto"
    Franco fece spallucce, come a dire che non c'era nessuna verità, mentre sentiva addosso sei occhi che lo stavano trafiggendo. Il suo cervello ordinava di stare zitto ma dallo stomaco saliva l'urlo della disperazione. La sua anima stava uscendo dalla prigione di menzogne dove l'aveva reclusa per lungo tempo e adesso reclamava spazio. Senza più freni a contenerla prese il sopravvento e la mente di Franco fu travolta da quella forza esplosiva, due lacrime stavano rigando il suo volto e come in estasi prese a parlare.
    "Io sono un bastardo, lo sono sempre stato. Tradivo mia moglie con le prostitute e con qualunque donna disponibile, l'ho sempre considerata una sorta di schiava, non l'ho mai toccata con un dito ma ho sempre fatto ciò che volevo. Ho speso tutto quello che potevo nei miei vizi: donne, droga, alcol, gioco eccetera. I miei figli li ho considerati sin dall'inizio un peso e li ho sempre evitati di proposito. Mio cugino è una brava persona, lei sarà felice e i bambini cresceranno in un ambiente sano e pulito. Quindi non tormentatevi per la mia sorte, sono un parassita, nessuno sentirà la mia mancanza"
    "Ma cosa stai dicendo?" Chiese la signora Maria.
    "Calmati Maria" disse il marito "Franco è diventato un uomo e adesso, dopo anni, ha capito cosa vuol dire essere padre e capo famiglia" Franco annuì.
    "Quindi cosa hai intenzione di fare? Annegarti nell'alcol?" Chiese Felice.
    "No, ho una zia missionaria in Sud America, le ho chiesto di poterla raggiungere"
    "Oh mio Dio!" Esclamò la signora Maria "Hai intenzione di andare a rovinare qualcuno anche laggiù?"
    "Mamma!" Felice fulminò la donna con lo sguardo.
    "Ha ragione, sono un disastro e combino un sacco di guai" Confermò Franco.
    "Fuggire in Sud America non risolverà i tuoi problemi" Lo ammonì Felice.
    "Lo so, ma lontano da qui spero di alleggerire la posizione di lei e dei miei figli"
    "Allora buona fortuna" Concluse il padre di Felice.
    Una settimana dopo la incontrò.
    "Se ne andato?" Chiese lei.
    "Sì"
    "In Sud America?"
    "Sì"
    "Dalla zia suora?"
    "Sì"
    "E tu te la sei bevuta?!"
    "Sì"
    "Felice, smettila! Almeno tu non raccontarmi bugie, dov'è? Cosa ti ha detto?"
    "Anna, lascia perdere"
    "No accidenti! Cosa ti ha raccontato? Sei il suo migliore amico, io sono sua moglie e ho il diritto di sapere!"
    "Ti ama e ama i vostri figli, ti basti questo"
    "No, non mi basta, è mio marito, il padre dei miei figli, lo amo anche io ma non è più lui, cosa è successo?"
    Fece ciò che aveva giurato di non fare e la accompagnò in quel posto lontano, immerso nella natura. Ci vollero 5 ore di viaggio in macchina, tempo in cui lei continuò ad esasperarlo con domande e provocazioni. Giunti alla meta parcheggiarono in un ampio cortile lastricato di mattoncini autobloccanti.
    "Eccoci arrivati Anna, sei contenta?"
    "Che posto è questo? Dove mi hai portata Felice?"
    Una signora di mezz'età, con camice azzurro, li accolse sotto un porticato di legno.
    "Benvenuti, vi stavamo aspettando" Disse la signora che li fece entrare da un'ampia porta in legno e li accompagnò su da una rampa di scale larga rivestita in marmo e al primo piano li fece accomodare in uno studio dove li accolse una donna sulla quarantina: la targhetta sulla scrivania riportava scritto <Dottoressa Susan Mcgherry>.
    "Mio nonno, era scozzese" precisò lei prima che le venisse chiesto "Accomodatevi, prego" Li invitò a sedere davanti alla sua scrivania.
    "Tu sei Anna, diamoci del tu, sarà più semplice" Chiarì subito la dottoressa.
    "Ok" Rispose lei.
    "Presumo tu abbia assillato Felice a tal punto da farlo cedere; su quella stessa sedia, davanti a me, aveva giurato di non rivelare a nessuno dove sarebbe stato portato tuo marito, Franco. Ed invece eccovi qui, chiaramente non ha mantenuto fede al giuramento, ma vedendoti Anna, credo sia meglio così. Vieni alla finestra, voglio mostrarti una cosa" Anna si alzò, ancora frastornata.
    "Guarda laggiù, in giardino, lo vedi quell'uomo sulla sedia a rotelle? Lo vedi bene, lo riconosci? Guardalo Anna, chi è?" Anna stava guardando mentre gli occhi si riempivano di lacrime, ma non disse una parola.
    "Ok, hai capito. Siediti che ti racconto una storia. Due anni fa ricevetti una telefonata da un mio collega; mi disse di avere tra le mani un caso di sdoppiamento di personalità causato da una massa anomala nel cervello. I primi riscontri escludevano si trattasse di masse tumorali, masse causate da traumi o qualsiasi altra patologia riconosciuta e, sapendo di cosa mi occupo, mi chiese se poteva interessarmi il caso e io decisi di andare da lui, per vedere il paziente. Qualche giorno dopo ero nel suo studio, con lui c'erano due uomini visibilmente alterati, uno è qui con noi, adesso, l'altro è giù in giardino, sulla sedia a rotelle. Felice mi chiese di aiutare il suo amico, una brava persona con moglie e figli, dovevo guarirlo. Dopo un primo contatto decisi di farlo salire qui, nella mia struttura, dove venne sottoposto ad un ciclo di esami per quindici giorni"
    "Altro che lavoro all'estero, era qui" Imprecò Anna.
    "Si Anna, era qui. Lui voleva guarire con tutte le sue forze e ha sempre cercato di proteggervi, ma adesso ascoltami bene perché devi essere forte e sarai tu a decidere a cosa credere. Dopo quindici giorni di prove accurate l'esito finale fu sorprendente ma non unico, nel cervello di tuo marito si era insediata una forma di parassita aliena" L'aveva detto, adesso doveva aspettare la reazione della donna che infatti non tardò a manifestarsi. Anna cominciò a ridere, una risata isterica, sempre più forte, fino allo sfinimento e alle lacrime.
    "Sentimi Susan, mio marito è sempre stato un brav'uomo; nell'ultimo anno, anno e mezzo, ha combinato qualche stravaganza e sono sempre stata disposta ad aiutarlo e perdonarlo. Se adesso mi dici che ha una grave malattia me lo riporto a casa e lo accudisco come si deve. Nella sua pazzia è convinto che io sia scappata con suo cugino e va dicendo a destra e sinistra scemenze di ogni genere, ma è mio marito e lo amo. Questa storia degli alieni mi fa ridere e arrabbiare allo stesso tempo e non capisco Felice che si presta a questa sceneggiata. Allora dottoressa, mio marito cos'ha? Guarirà? Resterà così per sempre? Cosa devo fare?"
    Susan la fissò, mentre Felice la esortava a parlare.
    "Tuo marito è morto, da più di un anno. Quello che vedi è il suo corpo, mantenuto in vita dalla forma aliena che è in lui. Abbiamo esaminato più casi in tutto il mondo, il parassita entra in un corpo, resta in incubazione per circa un anno e poi nasce sfruttando per dodici, diciotto mesi il corpo invaso. In questo periodo si sviluppa uccidendo la persona infetta mentre ne utilizza il corpo come un contenitore per poi poterne uscire, colonizzare la nostra flora e fauna e riprodurre nuovi parassiti invasivi"
    "Voi siete pazzi, pazzi se credete che io mi beva tutte queste fandonie. Se mio marito ha un cancro o una qualsiasi forma di malattia rara nel cervello non vi permetto di tenerlo qui come una cavia"
    "Basta Anna, basta" Felice era rosso come un pomodoro "Io e Franco abbiamo visto altre vittime di questo parassita, è infernale, finché resta nel corpo delle sue vittime è indistruttibile: anche bruciandolo o investendolo con le radiazioni o qualsiasi altra cosa ti venga in mente di fargli, non muore. Bisogna aspettare che abbandoni il corpo per far fiorire i suoi simili, solo in quel momento è vulnerabile e si può intervenire per distruggerlo"
    "Ma di cosa stai parlando Felice?" Udì la voce della madre.
    Felice aprì gli occhi, era disteso nel suo letto, sudato e sconvolto.
    "Mamma, devo andare da Franco, adesso"
    "Felice, Franco, è"
    "No mamma, adesso. Gli alieni, il parassita, Franco è in pericolo, devo avvisare sua moglie Anna, devo"
    "Datti una calmata! Franco è morto l'anno scorso, in Sud America, durante il vostro maledetto viaggio avventura e non ha lasciato nessuna moglie, era scapolo, come te. Adesso tranquillizzati, domani hai quell'incontro importante" Lo rassicurò la madre.
    Certo, doveva riposare, aveva sognato, come accedeva sempre più frequentemente. Si coricò per riaddormentarsi e in quel momento gli venne un dubbio: gli alieni avevano preso il completo controllo delle nostre menti, o forse no? Forse c'è li siamo inventati noi per giustificare i nostri comportamenti sempre più freddi e distaccati, il totale disinteresse per le faccende altrui e l'indifferenza totale a tutto ciò che non ci riguarda, la completa mancanza di solidarietà e tutto il resto? Sono gli extraterrestri a determinare le nostre azioni, il nostro umore, oppure davvero siamo diventati freddi ed apatici come robot? No, pensò Felice mentre stava per riaddormentarsi, meglio gli alieni; domani ci avrebbe pensato su; domani, non oggi.

  • 14 marzo 2014 alle ore 10:26
    Ti lascio

    Come comincia: Era bellissima, l'abito bianco con la coda, i capelli raccolti e il trucco che esaltava il suo sguardo felino.
    Se ne era innamorato subito, la prima volta che si erano incontrati nella biblioteca del paese, lei era bella oltre che estremamente colta e preparata, lui invece carino e con un percorso universitario paragonabile ad una traversata oceanica in solitaria. La biblioteca aveva messo a disposizione, per chi si abbonava, delle aule collegate alla rete garantendo la tranquillità e la collaborazione di un paio di addetti per lo studio e le ricerche approfondite, lui ci andava con la speranza di trovare aiuto o forse compagnia e quel giorno il suo cuore fu colpito come da un fulmine a ciel sereno, la avvicinò senza timore e dopo essersi presentato si accomodò vicino a lei che, educatamente, ricambiò la presentazione e lo invitò a studiare insieme. Lui cominciò a corteggiarla da quel preciso istante e dopo cinque anni, in cui si erano laureati, avevano cominciato a lavorare e trovato un appartamento da condividere; si sarebbero sposati presto.
    Quel giorno era paralizzato dall'emozione, sapeva di dover cominciare una nuova vita con la sua amatissima Sabrina e si chiedeva se tutto sarebbe andato bene; inconsciamente aveva paura di perderla.
    Il matrimonio fu celebrato in chiesa e poi il banchetto, a cui parteciparono quasi 200 invitati, si svolse nel miglior ristorante della zona; gli ospiti furono tutti contenti e intonarono canti e cori in onore degli sposi, fu una giornata intensa e stupenda. Il giorno dopo partirono per il viaggio di nozze, 2 settimane a zonzo per l'Italia alla scoperta di borghi antichi e parchi naturali, periodo che rinsaldò ulteriormente il loro splendido rapporto preparandoli alla vita da coniugi; tutto prese la piega prevista e sperata: successo nel lavoro, amici con cui condividere i loro interessi, genitori vicini ma discreti e tanta buona salute. Nel tempo il loro legame si era talmente consolidato che la naturale conseguenza fu la nascita di un figlio, la loro splendida Martina, che tanto avevano desiderato. La nuova arrivata non incrinò minimamente il loro rapporto e dopo tre anni nacque il piccolo Nicola, sano come un pesce, accolto amorevolmente anche dalla sorellina che fu felicissima del nuovo arrivato. Sabrina era una moglie stupenda, madre amorevole, amante fantastica e donna infaticabile, colta ed educata. Lui a volte sentiva il peso di quel confronto che in realtà non esisteva, sua moglie lo amava per ciò che era: gran lavoratore, padre insostituibile e marito affettuoso; meno erudito di lei compensava con un fortissimo senso della famiglia. Come in una favola trascorrevano la loro esistenza tra successi lavorativi e forti disponibilità economiche, giornate passate con i figli e gli amici, gite e volontariato. Il tempo passava veloce, i figli ormai avevano 17 e 14 anni, età in cui vogliono avere la loro indipendenza e cominciano a dubitare dell'infallibilità dei genitori, ma da splendidi ragazzi quali erano li adoravano e facevano sentire tutto il loro amore; dal punto di vista del padre era una vita da sogno.
    Quella domenica mattina, come ogni domenica, stavano uscendo dalla chiesa dopo aver partecipato alla santa messa, una funzione a cui tenevano molto anche se non erano fervidi credenti. I figli erano cresciuti nel credo dei genitori e, anche senza obblighi e costrizioni, partecipavano alla messa con entusiasmo, cosa alquanto anomala per due ragazzi della loro età. Sulla scalinata della chiesa lei prese la mano al marito e la strinse forte, troppo forte: si tenevano spesso la mano ed avevano imparato a capire l'umore dell'altro attraverso quei tocchi, la temperatura e il tipo di presa; quella era una presa strana, lei era nervosa. Lui la guardò dritta negli occhi e vide un misto di rabbia e paura. Contraccambiò la stretta di mano con un gesto lieve come a dirle che aveva capito e infatti lei si diresse a passo deciso verso la macchina parcheggiata nel piazzale sul retro della chiesa e una volta salita in macchina prese a tossire, una tosse rauca, stizzosa. Lui percepì una sensazione mai avuta, per la prima volta in tutti quegli anni sentiva che lei gli stava nascondendo qualcosa, qualcosa di importante, ma per rispetto non chiese nulla e lei non proferì parola. Arrivarono a casa, i ragazzi li avrebbero raggiunti più tardi, a piedi, come ormai avevano preso a fare ultimamente. Lui continuò a stare zitto e lei non fece nulla per incoraggiarlo a parlare, era una situazione di stallo che ogni tanto si presentava e con il tempo avevano capito di non pretendere tutte le risposte subito, a volte era meglio far passare qualche momento evitando così di dire o fare cose di cui ci si sarebbe successivamente pentiti. Lei tossì nuovamente, un colpetto per attirare la sua attenzione, infattì lui la guardò e lei prese coraggio, sospirò a fondo e disse: "Ti lascio"
    Lui aveva sentito parlare di come ci si sente quando ti danno una pugnalata alla schiena o cose del genere; dolore, stupore, incredulità, urto del vomito, gola secca e chi più ne ha più ne metta. Restò paralizzato, sospeso in una specie di spazio temporale tutto suo, non percepiva più i suoni, gli odori, nulla; sembrava anestetizzato. I suoi occhi vitrei stavano fissando la moglie che, immobile davanti a lui, sembrava una statua di cera, tutto ciò che lo circondava sembrava irreale misto tra sogno e realtà, poi un angolo del suo cervello prese il controllo ed inviò un impulso, quasi una scossa a tutto il corpo che lo destò da quel coma vigile. Cercò di parlare ma non riusciva ad articolare le parole, balbettò qualche lettera sconclusionata e cominciò a sudare freddo, impallidendo sempre più e lei si rese conto che stava collassando.
    La corsa all'ospedale, l'intervento chirurgico, i primi giorni di degenza in uno stato di incoscienza, la distorsione di tutte le funzioni percettive e la forte volontà di sopravvivere, il suo cervello registrò tutto, anche i fatti più insignificanti e, dopo due mesi, decise che era ora di riprendersi. Aprì gli occhi ed incontrò quelli di sua moglie, due splendidi occhi nonostante fossero gonfi e umidi, la sua presenza, il suo odore che adesso sentiva distintamente, il rumore del suo respiro, tutto ciò lo riempì di gioia, era contento, felice, ma la parte razionale del suo cervello chiese dazio. La memoria, come un nastro delle vecchie audiocassette, si riavvolse fino a quel momento, quando il suo udito aveva inviato al cervello quelle due piccole parole che come un uragano lo avevano travolto; anche adesso faticava a ricomporle, non voleva risentirle, come se ciò potesse cancellare cio che era stato detto. Ma lei, al suo capezzale, non aveva pianto solo per la situazione, non si era ridotta allo sfinimento in attesa del suo risveglio; lei aveva deciso e adesso voleva capire cosa avrebbero fatto.
    Lui allungò debolmente la mano alla ricerca della sua e lei avvicinò piano le dita a quelle del marito, lentamente le due mani si strinsero e un'ondata di emozioni li travolse.
    Due mesi prima.
    "Dottore, si riprenderà?"
    "Suo marito è forte, il suo cuore ha subito gravi danni, ma grazie all'intervento tempestivo siamo riusciti a recuperare tutte le funzioni vitali e il cervello non ha subito danni permanenti"
    "Ma allora perché non si sveglia?"
    "Stiamo comunque parlando di un intervento al cuore che aveva subito un forte trauma, adesso dipende solo da lui, il suo corpo può vivere a lungo ma il suo cervello può decidere di mantenere questo stato fino alla morte, oppure che è il momento di risvegliarsi"
    "Dottore, sia più chiaro per cortesia" Sabrina era sconvolta.
    "Signora, il corpo di suo marito sta bene, ma se un angolo del suo, mhhh, chiamiamolo animo, decide di non farlo risvegliare, potrebbe restare cosi per sempre. Mi dispiace"
    Sabrina faticava a sopportare l'idea di non vederlo più riprendersi, in cuor suo era convinta di essere lei la responsabile di tutto ciò e non se ne dava pace. Nei primi giorni dall'accaduto, amici e parenti erano accorsi in massa all'ospedale per stare vicino a lei e i suoi ragazzi, ma adesso era sola, con i suoi pensieri e i suoi rimorsi. Aveva convinto i figli a continuare a svolgere le loro normali attività cercando, entro il possibile, di trascorrere una vita normale e lei stessa si era ripromessa di fare altrettanto. Ma più i giorni passavano e più aumentava la disperazione, lei parlava al marito, raccontava tutto quello che succedeva, la fatica a reggere quella situazione era insostenibile. Piangeva, urlava e chiamava forte il suo nome, implorando perdono a Dio e agli uomini, chiedendo ai medici di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Finché un pomeriggio ci fu il tanto temuto tracollo, lui stava per morire; intervenne uno sciame di medici e infermieri e grazie alla loro bravura e determinazione riuscirono a salvarlo, ancora, ma la situazione era drammatica.
    "Dottore?" Chiese la donna completamente stravolta dal pianto.
    "Sono stati due mesi durissimi, deve passare la notte, solo così potremo capire se  "
    "Dottore!?!"
    "Probabilmente non riuscirà a passare la notte, ma anche se dovesse sopravvivere temo che non riprenderà tutte le sue funzioni vitali; allo stato attuale non posso aggiungere altro"
    "Posso restare con lui?"
    "Senta signora, io sono un medico, ma credo che in fondo ad ognuno di noi ci sia una forza, una fiammella che ci tiene in vita; tenga viva quella fiamma, non la faccia spegnere"
    Si risciacquò il viso al lavandino dei bagni e si diede una sistemata. Poi, con movimenti veloci ed estrememente femminili, si diede un tocco di trucco, si rassettò la capigliatura e si specchiò soddisfatta.
    "Ecco, così va bene, sono pronta" Si recò nella stanza dove il marito stava lottando tra la vita e la morte, aveva deciso di non chiamare i figli che il giorno prima, dopo la visita al padre, erano tornati a casa con i nonni, pieni di speranze. Lei allungò la mano verso la spalla del marito, voleva essere in contatto fisico in quel difficile momento, poi prese coraggio.
    "Eccomi qua. Mi sono truccata, per te, anche se non puoi vedermi so che saresti felice, mi dici sempre che un po' di trucco mi dona. E mi sono pettinata come piace a te, anche se per me è un tantino scomodo, ma in fondo cos'è comodo in questa vita? Non ho chiamato i ragazzi, erano così felici, così sicuri che tu stia per riprenderti, insomma, non voglio infrangere le loro speranze anche perché tu, fra poco, aprirai gli occhi e mi abbraccerai" Faticava a trattenere le lacrime "Sto divagando, tu sai che devo dirti qualcosa di importante e sai che ho un segreto, un triste segreto. Ma anche adesso, in questa situazione surreale, fatico a confessarti ciò che mai avrei voluto succedesse. Io ti amo, sei un uomo speciale, buono ma duro quando serve, gentile e allo stesso tempo autoritario, padre dalle mille risorse e splendido amante; le mie amiche, le nostre amiche, faticano a credere a tutte le cose belle che dico di te, pensano sia impossibile che un solo uomo possieda tutte quelle doti e quando ribadisco che è tutto vero, alcune mi danno della sognatrice incallita. Ma io so che è tutto vero, tu sei così, un po' burbero e tontolone ma disponibile con tutti e mi fai sentire il tuo amore in ogni attimo, sono la tua regina, sempre; eppure" Le lacrime adesso sgorgavano copiose e dovette deglutire più volte prima di riprendere a parlare "Non so cosa mi sia preso quella sera, o forse sì, ho paura di ammetterlo, nego l'evidenza ma lo so. Avevamo bevuto un tantino più del solito, tutti, ma la serata procedeva bene tra scherzi e risa, senza strafare, senza esagerazioni. A casa nostra niente droga, niente volgarità pecorecce, buon cibo e buon vino a volontà e tanta allegria. Tu eri sotto il gazebo, in giardino e stavi ridendo e scherzando con Flavio e sua moglie, io ho servito ancora un paio di bottiglie fresche e poi sono salita per darmi una veloce rinfrescata, quel caldo umido e l'alcol mi stavano annebbiando la vista. Sono entrata in bagno, la luce era accesa e lì ho trovato lui che aveva avuto la mia stessa idea. Mi ha guardata sorridendo e ha detto <Fa un caldo tremendo stasera, ci voleva proprio una bella rinfrescata> Il suo tono di voce, il suo sguardo, il caldo, l'alcol, è stato un attimo, pochi minuti. Mi ha presa lì, sul lavandino, dove tu solitamente ti fai la barba. Alla fine eravamo entrambi sconvolti, cosa avevamo fatto? Tu e sua moglie eravate giù, con tutti gli altri e noi, cosa avevamo combinato? Ci siamo guardati, vergognandoci, mi ha chiesto scusa e io l'ho chiesto a lui e dopo esserci ricomposti siamo scesi, separatamente, facendo finta di niente e infatti nessuno si è accorto di nulla, nemmeno tu. La serata si è conclusa e tutti se ne sono andati, insieme abbiamo sistemato la casa e nel frattempo sono rientrati i ragazzi dalla discoteca e ci hanno raccontato tutta la loro serata, sono splendidi i nostri figli. Abbiamo dormito e alla mattina ti sei fatto la barba e quando ti ho visto piegato, su quel lavandino, mi si è spezzato il cuore e così ho deciso; ti avrei lasciato, troppa la vergogna, troppa la colpa, troppa la paura di ricascarci. Perché quella sera ho sentito una vibrazione, una sensazione scomoda ma piacevolissima; mi sono sentita desiderata. Tu sei uno splendido marito e un bravo amante, ma in quel momento una parte oscura di me ha preso il sopravvento, l'istinto ha prevalso sulla ragione e la paura di non sapermi controllare mi ha portato a preferire perderti che farti soffrire ulteriormente. Tu avevi capito che c'era qualcosa, eri silenzioso, aspettavi una mia mossa ma non eri pronto a quello che stavo per dirti e infatti eccoci qua. Sentimi amore, perché tu mi senti, stai ascoltando tutto; perdonami se puoi, ho sbagliato, questi due mesi mi hanno fatto riflettere, ho visto e sentito tante storie belle e brutte e ho capito che l'amore, quello vero, è per sempre. Si potranno avere alti e bassi, cadere come è successo a me e vedere la morte nera seduta al tuo fianco che aspetta pazientemente di strapparti i tuoi cari. Come adesso, mi sta fissando con il suo ghigno, sicura di avere partita vinta. Ma sai cosa le dico io? Le dico che il mio amore è più forte di lei, che nella vita si può sbagliare, sono caduta, rovinosamente, ma mi sto rialzando, con il tuo aiuto, con il tuo amore" Piangeva e singhiozzava allo stesso tempo e infine urlò "Non morire! Svegliati ti prego! Ti amo, ho bisogno di te!" Senza rendersene conto l'emozione e la stanchezza la trascinarono in un sonno profondo.
    Le due mani si stavano esplorando, era il loro modo per sentire le reciproche emozioni. Lei riprese a piangere come una scolaretta mentre lui faticava a teneri gli occhi aperti e cercava di trasmettere tutte le sue emozioni attraverso le mani. Lei chiamò un infermiere che passava in quel momento e dopo pochi attimi fu circondata dai medici che, dopo un rapido consulto, decisero di portare il paziente in sala operatoria.
    "Dottore??"
    "Non si preoccupi, dobbiamo fare un intervento complementare, andrà tutto bene, lei è stata fantastica. A proposito, come ha fatto a tener viva la fiammella?" "Ho confessato i miei peccati che su di lui hanno avuto l'effetto della benzina sul fuoco" E dopo tanto tempo si lasciò andare ad una lunga e sonora risata.
    Ci volle più di un anno, periodo in cui lui si sottopose a cure e riabilitazione, ma adesso era completamente guarito. Gli erano stati tutti vicino e lei quel giorno aveva preparato una sorpresa per lui; visto che i figli erano fuori con gli amici, avrebbero pranzato in camera da letto e poi si sarebbero ficcati sotto le coperte. Mangiarono con gusto e quando lei ebbe sistemato le stoviglie in cucina lo raggiunse a letto; lui la stava aspettando, erano mesi che aspettava quel momento, i medici lo avevano tenuto in riga, per il suo bene. Lei si avvicinò e appoggiò una mano sul suo ventre, lui era tranquillo ma qualcosa nei suoi occhi lo tradiva e lei chiese delicatamente "Cosa c'è amore, hai paura?" "No tesoro, assolutamente. Volevo solo chiederti; quel giorno, quella mattina, mi stavi per dire qualcosa, qualcosa di importante. Ricordo benissimo il tuo sguardo, eri seria e corrucciata, stavi per dirmi, ti?" Lei non esitò un attimo "Ti amo tesoro. Ti amo come il primo giorno, ti amerò sempre, ti desidero e voglio essere tua per sempre" Lui socchiuse gli occhi e rispose "Anche io tesoro , anche io ti amo e ti amerò per sempre" E con la mano spense la luce e la camera piombò nel buio.

  • Come comincia: Quella domenica stavo apparecchiando la tavola, un forte vento freddo sbatacchiava le ante annunciando l'arrivo del gelo Artico. Mia moglie e i bambini sarebbero tornati dalla chiesa intirizziti e un buon pranzo caldo, accompagnato dalla polenta, avrebbe scaldato la nostra giornata. Mentre compio il mio dovere di casalingo, sbircio le notizie sportive sul televideo e subito mi balza all'occhio una notizia: pronto il rinnovo del contratto di Wayne e bla bla bla, il giocatore percepirà 18 milioni di euro a stagione pari a circa 350 mila euro a settimana ovvero 50 mila euro al giorno. La notizia non fa scalpore, quanti personaggi dello sport guadagnano un sacco di soldi e poi, se qualcuno è disposto a darglieli meglio per lui. Chiudo il televideo e mi concentro su uno dei tanti canali che affollano i palinsesti televisivi, sono un appassionato di ufo e misteri di vario genere e quel canale sta trasmettendo qualcosa in cui si ipotizza la venuta degli alieni tanti anni fa con tutta una serie di indizi, veri o falsi non sta a me giudicarlo, ipotesi plausibili o balzane, collegamenti con fatti storici e leggende; insomma, una bella puntata. Eppure il mio piccolo cervello, in un angolo remoto, ha cominciato ad elaborare numeri e tempi fino a prendere il sopravvento.
    Ricordo che da adolescente, come molti miei coetanei, abbandonai gli studi per andare a lavorare e guadagnare i miei primi soldi.
    Al lunedì mattina Wayne si alza, fa colazione, saluta la moglie e i figli e va all'allenamento; defatigante perché domenica ha giocato la partita e non può strapazzarsi troppo. A pranzo va in un ristorante con dei compagni di squadra e al pomeriggio si dedica anima e corpo ai figli; infine, alla sera, dopo una cene leggera, a letto presto perché l'indomani c'è la doppia seduta di allenamento, meglio essere freschi e riposati. Alle 22.00 Wayne dorme, mentre sua moglie mette i bimbi a nanna; domani, al risveglio, altri 50 mila euro  gonfieranno il loro conto corrente.
    L'adolescenza è volata, ormai maggiorenne si comincia a pensar di mettere la testa a posto, iniziare a risparmiare qualcosa per affrontare le spese di una vita: il matrimonio, la casa, i figli. Wayne ci ha messo un giorno a guadagnare quello che io ho dovuto sudare da giovane.
    Al martedì Wayne è carico, il doppio allenamento lo esalta, lui è un gladiatore e domani sera c'è la partita di coppa, arrivano gli spagnoli e lui vuole dargli una lezione. Il tempo è inclemente e il mister li fa sgobbare più del solito; anche lui vuole vincere con gli iberici. Alla sera Wayne è cotto e declina l'invito di un paio di compagni, niente pub; un bel film con la moglie e poi a nanna, domani c'è la partita e nel frattempo il conto corrente si gonfia ancora, come un fiume che accoglie i suoi affluenti in piena.
    Intanto io sto per sposarmi, la casa è quasi pronta, la mia ragazza è tesa come la corda di un violino e io vedo i risparmi di una prima decade di lavoro spazzati via, per fortuna i nostri genitori ci danno una mano. Non fa nulla, entrambi abbiamo lavorato per far si che questo momento sia il più bello e sereno possibile, siamo giovani, il lavoro non manca; c'è la faremo.
    Wayne quella mattina si alza con degli ottimi presentimenti, ha sognato di vincere e fare gol contro gli spagnoli, perfetto. Sua moglie lo incoraggia e lui prima di uscire la bacia e poi bacia i figli. E' prevista una seduta di allenamento leggero per la mattina poi tutti a pranzo, insieme. Al pomeriggio lezioni di tattica ed ennesima visione di filmati vari degli avversari <Certo che sono forti> pensa Wayne <E poi quel loro attaccante è proprio un fuoriclasse> Al termine della seduta si va tutti allo stadio. Quella sera, sotto una pioggia torrenziale, Wayne segna una doppietta, la sua squadra vince ed è grande festa, i tifosi stravedono per lui. Dopo la doccia e i canti negli spogliatoi, alcuni dei suoi compagni decidono di andare a fare festa in un locale rinomato della città, Wayne è la star della serata e viene portato in trionfo. Le mogli e le compagne vigilano attente, niente eccessi. La lunga notte non placa la loro euforia e alla mattina, dato che non c'è l'allenamento, tutti a casa di Wayne; la festa continua a sue spese, i soldi non mancano.
    Nel frattempo mi è nato il primo figlio e sta per arrivare il secondo, io e mia moglie siamo al settimo cielo, desideravamo tanto una famiglia numerosa. Il lavoro va bene e facendo un pò di sacrifici si riesce anche a risparmiare qualcosa che in futuro servirà ai nostri figli; nessuno ci ha detto che la pacchia sta per finire.
    Quel pomeriggio Wayne fa fatica e l'allenatore lo riprende in continuazione, sono tutti un po' sotto tono ma lui è la star, lui è il trascinatore e deve dare il buon esempio. Ce la mette tutta ma non è proprio giornata, per nessuno. Il mister, esasperato, lancia un urlo; l'allenamento è finito, tutti a casa e da domani si ricomincia.
    Wayne è talmente stanco che, fatta la doccia, torna a casa e dopo aver mangiato qualcosa di leggero si addormenta sul divano con i figli sognando il suo forziere che continua a riempirsi.
    Adesso i figli sono tre, tre splendide creature. La crisi ha cominciato a mietere le prime vittime, il lavoro è calato e di pari passo le entrate, mentre le spese aumentano sempre più. Sono lontani i tempi spensierati dell'adolescenza, o i tempi dell'attesa, prima del matrimonio, quando bastava dire <volere è potere> Oggi la situazione è difficile, complicata, si lavora vivendo alla giornata senza prospettive per il futuro; non siamo abituati a questa situazione e tanti mollano, noi teniamo duro, per noi, per i nostri figli, sperando che qualcosa cambi.
    Quella mattina Wayne e compagni subiscono una bella lavata di capo, il loro mister li vuole più maturi, in più di un'occasione gli ha ricordato di essere dei privilegiati: quattro calci ad un pallone e stipendi faraonici; milioni di persone non guadagneranno in tutta la loro vita quello che loro prendono in alcuni mesi. Wayne si sente punto nell'orgoglio, sa di essere il più pagato e conosce un sacco di ragazzi della sua infanzia che si spaccano la schiena tutti i giorni per arrivare a fine mese. Il mister ci va giù pesante, doppia seduta, domani pomeriggio in campionato arrivano quelli di Londra e lui vuole vincere, a tutti i costi.
    Da qualche parte è passato un altro giorno e qualcuno ha guadagnato 50 mila euro, i miei figli stanno crescendo e vanno alle scuole superiori, il grande all'università. Anche volendo non c'è uno straccio di lavoro e loro cercano di impegnarsi in quello che è il loro di lavoro, lo studio. Mia moglie è sempre più stanca, gli anni che passano logorano il suo corpo, ma la sua forza e determinazione la portano a superare qualsiasi ostacolo. Anche io sono stanco, lavorare per sopravvivere, non ci abitueremo mai a questa semplice equazione; non vogliamo abituarci, speriamo ancora, forse i nostri sogni si avvereranno.
    Sabato mattina Wayne è nuovamente carico, sente la pressione, arrivano quelli di Londra, spocchiosi e baldanzosi. Quest'anno vanno forte, ma lui e i suoi compagni vogliono vincere, vogliono vedere stampata sulle loro facce la rabbia e la delusione. Al campo il mister ha preparato una seduta d allenamento specifica per la partita del pomeriggio, i ragazzi si impegnano come matti e a pranzo sono tutti di ottimo umore. Piove ancora e la partita sarà una battaglia. All'andata, giù nella capitale, hanno perso malamente e oggi vogliono vendere cara la pelle. Alla fine le due squadre pareggiano, Wayne segna ancora e viene eletto miglior giocatore dell'incontro e quel pomeriggio festeggeranno ancora con le loro compagne, senza eccedere: il mister è stato categorico, martedì si va in Spagna per la coppa e lui vuole passare il turno. Wayne e i ragazzi rispettano il suo volere e quella sera lui se ne torna a casa con la moglie e i figli. Contemporaneamente il suo conto in banca continua a crescere.
    Per fortuna i miei ragazzi, tra alti e bassi, vanno bene a scuola il che ci permette di concentrarsi su altre problematiche. Da anni ormai si vive sul filo del rasoio, ogni volta che si supera un mese è un successo. Tanti miei amici e conoscenti vivono come noi, sempre al limite delle proprie risorse, ma nessuno ha perso il sorriso, tutti vedono crescere i propri figli con tutte le loro prolematiche, tutti, tra mille peripezie, hanno avuto le proprie soddisfazioni e intanto gli anni passano e da qualche parte qualcuno diventa sempre più ricco dando calci ad un pallone.
    La domenica il mister ha previsto una doppia seduta di allenamenti, vuole la squadra carica e concentrata per la coppa e i ragazzi rispondono a tutte le sue istruzioni e alle sue richieste in maniera perfetta arrivando alla fine esausti, ma pronti per la sfida. Wayne e la moglie quella sera sono ospiti, in incognito, di una coppia di amici che stanno tenendo lontano dai riflettori. Lui è un amico d'infanzia di Wayne che ha trovato lavoro in città, fa l'impiegato in un'azienda di trasporti e la sua compagna fa la cassiera in un negozio di periferia. Hanno un figlio di tre anni che va all'asilo, la retta è cara e Wayne ha deciso di occuparsene personalmente creando un piccolo fondo che aiuti i due amici a superare quell'ostacolo. Quella sera lei ha preparato un piatto di cui i due ragazzi vanno pazzi fin dall'infanzia e dopo aver mangiato  la discussioone si sposta sull'argomento per cui si sono ritrovati, mentre il suo amico prende sulle gambe il figloletto che, nonostante la giovane età è già un fan di Wayne e la stella del calcio gli fa un gran sorriso; il bambino è in estasi.
    Wayne è lì per convincere l'amico a comprare casa, lo aiuterà lui con i soldi, non è quello il problema e anche sua moglie è d'accordo, ma l'amico e la sua compagna non accettano, fanno già tanto per loro e non vogliono approfittarsene. Wayne gli ha chiesto perché quando si diventa ricchi alcuni degli amici di una volta sono riluttanti ad accettare di essere aiutati, ma il suo amico lo ha avvertito: guardati alle spalle dagli sciacalli, gli amici, quelli veri, ti accetteranno sempre per quello che sei. Wayne lo sa e dopo aver ringraziato e salutato consegna al piccolo un regalo e poi se ne va con la moglie. Quando sono andati il piccolo apre il regalo, un paio di scarpette da calcio firmate da Wayne e una busta indirizzata a lui, all'interno un assegno con 5 zeri.
    Bravo Wayne, un bel gesto. Così mi piace immaginarti, mentre da noi il tempo vola e per vedere tutti quei soldi dobbiamo lavorare una vita. Adesso i miei ragazzi hanno finito gli studi, stanno impazzendo per trovare un impiego qualsiasi, qualcosa che permetta loro di provare a farsi una vita propria, non interessa come. Io e mia moglie continueremo ad aiutarli fino a quando verranno meno le forze e per allora spero di essere riuscito a mettere via due risparmi tali da garantirmi una vecchiaia tranquilla, oggi però continuiamo a lavorare e sperare.
    Il martedì sera in Spagna perdete, tu non segni ma giochi come un leone e alla fine la qualificazione è vostra; altra festa, altri soldi, tutti i giorni.
    Tu guadagnerai in un mese quello che io e miliardi di persone non guadagneremo in una vita di lavoro, dire che i soldi non fanno la felicità è una cavolata inventata da chi non li ha. Io sono felice della mia vita, della mia famiglia, non ti invidio niente, sei il prodotto della nostra società e ti auguro ogni successo sportivo e nella vita. Ma quando incassi lo stipendio ricordati di quel bambino che dorme con le tue scarpette da calcio.

  • 07 febbraio 2014 alle ore 9:21
    Beni materiali

    Come comincia: Il rintocco non lasciava dubbi: mezz'ora! Niente da fare, solo mezz'ora ed era già in astinenza. L'avevano avvisata:< Sarà dura, non te ne rendi conto ma sei assuefatta, completamente dipendente> Non aveva dato peso a quegli ammonimenti, lei era una tosta, si era fatta da sola e se aveva deciso di disintossicarsi lo avrebbe fatto senza se e senza ma. Invece 30 miserabili minuti avevano fatto crollare tutte le sue convinzioni e le sue sicurezze. Il campanile, nascosto dietro la collina, aveva emesso la prima sentenza: lei era debole. Decise di uscire da quella stanza così spartana, fredda e poco accogliente. Appoggiato sul comodino in fianco al letto faceva bella mostra una copia dei Promessi Sposi; le avevano chiesto di provare a leggere e lei aveva grugnito in segno di diniego, quindi si avviò fuori dalla camera lungo il corridoio deserto fino ad arrivare alla stretta scala che conduceva giù, sotto il porticato. L'odore di legno invecchiato misto a quello della terra arata le dava fastidio e con una mano si portò un fazzoletto al naso per ripararsi. La giornata aveva preso la piega prevista; prima di rinchiudersi in quella specie di convento aveva dato una sbirciatina alle previsioni del tempo: temperature in forte ribasso con possibili piovaschi sparsi, il freddo era pungente e le nuvole nere all'orizzonte avrebbero portato l'acqua annunciata.Decise comunque di prendere un ombrello e si diresse verso la staccionata piantata sul confine della fattoria adiacente alla strada che portava al paese, dietro la collina. Appena arrivata non aveva fatto caso a quanto fosse grande quel posto, ma ora che stava percorrendo i circa 100 metri che la separavano dalla strada si ritrovò con il fiatone. Di solito non camminava mai, ogni sua mossa era programmata per raggiungere degli scopi ben precisi e ora che si trovava nel bel mezzo del nulla faticava a capire cosa spingesse una persona a camminare senza scopo. Raggiunse il punto che si era prefissata, la staccionata, il limite tra la prigionia e la libertà; il suo istruttore era stato chiaro, non c'erano regole particolari da rispettare durante la prima settimana di permanenza, oltre oviamente ai divieti istituiti in quellla sede, non si poteva però superare la staccionata: pena l'espulsione immediata. Dopo circa un'ora di isolamento stava pensando di superare quella barriera, sarebbe tornata al suo mondo, alle sue abitudini, al suo lavoro e... alla solitudine. Mentre formulava quei pensieri la parte più intima del suo cuore frenò il suo impulso di fuga, era lì dopo averci pensato parecchio convinta di dover dare una svolta alla sua vita da eremita, doveva farcela.
    La sua era una triste storia: orfana, figlia unica e senza relazioni stabili, aveva dedicato tutto il suo tempo al lavoro, ai beni materiali e alle apparenze. Viveva per apparire, voleva che gli altri, chiunque, vedessero quanto fosse brava nel suo lavoro, quanto fosse bella ed affermata, voleva dare un segnale di potere chiaro e forte. Nel tempo era riuscita ad affermarsi, aveva rilevato la ditta di grafica pubblicitaria presso cui lavorava da anni, il suo titolare si era ritirato senza aver piazzato nessun erede alla guida dell'azienda e lei, che negli anni si era arrampicata fino ai livelli più alti, era riuscita, grazie anche al suo fascino, a farsi cedere la quota di maggioranza a prezzo stracciato. In 2 anni raddoppiò il fatturato dell'azienda assumendo 2 nuovi addetti. La sua era una cavalcata senza sosta, lavorava sempre e quando alla sera rientrava a casa, sola, si attaccava al computer o al cellulare o a qualunque mezzo di comunicazione elettronico. Nel volgere di poco tempo si ridusse all'isolamento, lavorava 13-14 ore al giorno, aveva tagliato tutti i ponti con le sue vecchie amicizie e non aveva tempo per le relazioni; la sua solitudine le stava bene. Ma come qualsiasi essere umano sano di mente, alla lunga si rese conto di soffrire di strani disturbi: inappetenza, difficoltà respiratorie, insonnia e tutta una serie di sintomi che piano piano la stavano logorando. Decise quindi di rivolgersi ad un medico con la speranza di ottenere qualche aiuto farmacologico che le permettesse di superare quel momento. L'anziano dottore si rifiutò di prescriverle qualsiasi medicinale prima che si sottoponesse a dei controlli specifici ma lei rispose che non aveva voglia di farsi sforacchiare la pelle e lui la rassicurò dicendo che l'avrebbe indirizzata da uno specialista di quei casi. Pur riluttante decise di seguire il consiglio del dottore e si rivolse alla specialista che, dopo averla visitata e sottoposta ad una serie di test, la convinse a seguire un programma specifico che l'avrebbe fatta rinascere; poi avrebbe deciso da sola se proseguire con il programma affidandosi alle cure di un centro specializzato.
    Cancellò quei pensieri e si diresse nuovamente verso la sua stanza e sotto i portici incontrò il suo istruttore, una donna sulla trentina che l'avrebbe seguita nel suo percorso.
    "Come va?" Chiese la donna.
    "Di merda, come vuoi che vada" Rispose lei acidamente.
    "Ci facciamo una camminata?"
    "Sei impazzita? Io mi sono già rotta i..."
    "Sssht, niente parolacce. Seguimi, andiamo sulla collina"
    "Ma io non posso superare la staccionata"
    "Non puoi superare la staccionata o non vuoi venire sulla collina?"
    "Salgo in camera. A che ora si mangia in questo posto?"
    "A mezzodì e a fine giornata"
    "Quindi?"
    "La mensa è in fondo al portico, se non sai capire quando è l'ora dei pasti vai là e aspetta pazientemente"
    Salì rabbiosamente nella sua camera; il non poter comunicare con il mondo esterno la stava esasperando, aveva un disperato bisogno di un cellulare o di un computer. Crollò seduta sul letto e si strinse la testa tra le mani; aveva deciso, avrebbe preso e se ne sarebbe andata da quel posto, immediatamente. Stava per dar seguito al suo proposito quando udì bussare alla porta e rispose automaticamente:
    "Avanti!" Era la sua istruttrice.
    "Il pranzo è pronto, ho pensato che all'inizio avresti avuto difficoltà a comprendere i tempi dellla nostra comunità, perciò voglio darti una mano"
    "Non ho bisogno del tuo aiuto, mi arrangio da sola. Anzi, ti dico che me ne vado" La reazione della giovane specialista però, la spiazzò.
    "Ok, come vuoi, ma la tavola è già apparecchiata e avrei piacere se tu mi facessi compagnia mentre mangio, poi sarai libera di andare dove vuoi"
    Psicologia per bambini, pensò lei "Non mi incanti, vacci tu a mangiare, io me ne vado"
    "D'accordo, buona fortuna" Altra psicologia del cavolo, non aveva intenzione di abboccare all'amo. Preparò sommariamente i suoi bagagli e scese per farsi consegnare le chiavi della macchina che era parcheggiata sotto gli ulivi. Attraversò velocemente il porticato e quando fu all'altezza della mensa un profumo intenso la paralizzò: il cervello stava cercando di tradurre gli odori percepiti dalle narici.
    "Zuppa di verdure fresche, minestrone insomma" Anna, la sua istruttrice, la stava fissando "Ripeto, se vuoi farmi compagnia un po' di minestrone c'è anche per te" Quel profumo aveva stimolato il suo stomaco; in fondo una ciotola di zuppa non l'avrebbe smossa dalla sua decisione, cosi seguì Anna in mensa.
    Il tavolo quadrato di legno e le sedie massicce le ricordavano qualcosa della sua infanzia ma non riusciva a collegare quell'immagine a niente. La volta del soffitto in mattoni rossi sorretta da archi di ferro battuto, i muri in pietra calcarea qua e là intonacati, il pavimento in cotto antico e le travi sopra le porte in legno, al centro della stanza una stufa a legna rivestita e le finestre scure adornate da tendaggi decorati, le lampade a muro e le panche vicino alla piccola legnaia e poi tutta una serie di dettagli che rendevano la mensa calda ed accogliente. La cucina attigua da cui arrivavano profumi squisiti e genuini, tutte quelle cose, quelle sensazioni a cui non era più abituata, tutto ciò la stava travolgendo.
    "Ti piace il minestrone?" Chiese Anna. Impiegò più del previsto per rispondere a quella semplice domanda.
    "Si, penso di si. Da bambina lo mangiavano spesso, mia nonna diceva che faceva bene, forse non mi piaceva ma lo mangiavo"
    "Bene, allora prendi il tuo piatto e seguimi, qui ci si serve da soli" Si servirono due abbondanti razioni e si accomodarono a tavola. Lei esitò un attimo, in realtà le piaceva quel profumo ma non sapeva cosa aspettarsi, da anni mangiava cibi precotti o piatti serviti al ristorante, l'alimentazione per lei era solo una questione di sopravvivenza. Mangiarono in silenzio e alla fine Anna chiese:
    "Ti è piaciuto Laura?" Si, le era piaciuto, un sacco.
    "E' buonissimo, complimenti allo chef"
    "Grazie" Rispose Anna sorridendo e poi, notando lo sguardo meravigliato di Laura proseguì "L'ho preparato io, sono contenta che ti sia piaciuto"
    "Tu? E come hai fatto?" Laura sembrava non crederle.
    "Abbiamo un orto e una serra ricche di ortaggi e frutta, ho raccolto quello che mi gustava, l'ho pulito, preparato e poi cotto sopra la stufa a legna, niente male eh?"
    Laura stava pensando ad altro, riaffioravano vecchi ricordi, quando da bambina amava giocare con gli amichetti in campagna, a piedi nudi. Poi era cresciuta rapidamente, la ragazzina era diventata donna per forza, i genitori erano morti in modo tragico, violento e lei aveva rimosso tutto quello che riconduceva a loro, anche le giornate passate in campagna dai nonni. Anna la richiamò al presente.
    "Laura, ci sei?" Lei rispose come se Anna avesse partecipato ai suoi ricordi.
    "Quante caz.. ops scusa, quante sciocchezze. Mi vien da ridere se penso che questa situazione mielosa è contro tutti i miei principi: io, immersa nella tranquillità a mangiare verdure cotte raccolte dall'orto di casa. Nel mio mondo sono cose ridicole, scempiaggini da romanzo. Il mondo reale non è questo, nella vita bisogna farsi strada con la forza, sempre sulla cresta dell'onda e se voglio un minestrone me lo preparo al microonde o vado in qualche trattoria a farmelo servire" Anna non si scompose, era una professionista ed anche una donna dall'animo sereno e rispose:
    "Non ti ho vista ridere" Laura la guardò di sbieco "Hai iniziato il tuo discorso affermando che ti veniva da ridere, ma al posto di ridere ti sei fatta venire la bava alla bocca" Laura bofonchiò sconsolata e stava per rispondere a tono quando iniziò a ridere, una risata spontanea che le saliva dal profondo dell'animo fino a farla piangere "Vaffanculo Anna" Anna la guardò intensamente e scoppiò a ridere, una risata fragorosa, sincera. Le due mangiarono anche il secondo, una frittata di uova fresche accompagnate da patate lesse, continuando a beccarsi e a ridere come bambine.
    "Grazie Anna, un ottimo pasto e tante risate, come non mi capitava da anni. Ma questo posto è finto e io devo tornare alla realtà" 
    "Ho raggiunto il mio scopo; farti ridere. Il sorriso non era finto e te lo porterai ovunque tu vada, in qualsiasi situazione. Vai per la tua strada Laura, ma sii felice e sorridi alla vita, sempre"
    Si congedò da quel posto convinta di aver perso tempo, un buon pasto, due risate, tutte cose che poteva avere come e quando voleva; classificò l'episodio come un piccolo contrattempo nella sua vita organizzata. Rientrò a casa quando ormai era già buio e per prima cosa recuperò i suoi adorati accessori elettronici e li accese tutti. Sul cellulare, di ultima generazione, c'erano diversi messaggi e li aprì avidamente: <Ho chiamato per quella questione con la banca, fatti sentire> <Il cliente di Milano vuole vedere solo te, non gli interessa se ti sei presa qualche giorno di riposo, che gli dico?> <Entra a far parte del nostro club, abbiamo bisogno di persone come te: belle, affermate...> Uscì dall'applicazione un po' delusa senza guardare gli altri messaggi. Sul computer nel frattempo l'indicatore segnalava l'arrivo di numerose cartelle. Cominciò a scorrerle con meno entusiasmo del solito. <Laura dove sei? Dopodomani c'è la cena di presentazione dei...> "Affanculo!" Andò in bagno per farsi un bel idromassaggio ma istintivamente optò per una rapida doccia. Dopo essersi asciugata e cosparsa di prodotti per la pelle si diresse in camera e aprì l'armadio per prendere l'abbigliamento da notte. Stava per indossare un capo di seta quando gli occhi caddero sui pomelli dell'ultimo cassetto; da tanto tempo non lo apriva. Con le mani tremanti tirò con eccessiva cautela quel cassetto dove, ripiegati, due pigiamoni di lana emanavano odore di chiuso e naftalina. La sua mente tornò a quella sera; lei, tredicenne e già signorina, era scappata nella sua cameretta con il suo pupazzo di peluche e aveva indossato il pigiama di lana regalatole dalla nonna per poi ficcarsi sotto le coperte, testa compresa. Le urla provenienti dalla cucina non promettevano nulla di buono: stavano litigando furiosamente come sempre, o più del solito?
    Afferrò il pigiama tastandone la consistenza e le sembrò di sentire la mano di sua madre sulla spalla, come quella sera.
    "Laura. Laura, piccola mia. L'orco non c'è più, la mamma l'ha eliminato, ma anche lei è una brutta strega e tu non vuoi le streghe in casa, vero? Dormi piccola mia dormi, hai avuto un incubo" Non riuscì a prendere sonno ma restò sotto le coperte fino a che, dopo un tempo indefinito, sentì vicino a lei delle voci e una giovane donna che le chiedeva di alzarsi; sbirciò da sotto le coperte e intravide una ragazza in divisa.
    La madre e il padre erano morti, lei si era buttata dal balcone dopo aver infierito sul corpo del marito con un coltello da cucina. Laura, dopo un primo periodo di ricovero, venne affidata ai nonni materni con cui sarebbe andata a vivere in campagna. Quella sera però aveva lasciato un segno indelebile nella sua mente e pian piano si rifugiò nel suo mondo fino ad arrivare ad essere quello che era oggi, una donna tutta presa dalla carriera e dalla voglia di apparire.
    Decise di indossare quel pigiama per la notte; oggi, a 44 anni, aveva più o meno la stessa taglia di quando ne aveva 13 ed infatti lo indossò senza problemi, investita da quel calore che fece riaffiorare vecchie emozioni. Aprì un altro cassetto e da un sacchetto di plastica estrasse un pupazzo di peluche, ancora intatto, come tanti anni prima. Si sdraiò sul letto e si coprì con il morbido piumone stringendo a se il pupazzo, poi spense le luci. Si addormentò senza televisione accesa come non capitava da parecchio tempo e dormì serena, senza incubi. Alle 5.15 la sveglia la sorprese in un sonno profondo, quel suono le dava fastidio e si affrettò a spegnerla. Uscì dal letto controvoglia, strano pensò: di solito si alzava prima del suono della sveglia, forse non aveva digerito i cibi mangiati a pranzo, non era più abituata a certe porzioni. Si recò in cucina per prepararsi la colazione, caffè nero e forte e yogutr magro accompagnati da succo d'uva e pane integrale. Mangiò e poi si preparò per la giornata; alle 6.00 in punto era in azienda. A quell'ora era sola e fino alle 8.00 sarebbe stato così, quelle erano le ore che rendevano meglio, nessuno a disturbare il suo lavoro e soprattutto nessuno a cui dover ricordare il proprio mestiere; eppure quella mattina non riusciva ad ingranare, qualcosa la distraeva. Si concentrò su dei grafici elaborati al computer, ma più si sforzava di lavorare e più il suo cervello divagava.
    "Merda!" Esclamò furiosa. Decise allora di fare una perlustrazione della ditta, era stata assente per quasi 2 giorni e non voleva trovar sorprese. Ispezionò ogni angolo e ogni scrivania trovando tutto a posto, forse i suoi dipendenti non erano così male come pensava; impossibile, li sorprendeva spesso a ridere e scherzare, comportamento che distrae dal lavoro e causa errori su errori.
    Sorridi alla vita, udì nella sua testa.
    "Maledizione! Anna" Parlò tra se e se senza accorgersi della presenza di una delle sue dipendenti.
    "Signora? Sta bene?" Era Manuela, la sua più preziosa collaboratrice.
    "Manuela!?" Non ti ho sentita entrare, cosa fai qui cosi presto?"
    "Sono le 7.55 signora, alle 8.00 comincio, come sempre"
    Le 8.00. Erano passate 2 ore e non aveva concluso niente.
    "Come è andata in mia assenza, tutto bene?"
    "Si signora, tutto bene. Se vuole le faccio il riepilogo di ciò che abbiamo fatto" Rispose l'impiegata in modo servile.
    "Senti Manuela, quanti anni hai? 37? 38?"
    "39 signora"
    "Infatti, 39. Potresti essere la sorella minore che non ho e avrei piacere che tu mi chiamassi per nome, io sono Laura, ok?"
    "Si signora, certo Laura"
    "Bene. Appena arrivano tutti gli altri radunali nella sala riunioni, devo fare un annuncio" Manuela fu sorpresa da quelle parole, ma con un cenno del capo si congedò. Laura tornò nel suo ufficio e sul computer diede uno sguardo alle previsioni meteo; quel fine settimana era prevista una risalita delle temperature e cielo sereno. Poi prese a smaltire un po' di mail arretrate e dopo circa un'ora Manuela le comunicò che tutto il personale era riunito nella sala riunioni e lei rispose che entro 5 minuti sarebbe arrivata. Il suo cervello stava combattendo una guerra intestina, ma in cuor suo sapeva che qualcosa era cambiato, che lei lo volesse o no.
    Entrò nella grande stanza e trovò tutti i suoi dipendenti in piedi ad aspettarla.
    "Sedetevi ragazzi, non sono mica un giudice" Si guardarono tutti sbigottiti per poi accomodarsi sulle numerose sedie.
    "Signori, buongiorno. Questo fine settimana dovrò assentarmi per delle faccende personali, in mia assenza sarà Manuela a prendere il comando, mi fido di lei e altrettanto confido nella vostra collaborazione. Inoltre vi concedo il pomeriggio di venerdì libero e retribuito. E' tutto e ora buon lavoro" Lo sbigottimento era sfociato nell'incredulità, fu così che Manuela si calò subito nel ruolo di vice.
    "Su, avete sentito cosa ha detto Laura? Al lavoro"
    Fu la settimana più strana degli ultimi anni. Lavorava tanto e riusciva anche a scambiare qualche parola con i suoi dipendenti, in particolare con Manuela che ogni tanto le strappava un sorriso e di sera, quando rientrava a casa, si dedicava alla cucina preparando torte e piatti mai fatti prima. Il giovedì pomeriggio portò una torta alle mele in ufficio e chiamò Manuela.
    "Assaggiala, dimmi cosa ne pensi" Manuela prese un pezzo di torta e se lo portò alla bocca, il suo olfatto finissimo la avvertì che qualcosa non andava ma ormai era troppo tardi per non assaggiarla e così ne addentò un pezzo. Non riuscì però a mascherare una smorfia di disgusto che non sfuggì a Laura.
    "Non è buona?"
    "Fa schifo" Manuela si meravigliò della risposta che aveva dato ma ormai era troppo tardi. Laura non si scompose e per tutta risposta prese un pezzò di torta e la assaggiò.
    "Pthu! Hai ragione, fa veramente schifo" Le due donne scoppiarono a ridere "Se vuoi posso venire a casa tua e insegnarti a fare una torta decente" Quelle parole cristallizzarono l'aria dell'ufficio, le due donne si trovarono a fissarsi intensamente e Laura faticò a rispondere, le mancava il fiato.
    "Sarò via per qualche giorno, devo risolvere delle faccende. Forse, quando torno, potremmo riparlarne"
    "Scusami Laura, non volevo essere inopportuna. Adesso vado che c'è tanto lavoro da fare"
    "Manuela!" Laura quasi urlò "Si?" Rispose lei "Mi mancherai questi giorni" "Anche tu Laura e spero possa trovare quello che vai cercando"
    Quella mattina, in portineria, le dissero che Anna era nella serra e lei, dopo aver parcheggiato l'auto sotto l'ulivo della prima volta, la raggiunse. Era accovacciata a raccogliere dell'insalata, ma con la coda dell'occhio si accorse del suo arrivo e si alzò in piedi.
    "Laura!?" Disse sorpresa.
    "Sono tornata" Rispose lei.
    "Mi fa piacere rivederti, ti fermi a pranzo?"
    "Anna, io sono tornata per curarmi, ho bisogno del vostro aiuto del tuo aiuto"
    "Ok, andiamo a mangiare così mi spieghi tutto"
    Davanti ad un piatto di pasta al pomodoro fresco le donne cominciarono a chiacchierare come due vecchie comari e Anna si fece raccontare gli ultimi giorni trascorsi da lei. Laura raccontò tutto nei minimi particolari, sorridendo e a volte vergognandosi di alcune cose. Finirono il pranzo e si alzarono per fare due passi, dirigendosi verso la staccionata "Andiamo sulla collina?" Chiese Anna. Stavolta Laura la seguì e raggiunta la cima restò senza parole. Da lì poteva osservare un panorama che dalla strada non si scorgeva, le dolci colline facevano da cornice allo splendido paesello, dove troneggiava il vecchio campanile.
    "Ti piace Laura?"
    "E' stupendo! Credo che questo mi aiuterà a guarire"
    "Ma tu sei già guarita!" Esclamò Anna. Laura restò in silenzio a fissare quel paesaggio incantevole meditando per qualche attimo sugli ultimi avvenimenti, sulle ultime parole scambiate con Anna. poi si girò verso di lei, con calma e le poggiò una mano su una spalla. Le due si abbracciarono e laura cominciò a piangere, mentre Anna le accarezzava dolcemente la testa e dopo aver avvicineto la bocca ad un orecchio le sussurrò in modo amorevole:
    "Va da lei, chiamala, dille quello che provi, apri il tuo cuore e vedrai che tutto andrà bene" Laura strinse ancora più forte l'amica, fino a toglierle il respiro per poi staccarsi da lei e ringraziarla di cuore. Adesso stava sorridendo "Grazie Anna, grazie all'infinito, sarò sempre felice di rivederti e ti aspetto a trovarmi su in città" "D'accordo Laura, ma adesso corri da lei o farai tardi" "Volo! Anna?" "Dimmi" "Ci sono ancora in serra quelle splendide mele?" "Passa in cucina, c'è ne sono due cassette, prendine quante ne vuoi" "Grazie, sei un tesoro" "Anche tu Laura"
    Recuperò alcune mele e si fiondò in macchina. Non vide la strada e non si accorse del tempo che scorreva tanta era l'euforia, giungendo in ditta al giusto orario. Salì in ufficio trovando tutto deserto, solo una stanza aveva ancora la luce accesa, la sua. Varcò la soglia e trovò lei intenta a sistemare la scrivania e sentendola sollevò lo sguardo sorpresa nel rivederla ora e non riuscì a proferir parola. Laura allora le si avvicinò e le mostrò un cestino contenente delle mele "Se vuoi puoi venire da me e insegnarmi a preparare una torta di mele, non ho impegni stasera" Manuela la fissò incredula e dal profondo della gola uscì un suono di assenso.
    Le due donne andarono a casa di Laura a preparare la famosa torta di mele e quella notte scoprirono che l'amore, la serenità e la complicità tra di loro, tra due persone, sono più importanti di qualsiasi bene materiale.

  • 25 gennaio 2014 alle ore 15:44
    Lei, la casa.

    Come comincia: La fredda serata invernale invogliava a starsene al caldo sul divano e a Lei, la casa, piaceva quella sensazione di famiglia, riunita dopo un'intensa giornata. L'uomo lavorava in una piccola officina di paese, mentre la donna era impiegata part-time all'ufficio postale, lavoro che le permetteva di seguire i due figli adolescenti impegnati nello studio e nelle loro attività extrascolastiche. Di lì a qualche mese la figlia avrebbe affrontato gli esami di maturità, mentre il fratello frequentava la quarta superiore con alcune difficoltà. A volte i due giovani non seguivano le direttive dei genitori e in loro assenza trasgredivano ad alcune regole ma senza eccedere. La ragazza ogni tanto ospitava il suo fidanzato e alcuni pomeriggi, programmati per studiare, finivano in cameretta sotto le coperte mentre Lei, la casa, si divertiva ad osservare i tentativi della giovane di nascondere le tracce e le altrettante volte in cui la madre scopriva tutto tenendolo nascosto al marito perché non gradiva, anche se probabilmente aveva dei sospetti ma faceva finta di niente. Ma Lei, la casa, lo vedeva, lo sentiva brontolare e anche quando lui riprendeva i figli, Lei sentiva tutto l'affetto che l'uomo provava per loro. Adesso i due genitori erano comodi sul divano, lui che massaggiava le gambe stanche della moglie mentre lei faceva il resoconto della giornata e alla tv stava passando uno speciale sull'ennesimo cataclisma tropicale. Osservavano quelle scene raccapriccianti eliminandole automaticamente dalla loro mente; spesso, purtroppo, i ritmi imposti dalla vita non lasciavano spazio ai problemi altrui. Eppure un'immagine attirò l'attenzione della donna che si irrigidì all'istante, colpita nel suo animo sensibile; scena che invece era sfuggita al marito intento a massaggiarla e ad ascoltarla, perciò la reazione della moglie lo sorprese.
    "Hai visto? Caro, hai visto quelle immagini?"
    "Quali in particolare? Sono 20 minuti che passano scene tremende"
    "No, no. Quell'immagine, le due donne che si sono abbracciate dopo aver fatto il segno della croce e sono poi state travolte dal fango"
    "Avranno affidato la loro anima al signore consapevoli della fine imminente"
    "Infatti. Sono state lucide fino alla fine, niente isterismi, niente pazzie, un segno della croce che è il gesto di fede estrema e poi un abbraccio a significare che la morte non le avrebbe separate"
    "Si, forse è così,o forse la tua fervida immaginazione ti fa interpretare dei semplici gesti come avvenimenti eccezionali, ma in fondo il tuo animo gentile è più delicato del mio" Si amavano.
    I ragazzi erano nelle rispettive camere; la figlia stava finendo una ricerca da presentare a scuola mentre il fratello era impegnato in una conversazione telefonica con il suo amico del cuore. Lei, la casa, sapeva delle sue inclinazioni affettive e spesso condivideva i suoi difficili momenti. Essere gay non era un peccato, la società moderna sbandierava apertura e accoglienza per chiunque, ma nella realtà quotidiana era difficile far capire la propria situazione, rischiando di essere marchiati a vita. Sentire la sua voce melodiosa e felice impegnata in quella conversazione, faceva comprendere come la vita non rendesse giustizia a tante persone e Lei, la casa, avrebbe voluto far vedere quelle scene e sentire quelle parole al mondo intero e forse anche i cuori più duri si sarebbero inteneriti, ma non poteva far nulla.
    In sala i due genitori avevano cambiato canale; basta disastri, basta lacrime. Adesso stavano guardando una commedia con forti risvolti comici, era venerdì sera e avevano voglia di rilassarsi. Si accese la luce, la figlia aveva l'aria stanca di chi ha studiato parecchio.
    "Hai un'aria stravolta tesoro, fai una  pausa?"
    "Si mamma e mi preparo una tisana calda"
    "Tuo fratello?"
    "E' in cmera sua, al telefono"
    "Con il suo amico?" Chiese il padre.
    "Si papà" Calò il silenzio e la ragazza si rifugiò in cucina. Lei sapeva della storia del fratello e lo sapeva anche sua madre, mentre il padre aveva solo dei forti sospetti; l'uomo non soffriva di questa cosa, voleva bene al figlio e avrebbe sostenuto qualsiasi sua scelta. Soffriva invece del fatto che non lo coinvolgessero direttamente nella faccenda, forse temendo la sua reazione. Strinse forte la mano della moglie che, capendo il suo stato d'animo, ricambiò la stretta.
    Era una famiglia unita, le tribolazioni quotidiane cementavano ogni giorno di più il loro rapporto e Lei, la casa; era in prima fila a godersi lo spettacolo della vita.
    Il ragazzo era ancora al cellulare, ultimamente faceva sempre più fatica a chiudere la conversazione; parole dolci e sincere, fra due cuori aperti. Era bello sentire quella gioia, priva di censure perché protetta dall'intimità della sua camera ma il mondo, fuori dal nido, era ben altra cosa. Alla fine chiuse la telefonata e strinse il cellulare a se; era un ragazzo dolcissimo e Lei, la casa, lo adorava.
    Il ragazzo decise di andare in cucina a farsi uno spuntino e trovò la sorella intenta a bere una tisana fumante, i loro sguardi si incrociarono e lui abbassò il capo.
    "Parla con papà, è giusto che anche lui sappia" Disse la ragazza.
    "Cosa dovrebbe sapere?" Rispose seccamente il fratello.
    "Non fare il finto tonto, lo sai a cosa mi riferisco"
    "Non posso"
    "Perché?"
    "Perché non posso, non voglio"
    "Hai paura? Vergogna?"
    "O cazzarola quante storie! Non voglio, punto"
    "Non è scemo, capisce e soffre, si sente tagliato fuori"
    "E allora? Vado da lui e gli dico <papà, sono frocio> è questo che devo fare? Mi devo umiliare davanti a lui?"
    "Non capisci una mazza, ti vuole bene, non sarebbe umiliarsi davanti a lui ma renderlo partecipe"
    "Ha sempre avuto idee strane a riguardo"
    "Ma ha sempre detto che il mondo è vario e che alcune cose sono più grandi della sua comprensione"
    "Non ora, ci devo pensare"
    "Ha chiesto di te prima, parlaci" In quel momento entrò in cucina la madre.
    "Ecco i miei tesori" Era sorridente, poi notò le loro facce scure e chiese sottovoce:
    "Qualche problema?"
    "Ho detto che deve parlare con papà" Disse la figlia. I tre restarono in silenzio, soppesando quella ipotesi.
    "Si, è giusto che vi parliate, da uomo a uomo"
    "Ma mamma!?" Imprecò il figlio.
    "Si, da uomo a uomo" Confermò la madre. Si servirono qualcosa da bere e da mangiare senza più dire una parola. Quante volte Lei, la casa, aveva assistito a scene del genere; anche in una famiglia dove ci si vuole bene captano dei momenti di tensione e spesso il silenzio evita di peggiorare la situazione. Avevano parlato liberamente esponendo i propri pensieri, cosa sempre più rara al giorno d'oggi e Lei, la casa, aveva la fortuna di vivere le loro emozioni e di sentire il loro calore, tutti i giorni.
    "Va bene mamma, hai ragione, devo affrontare questa cosa da uomo" La donna si commosse e i suoi occhi diventarono lucidi. Anche la figlia fu scossa da un fremito lungo la schiena e istintivamente afferrò la vicina mano della madre. Erano quelle le scene preferite da Lei, la casa, quando i sentimenti veri riempivano ogni anfratto rendendola felicissima.
    La madre si avvicinò al figlio.
    "Noi andiamo in camera, stai tranquillo, tuo padre ti vuole bene" Lo baciò teneramente sulla testa e si avviò verso la camera matrimoniale e anche sua sorella lo baciò, senza dir nulla.
    Adesso Lei, la casa, era curiosa di vedere cosa sarebbe successo. Il ragazzo sembrava deciso e il padre era in sala, seduto sul divano, come se lo aspettasse. Uscì deciso dalla cucina e si diresse dal padre avvicinandosi a lui senza far rumore.
    Il genitore si accorse della sua presenza e accese la lampada poggiata a lato del divano, i due si ritrovarono faccia a faccia a pochi centimetri di distanza. Il figlio respirò a fondo e poi disse tutto d'un fiato:
    "Papà ti devo parlare di una cosa importante e vorrei che tu mi ascoltassi" Temendo la reazione del genitore, si strinse tra le spalle abbassando la testa, in modo da proteggersi. Il padre capì quel gesto ed ebbe un sussulto di vergogna <Ma che razza di padre sono se mio figlio ha paura di parlarmi?> Pensò rabbuiandosi in viso; suo figlio gli aveva chiesto una cosa, doveva rispondere.
    "Sediamoci. Dimmi cosa ti turba, non avere paura ne tantomeno vergogna, sono tuo padre e prima di tutto voglio il bene della mia famiglia" Il ragazzo allentò la tensione e si mise a sedere sul divano con suo padre. L'uomo apprezzò quel gesto e parlò per primo.
    "Prima che tu parli, voglio raccontarti una storia. Non la conosce nessuno, nemmeno tua madre. Sai quanto le voglio bene, ma ho tenuto questo segreto per tutti questi anni e penso che tu, adesso, abbia la maturità e l'intelligenza per capire ciò che sto per dirti e sono altrettanto sicuro che terrai questa storia per te" Fece un grosso respiro prima di proseguire "Avevo più o meno la tua età, non andavo a scuola, lavoravo in officina come apprendista. Il figlio del mio capo aveva un paio d'anni più di me, vestiva sempre elegante e guidava macchine che io apprezzavo solo sulle riviste. Ogni tanto scendeva in officina e si fermava a parlare con me, aveva un carattere espansivo e spesso mi abbracciava con forza mettendomi tremendamante in imbarazzo; per prima cosa era il figlio del padrone e non volevo si pensasse che fossi un perditempo, ma il motivo principale della mia vergogna era che in paese girava voce che fosse gay. Oggi sembra ridicola la cosa, ma ai tempi, se ti marchiavano, restavi segnato a vita e io non volevo sentirmi dire frocio per il resto dei miei giorni. Sta di fatto che lui veniva a trovarmi sempre più spesso, anche fuori dall'orario di lavoro. Conoscevo già tua madre e anche se non eravamo ancora fidanzati a sua insaputa ho finto spesso di esserlo pur di far capire al figlio del mio capo che non mi interessavano gli uomini.
    Una sera eravamo al bar, era piuttosto tardi ed eravamo restati in pochi amici, le ragazze erano già andate a casa e tutto ad un tratto arrivò lui, al volante di una spider e visibilmente ubriaco. C'erano anche due donne, due prostitute e i ragazzi pensarono che volesse far colpo su di noi, ma io sospettavo che il motivo fosse un altro. Alcuni giorni prima mi aveva fatto una dichiarazione; quel pazzo si era innamorato di me.L'educazione ricevuta dai miei genitori, i tui nonni, mi impose di mantenere una calma che in quel momento mi sembrò fuori luogo. Avrei voluto gridargli in faccia di togliersi dalle scatole, che io non ero frocio e che lui poteva andare a prenderselo in quel posto da un'altra parte, ecco cosa avrei voluto dirgli. Invece mi limitai a rispondere vagamente senza metter in chiaro le cose, forse stavo difendendo il mio posto di lavoro. Non la prese male, anzi, disse che la cosa lo eccitava e quella sera al bar ne era la dimostrazione. Il giorno successivo, in officina, ancora annebbiato dai fumi dell'alcol tornò alla carica e io persi la pazienza; lo insultai pesantemente, alcuni operai presenti si avvicinarono per capire cosa stesse succedendo e non mi accorsi che c'era anche suo padre; per farla breve fui licenziato e non seppi più niente di loro. Dopo circa un anno trovarono il ragazzo impiccato nell'officina del padre, nessun biglietto, nessuna spiegazione. La notizia fece rapidamente il giro del paese e alla sera tutti sapevano dell'accaduto. Il giorno seguente mia mamma mi consegnò una raccomandata indirizzata a me, arrivava dalla capitale. La aprii con curiosità, chi mi scriveva dalla capitale? Restai di sasso, era lui, poche parole ma dritte al cuore: <Ti amavo veramente, ma il TUO destino era un altro. Non piangermi, ricordati di me> Nessun accenno, niente nomi, ma io sapevo che era lui. Quell'evento mi segnò profondamente, non so dirti se positivamente o meno. Oggi però penso di essere pronto a qualsiasi cosa" Il figlio l'aveva ascoltato attentamente, senza mai interromperlo, sentire il padre confessare il suo segreto lo aveva meravigliato: lui, l'uomo tutto d'un pezzo, aveva aperto il proprio cuore al figlio.
    Lei, la casa, avvertiva chiaramente la tensione e l'emozione dei due uomini emanava una tale energia da far risplendere la stanza mentre Lei si beava di tutto ciò. Il ragazzo si avvicinò al padre e con un gesto affettuoso lo abbracciò e gli sussurrò nell'orecchio "Papà, sono gay" E poi scoppiò in lacrime, anche il padre prese a piangere e l'abbraccio tra i due si fece intenso, quasi a voler fondere le proprie sensazioni l'uno con l'altro. Poi il padre baciò il figlio in testa e con voce strozzata dal pianto riuscì a dire "Grazie figliolo, grazie. Tuo padre è qui, con te. Ti voglio bene, sempre e comunque" Continuarono a piangere e a tenersi abbracciati per parecchi minuti poi l'uomo disse al figlio di andare a riposare e di star tranquillo, la sua famiglia era con lui. Il ragazzo raggiunse la sua camera e prima di coricarsi inviò un messaggio al suo amico del cuore.
    Nel frattempo il padre aveva raggiunto la moglie che era sveglia ad aspettarlo; dalla faccia del marito capì che si erano parlati "Vi siete chiariti?" Chiese lei speranzosa "Più di quanto immagini tesoro, credimi, più di quanto immagini" "Si sdraiò nel letto e i due si addormentarono abbracciati.
    Quante emozioni quel giorno e che rivelazioni alla sera. Adesso erano tutti nel letto, soto le coperte. Fuori la temperatura si era leggermente alzata e grossi fiocchi di neve avevano cominciato a ricoprire le superfici ghiacciate. Dormivano, circondati da quel silenzio irreale che si crea quando nevica forte, nel giro di qualche ora sarebbe stata mattina e una nuova giornata avrebbe accompagnato il cammino di quella famiglia che le regalava gioia e serenità. Avrebbe pensato Lei a proteggerli e coccolarli, con il suo calore, con la sua intimità. Si dice che quattro mura e un tetto sulla testa bastano per vivere, ma Lei non era solo un tetto e quattro mura; Lei era la loro casa e loro la sua famiglia.

  • 08 gennaio 2014 alle ore 23:05
    Il maestro racconta, l'origine dll'ombra

    Come comincia: La porta della cella si chiuse alle sue spalle. Si avviò con passo deciso verso le barriere che dividevano l'ala carceraria vera e propria dalla zona ricreativa mentre le due guardie non lo perdevano di vista un attimo. Aveva scontato la sua pena, ma gli avrebbero fatto sentire il fiato sul collo fino all'ultimo istante; avrebbe sopportato. Dopo 25 anni li dentro senza mai poter uscire era pronto a qualsiasi umiliazione. Sapeva di aver provocato dolore e sconforto e non pretendeva di essere perdonato, l'uomo che stava per uscire però non aveva niente a che fare con il ragazzo di allora, 25 anni, il massimo della pena secondo la legislatura lunare; sulla Terra avrebbe rischiato l'ergastolo e in alcune regioni che sfuggivano al controllo delle federazioni, la morte.
    "Ecco qua il nostro detenuto modello, finalmente ci liberiamo del tuo brutto muso e ti assicuro che nessuno ne sentirà la mancanza; per conto mio puoi uscire e farti ammazzare. Riconosco che non hai mai creato problemi e comunque adesso sei libero, vedi di comportarti bene" Concluse il direttore del penitenziario.
    [Le solite cazzate di congedo] Stava pensando [Ancora qualche minuto e poi tanti saluti a te e alla Luna].
    Le formalità burocratiche richieserò più di qualche minuto e solo grazie alla sua amicizia con degli addetti evitò di rimandare la sua scarcerazione al giorno dopo, doveva solo restare calmo. Alla fine ebbe l'ok, era libero e nessuno lo trattenne ulteriormente. 
    Appena fuori controllò l'orario: le 18.30, ora di Londra sulla Terra. Infatti per motivi di ordine sulla Luna vigeva un unico orario, adeguato a quello della capitale inglese; dettagli, l'importante era essere fuori.
    Nonostante la buona condotta non gli avevano concesso sconti sulla pena, la legge sulla Luna era chiara in proposito. Avendo lavorato per 20 anni nel rerparto informatico del carcere, era convinto di trovare un qualche impiego sulla Terra. Al momento del rilascio si avevano due alternative: un biglietto gratis per la Terra e una diaria, o il suo equivalente in denaro.
    Il giorno dopo era in viaggio per la Terra, destinazione Sidney. Erano 5 gli aeroporti sulla terra collegati alle 3 stazioni lunari: Chicago, Londra, Tokio, Sidney e Buenos Aires.
    Aveva scelto l'Australia per stare lontano dai guai convinto che le sue origini britanniche lo avrebbero aiutato ad integrarsi in quella terra ed era sicuro di poter cominciare una nuova vita.
    Il suo vicino di volo lo stava strattonando energicamente, si stropicciò gli occhi pesanti e reagì bruscamente, ma l'altro disse gentilmente: "Stiamo per atterrare, non ha sentito l'annucio vocale?" [Evidentemente no, altrimenti mi sarei svegliato] Evitò di essere scortese riuscendo anzi a rispondere: "Scusi, la ringrazio per avermi avvisato" Il sonno lo aveva travolto; dopo un quarto di secolo costretto a dormire su brande tutt'altro che comode, le poltroncine del velivolo sembravano letti a 2 piazze.
    Le operazioni di sbarco furono veloci e senza intoppi e grazie al nuovo metodo di decompressione, appena sbarcati si poteva immediatamente accdere all'esterno.
    Sapeva già dove dirigersi perchè si era preparato un itinerario con i vari punti da raggiungere calcolando che il denaro della diaria gli sarebbe bastato, ma non doveva sostenere spese extra. Con un mezzo pubblico, il più economico, raggiunse un dormitorio per gli sbercati, alloggi creati appositamente per chi arrivava dalla Luna; super economici servivano per smaltire l'effetto del viaggio e del cambio di fuso. Avendo dormito durante il volo non aveva sonno, ma prima di scendere sulla terra aveva fatto scorta di sonniferi, doveva dormire per prendere il ritmo della città, ma nonostante la dose massiccia di medicinali non riuscì a riposare al meglio. All'alba, preso dallo sconforto, si alzò rassegnadosi a vivere una giornata da incubo, infatti, oltre che al fuso orario, doveva abituare il corpo al clima e alla luce solare; a Sidney era estte piena e lui quel caldo non lo sopportava.
    Pagò il conto e si diresse verso la prima tappa del suo tour per registrarsi, l'ufficio immigrazione; dal carcere era uscito con un pass per la Terra valido 72 ore. Per quel lassso di tempo era regolarizzato in tutto il mondo, oltre sarebbe risultato immigrato clandestinamente dalla Luna. Fortunatamente trovò l'ufficio alla svelta e ancor meglio lo trovò semideserto e dopo alcuni minuti era seduto davanti ad un addetto che lo invitava a mostrare i suoi documenti.
    "Bene, ottimo, con questo pass non avrà avuto noie all'aeroporto" Confermò l'addetto. Lui non capì se stesse scherzando e rispose:
    "E' un pass intercontinentale, per 3 giorni mi garantisce libertà di movimento"
    "Certo. Vedo che il suo ultimo domicilio sulla Terra è stato Leicester, in Inghilterra, dico bene?" Ovviamente, era tutto riportato nel suo dossier; mantenne la calma.
    "Si, esatto, sono nato e cresciuto a Leicester"
    "Poi ha deciso di cambiare residenza, o meglio, l'hanno trattenuta per, 25 anni? Sulla Luna, giusto?" Cominciava a dargli ai nervi. Sapeva che avrebbe incontrato qualche idiota sulla sua strada, ma sperava non subito. Ripensò alla sua cella. [Calmo Larry, stai calmo]
    "Giusto. E' riportato tutto nel mio dossier" Sentenziò con naturalezza.
    "Bene, quindi lei è un ex galeotto, o sbaglio?" Il tipo stava superando il segno, però aveva bisogno alla svelta del documento di registrazione; contò fino a 10 e rispose con il massimo dell'autocontrollo:
    "Esatto, un ex galeotto che ha scontato tutta la sua pena senza una nota di demerito e che ore vuole ricominciare una nuova vita"
    "Come mai proprio qui a Sidny? E' piuttosto lontano da Leicester, ha cattive intenzioni?" No, non avrebbe sopportato oltre; quel coso non doveva e non poteva sapere altro. Il suo compito era di rilasciare registrazioni e i documenti che gli aveva fornito erano perfettamente in regola, la pazienza era finita.
    "Sentim,i coso: ho sopportato tutte le tue stronzate, ma adesso o mi rilasci la registrazione o ti faccio raggiungere la Luna a calci nel culo, capito?" L'addetto non si scompose minimamente.
    "Certo, tranquillo. Oggi è una giornata fiacca e pensavo che un pò di conversazione mi avrebbe distratto dalla noia. Ecco il suo prezioso documento, come vede mentre parlavo mi davo da fare, arrivederla" "Non contarci" Rispose Larry con la bava alla bocca.
    [Ecco, sono appena arrivato sulla Terra e già trovo un buffone che mi fa perdere le staffe]
    Il prossimo obiettivo era quello di ottenere il documento identificativo, sapeva dove dirigersi e in 15 minuti arrivò a destinazione. Qui fu meno fortunato, c'era un solo ufficio per il rilascio di quel documento e ameno 20 persone in attesa. Prese il suo ticket, 80 minuti di attesa, riportava in neretto. [Maledizione!] Sulla Luna era tutto più semplice: tutte le strutture aperte al pubblico erano dotate dl registro del cittadino. Chiunque era sottoposto alla scansione del DNA e successivamente registrato con tutti i dati di riconoscimento e ogni anno questi dati venivano aggiornati, salvo eventi speciali che ne richiedessero aggiornamenti immediati; chi restava sulla Luna per poco avrebbe dovuto fare la registrazioe ed eventualmente  ririfarla al prossimo sbarco. In questo modo erano tutti schedati in modo da avere il controllo totale e da quel momento su tutta la Luna un sistema avanzato permetteva di individuare chiunque e negli ambienti pubblici c'erano delle piastre rivelatrici che individuavano chiunque con il semplice tocco. Sulla Terra non si poteva fare una cosa simile per 2 semplici motivi: primo, le difficoltà di immagazzinamento e redistribuzione di miliardi di dati. Secondo e più importante, tante associazioni erano contrarie al controllo totale della popolazione. Larry non la pensava così; sulla Luna lo avevano beccato, sulla Terra l'avrebbe scampata.
    Erano passati 5 minuti, era abituato alle attese, ma dopo anni in galera gli sembrava di buttar via ogni secondo della sua vita. Non era cambiato nulla: burocrazia, lungaggini, disorganizzazione. Finalmente arrivò il suo turno, l'impiegata pareva una delle Gorgoni e Larry provò un approccio gentile.
    "Salve. Ho bisogno del documento identificativo" Disse mentre porgeva il documento di registrazione.
    "Pensavo fosse qui per acquistare del gelato" Rispose acidamente lei.
    [Eccone un'altra] Pensò [Calmo]
    "Arriva dalla Luna" "Si" "Il documento di registrazione è ok" "Bene" "Devo compilare la scheda anagrafica, tutti i suoi dati li ricavo da ciò che mi ha consegnato, apro una scheda memoria nel terminale e inserisco tutto" "Perfetto" [Non me ne frega niente di quello che fai, datti una mossa] "Fatto. Adesso mi deve aiutare a compilare il resto del documento, le basterà rispondere a delle semplici domande o se preferisce compilare un modulo e consegnarlo successivamente" Compilare il questionario avrebbe significato altro tempo perso. "Vada per le domande" "Ha deciso di venire a Sidney per?" [Ma che domanda del cazzo] "Per cominciare una nuova vita" "Non è una risposta adeguata, cosa è venuto a fare qui?" "Sono cavoli miei!" "E della società. Lei ha appena scontato 25 anni di galera sulla Luna, il massimo della pena; quindi non è quello che si può definire uil benvenuto. Mi dia un motivo valido per giustificare la sua presenza sulla terra" [Inutile discutere]n "Sono sulla Terra alla ricerca di un lavoro" "Perchè non sulla Luna?" "Sentimi, ritengo sotto molti aspetti la Luna migliore della Terra, ma adesso voglio respirare all'aria aperta e ho deciso di venire giù. Dammi il mio documento e non fare storie" "Intende restare in città o pensa di muoversi?" "Allora non mi hai capito, sono un uomo libero e vado dove mi pare e piace" "Vedo che non l'hanno informata bene, le consiglio di andare da un consulente e farsi schiarire le idee. Ecco il suo documento, buona giornata"
    Finalmente, si stava innervosendo. comunque adesso aveva il documento identificativo (D.I.) e decise di entrare in un piccolo locale di fronte agli uffici per fare colazione. Ordinò un panino e una birra e nell'attesa esaminoò con cura il suo D.I. Tra le varie cose riportava una serie di obblighi cui doveva sottostare e non poteva lasciare la città senza avvisare le autorità competenti. Gli venne un ritorno di bile proprio mentre il cameriere del locale gli stava servendo la sua ordinazione "Problemi signore?" "No ragazzo, grazie" Addentò il panino con rabbia e apri il fascicolo del suo rilascio. Lo rilesse più volte, dopo averlo già esaminato attentamente prima della scarcerazione. "Cretino!" Esclamò. Adesso aveva capito l'articolo 9 riportato nel paragrafo D relativo alla normativa terrestre dove era citata chiaramente la condizione di <immigrati speciali> riferita a chi aveva scontato determinate pene sulla Luna. Mangiò il panino e tracannò la birra in un batter d'occhio, pagò il conto e chiese un'informazione al ragazzo: "Senti, a chi posso rivolgermi per avere delucidazioni in merito alle regole di immigrazione dalla Luna?" Il ragazzo lo guardò con sospetto, Larry si affrettò a chiarire la situazione " Sono arrivato ieri dalla Luna, sono più di 25 anni che manco dalla Terra" "Quindi non hai il becco di un quattrino" Era sveglio il ragazzo "Infatti" "Allora ti consiglio di provare ad andare all'ufficio immigrazione, troverai dei consulenti che gratuitamente ti daranno una mano" [L'ufficio immigrazione] "Ma ci sono appena stato" "Non so che dirti, fai come vuoi"
    Non aveva voglia di tornare in quell'ufficio, ma prima di cominciare a cercare lavoro e trovare una sistemazione normale doveva capire la sua posizione sulla terra. L'ufficio immigrazione restava sempre aperto, quindi poteva andarci subito. Nell'entrare fu doppiamente soddisfatto, poca gente e il buffone già incontrato non c'era; ottimo. Chiese ad uno degli addetti con chi doveva parlare per risolvere il suo problema, lo indirizzarono verso un ufficio in fondo ad un corridoio alla sua destra. Sulla porta campeggiava il nome e il titolo di chi occupava quella stanza: Adam Flhetnowker, responsabile capo dell'immigrazione lunare. [ok, entriamo a vedere questo Adam Fletower] Entrò deciso, voleva risolvere la questione alla svelta, ma davanti a lui trovò l'ultima persona che avrebbe voluto vedere e restò immobile. "Le serve qualcosa?" Chiese irritato l'uomo. Larry avrebbe voluto girare i tacchi e andarsene, ma l'irruenza della sua entrata l'aveva portato a due passi dal funzionario che se la stava ridendo sotto i baffi. La questione era però di vitale importanza e doveva seppellire il suo orgoglio sotto una buona dose di umiltà. "Dovrei chiederle alcuni chiarimenti in merito alla mia permanenza qui in città e in generale sulla Terra" Era riuscito a parlare con chiarezza senza incrinare la voce nervosa. 
    "Sentimi, coso; non ho tempo da perdere. Vedi, io sono il responsabile di questa sezione e non mi occupo di perditempo e delle pratiche di un qualsiasi cittadino, quindi se non vuoi che ti prenda a calci nel culo esci da questa stanza e non farti più vedere" Larry aveva capito il messaggio, il funzionario era risentito per il trattamento subito precedentemente e visto il suo ruolo adesso si stava vendicando. Uscì quindi a testa bassa, pensando ad una soluzione alternativa.
    "Assolutamente no!" Fu categorica la signorina delle informazioni. "La sua pratica deve essere presa in considerazione da responsabile capo. Se riesce a sistemare la faccenda subito ha risolto il problema, altrimenti dovrà depositare qui i suoi documenti in attesa che vengano esaminati e scadute le 72 ore di permesso dovrà venire ad alloggiare presso la nostra sede" "Di nuovo in gabbia" larry aveva parlato con se stesso ma la ragazza convinta si fosse rivolto a lei rispose "Come meglio crede" [E va bene,facciamo ancora uno sforzo. Tutto quel tempo nelle celle lunari mi sarà pur servito a qualcosa]
    Bussò alla porta, nessuna risposta. Dopo qualche secondo provò ancora e dall'interno sentì chiara una voce dire "Avanti" Questa volta entrò con fare meno baldanzoso, cercando di sembrare il meno arrogante possibile. "Di nuovo tu, coso. Ti ho detto che non volevo più vederti, mi costringi a chiamare la sicurezza" "Mi scusi" Riuscì a dire Larry quasi fosse in apnea e l'altro lo invitò a continuare. "Senta, stamattina ero decisamente nervoso. Dopo anni di reclusione faccio fatica a relazionarmi con le persone e ho perso le staffe offendendola e mancandole di rispetto. Le sarei grato se riuscisse ad aiutarmi a risolvere un problema" Adam lo troncò rudemente: E' lei il problema" Larry lo sapeva ma avrebbe preferito non sentirselo dire, chiese quindi perchè. "Senta signor Usher, per motivi di lavoro sono salito alcune volte sulla Luna, non mi sono mai fermato per più di alcuni giorni, ma ho visto e sentito cose che sulla Terra non esistono. Per motivi di riservatezza nel suo dossier vengono riportate solo le informazioni necessarie ma io so che su quel dannato satellite 25 anni sono il massimo della pena e se le hanno inflitto una simile condanna deve aver combinato qualche grosso guaio. Con la mia carica potrei inoltrare una domanda e domani saprei veramente chi è lei, ma non mi serve. Quello che deve sapere e che negli ultimi anni sono cambiate un po' di cosucce rispetto all'inizio della sua vacanza. I rapporti tra Luna e Terra sono sempre meno distesi, per questo motivo la Luna ha deciso di non accettare nessun terrestre che abbia scontato una pena superiore ai 7 anni di reclusione. La Terra non ha potuto fare altrettanto visto che il 95% dei residenti sulla Luna sono terrestri e di conseguenza lo sono la quasi totalità dei prigionieri e quindi ha posto dei limiti in base alle pene scontate sulla Luna. La sua è la massima pena e in virtù dei nuovi trattati non può uscire dai confini di Sidney, pena l'arresto immediato. Ha 30 giorni di tempo da ora per trovare una fissa dimora ed un lavoro stabile" "E se non ci riuscissi?" "Verrà rispedito sulla Luna, non è persona gradita sulla Terra" Larry era frustrato, non gli avevano minimamente accennato alle limitazioni cui sarebbe stato soggetto e il suo morale era sotto i tacchi; il funzionario percepì il suo stato d'animo. "Mi ascolti signor Usher. Non sono lo stronzo che sembro, devo affrontare decine di casi simili al suo e a volte non sono dell'umore di ascoltare tutte le vostre problematiche e lei si è dimostrato poco disponibile" "Mi aveva rotto le scatole" "Ok, ma non è nella posizione per fare tante storie, penso le sia chiaro" "Si" "Dunque. Le dicevo che non sono uno stronzo, posso rilascirle un pass speciale dove menzionerò il minimo indispensabile per avere accesso ovunque senza evidenziare particolari spigolosi, niente di più. Troverà molte difficolta, non ricadà in tentazione e... buona fortuna" "Grazie" Larry attese un attimo, poi il funzionario gli consegnò il pass; iniziava la corsa contro il tempo.
    Aveva fatto due rapidi calcoli: con il denaro che aveva, sarebbe sopravvissuto una settimana, doveva rastremare ulteriormente le spese e cercare un alloggio di fortuna. Faceva caldo, dormire all'aperto non lo avrebbe ucciso. Armato di pazienza e con tutti i documenti a posto entrò nella sede dei lavoratori cittadini, era lì che raccoglievano le domande di lavoro, infatti c'erano un mucchio di persone, uomini e donne di tutte le razze ed età. Si rese conto di come fosse tardi e rimandò al giorno successivo la sua ricerca.
    Dopo una notte passata a dormire in spiaggia, alle 7 era davanti agli uffici, aprivano allle 8 e pensava di trovare poca gente davanti all'entrata, invece trovò centinaia di persone. Dalle facce capì che molti avevano passato la notte lì, in attesa e allora chiese ad una donna "Mi scusi, ma qui è sempre così?" "Tu sei qui da poco, vero?" Larry aprì le braccia e domandò a sua volta "E' cosi evidente?" "Hai la faccia smunta, vieni dalle celle della Luna e non hai capito un cazzo di quello che ti hanno detto. Gli occhiali da sole e un po' di crema non ti salveranno, la tua pelle brucerà sotto questo sole" Lui restò zitto, lei pareva saperla lunga "Anche io arrivo da lassù: carcere di lunaria; 5 anni senza uscire e 2 di lavori utili e adesso son qui da 2 giorni e non riesco a venirmene fuori e tu?" Senza rendersene conto spaittellò i suoi affari ad una perfetta sconosciuta. "Carcere di Sogol-T, sezione massime pene" "Urca, 25 anni d'inferno" Più che altro l'alienazione dal mondo reale. Sono 2 giorni che bazzico la Terra e mi rendo conto di essere un alieno" "E' così. Senti, mettiti in fila con me, forse riusciarai ad avere un colloquio oggi" "Grazie. io sono Larry" Io Mabel" Durante le 7 ore successive, nell'attesa del proprio turno, i due si raccontarono le proprie vicissitudini, senza però mai menzionare il motivo della loro condanna, poi Mabel fu convocata per il colloquio e dopo 10 minuti uscì con il volto raggiante "E' andata bene! Tocca a te, ti aspetto fuori, ok?" "Va bene, spero di avere la tua stessa fortuna"
    Lo stanzino angusto gli ricordava il carcere. La donna che lo accolse doveva avere più di 60 anni: la grinta da mastino e la carnagione scura le conferivano un aspetto autoritario "Si accomodi" Disse infatti senza tanti fronzoli "Ha qualcosa da mostrarmi?" Larry, pur essendo abituato ai rigidi protocolli della galera, si sentì a disagio. Porse la sua cartella nelle nerborute mani della donna che, dopo una rapida occhiata inserì il D.I. nel suo terminale. "Ci vorrà un po', devo richiamare alcuni dati, nel frattempo se vuole cominciare ad espormi il suo caso accorceremo i tempi" [Tutti molto gentili] Pensò ironicamente Larry "Non ho molto da raccontare" Era inutile nascondersi, i vari enti avevano accesso a tutti i suoi dati, in barba alla riservatezza "Ho passato 25 anni sulla Luna, nel carcere di Sogol-T. Ho scontato la pena e sono venuto sulla Terra per cercare di rifarmi una vita, lavorando onestamente. Vedo però che ci sono molti problemi a cui non ero stato preparato" Un cicalio avvisò la donna che i dati richiesti erano pronti e dopo qualche secondo si girò fulminandolo con gli occhi "I suo reato è disgustoso, come persona la inviterei a togliersi dai piedi, ma come funzionario la aiuterò a trovare un lavoro" "Grazie signora" "Faccio solo il mio dovere" Dopo 5 minuti era fuori e Mabel gli corse incontro "Allora? Tutto ok?" "Mi ha aiutato, ma adesso viene il dificile" "Perché?" "Perché adesso ogni volta che dovrò richiedere un qualsiasi documento o presentare qualche domanda scritta, la mia colpa sarà visibile" Mabel lo fissò "E' la prassi, tutti dobbiamo espiare le nostre colpe, ma tu, cosa cavolo hai combinato per farti 25 anni a Sogol-T?" Larry restò zitto, quasi volesse cancellare il passato rifugiandosi nei suoi pensieri. Per anni si era fatto esami di coscienza, aveva cercato di convincersi che in fondo lui neanche le conosceva quelle persone e forse il destino avrebbe agito allo stesso modo, ma in cuor suo sapeva di aver sbagliato. Mabel lo richiamò alla realtà "Larry, Larry! Mi ascolti?" "Ti sento, ti sento" "Allora? Cosa hai combinato? "Ho cercato di scaricare un programma dal sistema" "Cosa? 25 anni per un programma? Mi stai prendendo in giro?" Mabel era su di giri "Stai calma, il programma si chiama <A SPASSO NEL TEMPO>" La donna guardò irritata il nuovo amico "A spasso nel tempo. E chi non lo conosce? E' il gioco più scaricato e utilizzato nella rete globale. Senti, non ti ho chiesto nulla e non sei obbligato a dirmi nulla, risparmiami però queste stronzate, ok?" Larry la capiva, aveva tutte le ragioni e anche se l'aveva conosciuta da poco, sentiva di potersi fidare di lei. Con un gesto le afferrò le mani, delicatamente, fissandola negli occhi "Scusa, non voglio prenderti in giro" Lei avvertì un calore nelle mani, lo sgaurdo di Larry era sincero e disse con calma "Puoi fidarti di me Larry" Lui sapeva di non potersi fidare di nessuno, lo avevano messo in guardia, ma adesso aveva bisogno di qualcuno con cui condividere il suo peso "Ascoltami bene Mabel. Il gioco a cui ti riferisci, quello che tutti conoscono, è solo uno specchietto per le allodole" "Uno specchietto per cosa? Domandò lei sconcertata "E' un modo di dire, uno specchietto per le allodole, un diversivo. Tutti guardano lo specchietto e intento gli fanno passare sotto il naso ciò che vogliono. Funziona così, tutti concentrati lì mentre qualcuno gioca sporco" Adesso lei lo seguiva "Spiegati meglio" Lui le lasciò le mani e cominciò a gesticolare "A spasso nel tempo è un modo per carpire informazioni da chiunque entri in rete" Lei lo interruppe "Non stai dicendo niente di nuovo,da sempre funziona così, tutti in rete e il sistema ci ha preso per i coglioni" "Mabel!" "Scusa, continua" "Te la faccio semplice. Hanno creato un sistema di connessione parallelo a quel gioco, qualcuno riesce veramente ad influenzare gli eventi del passato" Ci fu un attimo di silenzio, poi lei ruggì "Ho detto che puoi fidarti di me e tu te ne esci con queste..." "Zitta, per favore, non urlare. Ti sto dicendo la verità, hanno creato un sistema per influenzare il passato" "Una macchina del tempo?" Era quasi divertita "No! Ti dico che è una cosa seria" "E tu come le sai tutte queste cose? Cosa centrano con la tua condanna?" Lui respirò profondamente, ormai si era lanciato "Lavoravo nei servizi segreti del mio paese, ero uno dei migliori informatici, poi mi mandano sulla Luna per un incarico sulla carta semplice semplice e invece è un bel casino. Siamo lì, dobbiamo aggiornare dei sistemi che non avevo mai visto e poi io scopro qualcosa di strano. Di nascosto mi intrufolo nel sistema e apisco cosa sta succedendo; sulla Luna hanno realizzato un qualcosa capace di influenzare le azioni del passato, attraverso ombre, suoni, persino odori, si riesce a condizionare la mente della gente del passato per trarne vantaggio nel nostro presente" "Non ci credo" Affermò decisa lei "Ti capiso. Sappi che io sono entrato in quel sistema e ho causato diversi casini. Se sono vivo e non mi hanno fatto fuori è solo perché gli servo"
    Si fissarono intensamente, scavando nei rispettivi animi, poi lei disse: "Troviamo un posto per la sera, ho voglia di fare l'amore con te" "Anche io" Si presero per ano e si avviarono verso il centro della città.
    "E poi? Non finirà così" Chiesero tutti in coro.
    "Assolutamente no, questo è solo l'inizio" Concluse il maestro "Cioccolata?"

  • 15 dicembre 2013 alle ore 12:07
    Il lestofante

    Come comincia: Anche questa volta era soddisfatto dell'affare appena concluso. Truffare le persone oneste e credulone non lo infastidiva minimamente, se non l'avesse fatto lui ci avrebbe pensato qualcun altro e ciò lo faceva sentire più tranquillo. In realtà la sua famiglia, in particolare il padre, lo aveva educato all'onestà e al sacrificio. "Meglio un umile lavoratore onesto, che un ricco ladrone" Diceva sempre il padre. Lui, gli altri fratelli e sorelle avevano seguito questi insegnamenti, riuscendo persino ad innalzare l'asticella del proprio ceto sociale. Tutti, attraverso lo studio, il duro lavoro e l'impegno costante erano riusciti ad ottenere lavori che permettevano loro di condurre una vita piuttosto agiata. Il fratello grande aveva uno studio da avvocato e si era inserito nel mondo forense con prepotenza, quello minore aveva aperto un negozio d'abbigliamento rivolto ai giovani ed era diventato il punto di riferimento per tutti i teenager della zona. Le due sorelle invece avevano rilevato una piccola palestra trasformandola nella migliore della città e infine lui, che aveva aperto una sorta di bazar dove la gente veniva a scambiare o a far riparare articoli vecchi o fuori mercato; fin da piccolo aveva la mania del lavoro manuale e dopo aver frequentato una scuola d'arte e aver conseguito varie specializzazioni, era riuscito a coronare il suo sogno.
    Tutti loro avevano beneficiato dell'aiuto dei genitori che per anni avevano sgobbato nella loro officina meccanica pur di garantire un futuro ai propri figli. Presto però si resero conto che a nessuno di loro interessava insozzarsi le mani nell'olio e li indirizzarono negli studi ricavandone ottimi risultati. Oggi mamma e papà erano in pensione e con il ricavato della cessione dell'attività si erano garantiti una tranquilla vecchiaia.
    Con il passare degli anni però lui si accorse che, mentre i fratelli ampliavano il loro giro d'affari e continuavano ad aumentare i loro profitti, il suo negozio rendeva sempre meno e negli ultimi due anni aveva dovuto rimetterci dei soldi per continuare a tenere aperto; a sua moglie la cosa non andava bene.
    "Non capisci niente. Guarda i tuoi fratelli come sono ricchi e noi dobbiamo sempre star qua a fare i conti per arrivare a fine mese" Rimarcava sempre più spesso lei.
    "Hai ragione, ma noi ci amiamo"
    "Non si mangia con l'amore"
    Lei era una donna bellissima. A 40 anni aveva ancora il fisico da pin-up e quando passeggiava per la città i maschietti cinguettavano nel vederla. Le piaceva la bella vita e nei primi anni di matrimonio non c'erano stati problemi economici, lei lavorava come assistente presso lo studio legale di un notaio; lì aveva conosciuto il futuro cognato avvocato che in un'occasione le presentò il fratello, suo attuale marito.
    "Io voglio tornare a fare la vita di prima, spendere senza dover sempre fare i conti e tu con il tuo lavoro di merda non me lo permetti"
    Lui la amava ed era consapevole del fatto che la sua attività non avrebbe mai garantito delle entrate tali da soddisfare le sue richieste, forse però aveva una soluzione e un dì si decise a fare quella chiamata.
    "Si, certo che conosco le condizioni di lavoro, me le hanno già sottoposte. Esatto, deve essere una cosa conveniente per entrambe le parti. Ovviamente, si si, un vostro incaricato verrà a stipularmi il nuovo contratto. Benissimo, lo aspetto oggi pomeriggio allora, la ringrazio" La telefonata era servita a qualcosa, come gli avevano assicurato, adesso si trattava di aspettare.
    Quel pomeriggio si presentarono in 2 presso il suo negozio e in 10 minuti raggiunsero l'accordo. Niente firme, niente carta, nessun documento: lavoravano sulla parola. Appena se ne furono andati pensò di aver fatto una cazzata, però era curioso di vedere come sarebbero andate le cose. Il primo mese faticò parecchio a capire come muoversi e se non fosse stato per il consigliere che gli avevano affiancato non c'è l'avrebbe fatta. Dopo un mese era padrone delle sue azioni e si disinmpegnava con disinvoltura; il consigliere aveva finito il suo compito, adesso toccava a lui.
    1,2,3: i mesi passavano rapidamente e lui era sempre più abile, deciso e il lavoro cresceva sempre più. Dopo quasi 6 mesi, come avevano pronosticato i suoi nuovi soci, fu costretto ad assumere un aiutante e dopo altri 6 mesi il secondo. Dopo circa un anno i suoi affari filavano lisci come l'olio, gli assistenti sapevano il fatto loro e lui poteva dedicarsi interamente all'acquisizione di nuovi clienti e gestire gl affari con i suoi protettori.
    "Bene" Disse il suo contatto "Gli affari procedono molto bene. Ti stai rivelando un ottimo investimento e se continui così fra un anno ritoccheremo la tua percentuale di profitto. Nel frattempo lavora sodo e tieni la bocca chiusa!" "Come sempre" Rispose lui in modo servile. Quella sera rincasò di buon umore, aveva promesso alla moglie di portarla fuori a cena e restò sorpreso di non trovarla in casa. D'altronde anche il lavoro di lei a volte era imprevedibile, decise allora di farsi la doccia e prepararsi, la moglie non avrebbe tardato troppo. Quando fu pronto, dopo circa mezz'ora, lei non era ancora arrivata così provò a rintracciarla al cellulare ma risultava irrangiungibile. Inutile agitarsi pensò e si preparò un drink. Dopo circa un'ora la moglie fece ritorno a casa, visibilmente agitata.
    "Serata di straordinarie, cara?" Lei ci mise alcuni secondi per focalizzare la scena: il marito era visibilmente su di giri e vestito impeccabilmente, stava dimenticando qualcosa? Adottò la tattica infallibile di tutte le donne "Giornataccia caro, giornataccia e ho un mal di testa! Devo correre subito a farmi un bagno" Lui non cambiò espressione e parlò con delicatezza.
    "Allora cara niente uscita a cena, devi riguardarti se sei così stanca" Lei non abboccò all'amo e proseguì spedita verso il bagno "Un'altra volta caro, un'altra volta"
    Non avevano figli e a suo modo lui l'amava ancora, aveva però il forte sospetto che lei lo tradisse e pensava ad una relazione sul posto di lavoro, ma per il quieto vivere non aveva mai sollevato l'argomento.
    A tavola regnava il silenzio, stavano mangiando della pasta al sugo di pesce preparata al microonde accompagnata da un prosecco freddo al punto giusto. Bevvero tutta la bottiglia senza pensare alle conseguenze: infatti non reggevano molto l'alcol e dopo pochi minuti cominciarono i fuochi d'artificio.
    "Certo che ultimamante fai sempre un mucchio di straordinario. Quando il mio lavoro andava male ti dava fastidio lavorare, adesso che potresti permetterti di stare a casa lavori più di prima"
    "Forse mi trovo meglio al lavoro che qui in casa con te" Ecco, l'aveva detto e lui colse l'occasione.
    "Ti fai scopare da un altro, è evidente" Lei non rispose subito, si stava gonfiando come un palloncino, pronta ad esplodere; poi rispose secca.
    "Io non mi faccio scopare da nessuno, io faccio quello che mi pare, sono io che decido se e con chi farlo. Ma visto che voi maschietti non capite niente te lo spiego in modo chiaro e semplice: si, ho un'amante, una splendida amante, una ragazza di 25 anni che mi regala una gioia immensa che tu nemmeno puoi immaginare, sei contento? O sei stupito? Dimmi, adesso cosa farai? La casa è nostra non puoi sbattermi fuori, capito? Io resto qui, fattene una ragione"
    Lei urlava talmente forte che faticò a capire alcune parole e il suo cervello comiciò ad elaborare una serie di scenari completamente fuori dai suoi schemi:
    adesso mi alzo con lei che sbraita e la afferro per il collo, la strozzo talmente forte che non si accorge di morire tra le mie mani; no, banale.
    Le dico che non me ne frega niente, anche io ho un'amante e adesso che le carte sono in tavola risolviamo tutte le questioni in sospeso; neppure, oltre che banale, inverosimile.
    Le lascio la casa, mi faccio liquidare e me ne vado dall'altra parte del pianeta a rifarmiuna vita; ma che cacchio dico? Rifarmi una vita? E con chi?
    "Senti, se questa ragazza è così importante per te, insomma, se la ami, ecco.. se vuoi puoi farla venire qui con noi, con te. La casa è grande io non vi darei fastidio, magari potremmo diventare amici, che ne pensi?"
    Lei socchiuse gli occhi e la rabbia lasciò il posto alla rassegnazione, aveva sperato di scuoterlo, di farlo arrabbiare, voleva vedere una reazione da uomo vero e invece niente, come al solito.
    "No, mi trasferisco da lei, ma questa resta anche casa mia, capito?"
    "Va bene, vieni quando vuoi" Si avvicinò a lei e la baciò sulla guancia bagnata da una lacrima.
    I mesi seguenti furono redditizi, gli affari procedevano a gonfie vele e l'assenza della moglie gli lasciava ampio raggio d'azione. I suoi soci lo avevano informato di essere prossimi a chiudere un affare importante; che si trattasse di droga, merce da piazzare, truffare o altro ancora, a lui non interessava. Stava diventando ricco, molto ricco e adesso le donne che prima non lo degnavano di uno sguardo, facevano la fila per uscire con lui.
    Quella sera stava rientrando a casa, da solo, dopo aver cenato in un locale alla moda. Aveva declinato l'invito di quella biondina che lo voleva accompagnare, voleva starsene da solo. Ormai la moglie veniva sempre più di rado e comunque avvisava prima di arrivare. Era a pochi isolati da casa quando fu costretto a frenare bruscamente, in mezzo alla strada c'era qualcuno disteso in terra e un secondo individuo chinato su di lui. Sapeva di nuovi metodi per rapinare automobilisti che in simili situazioni si fermavano e scendevano dall'auto per prestare soccorso; non voleva fare quella fine. Fece la retro e ripartì piano sfilando in fianco a quei due, ma quando fu alla loro altezza osservò meglio la scena; distesa a terra c'era una ragazzina e chi la sorreggeva era un ragazzo non molto più grande e qualcosa lo costrinse a fermarsi, abbassò un po' il finestrino e chiese, quasi sottovoce:
    "State bene?" Il ragazzo si voltò come una bestia ferita.
    "Ma sei cretino? Sta malissimo, aiutami a portarla all'ospedale, presto!"
    "Chiamo un'ambulanza se vuoi"
    "Chiama chi cazzo vuoi! Fai quello che vuoi! Sta malissimo, ti prego, aiutami!" Il ragazzo era disperato. 
    Contro ogni suo principio aiutò il ragazzo a mettere la giovane sul sedile posteriore e poì partirono a razzo verso l'ospedale in periferia.
    Adesso tirano fuori le armi e mi rapinano, stava pensando lui, invece niente, arrivarono all'ospedale ed immediatamente un paio di addetti presero in consegna la ragazza e la portarono nei reparti.
    "Grazie, grazie. Lei è stato molto gentile a portarci fin qui" Il ragazzo era stravolto.
    "Tranquillo, non ho fatto nulla di eccezionale"
    "Lei si sbaglia" Alle sue spalle una donna, una dottoressa per la precisione come riportava il suo cartellino identificativo, si stava avvicinando a loro.
    "Come dice?"
    "Ho detto che si sbaglia. Adesso un infermiere si prenderà cura del ragazzo che a quanto vedo non è in se, sono suoi parenti?" Lui voleva andarsene ma non poteva esimersi dal rispondere.
    "No, li ho trovati così, in mezzo alla strada. Lui mi ha chiesto di portarli all'ospedale ed eccomi qui"
    "Ha capito perché le dicevo che si sbaglia? Di questi tempi poche persone avrebbero raccolto due giovani chiaramente sballati e portati fin qui"
    "Ma stanno male, la ragazza soprattutto mi sembra messa malissimo e.."
    "Ha ragione, lei è il padre?" Li interruppe un medico tutto sudato.
    "No, non li conosco, perché?"
    "La ragazza è morta, non abbiamo potuto far nulla, per fortuna siete arrivati presto perché forse il ragazzo riusciamo a salvarlo" Quelle parole, quell'ambiente, il vino bevuto a cena. La testa cominciò a vorticare, gli mancava il respiro e una stretta al petto lo stava soffocando, poi cadde a terra svenuto.
    "Buongiorno. Ha dormito bene?"  Alla luce del sole la dottoressa appariva in tutto il suo fascino. Voleva rispondere ma si rese conto di essere pieno di tubi e cannette che uscivano ed entravano dal suo corpo.
    "Che cosa è successo?" Chiese a fatica.
    "Lei aveva in corso un infarto, fortuna vuole che si trovasse qui quando si è sentito male, fosse stato da solo non so come sarebbe andata a finire" Un infarto! Ma lui non fumava, non si drogava e non beveva, eccetto in alcune occasioni.
    "Già, per fortuna. E io cosa ci facevo qui?" La dottoressa cercò di essere delicata.
    "I due ragazzi che ha portato qui, ricorda?" Ci volle un momento poi tutto tornò alla mente e fu assalito dallo sconforto. "La ragazza, è morta. E il ragazzo?"
    "Lui si è ripreso. Con il suo gesto lei ha salvato due vite l'altra sera, la sua e quella del ragazzo"
    "Ma la ragazza è morta!" Urlò fino a diventar rosso rischiando di strapparsi tutti i tubicini dal corpo.
    "Basta, le ricordo che lei è qui in veste di paziente, quindi si dia una calmata"
    Aveva gli occhi umidi, stava piangendo per la morte di una ragazza che neanche aveva visto bene in faccia.
    "Se vuole adesso parliamo un po' di questa faccenda" Disse seria la dottoressa. "Lei fa uso di droghe?" La domanda diretta lo spiazzò, ma rispose deciso
    "No, assolutamente"
    "Eppure hanno trovato della droga sulla sua macchina, un quantitativo che può far pensare anche allo spaccio in piccole quantità" Lui cercò di riordinare le idee.
    "Da quanto mi trovo qui?" 
    "Due giorni. Gli inservienti hanno dovuto spostare la sua auto e siccome non siamo riusciti a rintracciare nessun parente o amico che avesse a cuore la sua sorte, abbiamo avvisato le autorità e loro hanno trovato la droga"
    Certo, ne teneva sempre qualche dose per le giovani svampite che rimorchiava anche se a lui faceva schifo. Roba di ultima generazione, i suoi soci ne commerciavano quintali.
    ""Io posso spiegare"
    " A me non deve spiegare niente. Io l'ho vista arrivare quella sera e credo a ciò che ho visto, ma i militari si sono fatti tutt'altra idea. Vede, c'è un particolare che la mette nei guai fino al collo, i due ragazzi avevano assunto lo stesso tipo di droga che lei teneva in macchina e siccome è una sostanza da poco in circolazione hanno tratto le loro conclusioni"
    "Ma io non ho dato la droga a quei ragazzi"
    "Io le credo, ma farà fatica a sostenere la sua storia. I primi esami hanno escluso che lei faccia uso di stupefacenti e sono sicura che esami più approfonditi riveleranno che lei non ne ha mai fatto uso quindi la domanda è: se non ne fa uso perchè aveva l'auto piena di droga?" Lui sbuffo mentre un dolore al braccio gli ricordava di essere attaccato ai flebo"
    "Piena di droga, c'erano alcune dosi, tutto qua"
    "Si chiama detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio"
    "Non vendo quella roba lì. La regalo a qualcuno, ogni tanto"
    "Certo, comprare qualche migliaio di euro di droga per regalarla,semplice.Comunque non è questo il punto, la ragazza è morta e il ragazzo se la caverà, ma non è attendibile"
    "Che vuol dire?" Chiese lui per poi tossire violentemente.
    "Si calmi, o vuole far scoppiare il suo cuore? Voglio dire che la storia di averli trovati per strada potrebbe essere una sua invenzione. I ragazzi erano con lei, avete esagerato, lei con l'alcol loro con la droga e la situazione è degenerata. La ragazza sta malissimo e lei,preso dalla paura, decide di venire in ospedale e inventarsi la storiella del buon samaritano"
    "Non è una storiella, il ragazzo vi confermerà tutto"
    "Appunto. La sua testimonianza non sarà attendibile, era talmente fatto che può aver sognato o semplicemente raccontato quello che lei le ha detto di raccontare"
    "Ero a cena quella sera, testimonieranno per me"
    "Continuo a ripetere che le credo. Ma bastano pochi minuti per farsi di quella roba, un buon magistrato l'accuserà di aver fissato un appuntamento con i due ragazzi per festeggiare e poi il resto può immaginarselo"
    "No, non lo immagino; io non ho fatto niente"
    "Sta di fatto che fuori da quella porta c'è un militare che piantona la stanza, lei è formalmente in arresto, solo le sue gravi condizioni mediche le stanno evitando la galera"
    "E' pazzesco. Devo parlare con il mio avvocato"
    "Veda di farlo presto, l'opinione pubblica la sta dipingendo come un mostro. Lei ha altri scheletri nell'armadio" Calò il silenzio, lei aveva esposto i fatti, aveva preso a cuore la sorte di quell'uomo ma doveva metterlo di fronte alla cruda realtà.
    "Quanti anni aveva? La ragazza, quanto era giovane?" Domandò lui.
    "Lei aveva quattordici anni, lui ne ha quindici" Rispose lei ed uscì dalla stanza chiudendo piano la porta.
    Il processo durò poco. Come aveva previsto la dottoressa, la pubblica accusa demolì tutti gli alibi e le testimonianze in suo favore e l'indagine si era allargata anche al controllo delle sue attività.
    Alla fine gli vennero attribuiti tutta una serie di reati che l'avrebbero fatto marcire in galera. Il suo avvocato difensore fece leva sul fatto che aveva portato i ragazzi in ospedale, confermando di fatto l'ipotesi accusatoria, cercò anche di mettere in buona luce il suo assistito sostenendo che fosse vittima di una potente organizzazione criminale da cui non poteva divincolarsi e si attaccò a tutta una serie di cavilli e contro cavilli.
    La condanna fu tutto sommato lieve: tre anni da scontare in carcere presso le strutture mediche e tre anni agli arresti domiciliari con l'obbligo di fare dei lavori socialmente utili compatibili con i suoi problemi di salute. 
    Al momento della sentenza erano presenti, oltre a tutta una serie di curiosi e addetti ai lavori, i genitori dei due ragazzini e la bella dottoressa che l'aveva accolto quella tragica sera.
    Uscì a testa bassa e si avviò verso la sua nuova dimora.
    Nei mesi successivi si inserì nel sistema ospedaliero del carcere fino a diventare un valido aiutante dei vari addetti e in contemporanea iniziò una fitta corrispondenza con la dottoressa. Quando poteva lei veniva  a fargli visita e così, tra una cosa e l'altra i tre anni di reclusione terminarono.
    Quando uscì di prigione ad attenderlo, oltre alla dottoressa, c'era un ragazzone dall'aspetto familiare.
    Lei corse verso di lui e lo abbracciò, poi si girò verso il ragazzo e fece cenno di avvicinarsi. A pochi metri di distanza lui lo riconobbe, era il ragazzo di quella tragica sera: che ci faceva lì?
    "Lui vuole parlarti" Disse lei mentre li invitava a salire sulla sua macchina. Appena partiti il ragazzo scoppiò in lacrime.
    "Io la amavo. Lei ci hai aiutato, è stato l'unico che si è fermato. L'ho ripetuto mille volte a chiunque me lo chiedesse ma nessuno mi ha mai creduto. Lei è innocente"
    Lui aveva ascoltato quelle parole ma ormai aveva rimosso tutto ciò che era avvenuto e si era fatto un'idea di come stavano veramente le cose. Lo afferrò per un braccio e gli parlò serenamente.
    "No ragazzo, no. Ho fatto delle cose per cui mi sono meritato la galera, ero un bastardo e ne sto pagando le conseguenze, ho chiuso con il passato. Sono però contento che tu abbia un buon ricordo di me, quella sera ho sperato di esservi utile, davvero... ci ho provato veramente" La sua mente era lontana, persa nei ricordi.
    Tre anni di arresti domiciliari rinsaldarono il suo rapporto con la dottoressa. Avevano discusso su cosa fare alla fine della pena ma in realtà lui aveva già deciso. Aveva tagliato tutti i ponti, solo i suoi genitori si erano degnati di farsi sentire alcune volte.
    Ora erano a tavola, lei per quella sera aveva tirato fuori tutta la sua arte culinaria.
    "Festeggiamo. Domani torni ad essere un uomo libero"
    "Libero. Si, per la giustizia ho finito di scontare la mia pena, ma io non sarò mai libero dai miei fantasmi. Quella ragazzina è morta per colpa mia, la droga che ha assunto la spacciavano i miei soci. Io ho truffato tanta gente, persone oneste, bravi cittadini. Ho ricettato, falsificato, nascosto e chi più ne ha più ne metta"
    "Smettila" Gridò lei con gli occhi umidi "Smettila! Hai pagato per i tuoi errori, non puoi piangerti addosso per sempre, festeggiamo"
    "Ho pagato, dici? Le persone a cui ho fatto del male non credo la pensino così. Chi ha subito dei torti irreparabili non può ritenersi soddisfatto di nessuna pena inflitta a chi è stato causa dei propri problemi. Non c'è giustizia che tenga, quando il danno è fatto non si torna indietro"
    "Non cominciare con la tua filosofia da quattro soldi, esiste anche il perdono" Lei stava piangendo.
    "Non è filosofia. La mamma di quella ragazzina non avrà mai pace, neanche se dovessero condannare a morte tutti i trafficanti di droga di questo pianeta, lei non la rivedrà più. Siamo marci, tutti, abbiamo sacrificato il sorriso dei bambini per i nostri interessi, facciamo schifo" Quando partiva con i suoi discorsi c'era solo un modo per farlo rinsavire, andare dritti al nocciolo della questione e lei sapeva farlo.
    "Ok, hai perfettamente ragione, siamo marci, facciamo schifo. La mia domanda però è un'altra:da domani sei libero, cosa vuoi fare? Cosa vogliamo fare?"
    Aveva la risposta pronta e parlò sorridendo "Andiamo in giro per il paese ad aiutare i bisognosi, quelli veramente in difficoltà. Senzatetto, ex detenuti, famiglie normali che hanno problemi economici, anziani, malati, tutti. Chiunque abbia bisogno di aiuto vero, senza secondi fini." Lei già sapeva di questa sua idea balzana, ma adesso voleva un altro tipo di risposta.
    "Va bene, ci sto. Ti seguirò ovunque, saremo due nuovi San Francesco che si spogliano di tutti gli averi per portare conforto ai bisognosi. Vendiamo tutto e speriamo di sopravvivere a lungo o faremo la fine di chi vogliamo aiutare, dovremo pur mangiare, no?" Lui la fissò e gli occhi gli scintillarono come ai vecchi tempi, lei osservò quello sguardo sconosciuto e ascoltò la sua voce determinata.
    "Tranquilla, c'è la faremo. Il lestofante che era in me aveva previsto qualsiasi evenienza e si era fatto un'abbondante scorta di liquidi non rintracciabili"
    Si abbracciarono e baciarono intensamente, domani avrebbero cominciato la loro nuova vita.

  • 13 novembre 2013 alle ore 15:17
    Tragico errore

    Come comincia: Ancora 72 ore e sarebbe stato il gran giorno, 14 anni. Suo padre gli aveva promesso il motorino in regalo e lui aveva adocchiato uno scooter da favola, anche se costava parecchio. I suoi genitori lavoravano sodo e i soldi non mancavano, lui e sua sorella potevano ritenersi molto fortunati, ma non sempre rispettavano il loro lavoro. I suoi amici sarebbero schiattati dall'invidia, soprattutto quello sfigato di Filippo che non aveva mai il becco di un quattrino; i genitori erano disoccupati e con l'affitto da pagare e 5 figli a carico erano sempre alla canna del gas. Lo frequentava perchè era simpatico e quando c'era da prendersela con qualcuno, lui era il bersaglio ideale.
    "Mamma!"
    "Dimmi Alessio, cosa c'è?"
    "Voglio fare una festa per il mio compleanno, in pizzeria e con tanti amici"
    "Voglio, voglio. Sei piuttosto sgarbato"
    "Scusami, hai ragione. Mi piacerebbe invitare degli amici in pizzeria, cosa ne pensi?"
    "Così va meglio, è una buona idea; stasera a cena ne parliamo con papà, ok?"
    "Va bene mamma, stasera, con papà" Era un bravo padre, ma in alcuni casi era inflessibile.
    "Una festa in pizzeria? Con gli amici? Io a 14 anni feci venire qualche mia amica in casa, spero in qualcosa di meglio quest'anno che ne compio 16" A volte era invidiosa del fratello.
    "Ok Chiara. Adesso devo pensare alla mia festa e stasera con papà appoggiami" Non ci sperava.
    "Tutti a tavola! La cena è pronta"
    "Si mamma, arriviamo" Papà era già seduto. Regnava un silenzio irreale e l'uomo captò qualcosa nell'aria.
    "Cosa c'è stasera, vi si è seccata la lingua? Non avete niente da dirmi? Tu Alessio, hai organizzato qualcosa per il compleanno?" Il ragazzo guardò la madre che con un gesto del capo lo invitò a parlare.
    "Io avrei pensato di invitare qualche mio amico in pizzeria" Suo padre, con un gesto da commediante, si pulì la bocca con il tovagliolo.
    "Una festa in pizzeria. E chi paga?" Alessio si girò verso la madre perchè non capiva se stesse scherzando o no. Lei capiva quando i ragazzi erano in difficoltà e accolse lo sguardo supplichevole del figlio annuendo, per poi dire:
    "Vorrà dire che pago io. Il ragazzo si sta comportando bene e merita una festicciola con gli amici" Adeso doveva solo aspettare la sceneggiata del marito atta ad impressionare i figli.
    "Ok, pago io, paga la famiglia. Io non merito mai una festicciola o un ricoscimento, devo sgobbare e basta. Io sgobbo, la mamma sgobba, voi non sgobbate" La donna aveva lasciato parlare l'uomo che, con la solita ironia, voleva insegnare ai figli il senso del dovere e del lavoro, perdendo però il filo del discorso.
    "Quindi il ragazzo può organizzarsi, è d'accordo sua maesta?" Domandò lei.
    "Ma certo, come sempre mia regina" Alessio non aveva ben capito tutta quella manfrina ma prese coraggio e chiese con decisione:
    "Quindi la faccio la pizzata?" I due genitori risposero contemporaneamente
    "Sicuro! E adesso fila in camera a studiare!" Alessio volò mentre sua sorella si piazzò sul divano in sala a guardare la tivù.
    "Sono due bravi ragazzi fondamentalmente e neanche troppo pretenziosi. Una pizzata con gli amici lo renderà felicissimo"
    "Gli abbiamo preso lo scooter nuovo che desiderava tantissimo ed è costato parecchio"
    "Hai ragione, ma lo scooter è suo, il suo desiderio. La pizzata invece è un modo per condividere la sua gioia con gli amici, capisci?"
    "Capisco che bisogna sempre spendere"
    "Ohoo smettila! Sei sempre il solito venale"
    "Infatti. A proposito, invita anche Filippo?"
    "Si, credo di si, perchè?"
    "I problemi dei suoi non migliorano e mi è giunta voce che li abbiano sfrattati. Mi dispiace per loro, sono breva gente, in piena emergenza economica e non vorrei.."
    "Non vorresti mettere in imbarazzo loro figlio, che vistosi invitato ad una festa si sentirebbe in obbligo di fare un regalo ad Alessio pur non potendo"
    "Esatto.Ormai c'è questa abitudine, quando si va ad una festa si è obbligati a portare un regalo e tante famiglie in difficoltà economiche sono alle prese con il solito dilemma; mando il ragazzo alla festa e mi sveno per comprare un regalo all'amico? Lo mando senza nulla, così fara la figura del pezzente? Oppure lo convinco a declinare l'invito e a rinunciare al suo svago? Cose da matti" Aveva espresso il suo parere, senza voler imporre il proprio volere, una delle doti che lei apprezzava, poi con calma sistemò la cucina e infine raggiunse il figlio nelle sua stanza.
    "Allora, dove pensi di andare a mangiare questa pizza?" Alessio abbracciò la madre, che ricambiò felice.
    "Pizzeria Il-traliccio. Hai presente quella nuova che hanno aperto da poco in centro?"
    "Ne ho sentito parlare, un posto allegro adatto per voi ragazzi e anche a buon prezzo"
    "Già. Pensavo di invitare 7 o 8 amici e amiche, si può fare?"
    "Si può fare. Hai detto amiche? Forse anche quella brunetta in classe con te? Silvia? Sara?"
    "Sandra mamma, si chiama Sandra; invito anche lei"
    "E Filippo? Inviti anche lui?"
    "Certo mamma, non sarebbe una festa senza quel pazzoide di Filippo"
    "Ascoltami bene Alessio: la sua famiglia non attraversa un bel periodo, non devi prenderlo in giro ne essere maleducato con lui. Comportati da bravo ragazzo, capito?"
    Conosceva quel tono, aveva parlato con papà e tutto sommato non gli stava chiedendo la Luna.
    "Va bene mamma, messaggio ricevuto, dì a papà di stare tranquillo"
    La sera della festa arrivò in un baleno. Quel pomeriggio gli era stato consegnato lo scooter nuovo, ma dopo aver scorazzato in lungo e in largo per la periferia, suo padre gli aveva detto di parcheggiarlo in garage. All'inizio era meglio evitare di usarlo con il buio, prima doveva fare esperienza, quindi accettò di buon grado, la sera avrebbe festeggiato.
    Erano in otto: lui e sua sorella, Sandra, Sheila, Filippo, i gemelli Fausto e Paolo e Romina, un bel gruppo.
    Il locale era giovanile; l'arredamento semplice e sobrio lasciava spazio alle compagnie di ragazzi. Una cameriera si avvicinò al loro tavolo per prendere le ordinazioni; fu Chiara a rompere il ghiaccio.
    "Mi porti una pizza vegetariana e una birra grande, grazie" La ragazza prese nota, disinterresata dal fatto che fossero tutti ragazzini, mentre Alessio guardava la sorella in cagnesco, niente alcol avevano detto mamma e papà.
    "Io prendo una pizza margherita e una birra grande" Romina era decisa e Sheila la imitò "Stesso ordine anche per me, grazie" Quella disinvoltura nell'ordinare la birra aveva messo in imbarazzo i ragazzi e Fausto si affrettò a dire:
    "A me faccia una pizza marinara e un'aranciata grande, grazie" Paolo colse l'attimo
    "Anche  a me un'aranciata grande e una pizza farcita" Alessio era titubante, Sandra non aveva ancora ordinato. A lui la birra non piaceva, ma non poteva fare la figura del poppante se lei l'avesse ordinata. Filippo stava giocando con la lista delle ordinazioni, chiaramente in imbarazzo e Alessio se ne uscì con una smargiassata delle sue.
    "Tranquillo Filippo, ordina quello che vuoi, pago io" Filippo diventò rosso dalla vergogna, stava per alzarsi e andare via, quando incontrò lo sguardo di Chiara; allora ordinò deciso:
    "Una pizza tirolese e una birra grande, grazie"
    Alessio, preso dala sfida, guardò in faccia la cameriera e disse
    "Vada anche per me, una tirolese e una birra grande" Chiara digrignò i denti e fissò duramente il fratello. La cameriera aveva preso nota di tutto e si rivolse con garbo verso Sandra "Lei ha deciso?" No, non aveva deciso, prese tempo "Da bere una bottiglia d'acqua naturale" non sapeva cosa ordinare e la cameriera si fece insistente "E da mangiare?" Sparò a caso "Pizza della casa" "C'è ne sono varie di pizze della casa, vuol essere più precisa?" "Faccia scegliere al pizzaiolo, sono di bocca buona" "Ok. Nell'attesa volete altro?"
    "Si grazie. Tre porzioni di patatine e un paio di porzioni  di affettato misto" Intervenne Chiara.
    "Perfetto" Rispose la cameriera e si congedò dal tavolo.
    Nonostante le premesse, la serata filò via liscia; si divertirono molto tra battute e pettegolezzi. Chiara fu inflessibile e dopo il primo giro di birra arrivarono solo acqua e bibite. Adesso Alessio stava aprendo i regali ricevuti. Il regalo di sua sorella consisteva in un paio di occhiali da sole belli e alla moda e conoscendola li aveva scovati in qualche mercatino a buon prezzo. "Grazie Chiara" "Figurati" Rispose lei. Aprì poi il pacchetto di Sheila, che aveva una cotta per lui e infatti trovò una felpa blu con cappuccio con stampato davanti un ragazzo e una ragazza seduti su una spiaggia a guardare le stelle.
    "Uahu Sheila, è bellissima!" Esclamò Chiara. Alessio, visibilmente imbarazzato, balbettò un flebile grazie. Romina allungò il suo regalo, un libro dal titolo inequivocabile:
    I GIOVANI ADOLESCENTI E LE LORO TURBE MENTALI. Alessio non negava di essere un tantino presuntuoso ed irriverente, ma lei non perdeva occasione per ricordarglielo. "Grazie Romina, sei grande" Lei lo guardò soddisfatta. I gemelli avevano portato un regalo singolo; si trattava di un minilettore multifunzione di ultima generazione, costava parecchio ma i loro genitori erano piuttosto ricchi. Alessio non era un patito dell'elettronica, ma quell'articolo era fenomenale e anche lui ne avrebbe fatto buon uso. "Grazie ragazzi, vi chiederò assistenza per farlo rendere al massimo" "Sarò felice di aiutarti" Rispose subito Paolo che era l'esperto di elettronica. Sandra e Filippo non avevano aperto bocca in quei minuti; doveva aspettarsi qualcosa anche da loro? Conosceva bene la situazione economica dell'amico e si aspettava di non ricevere nulla; non gli importava, ma da Sandra si aspettava qualcosa, anche solo un gesto. La ragazza esasperò fino all'ultimo la sua attesa, poi si alzò dal tavolo e si avvicinò a lui: rapida come il vento lo baciò sulla guancia e gli consegnò un pacchetto. Al suo interno una scatoletta rossa che non lasciava dubbi, la aprì rapidamente e ne estrasse il contenuto; un braccialetto d'argento. Il cuore del ragazzo pompava a mille e la sua faccia diventò paonazza, contento e imbarazzato allo stesso tempo.
    Sheila invece era impallidita e improvvisamente calò il silenzio. Fu Filippo a stemperare la tensione "Sei fortunato ad aver ricevuto tutti questi bei regali, vuoi vedere il mio?" Tutti si voltarono verso di lui; erano curiosi quanto Alessio di sapere cosa avesse portato.
    "E' inutile che vi sforziate a guardare, il mio regalo è speciale ma può vederlo solo Alessio" Gli altri mugugnarono qualcosa e Alessio domandò impaziente
    "Va bene Filippo, se gentilmente vuoi darmi il tuo regalo, sarò lieto di condividerlo con gli altri" L'amico restò un attimo in silenzio, tutti attendevano.
    "Il mio regalo è in fondo al cuore, è l'amicizia sincera nei tuoi confronti e solo tu, se vuoi, puoi vederla" Alessio ridiventò paonazzo, stavolta per la vergogna. I suoi amici, chiaramente delusi, restarono a bocca aperta. L'unica che aveva capito la bellezza di quel gesto era Chiara che guardò il fratello cercando di trasmettergli le sue sensazioni, ma lui era combattuto da una miriade di emozioni che lo stavano travolgendo. Alla fine l'educazione ricevuta dai suoi genitori lo portò a dire:
    "Grazie Filippo,sei un amico" Nel frattempo si era fatto tardi e cominciarono ad arrivare i vari genitori a prendere i ragazzi. La prima ad andarsene fu Sandra, che dopo aver ringraziato salì in macchina con sua madre. Alessio avrebbe voluto dirle qualcosa, ma era successo tutto così in fretta da lasciarlo senza parole. Poco dopo furono i gemelli ad andarsene "E' stata una bella serata" "Si, davvero bella, grazie" Confermò Paolo. Il padre li attendeva nel parcheggio a bordo di una splendida vettura e Romina, che apprezzava le belle macchine, esclamò: " Cacchio che bella macchina, si trattano bene i gemellini" 
    "Pensa che non è l'unica fuoriserie che hanno" Confermò Sheila, che in fatto di auto non era da meno. "Ecco, invece quello è il catorcio di mio padre" Stava entrando nel parcheggio una vecchia station wagon piuttosto malconcia. "Grazie Alessio, grazie Chiara, veramente una bella festa, ci vediamo"
    "Sheila! Spicciati che è tardi" "Arrivo papà"
    "Il padre di Sheila ogni tanto beve e quando succede non è tanto gentile con la sua famiglia" Filippo sapeva sempre un sacco di cose. Erano andati tutti e Chiara avvisò con il cellulare sua mamma. "Si mamma, è andato tutto bene, ti aspettiamo" "Fra 5 minuti arriva ragazzi, si torna a casa"
    "Mi avvio anche io, mio papà è in leggero ritardo e gli vado incontro. Grazie ragazzi della splendida serata; Chiara sei la migliore e tu Alessio sei un vero amico" Nel pronunciare quelle parole Filippo abbracciò i due ragazzi, poi sorrise loro e si avviò fuori dal locale. Alessio era frastornato: troppe emozioni quella sera. Chiara si rivolse al fratello "Sei un cretino, lui ti vuole bene è un vero amico"
    "E anche un ragazzo educato e gentile!"
    "Mamma! Sei qui!?"
    "Si Chiara, da qualche minuto e non ho potuto fare a meno di ascoltarvi ed osservarvi: Filippo ha un sorriso sincero che viene dal suo animo gentile. Voi non immaginate le difficoltà che deve affrontare la sua famiglia, è talmente umile che non si è permesso di chiedere un passaggio fino a casa ma ha fatto finta di andare incontro al padre. Non hanno la macchina e voi lo sapete"
    "Andiamo a prenderlo e lo portiamo a casa, di corsa!" Gridò Alessio.
    "No, adesso lo umiliereste ulteriormente. Ho già pagato il conto, andiamo a casa"
    In macchina i due ragazzi erano assorti nei loro pensieri, la madre li conosceva bene e sapeva che stavano riflettendo sulla serata appena trascorsa, quindi chiese:
    "Alla fine è andato tutto bene? Alessio, ti è piaciuta la serata? E tu Chiara, come è andata con i bambini?" I figli si miserò a ridere. "Bene mamma, i bambini hanno fatto i bravi" Chiara chiamava bambini tutti i coetanei di suo fratello. "Grazie mamma"
    "Mamma.."
    "Dimmi Alessio"
    "A volte ho preso im giro pesantemente Filippo, lo abbiamo anche insultato e trattato male. Lui è simpatico, ma così debole, è facile prendersi gioco di lui, insomma.."
    "Non è debole, è sensibile. Tu sei un vigliacco quando ti comporti così, stai prendendo il vizio di farti bello davanti ai tuoi amici e non consideri il male che procuri"
    "Ma lui è sempre contento, gli basta stare con noi e poi non gli facciamo del male"
    "Ah no? Non gli fate del male? A quanto pare non capisci ancora niente della vita e dei sentimenti delle persone. Comunque tuo padre è a casa che ti aspetta anche per questo, vuole parlarti" L'ultimo tratto di strada fu per Alessio lungo e angosciante.
    Giunti a casa la mamma parcheggiò l'auto nel box e andò in camera e Chiara, dopo aver messo il pigiama, la seguì. Il papà era in sala, seduto sul divano e stava leggendo il giornale, nonostante fosse tardi; Alessio lo raggiunse.
    "Ciao papà, ancora sveglio?"
    "Ti stavo aspettando per parlarti di una cosa" Era calmo, buon segno.
    "Si papà, ti ascolto"
    "Siediti dove vuoi, ormai stai crescendo e so che non desideri più starmi tanto vicino" Il figlio si mise a sedere sulla poltrona difronte al padre.
    "Ecco papà, qui va bene? Ma non è vero che non voglio starti vicino, insomma non c'è bisogno che.."
    "Ok! Ok! Messaggio ricevuto, ormai sei un ragazzo e ti parlerò da uomo a uomo, anche se sei mio figlio" Aspettò un momento prima di proseguire, Alessio ora era pronto.
    "Anche se giovane avrai notato che in giro c'è la crisi, la gente perde il lavoro e con esso la stabilità economica. Alcuni, tra cui noi, hanno ancora la fortuna di lavorare e prendere lo stipendio, altri lavorano ma faticano a prendere i soldi, altri ancora hanno perso il lavoro e non trovano alcuna occupazione"
    Il ragazzo lo fissava, ma era chiaramente confuso.
    "Alessio. Tu e tua sorella siete fondamentalmente due bravi ragazzi, ma voglio che cominciate a capire, tu soprattutto, che non è semplice tirare avanti. Quindi bisogna essere felici delle proprie fortune e magari condividerle con chi ne ha meno" Il ragazzo continuava a non capire.
    "Mi stai seguendo?" Si era accorto di averlo confuso.
    "Si papà, ti ascolto. Però non capisco cosa vuoi dirmi; c'è la crisi del lavoro e tutti sono a rischio, noi siamo fortunati ma non dobbiamo essere troppo felici perchè altri sono meno fortunati, quindi dobbiamo accontentarci. Ma io cosa devo fare?" L'uomo lo guardò: lo vedeva ancora come il suo piccolo bambino, anche se ormai era alto come lui.
    "Ti ho confuso le idee, scusa figliolo. Quello che voglio dirti è semplice: cerca di essere meno arrogante e pensa invece di essere un privilegiato. Condividi le tue fortune con chi ne ha di meno" Il ragazzo era ancora perplesso.
    "Stasera, mentre eravate alla festa, sono venuti i genitori di Filippo. In realtà li abbiamo invitati noi approfittando della vostra assenza. Hanno grossi problemi economici e il padre mi ha chiesto se riesco ad aiutarlo; gli ho detto che avrei chiesto in ditta se si può fare qualcosa; ma questo non è niente. La mamma sapeva di un grosso problema che hanno e voleva conoscere i dettagli per poterli aiutare. Hanno tergiversato parecchio, poi la mamma del tuo amico è scoppiata in lacrime e si è sfogata. Filippo soffre di una rarissima forma di insufficienza cardiaca, praticamente gli restano pochi mesi di vita, forse un anno. Potrebbe salvarsi solo con un trapianto, ma non tutti i cuori potrebbero andar bene; solo alcuni donatori con determinate caratteristiche farebbero al caso suo"
    Alessio era sconvolto, a 14 anni non si pensa alla morte, gli ormoni scatenano nell'organismo una voglia di vivere ed un'energia inesauribile, si bruciano le tappe e la terra scotta sotto i piedi in una continua ricerca di nuove esperienze e amicizie. Quella sera era passato dall'euforia per il bacio di Sandra, allo scoramento totale nell'udire quella notizia. Suo padre si avvicinò e gli pose una mano sulla spalla.
    "Non volevo rovinarti la sera, ma Filippo è tuo amico ed è giusto che tu sappia"
    "Ma lui, lo sa?"
    ""Si. I suoi genitori hanno detto che è troppo intelligente per non capire e dopo le ultime visite ha voluto parlare con i dottori che lo hanno esaminato. Alcuni dei tuoi amici già lo sanno, comportati di conseguenza"
    "Vuoi dire che dovrò compatirlo fino alla fine?"
    "No figliolo, voglio dire che lui è tuo amico, a prescindere e come tale  devi trattarlo. Adesso è tardi, andiamo a dormire, buonanotte figliolo"
    "Buonanotte papà" Mentre andava in camera incrociò Chiara che era a capo chino e intravide il suo volto in lacrime; mamma le aveva detto di Filippo.
    Non riusciva a prendere sonno, pensava a Filippo e alla festa; si erano divertiti. Sandra lo aveva baciato di sfuggita ma per lui era importante e Filippo si era messo a ridere. Avevano ordinato da mangiare e bere e lui aveva fatto il gradasso con l'amico umiliandolo davanti agli altri; tutti avevano portato regali, lui aveva portato amicizia. Al ristorante Alessio c'era rimasto male, adesso vedeva tutto sotto un'altra luce e con la frenesia tipica degli adolescenti si alzò dal letto e prese carta e penna.
    <Caro Filippo, scusa se tante volte ho fatto lo stronzo con te. Volevo farmi bello davanti agli altri e ti usavo per i miei scopi. Alla festa ho capito che tu vuoi essere mio amico e anche io lo voglio. Se posso fare qualcosa per te sappi che ci sono, ti vorrei aiutare ma non so come. Spero perdonerai le stronzate che ti ho combinato, vedremo di risolvere tutto. Grazie per la tua amicizia. Adesso ho sonno, ciao>
    Aveva scritto in modo impulsivo, tante erano le sensazioni che lo stavano stremando e alla fine cadde in un sonno profondo.
    La mattina seguente, domenica, la mamma li aveva lasciati dormire un pò più del solito. In cucina, mentre facevano colazione, le facce scure la dicevano lunga sul loro stato d'animo.
    "Ho deciso di andare a trovare Filippo" Disse Alessio.
    "Non sei mai andato da lui, dicevi che casa sua è una topaia" Chiara era più acida del solito.
    "Chiaraaa!"
    "Ma è vero mamma. Ieri sera alla festa non ha perso occasione per tirarlo in giro e umiliarlo, ma Filippo è sempre restato calmo e sorridente e i gemelli continuavano a ricordargli quanto sono ricchi e bla bla bla; e lui rideva alle loro battute del cazzo"
    "Chiara!" Il tono della mamma si era alzato di qualche decibel.
    "No mamma, ascoltami. Filippo ha retto il loro stupido gioco per tutta la serata e quando è stato il momento dei regali ha mantenuto un contegno da signore"
    "Hei, hei!? Mi sa che la sorellona ha un debole per il mio amico"
    "Stai zitto brutto.."
    "Ragazzi, siamo a tavola, un pò di rispetto anche per vostro padre" Il marito raramente interveniva in quelle discussioni. Voleva che risolvessero tra di loro certe questioni, stando attento a che non si oltrepassasse il limite. In questo caso sapeva che l'argomento era importante e voleva vedere come se ne sarebbero venuti fuori. Sua moglie aveva capito, ma voleva mantenere i toni sui binari del rispetto.
    "Ok mamma, scusa. Comunque Filippo è un ragazzo stupendo, io lo dico da sempre e Alessio adesso perché sai che è malato vuoi fare il buon samaritano; comoda la vita"
    "Razza di una..."
    "Basta!" Il papà si era stancato. "Adesso basta. La mamma vi aveva avvisato, ma a quanto pare siete ancora dei bambini. State parlando di quel ragazzo come fosse un oggetto: Chiara, se nutri dei sentimenti nei suoi confronti è giusto manifestarli, ma a lui, non contro tuo fratello. Tu Alessio, vuoi andare da lui, ok, ma vola basso" Alessio sbuffò, poi si rivolse alla sorella:
    "Vado da lui perché stanotte ho capito di essere stato troppe volte stronzo nei suoi confronti e voglio stargli vicino, da vero amico"
    "Adesso vuoi fare il martire" "Chiara!" Ruggì il padre.  Alessio proseguì come nulla fosse "Vorrei avere un cuore di scorta e donarlo a lui, ha ragione papà; noi siamo fortunati e non ci accontentiamo mai, mentre Filippo vive in armonia con il mondo" Prese il casco e si avviò verso il box a prendere il motorino.
    "Stai attento Alessio, mi raccomando" Sua madre era una donna apprensiva.
    "Tranquilla mamma, vado piano. Ci vediamo a pranzo"
    La macchina lo investì in pieno senza lasciargli il tempo di capire cosa stesse succedendo. L'ambulanza arrivò in pochi minuti, gli agenti intervenuti sul posto avevano fermato l'investitore che era visibilmente ubriaco mentre uno di loro stava avvisando i familiari del ragazzo a terra, riconosciuto da un passante.
    "Si, pronto?" Chiara diventò pallida come il latte, l'agente aveva detto che suo fratello era stato investito e...
    Arrivarono in ospedale dopo una folle corsa in macchina, i genitori di Alessio entrarono nel reparto come due indemoniati, Chiara non era riuscita a tenere il passo e li raggiunse mentre un medico stava parlando loro.
    "Non ci sono possibilità, vostro figlio è praticamente morto. Mi dispiace, ma le lesioni esterne ed interne sono tante e gravi e se non è ancora morto è solo perchè il suo giovane cuore resiste" La madre di Alessio scoppiò in un pianto irrefrenabile, urlava come una disperata e alcune infermiere si avvicinarono nel vano tentativo di calmarla. Il marito digrignava i denti non riuscendo ancora a realizzare l'accaduto. Chiara piangeva, poi un pensiero attraversò la sua mente.
    "Papà, ha detto che il cuore è sano" Dopo alcune ore Alessio era clinicamente morto.
    Gli esami accertarono l'incompatibilità del cuore di Alessio con quello di Filippo, decisero comunque di donare l'organo del figlio. Amici e conoscenti parteciparono commossi al lutto della famiglia.
    L'investitore era il padre di Sheila, in carcere in attesa del processo. La figlia non si dava pace e la vergogna la stava stritolando, decise di andare da Chiara. La trovò in casa, in compagnia di Filippo; i due erano diventati coppia fissa. I tre amici si abbracciarono e piansero per diversi minuti. "E' colpa mia, quella sera era già ubriaco, mamma era fuori a lavorare e io avevo il compito di nascondere le chiavi della macchina e invece mi sono chiusa in camera per paura di prenderle e lui alla mattina è uscito e..." Scoppiò nuovamente a piangere.
    "Non è colpa tua Sheila, non eri tu al volante" Cercò di calmarla Chiara.
    "Non è colpa di nessuno, a posteriori le possibilità di modificare gli eventi sono infinite. Ricordiamo Alessio portandolo nel cuore per sempre" Concluse Filippo.
    Dopo 2 mesi da quel tragico incidente Filippo morì, la malattia non aveva lasciato scampo; la sua famiglia e quella di Alessio affrontarono questa prova insieme, cercando di superare il dolore facendosi coraggio l'uno con l'altro, dando il via ad una solida amicizia.
    A breve distanza da quel secondo tragico evento i genitori di Alessio ricevettero una raccomandata dall'ospedale che aveva espiantato il cuore del figlio: una verifica accurata aveva accertato la compatibilità del cuore di Alessio con il corpo di Filippo. Lo staff medico si scusava per l'errore.

  • 27 ottobre 2013 alle ore 18:48
    Viaggio

    Come comincia: Aveva sentito dire, o forse letto da qualche parte, non ricordava, che il bello di un viaggio è il viaggio stesso. Prendere la macchina e dirigersi verso una destinazione nota o improvvisata, dava modo di intraprendere un'avventura. Baggianate! Trovarsi nelle ore di punta nelle tangenziali di Milano o nel grande raccordo anulare di Roma, non aveva niente di avventuroso.
    Era della stessa idea quel caldo pomeriggio di fine giugno. Avrebbe  fatto il viaggio, insieme alla moglie, con il preciso intento di arrivare il più presto possibile alla metà, in ferie.
    Faceva molto caldo e l'aria condizionata della piccola utilitaria riusciva a stento a rinfrescare l'abitacolo. La moglie, previdente come sempre, aveva preparato una borsa termica con frutta e acqua fresca, preferivano spiluccare qualcosa in macchina piuttosto che fermarsi nei caotici autogrill.
    Imboccarono l'autostrada A4, direzione Venezia. Alla sinistra si vedevano sfilare le Prealpi, confine naturale che divide le Alpi dalla pianura Padana che si estendeva alla destra a perdita d'occhio.
    "Non è male come paesaggio, tanti capannoni ma anche tante cascine, campi coltivati e montagne"
    "Già" Rispose lei sovrappensiero.
    "Guarda, adesso ci avviciniamo al lago di Garda, che belle colline, che bei vigneti, mmhh"
    "Pensa che buon vinello ah?" La donna conosceva i gusti del marito.
    "Se facciamo sei al superenalotto compriamo una piccola cascina e ci mettiamo a fare il vino" Confermò lui.
    "Si, si. Sei al superenalotto, è subito fatto. Bella zona comunque, davvero"
    Il Sole arroventava la macchina e nonostante l'aria condizionata lui stava cominciando a sudare.
    "Vuoi da bere?" Chiese lei.
    "No grazie. Cerco di resistere altrimenti continuo a sudare"
    "Un po' di frutta?" Insistè la moglie.
    "Si ok, quella volentieri" E' mentre lei lo imboccava amorevolmente arrivarono a Verona, allo svincolo per Modena.
    "Adesso comincia il pezzo noioso" Osservò lei mentre addentava un pezzo di melone.
    "Piattume, campi a perdita d'occhio e zanzare" Confermò lui.
    Lei gli prese la mano poggiata sulla leva del cambio e lui la strinse forte, un gesto affettuoso che i due condividevano spesso.
    "In effetti anche questo paesaggio ha un suo fascino" Disse cauto lui mentre lei stava cercando di infilare un cd nell'apposito spazio e poi lo guardò come a dire <Sei impazzito!>
    "Non ho detto che sia bello, però guarda che belle cascine e i campi come sono tenuti bene" Poi con la coda dell'occhio intravide che dischetto stava per mettere lei ed esclamò:
    "Nooo, che lagna. Metti qualcos'altro dai, lo sai che non sopporto quella musica" E infatti lei non cambiò dischetto e inserì ciò che aveva scelto. Musica che a lei piaceva parecchio ma a lui un po' meno.
    "Dicevi? Un bel paesaggio?" Parlò lei distrattamente.
    "Si, come le canzoni del tuo cd" Grugnì lui.
    "Allora è uno splendido paesaggio" Sorrise lei.
    Il cartellone indicava l'uscita di Mantova.
    "E' una bellissima città Mantova, ricca di storia e a misura d'uomo"
    "Non so, non l'ho mai vista" Rispose lei.
    "Un giorno ci veniamo, con calma"
    "Hai fame?" Chiese lei.
    "No grazie. Ho sete ma non bevo se no mi devo fermare venti volte a pisciare"
    Stavano attraversando il Po, erano in piena pianura.
    "Chissà che nebbia in inverno" Disse lei.
    "E che freddo" Confermò lui.
    La macchinina macinava chilometri alla velocità di crociera di 110, 120 km all'ora; una buona media. Lei guardava fuori dal finestrino e canticchiava sulle note del cd, mentre lui cominciava a soffrire il caldo. Non aumentava l'intensità del freddo perchè sapeva che a lei dava fastidio ma il sudore cominciava ad imperlargli le tempie.
    "Tesoro, aumenta un po' l'aria fresca" Lo invitò lei.
    "Ma a te da fastidio"
    "Non ti preoccupare, oggi fa veramente caldo"
    Lui approfittò di quell'eccezione e abbassò immediatamente la temperatura. Nel frattempo erano giunti all'altezza di Modena, in perfetto orario con la tabella di marcia ed imboccarono la A1, che non sembrava troppo trafficata.
    "Forse oggi ci va di culo" Pregò lui.
    "Dobbiamo ancora passare Bologna" Osservò lei.
    Bologna. Spauracchio per milioni di automobilisti che devono attraversarla in qualsiasi periodo dell'anno, si rischia spesso di trascorrere alcune oer fermi in colonna, ad osservare fabbriche, palazzoni e colline in lontananza. Il paesaggio stava cambiando, ora ai lati dell'autostrada si vedevano frutteti e stabilimenti di vario tipo.
    "Quaggiu si vede un'altra campagna rispetto alla nostra e adesso si cominciano a vedere le colline bolognesi"
    Erano arrivati allo svincolo:a destra si andava per Ancona, Pescara; a sinistra per Firenze, Roma. Imboccarono la destra e pregarono di non trovare colonna o San Lazzaro sarebbe arrivata tardi.
    "Sembra poco trafficata oggi l'autostrada" Affermò la moglie convinta.
    "Lo dicevo io. E' un giorno feriale ed è abbastanza presto e poi la crisi colpisce duro. Ma lo sai che anche l'autostrada da noi è mezza vuota?" L'autostrada da noi era la famigerata A4 nel tratto tra Brescia e Milano andata e ritorno.
    "Mi ricordo i tempi in cui ci volevano anche tre ore per arrivare a Milano. Bisognava partire prima delle 5 alla mattina o eri fregato" Lei lo sapeva, ma non aveva voglia di pensarci. Disse invece:
    "Certo che senza traffico si può ammirare anche questa zona con un altro punto di vista, non è male"
    "Colline e campagna, un po' il sogno di tanta gente e poi sono piuttosto vicini al mare" Lei si stava addormentando, il classico colpo di sonno da viaggio. Lui la aiutò a reclinare leggermente il sedile e le strinse la mano"
    "Riposa tesoro, Bologna è superata" Lei non sentì quelle parole, stava già dormendo. Lui allora approfittò per cambiare cd e inserì un dischetto degli Eurythmics; la musica e la voce di Annie Lennox lo tranquillizzavano molto. Non c'era traffico e la media dei 120 non era pesante da tenere. Mentre osservava il paesaggio fortemente agricolo intervallato da grossi stabilimenti, stava ripensando alla sua vita. I problemi legati al lavoro che non c'era, la consapevolezza di essere di passaggio su questa terra ma di non poter fare a meno di preoccuparsi per il suo futuro e quello della sua famiglia, ma anche la gioa di avere degli splendidi figli e una moglie insostituibile. Da giovane gli avevano detto che con il tempo l'amore va spegnendosi; probabilmente era così, ma lui dopo vent'anni sentiva di voler bene alla moglie più che all'inizio, chissà, il tempo avrebbe dato il suo responso. Immerso in questi pensieri si ritrovò senza accorgersene all'altezza di Cesena, quando lei aprì gli occhi.
    "Siamo a Rimini?" Domandò con voce impastata.
    "Quasi, siamo a Cesena. Dormi ancora se vuoi, io non sono stanco"
    "Sicuro? Hai lavorato tanto questi giorni, vuoi il cambio?"
    "No, no, tranquilla, riposati ancora"
    "No, altrimenti mi viene il mal di testa. Vuoi un po' di frutta?"
    "Volentieri e anche l'acqua. Dopo Pesaro o Fano ci fermiamo al primo autogrill a farci un caffè, e per andare al bagno"
    Mangiarono in silenzio. Adesso il paesaggio stava cambiando completamente. Le colline coltivate a grano, orzo e girasoli avevano preso il posto dei campi coltivati ad ortaggi e frutta.
    "Questo è il paesaggio che piace a me" Sospirò lui sognante. Lei cambiò cd ed inserì una raccolta di musica degli anni ottanta, un buon compromesso per entrambi. Dopo circa quindici minuti si fermarono a prendere un caffè. A lui non piaceva fermarsi in quei posti, troppa ressa, la paura costante di essere derubati, anche se poi si era circondati da gente che, come loro, era in viaggio e non vedeva l'ora di arrivare alla metà.
    Andarono in bagno e una volta fuori ripartirono velocemente senza fare carburante.
    "Costa di più in autostrada e con questa velocità penso che arriveremo a destinazione senza dover fare benzina"
    "Speriamo" Affermò lei "Comunque un buon caffè ci voleva proprio"
    "Si. Hai visto come erano puliti e ordinati i bagni? E poi sempre a parlar male dell'Italia. C'è ancora della frutta?"
    "Prendi queste albicocche, sono buonissime" Mangiarono ancora frutta, con quel caldo era un vero toccasana. Avevano superato Senigallia e più a sud si vedevano chiari il promontorio di Ancona e il suo porto. Adesso l'autostrada entrava nell'entroterra per qualche chilometro, una volta superato l'aeroporto avrebbero costeggiato le alture di Ancona e il monte Conero per poi riavvicinarsi al mare più o meno all'altezza di Loreto, che con il suo imponente santuario svettava sulle colline marchigiane.
    "Guarda amore, Loreto. Ti ricordi anni fa quando ci siamo venuti?" Lei era innamorata di quel posto.
    "Si tesoro e tutti gli anni ci ripetiamo che dovremmo tornarci e ora che i bambini sono cresciuti potremmo portarci anche loro, gli piacerebbe"
    "Sono sicura che resterebbe anche nel loro cuore"
    In breve sorpassarono anche l'uscita di Macerata.
    "Ti ricordi quell'anno che siamo scesi a Macerata al matrimonio di mia cugina?" Esclamò lui.
    "Si, che avventura. E poi che bel posto dove siamo andati a mangiare e dormire, stupendo. In mezzo alle montagna, al verde e alla tranquillità, come si chiamava?"
    "Tolentino? Camerino? Bha, non ricordo, però era proprio bello, anche lì sarebbe da tornarci"
    "Amore, con tutti i posti belli che ci sono da vedere e rivedere non basterebbe tutta la vita per visitarli"
    "Hai ragione, però è bello avere dei ricordi. Guarda le colline che piacciono a noi, qui in primavera ed estate è uno spettacolo"
    "Quando stai bene vedi tutto bello" Confermò lei mentre gli stringeva la mano poggiata sul sedile. Restarono così per qualche minuto, in silenzio, beandosi della presenza reciproca. Un cartello indicava la fine delle Marche e l'inizio dell'Abruzzo.
    "Siamo quasi arrivati. Sei stanca?"
    "Io no. Tu piuttosto, ti fa male la schiena??"
    "Un po'. Con questo caldo si suda comunque e sono tutto appiccicoso"
    "Dai, ancora poco e ti farai una bella doccia. Hai fame?"
    "Adesso si, ma aspettiamo di arrivare, mengeremo a casa" Il viaggio stava per terminare, mancavano sette chilometri all'uscita di Roseto degli Abruzzi. Da lì ancora qualche chilometro di strade interne e sarebbero arrivati a destinazione, dove parenti e amici li stavano aspettando. Uscirono dall'autostrada senza problemi, erano quasi le nove di sera e non c'era traffico. Lui ci mise pochi secondi a prendere il passo urbano, il rischio dopo tante ore di autostrada è di andare troppo forte nelle strade di paese. Adesso respiravano aria di casa, quei posti vacanzieri evocavano in loro gioia e pace, la strada tortuosa che si arrampicava sulle colline scoscese era un segnale di riconoscimento come per dire: ecco, siete arrivati. Entrarono nel paesello a passo d'uomo e videro corrergli incontro i loro ragazzi e la gente del posto sorridente, erano arrivati.
    "Amo, siamo arrivati!" Disse lei sorridente.
    "Si tesoro, siamo arrivati. E' stato veramente un bel viaggio" E mentre finiva di parlare i figli avevano già aperto le portiere della macchina e li stavano investendo con una raffica di baci e abbracci.

  • 02 ottobre 2013 alle ore 17:58
    Fedeltà eterna

    Come comincia: Bang! Un colpo in fronte e il serial killer si era afflosciato come un fico sfatto. Il suo lavoro era terminato, lo avevano incaricato di fermare quella belva e lui, con la sua squadra, si era messo sulle tracce di quell'inaffarrabile assassino. Ripose la pistola, una Beretta che lo accompagnava da anni, nel fodero della giacca. Lei si avvicinò: uno sguardo, nessuna parola; negli occhi dell'uomo vide il baratro dell'inferno.
    Un mese prima.
    "Possibile che tutte le volte che si organizza qualcosa arriva una chiamata urgente e ci pianti in asso?"
    "E' il mio lavoro tesoro"
    "Ma io ho sposato te, non il tuo lavoro!"
    "Vedrò di sbrigarmi alla svelta, salutami i tuoi e se avanza qualcosa dalla grigliata, tienimelo per quando torno" E veloce si fiondò verso l'uscita di casa.
    "Bruce!!" Lo inchiodò la moglie sulla porta.
    "Si amore?"
    "Stai attento, ti voglio bene"
    "Anche io, a dopo"
    Era in macchina e immediatamente si mise in contatto con la collega.
    "Jewa, cosa c'è stavolta di così urgante?"
    "Siamo alla base, ti spieghrà tutto il boss"
    Il boss era una donna corpulenta che si era fatta le ossa nei reparti speciali dell'esercito. Congedata con merito dopo aver subito l'amputazione di una gamba a causa di un proiettile che l'aveva fracassata, la donna dal carattere d'acciaio aveva fondato un'agenzia privata reclutando ex militari e agenti speciali che avevano spiccate doti investigative e d'azione. Il suo scopo era quello di creare un corpo elitario in grado di appoggiare le varie agenzie governative nel risolvere casi spinosi e fuori dagli schemi. In realtà l'ordine di creare questo corpo era partito dall'alto e il boss avev realizzato un gioiellino d'efficenza.
    "Bene Bruce, mancavi solo tu" Lo accolse ironicamente il capo, che lo considerava il miglior agente in campo.
    "Scusa Merry, ero nel mezzo di una grigliata in famiglia" Si scusò lui altrettanto ironicamente.
    "Si, e scommetto che hai pianto nel venir via di casa. Ok, siamo qui per richiesta dell'FBI"
    "Che novità!"
    "Lance, niente battute! Ascoltatemi bene, perchè questo caso richiederà la partecipazione di tutti i membri qui presenti" Oltre a Merry, il boss, c'erano Bruce, il veterano; Jewa, l'informatica del gruppo; Lance, l'esperto d'armi; Frank, il tuttofare e Serena, la ragioniera: la squadra 7.
    "Dobbiamo dare la caccia al classico serial killer, niente di nuovo. Sapete che in alcune circostanze per catturare questi pazzoidi bisogna percorrere delle vie non del tutto ufficiali, L'FBI ci invita a darci una mossa. Adesso vi distribuirò dei dossier dettagliati, prendetene una copia ciascuno, studiatevelo e tra un'ora ci riaggiorniamo per predisporre un piano d'azione"
    "Merry, non ho notizie di serial killer in azione fuori controllo. I tre casi in essere sono seguiti dai vari enti locali, non dai federali. Che caso è questo?" Chiese Serena.
    "Leggete! Fra 59 minuti ci riaggiorniamo" Rispose secca il boss.
    Bruce odiava quel momento, quando all'inizio di un indagine doveva sorbirsi pagine di rapporti inconcludenti redatti da poliziotti incapaci o funzionari svogliati. Sapeva per esperienza che il 90% dei casi che arrivavano a loro erano risolvibili da una qualsiasi squadra di polizia che avesse messo un po' più d'impegno nel proprio mestiere, ma ciò avrebbe tolto il lavoro a miriadi di agenzie private spuntate come margherite a primavera.
    Era il solito dossier: sadico e lucido assassino con un alto quoziente intellettivo. Torturava e ammazzava le sue vittime, senza distinzioni di sesso, età, razza. Particolare insolito invece, era che ogni vittima aveva legato a se il proprio cane, vivo. Dopo tanti anni Bruce ne aveva viste e sentite tante e non si meravigliò di questa nuova stravaganza. Poi notò un dettaglio che lo fece riflettere, accanto ai cadaveri c'era sempre un comodo giaciglio per cani e dell'acqua in una ciotola, ma niente cibo. Il resto era la solita descrizione di torture e sevizie subite dalle vittime.
    Il boss rientrò puntuale, dopo 59 minuti.
    "Allora, che mi dite?" Chiese Merry. Bruce e gli altri avevano discusso di quel caso soffermandosi sul particolare dei cani. Frank osservò:
    "Il maniaco potrebbe essere una persona che ama i cani, o gli animali in generale. Ha sempre lasciato acqua per giorni"
    "No!" S'intromise Serena "Chi ama gli animali non li lascerebbe senza cibo a vegliare i propri padroni ridotti in quello stato"
    "Io invece credo che sia proprio questo il particolae interessante" Merry prese parte alla discussione "Lui vuol farci capire quanto i cani restino fedeli e vicini ai propri cari in qualsiasi situazione. Gli ha lasciato l'acqua, ma niente cibo e i cani, nonostante ci fosse l'ambiente impregnato di sangue e carne macellata, non hanno toccato mai i loro compagni"
    "Quanto la facciamo lunga" Lance odiava la psicologia "E' un bastardo assassino e se me lo trovo a tiro.."
    "Lo arresti, chiaro?! E adesso mettetevi al lavoro, fermate a tutti i costi questa belva" Concluse Merry.
    Bruce rientrò fiaccato da quella giornata. Anche lui amava i cani, ne aveva avuti parecchi. Ma un giorno, tanti anni prima, il molosso che aveva regalato a suo figlio aveva aggredito una sua amica facendole perdere la vista. Nonostante tutta la buona volontà, fu costretto a portarlo in un centro apposito dove dopo qualche giorno fu abbattuto. Suo figlio non lo aveva mai perdonato.
    "Tutto bene tesoro?" Sua moglie lo amava.
    "No cara, no"
    Quella sera, a letto, lui le spiegò sommariamente il nuovo incarico. Non poteva rivelare informazioni a nessuno, ma senza scendere nei particolari condivideva spesso con sua moglie il peso di alcune indagini. Quella sera faticarono entrambi a prendere sonno.
    Il giorno seguente stavano cominciando a fissare dei punti per l'inizio dell'indagine.
    "Partiamo  dall'idea che Merry sia sulla buona strada e che quindi questo pazzoide tenga ai cani. Perchè dovrebbe ammazzarne i padroni? Così fa del male anche a loro"
    "Il punto è un altro Jewa. Perchè ammazza solo persone che possiedono cani?" Chiese Bruce.
    "Già, perchè?" Bofonchiò Serena.
    "Lance, prendi il tuo arsenale. Andiamo sul posto del penultimo delitto" Disse Bruce.
    "Del penultimo?"
    "Si. Ho la sensazione che si aspettasse una nostra visita sul luogo dell'ultimo delitto e avrà curato ogni dettaglio per depistarci. Invece dove andremo noi ci saranno più possibilità di trovare tracce importanti"
    "Sei sicuro?" Insistette il collega.
    "No, ma ho l'impressione di aver ragione"
    Giunserò ai margini della città, in una zona povera ma comunque ordinata e pulita. Il palazzo di dodici piani era vecchio e rabberciato qua e là. Gli inquilini, delle più svariate etnie ed età, li osservavano salire dalle scale anguste: la vittima abitava al nono piano e l'ascensore era fuori uso. Entrarono nel piccolo appartamento dopo aver asportato i sigilli della polizia.
    "Non mi avevi parlato di dover fare una scalata" Grugnì Lance. Bruce non lo stava ascoltando, i suoi sensi erano già tutti in allarme. La piccola abitazione consisteva in un unico locale che faceva da cucina, salotto e camera da letto. In un angolo, un piccolo gabinetto, era diviso dal resto della stanza da un grosso telone cerato appeso al soffitto con degli anelli scorrevoli. L'ambiente rispecchiava l'impressione che si era fatto del quartiere; povero ma in qualche modo ordinato e pulito. Aveva letto il rapporto; la vittima era una donna lesbica di 51 anni che viveva con il suo cane, uno splendido esemplare di boxer femmina.Lavorava presso un magazzino di articoli per casa, non aveva una relazione stabile ed era benvoluta dai colleghi e dagli inquilini dl palazzo. La classica vittima anonima di alcuni tipi di serial killer. Eppure lui sentiva che qualcosa non quadrava.
    "Mi hai fatto prendere le armi, ma qui il rischio maggiore che corriamo è di prenderci un'infezione"
    "Come al solito Lance ti fermi alle apparenze. Questa casa, nella sua modestia, è pulita, ordinata e soprattutto a misura di cane"
    "Cosa vuoi dire?"
    "Che una persona sola, senza relazioni stabili, con poche possibilatà economiche e con un cane, potrebbe desiderare un ambiente simile per condividere con il proprio fedele compagno ogni momento possibile"
    "A me fa un po' schifo tutta questa situazione"
    "Chiediti invece come può aver fatto il nostro assassino a venir fin quassù, fare quello che ha fatto e andarsene senza che nessuno se ne accorgesse"
    Il collega restò in silenzio. Dopo 20 minuti a cercare qualche dettaglio importante e aver fatto qualche domanda agli inquilini, rientrarono alla base, ognuno con dei punti interrogativi.
    "Quindi non hai scoperto nulla! E perchè ti sei portato Lance e non me, o Frank?" Jewa stava urlando.
    "Perchè vi lasciate condizionare emotivamente e tendete ad assecondare i miei ragionamenti mentre a me serviva un osservatore distaccato" Rispose Bruce con calma.
    "E ti è andata bene?"
    "Più o meno"
    Dopo quasi un mese di lavoro l'indagine sembrava ad un punto morto. Il maniaco continuava a mietere vittime; quattro da quando avevano preso in mano il caso. I vari elementi raccolti, incrociati e confrontati tra loro, non davano sufficienti risposte e in definitiva la squadra 7 brancolava nel buio.
    "Non va bene un cazzo! Diamoci una mossa o dovremo chiudere la baracca" Merry aveva un diavolo per capello; la squadra intera, convocata d'urgenza, era sfiancata quanto lei.
    "Sembra che conosca in anticipo le nostre mosse e ci stia bellamente prendendo in giro" Serena stava pensando ad alta voce. "E più ci facciamo coinvolgere emotivamente e meno verremo a capo del problema" Bruce ebbe un fremito e chiese quasi in apnea:
    "Chi di voi si sente coinvolto emotivamente da questo caso? A chi veramente preme per la sorte delle vittime? Ma soprattutto, chi ha veramente a cuore il destino dei cani privati dei loro padroni?"
    I suoi colleghi lo fissarono in attesa di una risposta; chiaramente lui la conosceva ma Bruce scattò in piedi ansimando "Maledizione! Maledizione! Devo correre a casa"
    "Bruce, dove corri? Fermati" Jewa cercò di trattenerlo ma Lance la bloccò. "Lascialo andare, deve aver fiutato una pista" "Ha ragione Lance. Preparatevi e seguitelo con cautela, ho un brutto presentimento" Concluse Merry.
    Entrò in casa trafelato, aveva corso e il battito cardiaco accelerato gli faceva mancare il fiato. Si riprometteva spesso di tenersi allenato, ma la sua proverbiale pigrizia aveva sempre la meglio. Chiamò la moglie più volte, nessuna risposta. Estrasse la pistola dal fodero e ispezionò con cura l'abitazione. Nessuno, nessun segno di scasso, nessuna anomalia. In una situazione normale avrebbe pensato che sua moglie fosse fuori per una qualsiasi ragione, senza allarmarsi, ma quella mattina aveva trovato sul cruscotto dell'auto di servizio un volantino dell'associazione amici dei cani. Per anni era stato socio finanziatore di quell'associazione; ritirò la sua iscrizione dopo il fattaccio avvenuto anni prima con il cane regalato al figlio.
    Aveva dato un'occhiata veloce al foglietto, senza dar peso a ciò che riportava, aveva impresso delle immagini senza elaborarle. Ma una parte del suo cervello cominciò a rivisitare quelle informazioni, giungendo ad una conclusione che gli era esplosa all'improvviso in testa:
    <Mese di maggio con i nostri amici> Riportava il volantino e poi <Il giorno 4 incoronazione del cane più anziano della contea. Il giorno 9 premiazione del cane più alto della città. Il giorno 15 grande festa per il cane più efficiente in dotazione alle forze dell'ordine cittadine. Il giorno 20 premiazione per il cane più ubbidiente e per finire il giorno 28 grande premio fedeltà per il cane con il padrone migliore. Ogni cane di quella lista, ogni vincitore, era della stessa razza trovata a fianco dei propri padroni orribilmente mutilati e le date coincidevano con il giorno precedente la loro morte.
    Oggi era il 29 maggio e l'ultimo premio l'aveva vinto un labrador.
    In casa non trovò niente, nessuna traccia, ma quel volantino era una firma e sapeva con precisione dove dirigersi. Prese l'auto e si avviò verso la parte ovest della città, nella zona collinare.
    "Lo teniamo sotto controllo, si sta dirigendo ad ovest, come pensavi tu" "Ok Frank, non perdetelo d'occhio e tenetemi costantemente aggiornata" "D'accordo Merry"
    "Cosa ne pensi Frank?" "Niente di buono Jewa, quando Bruce parte così bisogna sempre aspettarsi il peggio"
    Aveva preso con se le chiavi che tenevano a casa e aprì il cancello elettrico. Non era una zona residenziale e non c'era un guardiano fisso, i tre addetti alla manutenzione del parco si dividevano il lavoro a loro discrezione come concordato con i proprietari.
    Raggiunse la sua proprietà, un grosso capanno con annessi vari recinti al cui interno c'erano svariati tipi di animali da fattoria. Una rapida occhiata e il sangue si gelò nelle vene, non c'era il cane, un grosso esemplare di labrador.
    "Siamo entrati" Disse sorridendo Frank "Come?" Chiese Merry già sapendo la risposta "Non sarà un cancello elettrico che potrà fermare l'allegra brigata" Disse di rimando Lance dall'altra automobile. "State attenti, stiamo violando un po' di regole, non voglio guai" "Dai Merry, taglia corto, ci aggiorniamo più tardi" Il boss non rispose, sapeva quanto Jewa tenesse a Bruce e capiva il suo stato d'animo. A comunicazioni interrotte sussurrò "Buona fortuna ragazzi"
    La porta principale del capanno era socchiusa, dall'interno non proveniva nessun rumore ed era buio. Entrò con circospezione, per la prima volta nella sua vita era in difficoltà, stava probabilmente per risolvere quel caso spinoso ma era terrorizzato dalla prospettiva di trovare ciò che la sua mente analitica aveva concluso; prese coraggio e accese la luce; il suo lato umano ebbe un sussulto ma il detective prese il sopravvento.
    "Ciao, ti aspettavo. Sapevo che avresti capito il messaggio, sei troppo intelligente"
    "Non abbastanza purtroppo. Troppe vittime, troppo dolore, perchè?" Il tono di Bruce, a dispetto della situazione, era glaciale.
    "Oh dai, lo sai perchè. E' colpa tua, ovviamente"
    "Colpa mia, certo. Sono stato un cretino a non accorgermi di niente, a non capire che mi stavi usando. Tu non mi ami più, da tanto tempo"
    "Da quel giorno per la precisione. Sei tu la causa di tutto questo"
    Non era possibile. Per tutti quegli anni lei era sempre stata solare ed amorevole nei suoi confronti, aveva superato il trauma della perdita del figlio meglio di lui, ne era sicuro, ma allora perchè?"
    "Ti chiedo ancora, perchè?" Lei non spostava lo sguardo un attimo, la mano ferma, la grossa lama appoggiata sul collo del malcapitato addetto alle manutenzioni e il grosso cane legato alla maniglia della finestra. Poi cominciò a parlare come se la sua voce provenisse dallo spazio.
    "Perchè tu hai ucciso nostro figlio. Sei tu che lo hai privato della gioia della sua vita: Blakye era il suo amato cane, non un mostro"
    "Aveva assalito una ragazzina di 13 anni"
    "Quella sgualdrina ha avuto ciò che si meritava!" Bruce inorridi nel sentire quelle parole. Per anni si era chiesto perchè il docile Blakye avesse aggredito la loro ospite e adesso pensava di aver trovato una risposta, terribilissima.
    "Mi stai dicendo che.."
    "Che ho aizzato io il cane contro quella maledetta, stava circuendo il mio povero bambino e anche il cane stava cedendo alle sue moine. Non potevo permetterlo e il cane ha fatto per me ciò che andava fatto"
    "Nostro figlio aveva 14 anni, era normale che avesse una simpatia.."
    "Nooo! Quella era una troia. Il mio bambino voleva bene solo alla mamma e al suo cane, lei non c'entrava e Blakye ha agito per il nostro bene"
    "Tu sei pazza" Lei non lo sentì.
    "Poi sei intervenuto tu, maledetto impiccione. Ti avevamo detto che il cane era innocente, ma niente. Hai fatto intervenire le autorità che hanno tratto le conclusioni sbagliate e Blakye è stato eliminato. Il mio bambino non sopportava quel dolore, lo capivo, lo sentivo. Io sono sua madre, certe cose le percepisco"
    Un altro tassello era entrato al suo posto, Bruce stava per perdere il controllo tante erano la rabbia e l'emozione ma si sforzò di continuare a sostenere quella discussione.
    "Cosa hai fatto al ragazzo, cosa hai fatto a nostro figlio?" Adesso stava andando fuori controllo.
    "In effetti non si è suicidato, l'ho ammazzato io. Non potevo sopportare di vederlo soffrire così. Prima di ucciderlo gli ho spiegato che avrebbe raggiunto Blakye e lui ha capito, mi ha persino ringraziata" I due si fissaronio intensamente, lui con odio e disperazione, lei completamente folle. Poi lei continuò adagio:
    "Senti Bruce, non ti amo più ma ti rispetto e so che sei un uomo tutto d'un pezzo e ligio al dovere. Adesso io scannerò questo poveraccio e tu starai buono e tranquillo, non puoi farmi niente. Quest'uomo morirà dissanguato come un porco e tu sarai testimone di questo macello"
    "I cani. Perchè i cani?" Chiese ancora Bruce mentre lentamente afferrava la sua pistola. "Ah si, i cani. Non ci sei arrivato?" Bruce non rispose, stava prendendo le misure per un'eventuale intervento armato e lei continuò:
    "Mi deludi caro. Il cane è il simbolo della fedeltà pura. I cani amano a tal punto i padroni da morire di fame piuttosto che profanare i loro corpi. Il sangue, le interiora, l'odore di morte servivano per risvegliare in loro l'istinto animale, ma non hanno ceduto, nessuno. Vecchi, malati o trasandati che siano, i cani restano fedeli al proprio amico, sempre, fino alla morte" Lui vedeva la lama del coltello sempre più pressata sul collo dell'ostaggio, doveva agire alla svelta mentre lei continuava nel suo delirio.
    "E Blakye era fedele, voleva bene a me e al mio ragazzo e tu maledetto l'hai ammazzato, hai ucciso il nostro Blakye e..." Notò di sfuggita un movimento furtivo alle sue spalle e gli occhi di Bruce che cambiavano espressione, fu un attimo "...bastardo!"
    Bang! L'imprecazione della donna restò a mezzaria.
    Jewa si avvicinò a lui e lo fissò dritto negli occhi.
    Due mesi dopo.
    "Potremmo prenderci un paio di giorni liberi e andare a fare una gita a San Francisco, ti piace tanto quella città" Lo disse più per convincere se stessa di avere ancora qualche speranza, una minima possibilità di creare una relazione stabile, ma sapeva di sbattere contro un muro.
    "No Jewa, no. In questi due mesi mi sei stata molto d'aiuto e io ho approfittato di te. Ho goduto delle tue attenzioni, della tua compagnia, del tuo amore" Bruce stava parlando con tono distaccato, quasi infastidito. "Ma io non ti amo, lo sai. Posso continuare ad approfittarmi di te, non opporresti obiezioni pur di restare con me, ti sembra normale?" Lei aveva gli occhi gonfi di lacrime e lui infierì:
    "Ho amato mia moglie, forse la amo ancora, non so. Avevo lei, mio figlio i miei cani e le mie certezze. Sono restato solo, sto pagando un conto salato per i miei errori e tu non fai parte della mia vita futura. Lascio il lavoro, lascio la città, fattene una ragione"
    Ormai lei piangeva singhiozzando e si avvicinò a lui, in preda alla disperazione:
    "Dimmi che non è vero, dimmi che mi ami, dimmelo!"
    "No Jewa, non ti amo. Ma ti voglio bene, sei giovane bella e brava. Avrai successo nel lavoro e troverai un uomo con cui costruire una famiglia vera" La baciò sulla fronte e la strinse a se, poi la salutò e uscì dalla sua vita.
    Due anni dopo.
    "Amore! Hanno suonato, vai tu ad aprire? La cena è quasi pronta"
    "Ok tesoro, vado io" Con calma si diresse alla porta d'entrata.
    "Buonasera. C'è la signorina Jewa?" Chiese una donna con la divisa di una compagnia di consegne.
    "Si, è in cucina. Jewa! Cercano te" La donna arrivò in un battibaleno.
    "Si? Cosa c'è?" Chiese velocemente.
    "Devo consegnarle una cosa, ha due minuti?"
    Jewa stava velocemente organizzando la situazione per poi dire al suo uomo:
    "Corri in cucina e finisci di preparare, fra cinque minuti sono da te" senza obiettare lui si dileguò all'istante.
    "Eccomi, sono tutta sua" Disse rivolta alla donna che senza dar risposta scaricò da un furgoncino una gabbia. Al suo interno una coppia di cuccioli di cane, di razza imprecisata, dormivano uno sopra all'altro.
    "Ecco. Mi firma questa ricevuta e siamo a posto" Jewa fissò la donna con aria interrogativa e l'altra rispose in modo sbrigativo:
    "Senta, io mi limito a fare le consegne, non ho tempo per altro. Questi sono suoi, se firma le consegno anche una lettera intestata" Jewa conosceva il tipo, firmò e ritirò senza fare commenti.
    "Grazie" Concluse, mentre l'altra era già salita sul suo furgone.
    I cuccioli parevano in letargo, li sentiva respirare ma continuavano a dormire. Aprì la lettera con foga, era Bruce:
    <Cara Jewa. So che stai attraversando un bel periodo, il lavoro va alla grande e la tua relazione con Martin sembra sul punto di diventare una cosa seria; sono contento per voi. Come saprai ho aperto una pensione per cani, dove ospitiamo e accudiamo ogni cane che ci viene affidato. Ti ho mandato questa coppia di bastardini che abbiamo salvato dalle acque di un torrente dove qualche bastardo li aveva gettati all'interno di un sacchetto. Tienili, crescili, amali come fossero umani e vedrai quante soddisfazioni avrete insieme e ricordati, i cani sono fedeli, per sempre! Un abbraccio dal vecchio Bruce"
    Ripiegò il foglio mentre le lacrime le rigavano il viso. Martin arrivò in quel momento e capì subito. "Bruce?!" Lei le aveva parlato di lui.
    "Si, guarda cosa ha mandato"Indicò verso la gabbietta. Lui si avvicinò, sollevò la gabbia e dopo aver osservato attentamente la ripose delicatamente in terra.Si avvicinò a lei e le prese le mani tra le sue, lei sentì il calore di quelle mani forti, robuste. Poi lui disse:
    "Allora è ufficiale. DA oggi siamo una famiglia, un po' più numerosa, ma una famiglia. Ti amo Jewa" Lei lo abbracciò amorevolmente "Si Martin, siamo una famiglia. Anche io ti amo"

  • 06 settembre 2013 alle ore 11:59
    Sogni nel cassetto

    Come comincia: La stupidità degli uomini la stava facendo diventare sempre più ricca e un giorno avrebbe coronato il suo sogno. L'ultimo cliente le aveva regalato un anello con tanto di pietra preziosa che valeva non meno di 20000 dollari.
    Faceva la prostituta d'alto bordo da ormai 5 anni e in tutto quel tempo aveva spennato tanti di quei gonzi da poterci scrivere un romanzo. Roxanne era il suo vero nome, ma a Boston la conoscevano tutti come la bella Lulù. A 30 anni aveva un fisico scolpito, seno e glutei perfetti, il viso dalla pelle chiara era esaltato da 2 occhi azzurri che contrastavano con la fluente chioma corvina. Le sue mani affusolate, le sue gambe slanciate e ben tornite completavano il quadro. Lei era consapevole della sua bellezza e non aveva fatto fatica a farsi un giro di clienti ricchi ed influenti.
    Eppure un tempo era una normalissima ragazza innamorata del suo fidanzato e viveva una serena esistenza nel nord del paese; su, nel tranquillo Maine. Aveva terminato gli studi con ottimi risultati e la sua carriera nel campo dell'insegnamento sembrava segnata; infatti aveva già ricevuto richieste d'impiego dall'asilo della sua cittadina e lei aveva accettato senza riserve, adorava i bambini. Bob, il suo ragazzo, aveva storto il naso affermando che lei meritava di più, aveva le capacità per puntare in alto e non doveva accontentarsi di quell'impiego. Lei cercò di farlo ragionare, si trattava di cominciare ad inserirsi nel mondo del lavoro e poi avrebbe valutato altre strade; lui non era convinto ma alla fine si arrese.
    Nei successivi 3 anni Roxanne aveva ingranato e da circa un anno conviveva con Bob; le cose andavano bene, dopo un primo periodo di scetticismo anche lui si convinse della bontà della scelta e nell'ultimo periodo capitava spesso che fosse lì ad aspettarla all'uscita dell'asilo.
    Ma un giorno accadde l'irreparabile. Lei sostitì un turno con una sua collega che le aveva chiesto un favore e quindi si liberò un paio d'ore prima del previsto. Quella settimana Bob faceva il turno serale nello stabilimento di conservazione e lo avrebbe trovato ancora nel letto a dormire, gli avrebbe fatto una sorpresa rientrando prima. Infatti trovo Bob ancora nel letto ma sveglio e atttivo; insieme a lui c'era una giovane che si dimenava come un serpente. I 2 si accorsero della sua presenza ma presi dalla foga non si fermarono e continuarono nel loro amplesso. Roxanne non fece e non disse nulla fino a quando i due si furono calmati. Poi parlò con voce ferma e chiara:
    "Dai ragazzina, rivestiti e togli il disturbo. E tu non fiatare!" Disse rivolta a Bob. La giovane impiegò pochi secondi a prepararsi e andarsene. Lei riprese a parlare:
    "Ovviamente non è come penso. E' la prima volta, una debolezza passeggera. Sono sicura che non succederà più, non sarà certo una scopata con una ragazzina che distruggerà il nostro amore, perchè tu mi ami, vero? Confessalo, questo episodio increscioso non può rovinare il nostro rapporto, giusto?" Lui non fiatava, sapeva di averla fatta sporca e lei lo stava massacrando; gli conveniva fare silenzio ma invece rispose:
    "Hai ragione, ho sbagliato ma ti amo e tu lo sai. Perdonami se puoi, restiamo insieme, ti prego" La stava supplicando ma lei aveva già preso la sua decisione e rispose:
    "Lasciami un'ora per prendere le mie cose e andarmene. In quanto a te, vai a farti fottere!" Dopo un'ora esatta stava uscendo da quella casa diretta alla stazione dei bus. Salì sul primo mezzo libero e senza volerlo si ritrovò a Boston.
    Tutto ebbe inizio per gioco, per dar sfogo alla sua frustrazione e in poco tempo si ritrovò a fare la prostituta diventando sempre più richiesta. Un giorno venne contattata da Milk-Fray il protettore più potente di tutta Boston.
    "Ragazza sei un vero schianto. Non so cosa tu facessi prima ma sei nata per questo mestiere. Se ti metti con me avrai clienti sicuri e soldi a volontà. Nessuno, dico nessuno, ti torcerà mai un capello, ti sta bene pupa?"
    In effetti qualche rischio lo aveva corso in precedenza. Fare sesso con degli sconosciuti non la disturbava, ma rischiare di essere picchiata, derubata o di prendersi una palla in fronte non era una prospettiva allettante. Fece la sua proposta:
    "Ok Milk-Fray, ci sto. Ma tu ti accontenti del 50% degli incassi e non del 80%. Inoltre mi devi assicurare buoni clienti lasciandomi la possibilità di scelta; decido io con chi farlo. Infine voglio un appartamento tutto mio, in una zona riservata" Aveva scoperto le sue carte. Milk-Fray era un afroamericano abituato a comandare e quelle pretese lo irritarono un po'; ma era anche un'abile uomo d'affari e sapeva di trovarsi davanti una miniera d'oro, doveva solo scavare con precauzione. Rispose gentilmente:
    "Ok bambola, mi piacciono le ragazze decise. Per l'alloggio non c'è problema, ho giusto un appartamento libero a sud, appena fuori Boston. I clienti gestiscili come meglio credi, io ti garantisco protezione assoluta, tu pensa a guadagnare e parlando di soldi; il 50% non mi sta bene. 75% e non se ne parla più" I due si strinsero la mano, l'accordo era fatto e lei era soddisfatta, sapeva di aver ottenuto il massimo. Milk-Fray mantenne le promesse e nel giro di due giorni era comoda nel suo appartamento di Roxburi, immerso nel verde. Avevano concordato 5 giorni di riposo, in maniera tale che lei si ambientasse e sistemasse la casa come meglio credeva. Milk-Fray avrebbe pensato alle spese e lei fece un buon lavoro. Alla fine fu contenta del risultato, aveva trasformato un'anonima casetta in uno splendido alloggio in cui sarebbe stata a suo agio nelle varie occasioni.
    Per anni esercitò egregiamente la professione, lei e Milk-Fray gestivano un giro d'affari da circa 80000 dollari al mese. Il protettore era contento e chiudeva gli occhi anche quando lei circuiva i clienti facendosi fare regali costosissimi.. Lultimo della serie era un potente avvocato di Portland che vedeva da circa un anno, le aveva ragalato l'anello e lei lo aveva ringraziato alla sua maniera, riempiendolo di attenzioni e premure. Un giorno la sua amica Corinna le disse:
    "Sai Lulù, agli uomini piace essere coccolati. Scopano, fanno sesso selvaggio, magari esagerano anche con le offese o ti mettono le mani addosso, ma alla fine vogliono comprensione. Sono contenti se li riempi di complimenti e li fai sentire al centro dell'attenzione. Tu non sei una battona da strada, da te vengono persone d'alto rango e anche se troverai dei cafoni tra loro, gioca sempre la carta della complicità e li avrai in pugno" Non era proprio così, pensava adesso Lulù, ma a volte le cose andavano in quel senso, come nel caso dell'avvocato che aveva promesso di tornare con altri regali, perchè <solo lei sapeva capirlo>. Non le interessava minimamente il motivo, l'importante era che tornasse con i suoi dollaroni.
    Aveva un paio d'ore libere e decise di farsi un idromassaggio per poi riposare un po'. Era immersa nell'acqua ribollente quando suonò il telefono; doveva essere Milk-Fray. In casa era installato un impianto centralizzato e dalla vasca rispose premendo un bottone.
    "Si?"
    "Ciao baby, sono io" Era Milk.
    "Dimmi tesoro, tutto ok?" Lei lo trattava come un fratello.
    "Tutto ok, ma c'è un cambio di programma per oggi" Lei rimase qualche istante a pensare poi disse:
    "Aspettavo il direttore della banca centrale di Boston, un bell'uomo, non viene?"
    "Fra venti minuti sono da te, aspettami che ti spiego tutto e magari, se vuoi, preparami uno spuntino, grazie"
    "Ok, ti aspetto"
    Erano seduti al tavolo della cucina, lui con i jeans di almeno due taglie più grandi e una maglietta dei Chicago-Bulls, lei con una vestaglia di seta semitrasparente che arrivava sopra le ginocchia. Lui era abituato a vederla così e non si era mai azzardato a provarci, le era grata per questo. Milk stava ingurgitando una birra dopo aver divorato una porzione di pollo fritto.
    "Grazie baby, ora ho ricaricato le pile e sono pronto a spiegarti la faccenda"
    "Parla, sono tutta orecchie" Lulù era curiosa e lui inizio a parlare.
    "La mia storia la conosci, sono il più potente protettore di Boston, ma ti ho detto da dove provengo e cosa facevo prima di diventare quello che sono?"
    "Centinaia di volte, sei originario di Chicago e li facevi il tirapiedi ad un boss cittadino"
    "Ok. Ma forse adesso è meglio che ti spieghi bene come andarono le cose. Io ero uno dei protettori del boss e tutto filava liscio. Poi cominciai ad interessarmi al giro delle prostitute che per il mio capo era l'ultimo dei pensieri, a lui interessavano di più le armi, la droga e gli appalti pubblici. Il resto delle attività illecite le lasciava alla concorrenza pretendendo un piccolo contributo.Io riuscii in breve tempo a metter su una grossa organizzazione del sesso a pagamento che nel giro di poco raggiunse degli introiti di tutto rispetto. Il mio capo volle la sua parte di guadagno e io fui felice di accontentarlo, ma a lui non bastava. In breve mi rimpiazzò con uno dei suoi figli e io tornai a fargli il tirapiedi. Finché un giorno uno dei fratelli esagerò con una puttana.." "Milk!!" "Scusa. Con una delle ragazze... e lei per difendersi le piantò un coltello nella schiena spaccandogli la spina dorsale. Il ragazzo non morì e grazie alle conoscenze del padre fu operato dalla migliore equipe medica di Chicago, ma nonostante tutti gli sforzi non fu possibile evitargli la sedia a rotelle; vivo ma condannato alla carrozzina, capisci?"
    "Capisco, e la ragazza sarà stata gettata nel Michigan con una pietra al collo"
    "Ti sbagli. Il mio capo ha un senso della famiglia tutto suo e una volta accertata la dinamica dei fatti risparmiò la ragazza. A quel punto chiese a me, che avevo maturato una certa esperienza, di trasferirmi a Boston con la ragazza e avviare un giro di prostituzione di un certo livello, avrebbe pensato lui ad inserirmi nella città"
    "Certo che il tuo boss era un pezzo grosso"
    "E' un pezzo grosso Lulù, te l'assicuro. Comunque nel giro di un anno avevamo avviato una bella attività che rendeva bene e grazie all'intuito femminile della mia compagna d'avventura, sono riuscito ad accaparrarmi le migliori ragazze della città e successivamente i migliori clienti. Negli anni successivi ho creato quello che vedi e adesso sono il protettore più influente di Boston" Si fermò un attimo per prendere fiato e lei approfittò dell'interruzione per chiedere:
    "Milk, ti conosco troppo bene, tutto questo turpiloquio per dirmi che?"
    "Per dirti che la ragazza che venne con me da Chicago è la tua amica Corinna" Lei spalancò gli occhi e lui prosegui "Sorpresa? Non è finita. Tutt'ora invio il 60% dei mie guadagni al mio boss di Chicago. Si, hai capito bene, io lavoro ancora per lui, anche se qui a Boston faccio ciò che mi pare, ma da stasera lui sarà qui per affari accompagnato dal figlio paralizzato" Lei lo fissò con gli occhi semichiusi e domandò:
    "Ripeto, per dirmi che?"
    "Per dirti che si fermera alcuni giorni, forse una settimana e mi ha chiesto in esclusiva per suo figlio la migliore ragazza della mia organizzazione; quella sei tu" Lulù ricostrui mentalmente il puzzle ed esclamò:
    "Cazzo! Quindi per una settimana dovrò fare da balia ad un paralitico; e i soldi?"
    "Quello è l'ultimo dei problemi, coprirà le spese per un mese di lavoro"
    "Cioè? 80000 dollari per una settimana? E dovrò farci sesso con quello?"
    "Non mi interessa cosa farete, tu vedi di farlo contento, non si scherza con il mio capo"
    "Ma chi cazzo è il tuo capo?!" Lui indugiò un attimo prima di sussurrare:
    "Dovrai tenere la bocca chiusa"
    "Chi è?" Era decisa.
    "Alan pugno di ferro" Lei sgranò gli occhi, sapeva chi era. Boss incontrastato di Chicago era uno dei tre capi più influenti della criminalità nord americana. La cosa non le piaceva, il paralitico avrebbe potuto causarle dei problemi. Milk notò il suo repentino cambio d'espressione e la rassicurò:
    "Tranquilla baby. Farò in modo che non ti crei fastidi, anche se sono un tirapiedi, il vecchio Alan mi ha sempre trattato con i guanti e poi tu sai gestire tipi ben più tosti di un ragazzo sulla sedia a rotelle, ok?"
    "Ok Milk, ma ho paura"
    Pugno di ferro era venuto a Boston per risolvere una questione importante. Il clan dei verdi, che controllava il porto, aveva alzato le pretese sulle quote da intascare per ogni merce fatta sdoganare sottobanco. Era un porto tranquillo quello di Boston, i verdi ci sapevano fare e il boss non voleva perdere il loro appoggio. Sapeva a cosa miravano e riuscì ad accontentarli in modo tale da avere l'esclusiva per le sue merci.
    Robby stava entrando da lei accompagnato da Milk.
    "Buongiorno" disse lei in modo servile. Il ragazzo, che aveva 24 anni, guardo Milk con aria interrogativa. "Lulù, ti presento Robby. Robby, lei è Lulù" Il ragazzo allungò la mano, un gesto a cui lei non era più abituata e impiegò alcuni attimi prima di porgere la sua. Si strinserò la mano e lei percepì un calore che la fece star bene.
    "E' un piacere fare la sua conoscenza, mi hanno parlato molto bene di lei" Adesso fu lei a fissare il protettore con sguardo truce.
    "No, non è come pensi. Gli ho detto che sei una donna fantastica, sotto tutti gli aspetti... e comunque ora vi lascio così vi mettete a vostro agio" E senza aspettare risposta se ne uscì di casa.
    Per la prima volta dopo tanti anni, Lulù era a disagio. Robby stava fermo sulla sua sedia a rotelle senza muovere un muscolo. Lo osservò meglio notando che era un bel ragazzo e doveva anche essere alto. Per rompere il ghiaccio andò subito al sodo:
    "Da dove vuoi che cominci Robby?" Lui non rispose e la guardò dritta negli occhi per alcuni istanti poi, quando fu certo che l'avrebbe ascoltato rispose serio:
    "Mi hanno detto che sei la migliore, che con te troverò il paradiso e mi chiedi questo?" Il ragazzo ci sapeva fare con le parole e lei si trovò a dover fronteggiare una situazione nuova. Decise allora di darci subito un taglio e vedere cosa sarebbe successo.
    "Senti Robby. Tu sei qui perchè sei figlio di! Le poche volte che ho avuto a che fare con clienti nelle tue condizioni c'erano delle regole da rispettare e tutto è filato liscio. Adesso, non raccontarmi la favola del ragazzo malato che vuole farsi compatire! Hai scelto me perché sono la migliore sulla piazza e se dobbiamo scopare mi devi dire come prenderti, visto che sei invalido, d'accordo?" Robby sorrise, forse aveva trovato quello che cercava. Si fece aiutare a distendersi sul letto e disse a lei  di fare di testa sua. Roxanne si trasformò nella splendida Lulù e fece vivere alcune ore di estasi all'incredulo Robby che, sfinito, si addormentò.
    Si avvicinò a lui con un vassoio. "Vuoi mangiare qualcosa?" Lui era steso sul letto, ancora completamente nudo e arrossì davanti alla disinvoltura della donna. Cercò di afferrare il lenzuolo per coprirsi, ma era troppo distante e fini per rinunciare. "Ma allora sei proprio messo male!?" Lui si voltò dall'altra parte imbarazzato, quella situazione lo stava travolgendo. Lei continuò "Non riesci a muovere le gambe e fatichi anche a sollevare la schiena, prima non me ne ero accorta, il tuo aggeggio si solleva bene. Comunque sono la tua prostituta, non la tua serva; quindi adesso ti aiuto per l'ultima volta a tirarti su, ti rivesti e la finiamo con questa pagliacciata; chiami il tuo paparino e vai fuori dalle palle, ok amico?" Lui la assecondò e quando fu sul punto di chiamare il padre sospirò:
    "Senti, io non voglio essere come mio padre. Il suo lavoro, tutti i suoi loschi affari e le porcate che combina... io non voglio fare quella vita, tu mi devi aiutare" Lei stava ascoltando ma non dava peso a quelle parole e rispose acidamente:
    "Certo, come no? Rinunceresti a montagne di dollari e a tutto il tuo potere perchè hai dei disagi morali. Sei una barzelletta amico, un'autentica sagoma e poi non sei tu che ti sei beccato una coltellata nella schiena perché stavi maltrattando una mia collega?" Robby chinò il capo, aveva le lacrime agli occhi. Per un attimo Roxanne ebbe il sopravvento su Lulù e tutto il cinismo manifestato fino a quel momento lasciò il campo a un attimo di sincera comprensione. "Scusa Robby, sono stata dura con te. Mi trovo in una situazione di merda, ho paura di non soddisfare le apettative di tuo padre e non vorrei fare una brutta fine. Mi sembra difficile credere che tu abbia molestato Corinna, la conosco bene e tu non riusciresti neanche ad avvicinarti a lei senza il suo permesso. Se ti ha piantato un coltello nella schiena avrà avuto i suoi validi motivi" Robby restò in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Poi chiese a lei:
    "Roxanne, puoi ordinare della pizza e della birra?" Cominciava a starle simpatico il ragazzo.
    La pizza era buonissima e in un battibaleno finirono tutto. Lui si stiracchiò le braccia fin dietro la schiena.
    "Senti, ti devo parlare. Ho bisogno di sfogarmi" La donna non capiva e lui anticipò i suoi pensieri "Ti stai chiedendo che razza di mezzacalzetta hai davanti e hai perfettamente ragione. Quando ho saputo che mio padre sarebbe venuto a Boston gli ho chiesto di poterlo accompagnare e di parlare con Milk-Fray per passare alcuni giorni di svago. Ho fatto io il tuo nome a Milk, ci conosciamo bene. Ma adesso lascia che ti racconti la mia storia" Lei restò in silenzio.
    "Avevo 15 anni, mia madre era morta da circa un anno. Sai, anche i figli dei boss mafiosi hanno una mamma e mio padre era innamoratissimo di lei. La sua morte fu un duro colpo, tutti i suoi soldi, il suo potere, nulla aveva salvato mia madre; un cancro allo stomaco l'ha portata via nel giro di pochi mesi. Io sono l'ultimo di sei figli, tutti maschi, in pratica il bamboccio di famiglia. Mio fratello Will, il più vecchio, è l'erede designato dell'impero, come lo definiamo noi, ci sa fare ed è veramente il degno erede di nostro padre. Mio fratello Mark è altrettanto capace, ma è il secondogenito. Inoltre è una testa calda e non potrebbe mai prendere il comando. Papà è un tipo vecchia maniera e questa cose le ha messe subito in chiaro, alla morte della mamma ci ha voluto tutti da lui e senza giri di parole ha dato dei precisi incarichi ad ognuno di noi. Io ero l'unico minorenne presente; papà disse che a suo tempo mi sarei occupato della gestione del reciclaggio del denaro. Nei mesi successivi papà prese a frequentare una prostituta in modo assiduo, fino a farla venire a casa in pianta stabile. Non era solo la sua puttana, era qualcosa di più, lui cercava una donna che riempisse il vuoto lasciato dalla mamma. Ai miei fratelli non interessava nulla di quella presenza, ma per me, che ero spesso in casa con lei, era un problema. Sapevo quando restava sola e cominciai ad avvicinarmi a lei con le scuse più banali; col passare del tempo ci trovammo sempre più spesso ed accadde l'irreparabile. Mi iniziò ai piaceri del sesso, probabilmente si divertiva a giocare con un ragazzotto e in men che non si dica io ero completamente impazzito per lei. Se mio padre ci avesse scoperto non so come l'avrebbe presa. Anche se era una prostituta, era la sua, mi avrebbe ammazzato. Eppure un giorno, saputo che papà si sarebbe assentato per un certo periodo, decisi di recarmi da lei per proporle di uscire una sera insieme, era rischioso ma allo stesso tempo eccitante. Non trovandola nella sua camenra l'ho cercata in lungo e in largo, sono sceso in palestra e l'ho trovata nella sauna, con mio fratello Mark.Non mi hanno degnato di uno sguardo, hanno continuato i loro porci comodi e solo in quell'istante ho realizzato che lei era una puttana mentre io me ne stavo pazzamente innamorando. Accecato dalla rabbia ho afferrato un attrezzo della palestra e mi sono gettato verso di loro ma mio fratello mi ha respinto facendomi cadere all'indietro infilzandomi la schiena in un gancio di sostegno. Ero lì, con la schiena rotta e mio fratello dice <Tu, puttana! Ti ha messo le mani addosso e l'hai accoltellato. Tu e il ragazzo siete i cocchi di papà, perdonerà entrambi> Detto ciò mi strappò da quel gancio, ripulì tutto per bene e mi infilzò con un pugnale che poì diede alla donna. Il messaggio era chiaro, se avessimo parlato ci avrebbe uccisi, poi persi i sensi. Ti basti sapere che la ferita procurata dal gancio mi avrebbe permesso di guarire normalmente, è stata la coltellata a ridurmi così. Ovviamente mio padre prese per buona quella versione dei fatti, era la più conveniente per tutti e forse fu meglio così. Ecco come sono andate le cose" Lei restò un attimo a fissarlo, gli afferrò le mani e parlò con calma:
    "E' una brutta storia, come c'è ne sono tante altre e come c'è ne saranno sempre. Io non vi giudico, sono una prostituta, mi chiedo solo cosa speri di ottenere dalla tua vita, non hai un sogno nel cassetto?"
    "Si, ho un sogno. Anzi, ne ho parecchi, ma vanno contro le regole della famiglia"
    "Ne hai parlato con tuo padre? A volte basta parlare per superare degli ostacoli e spesso i genitori desiderano solo di poter aiutare i propri figli"
    "No, lui è fatto alla vecchia maniera, non transige"
    I due non avevano più voglia di parlare, lei aiutò Robby a stendersi sul letto e fecero sesso, ma stavolta lei lo fece con passione e lui se ne rese perfettamente conto.
    "Grazie. Io non pensavo che.."
    "Che una così potesse provare piacere a farlo? Dipende con chi e in che situazione. In questo caso avevo voglia di farlo con te, punto" Lei si preparò e lo aiutò a mettersi comodo sulla carrozzina.
    "Ok, io devo uscire un attimo, tu aspettami"
    "Ma.. Roxanne!?"
    "Fidati, sarò di ritorno tra 2, 3 ore al massimo"
    Erano passate quasi 4 ore da quando lei era uscita e nonostante la casa fosse munita di ogni genere di confort lui cominciava ad annoiarsi, quando udì la porta d'ingresso aprirsi.
    "Roxanne?"
    "Lulù, ricordi? Si chiama Lulù" Era Milk-Fray, brutto segno. Invece dietro apparve lei, bella e sorridente.
    "Ciao Robby, ho una sorpresa per te" Nella stanza entrò Alan pugno di ferro, affiancato da due energumeni. Il ragazzo spalancò la bocca:
    "Papà!?"
    "Ciao Robby" Rispose lui.
    "Come mai sei qui?"
    "Questa signorina, di cui parlano un gran bene, mi ha detto che volevi vedermi" Nella stanza calò il silenzio, Robby era confuso e Roxanne prese in mano la situazione.
    "Scusi signore"
    "Alan, per te sono Alan"
    "Ok, Alan. Forse è il caso che restiate un attimo da soli, con tutta questa gente non potrete parlare tra uomini" L'uomo fece un cenno e i suoi gorilla uscirono insieme a Milk e Roxanne.
    "No, tu resta qua Lulù" Disse il potente Boss. Poi si rivolse al figlio:
    "Eccomi qua, parla liberamente" Il ragazzo respirò a fondo, non riusciva a proferir parola, allora lei diede un buffetto sul braccio del boss invitandolo a spezzare il ghiaccio e lui prese a dire:
    "Robby, ragazzo mio. Io ho sempre saputo come sono andate le cose quel giorno, giù in palestra. Per orgoglio ho fatto finte di credere alla storia inventata da tuo fratello. Non gli ho mai permesso di intromettersi veramente nei mie affari e i tuoi fratelli lo tengono d'occhio. Ho peccato di egoismo e adesso voglio provare a rimediare. Lei mi ha detto che hai un sogno nel cassetto, dimmi, qual'è?" Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, lei fece l'occhiolino per incoraggiarlo.
    "Voglio aprire un ristorante"
    "Benissimo. Avrai il ristorante più importante di Chicago, avrai..."
    "No papà, non un grande ristorante e non a Chicago. Se mi aiuti voglio fare qualcosa in California, sul mare"
    L'uomo si girò verso Roxanne " E' proprio vero, ne sapete una più del diavolo" Lei sorrise, senza rispondere.
    Il mese successivo.
    "Allora è deciso, te ne vai"
    "Si, la mia carriera è finita. Con i soldi che ho risparmiato e con l'aiuto del tuo capo potrò finalmente realizzare il mio sogno, aprire una mia scuola" I due si abbracciarono e baciarono affettuosamente come due giovani innamorati.
    "Ti voglio bene Milk"
    "Anche io....Roxanne"
     Il sole primaverile scaldava i verdi prati del Maine e il vento dal mare portava profumi intensi.
    Aveva appena ricevuto sul cellulare una foto di Robby, sorridente nel suo locale dall'altra parte del paese, quando una delle sue bambine si avvicinò di corsa:
    "Maestra, Fred mi ha detto una parolaccia"
    "Dimmi Lucy, cosa ti ha detto Fred?"
    "Mi ha detto puttana" Lei tirò a se la piccola fissandola negli occhi lucidi e le disse con tono amorevole:
    "Piccola mia, adesso vai dal tuo amico Fred e gli dici che non sei una puttana; nessuno dovrà più chiamarti così" La bambina l'abbraccio e corse via felice.
    Roxanne riaprì il suo bloc-notes e con la gomma cancellò il titolo del suo scrittto: <Memorie di una puttana> e riscrisse <Sogni nel cassetto di una ragazza qualunque>
    "Sì, così va meglio" Ripose tutto nella borsa e si avviò con passo sicuro verso i suoi piccoli alunni schiamazzanti.

  • 31 luglio 2013 alle ore 15:27
    L'angelo di Jess

    Come comincia: Grassa, maledettamente grassa; ecco quello che era. La bilancia, comprata apposta per pesare la sua massa, non lasciava dubbi. A dirla tutta non serviva la bilancia, bastava guardarsi allo specchio per capire l'evidenza dei fatti: era tremendamente obesa.
    A 18 anni le ragazze fanno del loro aspetto fisico perfetto una sorta di sfida con il mondo e lei partiva sconfitta. Era stufa di sentirsi dire che aveva doti che andavano oltre l'aspetto fisico:
    "Sei intelligente, sei buona, sei disponibile socievole, tenera, simpatica, hai tanti amici una bella famiglia i soldi ecc. ecc." Tutte frasi trite e ritrite. Anche lei aveva un cuore e come avveniva a molte sue amiche provava delle emozioni forti che alla sua età sono splendide, ma a lei nessun ragazzo faceva apprezzamenti, anche pesanti si, ma pur sempre apprezzamenti. A lei nessuno diceva "Che bel culo, che gnocca, mi fai impazzire" No! Lei era quella simpatica, ma cicciona; onesta, ma lardosa; intelligente, ma orrenda! Non reggeva più questa situazione.
    I suoi amici le volevano bene, ma lei non si piaceva, sapeva di essere un fenomeno da baraccone e sentiva sempre addosso gli sguardi meravigliati della gente, i loro bisbigli.
    "Guarda quella come è grassa" "E' più larga che alta" "Passerà dalla porta di casa?" "Quanto è cicciona, che schifo!" E via tutta una serie di commenti che la mortificavano.
    Il suo peso alla nascita era nella norma e durante gli anni della crescita non si erano verificate anomalie fino all'età di 12 anni. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello maggiori, erano di corporatura normale, nessuno aveva problemi di sovrappeso. Sua mamma li aveva cresciuti curando l'alimentazione e non esagerando nelle porzioni, lei in particolare non era mai stata una mangiona. Eppure, a quasi 18 anni, si trovava a pesare più di 220 chili e nessun medico o specialista era riuscito a spiegare il motivo del problema. Aveva letto, studiato, si era aggiornata su internet ma niente; non trovava un bel niente che spiegasse perchè lei, a un certo punto, avesse cominciato ad ingrassare pur seguendo una dieta rigorosa.
    Era luglio, il caldo opprimente invogliava la gente a spogliarsi e tuffarsi in qualsiasi pozza d'acqua pulita: piscine, torrenti, fiumi e laghi; qualsiasi cosa per trovare refrigerio.
    "Dovresti venire anche tu, con tutta quella ciccia addosso avrai un caldo atroce. L'acqua della roggia è fresca e la corrente non troppo forte, non avrai problemi di equilibrio"
    "Lo sai che i miei problemi sono altri, non verrò! Non insistere"
    "Certo che non insisto, ma tu sei la solita zuccona. Io e le ragazze ti siamo amiche, il tuo aspetto fisico non vuol dir nulla, devi fartene una ragione o vivrai per sempre reclusa in casa"
    "Guardami Marina! Guardami! Cosa vedi? Vedi forse una ragazza che può mettersi in bikini e venire a fare il bagno con voi che siete tutte splendide ragazze? Mi stai prendendo per il culo? Parla Marina, parla!"
    "Hai ragione. In questo momento vedo un ippopotamo inferocito che non vuol sentire ragioni. In effetti con tutta quella panza mi faresti ombra e sai quanto tenga all'abbronzatura. E poi non vorrei che ti insabbi sul fondo della roggia, chi ti tirerebbe fuori? Naahh! Stai a casa che è meglio, rischi di rovinarci la giornata. Ah! Un'ultima cosa Jessica, non provare neanche a metterti quel costume che ti ho regalato, non hai la patente per guidare una mongolfiera, d'accordo? Ci si vede"
    "Marina?"
    "Siii!?"
    "Sei una maledetta stronza!"
    "E poi?"
    "Vaffanculo! Aiutami a mettere il costume"
    La roggia era veramente fredda e dopo pochi istanti di immersione le ragazze schizzavano fuori dall'acqua come pesci alati. Lei sopportava meglio, anzi; i suoi muscoli erano talmente accaldati per lo sforzo di trascinarsi in giro che dopo mezz'ora era ancora nell'acqua al fresco.
    "Ragazze, stanno arrivando! Tra poco i ragazzi saranno qui!"
    Già, tra qualche istante sarebbero arrivati i loro amici e quello era il momento che temeva di più. Con movimenti difficoltosi uscì dall'acqua e si posizionò sopra il suo asciugamano che era grosso il doppio rispetto agli altri. Poi si avvolse attorno al corpo un telo da bagno enorme, appena in tempo; i ragazzi erano arrivati.
    "Ciao Giorgio, Roberto, Mattia, Raffaele. Fabio non c'è?"
    "Arriva dopo Marina, ciao ragazze" Giorgio era proprio un figo.
    "Allora è vero, c'è anche Moby Dick oggi. Tutto bene Jessica?" Raffaele non perdeva mai l'occasione per ferirla.
    "Stai zitto imbecille! Tu e i tuoi modi di merda!" Luisa era il maschiaccio della compagnia.
    "Ha parlato miss galateo" Rispose divertito lui.
    "Smettetela voi due" Intervenne Marina "Poi se vi trovo a limonare dietro un cespuglio vi butto in acqua e vi annego"
    La compagnia era ben assortita, Marina e Giorgio erano splendidi e stavano assieme, come Luisa e Raffaele, che con il loro caratteraccio erano in perenne contrasto ma si attraevano come due calamite. Mattia e Lidia erano i secchioni del gruppo e pur non facendo coppia fissa passavano parecchio tempo insieme. Roberto e Fabiana vivevano la loro storia dai tempi delle scuole medie in un continuo tira e molla; si lasciavano e si rimettevano insieme con regolare frequenza. Infine c'era lei, sola nel suo corpo da donna cannone, che aveva una cotta per Fabio; lui la trattava bene e le stava vicino, ma niente più. E come dargli torto? Fabio era bello, educato e intelligente e nonostante i problemi economici della sua famiglia, aveva ottimi voti a scuola e un lavoro serale in un bar. Molte ragazze gli facevano il filo, ma lui non aveva mai avuto storie importanti con nessuna e a volte lei si chiedeva se fosse attratto dai ragazzi. La settimana prima aveva provato a sondare il terreno.
    "Scusa Fabio, ma a te piacciono le ragazze?"
    "Certo che mi piacciono le ragazze, perché me lo chiedi?"
    "Non ti ho mai visto con nessuna in particolare e mi chiedevo se, cioè.."
    "Se sono gay? No Jessica, non sono gay. Non ho nessun problema a frequentare omosessuali, ma io sono etero"
    "Ma allora perché non hai la ragazza?"  Lui la fissò con quegli occhi grigi che la mandavano in estasi e rispose garbatamente:
    "E tu Jessica, tu, perché non esci con un ragazzo?" Lei si offese e rispose urlando:
    "Vaffanculo Fabio! Vai a cagare, sei uno stronzo!" Lui non reagì ma dopo quell'episodio il loro rapporto si raffreddò leggermente.
    Adesso avrebbe voluto riaviccinarsi a lui, ma non era venuto e lei ci stava male. I ragazzi stavano preparando il fuoco per la grigliata e le ragazze i panini, mentre Raffaele tracannava l'ennesima birra e Luisa lo invitava a darsi una calmata "Smettila di bere o poi straparli" "Oh che balle, fa caldo, lasciami bere" "Fatti un bagno se hai caldo" "Se non la pianti ti annego, ah ah!" "O signore, è già partito" Avrebbero continuato così per tutto il giorno per poi imboscarsi da qualche parte a fare l'amore.
    "Che hai Jessica? Oggi non parli, ti manca Fabio?"
    "Non rompere Roberto"
    "Ti ho solo fatto una domanda, non ti incazzare"
    "Due domande"
    "Cosa?"
    In quel preciso istante arrivò Fabio in compagnia di Alexandra, la bonazza della scuola. Scesa dal motorino si tolse il vestitino sfoggiando un fisico stupendo appena nascosto da un mini bikini. Bella, educata, gentile e intelligente, Jessica la invidiava, anzi la odiava; lei non aveva nessuna di quelle doti e non avrebbe mai avuto un ragazzo.
    Alexandra si stava dirigendo verso di lei.
    "Ciao Jessica. Giornata calda, hai già fatto il bagno?" Non rispose, la detestava.
    "Ciao Jess, pensavo non fossi venuta" Fabio sbagliò tono e lei si infuriò.
    "Brutto bastardo, volevi venir qua a fare sfoggio della tua conquista vero? Tanto la cicciona non c'è e io me la spasso senza doverla compatire tutto il giorno. Stronzo cafone maledetto, mi fai schifo!" Stava urlando attirando l'attenzione degli altri. "Mi fate tutti schifo, siete dei.. dei.. oh! Andate al diavolo" Cercò di alzarsi ma ricadde indietro, Alexandra istintivamente cercò di sostenerla cadendo però a sua volta.
    "Non toccarmi brutta troia! Non toccatemi, lasciatemi stare!" Gridava e piangeva, i suoi amici erano sbigottiti da quell'esplosione di rabbia. Marina provò a calmare l'amica:
    "Jess, stai calma"
    "Stai zitta! Tu lo sapevi, hai insistito tanto per farmi venire e umiliarmi davanti a tutti, siete degli stronzi!"
    SCIAFF!!! Raffaele l'aveva colpita in pieno volto con uno schiaffo.
    "Adesso hai rotto il cazzo, tirati su che ti porto a casa"
    "Ma, Raffaele?"
    "Basta Luisa. la donna cannone ha fatto il suo show. Siamo tutti degli stronzi? Ok, che se ne torni a casa sua così non la indisporremo ulteriormente"
    Nessuno l'aveva mai colpita. Salì a fatica sulla macchina di Raffaele, con la testa bassa, tra l'imbarazzo generale e Raffaele ruppe il silenzio.
    "Ok, adesso porto il pacco a casa e quando torno voglio trovare pronta la grigliata e le birre fresche" Salì in macchina e partì sgommando
    Si rivolse a Jessica "Bene, sei riuscita a rovinare la giornata. cosa speravi di ottenere con la tua pagliacciata? Sei gelosa di Alexandra? E' bellissima e ragiona meglio di te, cosa credi possa spingere Fabio a preferirti a lei? Tu sei obesa e ottusa, hai delle amiche che ti vogliono bene e le tratti come delle pezzenti. Fabio ti vuole bene, ti ammira e crede in te, per quello che sei" L'alcol l'aveva disinibito ulteriormente.
    "Non è vero, gli faccio schifo"
    "Senti, il tuo aspetto fisico è talmante fuori dagli schemi che non si può neanche considerarlo ridicolo, tu sei Jess, la donna cannone. Eppure anche un cafone come me non pò negare di ammirare il tuo temperamento, la tua voglia di vivere e la tua allegria. Tante ragazze al tuo posto non c'è la farebbero, tu no, vai avanti per la tua strada e affronti le difficoltà con determinazione. A volte ti invidio, non capisco come fai, ti ammiriamo tutti, veramente"
    "Hai bevuto, straparli e mi ferisci con le tue menzogne, mi fai schifo"
    Raffaele frenò bruscamente, lei non fece una piega, tanto era compressa nella piccola utilitaria.
    "Tu non hai rispetto per nessuno e in particolare di te stessa, fatti un'esame di coscienza e vai in chiesa a pregare"
    "Non sarà pregando che perderò peso, e poi tu cosa parli di chiesa che sei un indemoniato?"
    "Cara la mia cicciona, io prego tutte le sere e mi raccomando al mio angelo custode, probabilmente il tuo ha dovuto trasferirsi altrove perché lo soffocavi con la tua presenza ingombrante e non parlo solo della ciccia"
    Jessica non rispose e Raffaele ripartì. Appena giunti sotto casa di lei, lui si preoccupò di aiutarla a scendere e l'accompagnò in casa.
    "Già di ritorno?" Chiese la mamma di Jess.
    "Ha voluto farsi un tuffo dopo aver mangiato e gli è venuto il mal di pancia" Si affrettò a dire il ragazzo e Jess, visto lo sguardo sospetto della madre aggiunse:
    "E' vero mamma, sono stata una stupida, una grande idiota e Raffaele si è subito offerto di portarmi a casa. Grazie Raffaele, salutami gli altri e divertitevi" Il ragazzo la baciò sulla guancia e si congedò.
    "Hai dei bravi amici tesoro. peccato tu sia stata poco bene, ti sei persa una giornata con loro"
    "Si mamma, hai ragione, è proprio un peccato"
    Si chiuse nella sua camera ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie.Poì si collegò alla rete e si mise a sbirciare nei vari profili dei suoi amici "Raffaele, eccoti qua" Il ragazzo era uno spaccone e in tutti i suoi post, nelle foto e in qualsiasi evento, faceva la parte del duro; persino Luisa doveva subire i suoi modi da cafone, eppure... Scavando nei meandri del profilo dell'amico, scoprì una cosa tanto evidente e banale da risultare invisibile ad una prima occhiata. In qualsiasi immagine, scritta o filmato riguardante lui, c'era sempre un richiamo all'angelo, come parola o figura diretta o indiretta. Jessica si schiarì le idee e cominciò a ripensare al racconto che le aveva fatto un giorno Marina.
    Raffaele si era aggregato a loro da quasi quattro anni, in precedenza viveva in un altro paese. All'età di 14 anni era in gita con i suoi compagni di prima superiore e una mattina, durante un'escursione in una località alpina, si era perso con tre suoi amici in un fitto bosco. Vagarono per ore senza meta stanchi e spaventati. Uno di loro, cadendo in un crepaccio, rischiò di morire. Fortunatamente furono localizzati dai soccorritori e tratti in salvo prima del calar delle tenebre, anche il ragazzo caduto nel burrone fu recuparato e dopo tre mesi di convalescenza si ristabilì perfettamente. Il ragazzo si era salvato solo grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, il coordinatore delle operazioni di recupero si chiamava Angelo, e qualcuno, alludendo al nome, disse che si erano salvati grazie all'intervento dell'angelo custode. Raffaele fu accusato di aver fatto cadere l'amico dal burrone e da quel giorno cominciò a comportarsi in modo aggressivo. Il clima ostile a scuola e successivamente in tutta la comunità, costrinse i suoi genitori a trasferirsi altrove. Ed ecco che Raffaele era arrivato nel loro paese e nella loro scuola.
    L'indomani Jessica aveva deciso di chiamare Raffaele.
    "Ciao, scusa per la scenata di ieri. Possiamo vederci o sei impegnato?"
    "Sono con Luisa, ieri abbiamo litigato"
    "Tranquillo allora, ci si vede"
    "Sei a casa? Aspettaci che arriviamo"
    "Ma Luisa?"
    "Stiamo venendo"
    Jessica li fece accomodare in camera sua. Erano soli, il resto della famiglia era al lavoro.
    "Eccoci Jess, siamo qui"
    "Non volevo disturbarvi"
    "Tranquilla" Sentenziò Luisa.
    "Ieri sera ho ripensato alla tua storia, alle tue parole e ho analizzato i tuoi profili. Tu fai il duro, lo spaccone, ma in realtà credi ciecamente nell'angelo custode, lo menzioni di continuo senza farlo notare. Cosa è successo veramente quel giorno, nel bosco?" Luisa guardò i due con aria interrogativa e Raffaele sbuffò.
    "Eravamo in quattro: io, Giulio lo sfigato, la bella Alice e quello sbruffone di Flavio. L'idea era quella di avventurarci nel bosco per vedere chi era il più coraggioso, tutti e tre eravamo cotti di Alice. Invece ci perdemmo e dopo ore di solitudine in mezzo al bosco uscirono tutte le nostre fobie e i nostri rancori. Flavio continuava ad offendere tutti e in particolare molestava Alice, perché resisteva alle sue proposte. Giulio era talmente spaventato che continuava a piangere e a chiamare la mamma, mentre Alice cercava di tranquillizzarci. Io ero terrorizzato, ma cercavo di non darlo a vedere, mi vergognavo. Poi, dopo aver girovagato in lungo e in largo ci trovammo sull'orlo di un precipizio. Flavio cominciò a fare lo scemo, si pavoneggiava rasentando l'orlo di un burrone <guardate, guardate, io si che sono coraggioso, non come voi due mezze pippe> Alice, che era la più lucida, si avvicinò a lui con l'intenzione di toglierlo dal pericolo ma lui la afferrò per un braccio e la trascinò vicino al precipizio. Giulio urlava e piangeva a dirotto, si girò verso il bosco e scappò come un coniglio, mentre io agii d'istinto e mi gettai verso di loro con l'intenzione di toglierli da lì. In quel momento lei si stava divincolando e io urtai Flavio che era in equilibrio precario e cadde nel burrone davanti ai miei occhi. Per alcuni istanti io e Alice restammo pietrificati dal terrore, fu Giulio, con le sue urla, a farci riprendere. Osservammo giù dal precipizio e scorgemmo Flavio alcuni metri sotto di noi; per fortuna un costone di roccia ne aveva fermato la caduta ma noi dall'alto vedevamo del sangue e lui che non rispondeva ai nostri richiami. In quel momento pregai Dio, la Madonna, Gesù e tutti i santi. Il tempo passava, stava per giungere l'oscurità e nessuno arrivava a soccorrerci. Ero sicuro che Flavio sarebbe morto e in un ultimo tentativo mi rivolsi con tutte le forze al mio angelo custode <aiuta il mio amico, salvalo e ti prometto di benedirti e osannarti per il resto della mia vita>. Dopo pochi attimi udimmo il rumore di un elicottero, erano i soccorsi, ci avevano trovati. Il resto della storia è cronaca" Le due ragazze restarono a bocca aperta, poi Luisa chiese: "Ma tu non hai fatto niente, perchè ti hanno accusato ingiustamente?"
    "Ti sbagli Luisa. Tecnicamente sono stato io a farlo cadere nel dirupo e quindi la mia responsabilità e innegabile. Giulio non c'era, Flavio non ricordava nulla e Alice...Bhe Alice mi ringraziò, io non menzionai mai il fatto che fu lei ad averci spinto alla sfida per vedere chi era il più coraggioso"
    "Brutta stronza!" Imprecò Luisa
    "E' acqua passata. Ma sono felice di averne parlato con voi, in realtà mi comporto come un cafone per la vergogna. Io tutti i giorni santifico il mio angelo custode e lo ringrazio per essermi sempre vicino. Capisci Jess perché devi avere speranza?"
    "Si Raffaele, adesso capisco"
    Dopo aver chiaccierato per altre due ore i due amici si congedarono. Jessica si sistemò, uscì di casa e con calma si diresse in chiesa; a quell'ora era vuota. Quello spazio enorme, fresco e silenzioso, la fece sentire meno grossa del solito. Non era abituata alle chiese e più in generale alle preghiere; per lei la religione era una bufala colossale. Eppure quell'atmosfera le trasmetteva una piacevole sensazione e senza rendersene conto si trovò a parlare a Dio.
    "Io non ti ho mai parlato perché in fondo non credo alla tua esistenza. Ma forse mi sbaglio e tu ci sei davvero e hai un disegno di vita per ognuno di noi. Se così fosse il mio foglio deve essere grande il triplo degli altri, forse a un certo punto, mentre disegnavi la mia storia, ti sei lasciato prendere la mano e hai voluto esagerare. Magari dal tuo punto di vista hai fatto una gran cosa, ma sai, quaggiù le mie dimensioni extralarge sono decisamente sconvenienti. Io adesso non so se mi stai ascoltando, con tutte le persone di questo mondo che si rivolgono a te sarai pieno di impegni, forse è per questo che ci hai affiancato un angelo custode, così, ognuno di noi, ha qualcuno a cui rivolgersi direttamente. Allora io mi rivolgo a te, angelo custode, a te che mi proteggi e mi segui in ogni istante della mia amara esistenza. Tu capisci in che situazione mi trovo, non mi accetto, mi rifiuto di accettare la mia situazione di obesa cronica e se tu mi vuoi bene, devi aiutarmi a risolvere questa situazione. Sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di tornare ad essere una ragazza normale. Fai qualcosa dannazione!" Una leggera pressione sulla spalla la fece trasalire.
    "Qualcosa non va ragazza?" Era un giovane prete. Lei arrossì e rispose balbettando:
    "St stavo pr pregando"
    "Bene, pregare fa sempre bene. E dimmi, a chi ti stavi rivolgendo in particolare?" Jessica era paonazza, non era abituata a quel genere di conversazioni.
    "Ecco, insomma, pregavo il mio angelo custode"
    "Ottimo. La maggior parte delle persone si dimentica di avere un valido aiuto dal cielo, il Signore ci ha messo vicino l'angelo custode che ci segue in ogni istante della vita. Chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà è normale, anche se lui preferirebbe essere ricordato in qualsiasi circostanza, non solo nei momenti difficili. Comunque, cosa gli stavi chiedendo?" Si era cacciata in un bel casino e adesso cosa raccontava a quel prete? Prese coraggio e disse:
    "Mi pare ovvio, no? Mi guardi attentamente, cosa vede davanti a lei?" Il prete non rispose e si mise a fissarla con aria divertita. [Ecco] pensò lei [non sa cosa dirmi per non offendermi]
    "Ascoltami, oltre al tuo aspetto esteriore vedo un animo gentile e ben disposto verso gli altri. Alcuni tuoi comportamenti sono causati dal rifiuto del tuo aspetto fisico, ma fondamentalmente sei una brava ragazza e oggi hai ritrovato una cosa che avevi perso e che ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi"
    "Ma di cosa sta parlando?"
    "Della fede e della ritrovata fiducia in te stessa. Jessica, oggi sei rinata!" Lei restò senza parole, e lui come faceva a sapere il suo nome? Non lo aveva mai visto prima. Il prete si stava allontanando verso l'uscita della chiesa e lei lo chiamò ad alta voce.
    "Don, prete, mi ascolti!" Lui era sulla porta e si fermò un attimo, si giro verso di lei "Dimmi Jessica, cosa c'è?" "Ecco, non so come ma lei sa il mio nome e io vorrei sapere il suo. come si chiama?" Il prete sorrise e rispose "Io sono don Angelo" E detto ciò uscì dalla chiesa. Jessica ci mise alcuni istanti a realizzare l'accaduto e nel tempo che impiegò ad uscire dalla chiesa lui era sparito. Incontrò un altro prete e chiese dove fosse di casa don Angelo, ma quello rispose che non c'era nessun don Angelo nella nostra città. Incredula e un po' delusa, tornò a casa.
    Quella sera aveva fame e chiese a sua madre di poter fare uno strappo alla regola.
    "Certo tesoro, se la cosa ti fa sentir meglio mangia ciò che desideri" In realtà, senza rendersene conto, mangiò meno del solito sentendosi però appagata e soddisfatta.
    Il giorno dopo arrivò una telefonata dall'ospedale dove era stata sottoposta a tutta una serie di accertamenti, doveva recarsi al più presto in clinica per ulteriori esami.
    "No mamma, basta ospedali, basta terapie e medicine, mi sono rotta"
    "Jess, il medico ha detto che è importante, ti prego" Nell'udire quella parola nel cervello della ragazza scattò una molla "Ok mamma, ma che sia l'ultima volta"
    "Un miracolo! Un miracolo!" Il dottore era euforico e continuava a ripetere che si trattava di un miracolo. "Signora, Jessica, è un miracolo!"
    "Si calmi dottore, cosa è u miracolo?" Chiese la donna e lui spiegò:
    "Sei anni fa, quando tornaste da quel viaggio in sud America, stavate tutti bene. Ma poi Jessica cominciò ad ingrassare a dismisura. Si alimentava come sempre, continuando ad avere lo stesso stile di vita di prima, eppure ingrassava incessantemente e nel giro di qualche anno ha raggiunto il peso attuale che non riesce a perdere in nessun modo. Esami accurati, visite specialistiche e tutta una serie di ricerche e cure mirate non hanno portato a nessun risultato, ma oggi è avvenuto il miracolo. Uno dei nostri ricercatori della sede di san Paolo, in Brasile, ha fatto un ascoperta eccezionale. In una zona del sud America si è sviluppato un parassita in grado di aggredire alcune forme di vita con determinate caratteristiche e di insinuarsi al loro interno creando una sorta di habitat per le loro larve. Queste larve hanno bisogno di grandi quantità di grasso per sopravvivere e attraverso un procedimento non ancora chiaro, con l'accumulo di determinate sostanze si viene a creare un deposito di grasso perenne. Con il tempo vi terrò aggiornate su tutti i progressi, sta di fatto che adesso abbiamo una cura quasi infallibile per i casi come quelli di Jessica"
    "Una cura dottore? Mi avete bombardata con qualsiasi tipo di schifezza commerciata su questa terra con il solo risultato di massacrare i miei organi interni e farmi apparire ancora peggio di ciò che sono. No dottore, basta esperimenti, me ne resto cicciona per sempre"
    "No ragazza, no. Ascoltami. Dovrai assumere solo un nuovo prodotto e degli integratori alimentari nel momento di maggior calo di peso corporeo o rischierai un collasso. La cura è semplice e salutare: devi eliminare fino a disinfestazione ultimata tutti i cibi di origine animale, gli zuccheri ecc. In pratica dovrai diventare vegetariana per un periodo di tempo utile a guarire e poi potrai tornare a cibarti di ciò che vorrai. Nel frattempo sarai guarita e dimagrita"
    Le lacrime scendevano copiose dal viso di Jessica.
    Nei mesi successivi si attenne alle istruzioni del dottore e nel giro di un anno era diventata una splendida ragazza ammirata da tutti. Le sue amiche ed i suoi amici le erano stati vicino nel difficile periodo di cura e adesso si sottoponeva a periodici controlli per verificare che il parassita fosse veramente debellato.
    Nel frattempo si era messa con Fabio e una sera, mentre curiosavano su internet, trovarono un articolo sullo scopritore del parassita che l'aveva infestata; a fondo pagina c'era una foto dell'uomo che le ricordava vagamente qualcuno, il suo nome era:
    Angelo Djess.

  • 13 luglio 2013 alle ore 19:17
    L'ultima giocata

    Come comincia: L'ultima giocata e poi sarebbe andato in edicola. La ragazza della ricevitoria prese i soldi e inserì i numeri, dopo pochi minuti l'ennesima delusione; i numeri estratti non erano i suoi. Mentre stava per uscire frugò in tasca e trovò ancora qualche moneta. "Dammi un gratta e vinci da cinque" Disse rivolto alla ragazza "Quale?" Chiese lei. "Fai tu" "Allora tieni questo, è nuovo" "ASSICURATI IL TRAPASSO. Ma che razza di gioco è?" "Gratta, gratta. Se trovi tre bare uguali vinci il premio massimo, un milione di euro" "Così mi garantisco il funerale e tutto il resto" "L'idea è quella" Decise di non grattare subito, salutò e uscì dirigendosi verso l'edicola, come tutti i giorni. Una volta entrato la proprietaria, una bella signora di mezz'età, lo accolse con sarcasmo "Allora Giuseppe, sempre in giro a zonzo, non lavori mai tu, vero?" Sempre le stesse battute, tutti i giorni. Stava per recitare la sua parte, come sempre, invece esitò un attimo e decise di cambiare copione. "Ascoltami bene oca starnazzante; fatti i cazzi tuoi!" Lei restò scioccata da quelle parole, ma rispose tranquilla "Va bene, oggi hai la luna storta, prendi il solito?" "Si, dammi anche un nazionale, quello che vuoi tu" Pagò e senza salutare se ne andò. La cliente dopo di lui si rivolse alla proprietaria "Gran maleducato quel Giuseppe" "Lo conosco da troppo tempo, avrà avuto i suoi motivi"
    Era seduto ad un tavolo del bar sul corso, dove spesso andava a fare colazione. Senza fretta mangiò un cornetto accompagnato da un cappuccio e poi si mise a sfogliare il giornale della provincia. Le due pagine riportavano una serie di articoli riguardanti l'accaduto: tre banditi, a volto coperto, erano entrati in una villa in città e dopo aver immobilizzato i presenti avevano ripulito l'abitazione per poi darsi alla fuga. I proprietari erano riusciti a dare l'allarme e i tre malviventi erano stati intercettati nei pressi dell'abitazione da una pattuglia dei carabinieri. Uno dei malviventi aveva esploso dei colpi di pistola ai quali i militari avevano risposto centrandone due mentre il terzo, nel trambusto, era fuggito a mani vuote. Uno dei tre era morto, mentre il secondo era ferito lievemente ad una spalla. Seguivano tutta una serie di interviste e racconti dettagliati che riassumevano la dinamica degli avvenimenti. I banditi erano entrati a forza dalla finestra della sala e una volta all'interno avevano subito immobilizzato i proprietari senza far loro nulla di male. Si erano fatti consegnare le chiavi e la combinazione della cassaforte e dopo aver arraffato tutto quello che potevano, compresi dei documenti, si erano dati alla fuga. Il proprietario era riuscito a liberarsi subito e a dare l'allarme facendo intervenire tempestivamente le forze dell'ordine. Le vittime dell'aggressione dichiararono di non aver riconosciuto i malviventi e furono sorpresi nell'apprendere l'identità dei due uomini colpiti. L'uomo ferito era un trentaseienne della zona con una lista di precedenti lunga come quella delle tasse, mentre la vittima era un operaio assunto presso la loro azienda. Giovane, incensurato con regolare permesso di soggiorno, un lavoro stabile e la famiglia: gli investigatori non capivano cosa ci facesse lì e i derubati non furono d'aiuto a risolvere il caso. Del terzo componente si erano perse le tracce, ma i primi elementi lasciavano presupporre che si potesse trattare di un malvivente della zona. I vari articoli ricamavano tutta una serie di ipotesi e congetture. Giuseppe chiuse il giornale e ordinò un caffè. Prese il quotidiano nazionale e dopo una breve ricerca trovò la notizia: l'articolo continuava sinteticamente analizzando i fatti avvenuti, nessun commento o ipotesi. Il caffè si stava freddando e lui lo trangugiò in un fiato; una pacca sulle spalle lo fece trasalire. "Bastardi. Entrano nelle case terrorizzando la brava gente. Almeno uno l'hanno fatto secco e l'altro e in gattabuia, adesso manca il terzo e il cerchio è chiuso" "Certo Alfonso" Giuseppe non voleva discutere "La brava gente va tutelata, protetta, hai ragione" "Certo che ho ragione. La gente onesta va a lavorare, non a fare le rapine. Quell'albanese aveva anche il lavoro, ma loro c'è l'hanno nel sangue le rapine e stavolta l'hanno inchiodato. Ben gli sta" "Armeno" Lo corresse Giuseppe "Cosa?" "Ho detto che era Armeno, non albanese. Il giornale dice che era incensurato" "Probabilmente non l'hanno mai beccato prima, ma stavolta ha fatto il suo ultimo viaggio" Alfonso si stava scaldando. "Aveva una famiglia" Continuò Giuseppe pazientemente. "Anche io ho una famiglia, ma alla sera mica vado in giro a rubare" Giuseppe non tentò di ribattere, rischiava solo di litigare e non era dell'umore adatto, lo lasciò quindi blaterare assecondandolo con piccoli gesti del capo e finti sorrisi e quando ebbe finito si congedò da lui e usci dal bar. Aveva bisogno di aria fresca, doveva riorganizzare le idee.
    Un anno prima.
    Il piccolo palazzo era ormai una colonia multietnica. Senegalesi, Romeni, Albanesi, Cinesi, Marocchini e tutta una serie di persone delle più svariate razze riempivano i piccoli appartamenti fino a farli esplodere. Giuseppe viveva all'ultimo di cinque piani, l'anziana signora Clotilde al piano terra, erano gli unici italiani rimasti. Non gli importava un gran che, la moglie lo aveva abbandonato accusandolo di essere un lazzarone. Per fortuna non erano riusciti ad avere figli quindi non aveva alcun impegno da rispettare, della moglie aveva perso le tracce. Quella sera si stava preparando della carne all'olio ma si accorse di essere restato senza cipolla; poco male, non era certo la cipolla che mancava in quel palazzo. I suoi dirimpettai pakistani avrebbero insistito per trattenerlo a cena e lui, dopo aver resistito un attimo, avrebbe accettato con piacere l'invito. Spense il fornello e uscì dall'appartamento dirigendosi alla porta difronte. Non sentiva le urla e i rumori caratteristici dei suoi vicini, marito e moglie con cinque figli scatenati. Suonò il campanello, la porta si aprì e davanti ai suoi occhi si presentò una splendida bambina che poteva avere otto o nove anni. In italiano, ma con un accento che faticò a riconoscere, si rivolse a lui gentilmente. "Buona sera, chi sei tu?" Dall'interno una voce femminile stava urlando verso la porta giungendo nel frattempo all'entrata, Giuseppe fu abbagliato da quella visione, era una donna bellissima. Lei lo stava fissando e lui si rese conto di essere rigido come uno stoccafisso. Fu lei a rompere il ghiaccio. "Chi sei? Cosa vuoi?" Lui prese fiato e parlò lentamente. "Sono il vostro vicino, abito nell'appartamento di fronte, avete della cipolla da prestarmi?" La donna lo stava osservando e lui faticava a sostenere quello sguardo determinato. Lei parlò nella sua lingua alla bambina e nel volgere di un attimo la piccola sparì per poi tornare con una cipolla. "Ecco la sua cipolla" Disse la giovane mentre la porgeva a lui. "Grazie, è stata molto gentile" Detto ciò rientrò a casa sua. Cenò velocemente e poi scese dalla signora Clotilde per avere notizie fresche, lei sapeva tutto di tutti in quel palazzo; lo accolse entusiasta. "Entra Giuseppe, è da un po' che non passi a trovarmi, hai perso la strada?" "Sono stato impegnato.... il lavoro" Indugiò lui. "Seee, il lavoro e le macchinette. Giochi ancora tanto?" "Un pochetto, a volte" Non riusciva a mentirle del tutto, lei era sempre così gentile nei suoi confronti da non meritarsi menzogne. "Preparo il caffè, nero e forte, come piace a te. Nel frattempo chiedimi quello che ti preme e vedrò se posso aiutarti" L'anziana era sveglia. "Ecco, veramente io.." "Dai Giuseppe, non fare il bamboccio. Sei sceso in fretta e furia per qualche motivo, non per fare visita a una vecchia rintronata come me" Giuseppe non riusciva mai a reggere il confronto con quella vecchia maestra in pensione e dovette cedere anche questa volta. "Volevo sapere chi sono i nuovi inquilini di fronte a me, che fine hanno fatto i pakistani?" Clotilde stava curando il caffè e restò zitta per qualche attimo. Poi quando il caffè fu pronto lo versò in due tazzine sbeccate e senza manico e ne porse una all'ospite, senza zucchero, come piaceva a entrambi. "Dei pakistani non te ne frega un cavolo quindi non sto qui a spiegarti la loro storia. A te interessa la giovane cerbiatta dagli occhi ammaliatori. Sappi che è sposata e suo marito è un bravo ragazzo. La bambina, che sicuramente hai visto, ha otto anni ed è la loro unica figlia. Lui è in cerca di lavoro, prima erano al sud e veniva sfruttato nei lavori in campagna. Lei si è sempre trovata qualche lavoretto saltuario presso alcuni privati. Attualmente sono disoccupati entrambi, ma hanno tanto entusiasmo e voglia di vivere. Perciò ascoltami bene: stai lontano da quella famiglia, non avvicinarti a loro, tu porti solo guai, capito?" " Ok Clotilde, va bene" L'anziana lo conosceva bene, non l'avrebbe ascoltata. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Continuava a pensare a quella splendida donna, i suoi occhi, la sua voce. Si alzò presto e fece una doccia fredda. Mangiò alcuni biscotti raffermi aspettando che arrivassero le sei per poi dirigersi al bar. "Buongiorno Giuseppe, sei mattiniero" Conosceva il proprietario del bar da molto tempo. "Si Enzo, mattiniero ed assetato. Fammi una birra e con il resto dammi un gratta e vinci da due euro" Grattò il biglietto e vinse venti euro. "E' il tuo giorno" Disse il barista. "Non fare lo spiritoso, cambiameli di moneta; come stanno le macchinette?" "Ieri sera due ragazzi slavi ci hanno dato dentro mica da ridere e hanno raccolto poco" "Bene, ci penso io a vuotarle" Giuseppe spese tutti i venti euro in un batter d'occhio senza ricavare un euro di vincita. "Mi hai raccontato cazzate Enzo, non pagano" "Sei tu sfigato" "Vai a quel paese, vado al lavoro" "Mi raccomando non stancarti troppo" Lo schernì il barista e Giuseppe si voltò verso di lui salutandolo con il dito medio rivolto all'insù.
    Lavorava presso una ditta di componenti plastiche e il suo compito era quello di caricare e scaricare con un apposito carrello dei cesti dai nastri trasportatori. Un lavoro monotono ma semplice, adatto a lui. La sua fortuna era che nessuno voleva quell'incarico, proprio perché monotono e senza prospettiva. Quella mattina il suo titolare, un anziano che doveva le sue fortune allo sfruttamento di gente onesta ma poco colta, lo avvicinò e si mise ad osservare il suo lavoro. Dopo alcuni minuti lo interruppe con un gesto della mano. "Giuseppe devo parlarti" Il vecchio era un uomo autoritario. "Mi dica signore" "Stanno aumentando le commesse e ho bisogno di più ore lavoro al tuo nastro" "Farò le straordinarie, come sempre" Era eccitato, il suo cervello elaborò immediatamente una semplice equazione: più ore uguale più soldi, più soldi uguale più giocate, perfetto! "No Giuseppe, parlo di fare due turni e comunque vorrebbe dire che qualche soldo in più te lo metti in tasca" "Bene, e allora cosa devo fare?" "Vedi Giuseppe, si tratta di alcune commesse importanti, ma non di un lavoro continuativo. Potrebbero bastare alcuni mesi di turni e poi tornerebbe tutto alla normalità" "Continuo a non capire signore" Lui non era sveglissimo. "Ascoltami, ho bisogno di qualcuno disposto a lavorare per qualche mese in nero in modo che possa sbarazzarmene quando non mi servirà più e tu abiti in quel palazzo pieno di extracomunitari. Di sicuro tra tutta quella marmaglia ci sarà qualcuno disposto ad intascare quattro soldi senza sollevare troppe obiezioni, portamene uno" Giuseppe ci arrivò con un attimo di ritardo "Ma io non conosco nessuno di quelli lì" "Non mi interessa che tu li conosca, basta che me ne porti uno e alla svelta" "Quanto alla svelta?" "Una settimana. Vedi di non deludermi o dovrò pensare di sostituirti" E senza aggiungere altro si diresse verso gli uffici. Giuseppe pensò tutto il giorno a quelle parole, il suo padrone era un uomo deciso e lo avrebbe cacciato se non avesse obbedito. Quella sera era sul pianerottolo delle scale e stava cercando le chiavi di casa. "Buonasera" Una voce dietro di lui lo prese alla sprovvista. Si girò e si trovò davanti un uomo abbastanza giovane dai lineamenti marcati. "Buonasera" Rispose Giuseppe automaticamente senza badare all'altro che invece continuò "Io sono Arduid, il suo vicino di casa. Lei ha già conosciuto mia moglie Shushan e mia figlia Zepur. Sono lieto di incontrarla" Ma come parla questo? Stava pensando Giuseppe "Si grazie, anche io. Buonanotte" E senza voltarsi entrò in casa e richiuse la porta in faccia al giovane. Cenò velocemente per scendere al bar, aveva un conto in sospeso con i videopoker ed era convinto di regolarlo.Verso l'una di notte stava rientrando in casa abbacchiato come sempre, anche stavolta erano state le macchinette a presentargli il conto e lui aveva perso. Dall'appartamento dei nuovi vicini sentì i due giovani che discutevano animatamente, non capiva una mazza ma dal tono era chiaro che gli animi fossero surriscaldati. Fece spallucce e si buttò a letto, ancora vestito.
    La mattina seguente, dopo aver sentito il notiziario alla radio, uscì di casa diretto al lavoro. Sul pianerottolo incontrò la vicina e con fare gentile accennò un saluto "Buongiorno, Shushan" "Buongiorno" Rispose lei incrociando per un attimo il suo sguardo, aveva gli occhi lucidi. Scese le scale senza fretta e arrivato al piano terrà bussò alla porta di Clotilde. L'anziana aprì e chiese velocemente "Cosa c'è adesso?" Osservò Giuseppe e si rispose da sola "Hai incontrato la ragazza. Si, hanno litigato. I soldi non bastano mai e lui non trova lavoro. Mi ha chiesto se conosco qualcuno e ho promesso di informarmi qua e la. Vai a lavorare che è tardi" Giuseppe annuì con il capo e si avviò al lavoro. Stava scaricando l'ennesimo pacco quando gli si accese una lampadina in testa. "Ma certo!" Esclamò ad alta voce.
    Quella sera cenò con calma e poi andò a bussare ai nuovi vicini. "Chi è?" Era la piccola Zepur. "Sono Giuseppe, il vostro vicino. Posso entrare da mamma e papà?" La piccola aprì la porta e lo fece accomodare. I due genitori erano a tavola e si alzarono ad accoglierlo. "Buonasera" Dissero. "Possiamo essere d'aiuto?" Proseguì l'uomo. Giuseppe stava esaminando le condizioni dei suoi vicini. La casa era pulita e ordinata ma tremendamente spoglia. Poi parlò lentamente e in modo chiaro per essere sicuro di farsi capire. "Grazie, non mi serve niente. Invece io potrei esservi utile, posso sedermi?" Lo fecero accomodare su una sedia di plastica mezza scassata, probabilmente quella della bambina e Giuseppe cominciò a parlare. Per i successivi tre giorni fece loro visita tutte le sere, Arduid era praticamente convinto di accettare la proposta, ma la bella Shushan opponeva ancora resistenza.
    "Stasera la convinco io, costi quel che costi" Giuseppe era determinato a chiudere il discorso quella sera e si trovò spiazzato quando una volta entrato in casa dei due giovani fu accolto come un re. Il tavolo era imbandito per festeggiare qualcosa: una bottiglia di vino, una bibita e un dolce non ben definito troneggiavano al centro della tovaglia. Marito e moglie cantavano nella loro lingua, come da antiche tradizioni, e fecero accomodare Giuseppe sulla sedia bella. "Questo è un piccolo gesto per il suo aiuto" Esordì la giovane. "Mio marito accetta la sua proposta, vogliamo festeggiare con lei" Giuseppe era colpito da quell'atteggiamento. Pensava che Arduid avesse accettato da subito la sua proposta, ma solo ora aveva il consenso della moglie. Che strano, aveva sempre creduto che i musulmani non considerassero il parere delle donne, doveva ricredersi. In realtà i suoi vicini erano cristiani, il paese da dove provenivano, l'Armenia, era stata la prima nazione al mondo a riconoscere il cristianesimo come religione di stato, ma a lui interessavano i  giochi d'azzardo, non le culture orientali. I festeggiamenti durarono un paio d'ore ed erano quasi le undici quando Giuseppe disse: "Adesso tutti a dormire. Domani si va al lavoro e tu Arduid devi essere riposato per il primo giorno, ok?" "Ok" Confermò il giovane mentre sua moglie stava portando a letto la piccola Zepur. Giuseppe se ne andò, ma non a dormire. "Le undici, è presto, ci sta una capatina al bar" Rincasò alle due dopo aver speso fino all'ultimo centesimo tra slot, video poker e gratta e vinci. Si addormentò vestito; ultimamente andava a finire sempre così.
    Il giorno dopo, in fabbrica, Giuseppe presentò Arduid al padrone; la prima settimana il ragazzo avrebbe affiancato Giuseppe per imparare a fare il lavoro, poi avrebbero cominciato con i turni. Nelle settimane successive Arduid si rivelò un gran bravo lavoratore e nel frattempo Giuseppe frequentava sempre di più la sua casa. Shushan ogni tanto ricordava al marito che la loro era una famiglia e il suo amico poteva anche restarsene a casa qualche volta, ma il marito continuava a ripeterle che senza di lui non avrebbe trovato un lavoro. Giuseppe cercò anche di trascinare il giovane nel giro del gioco d'azzardo, ma Arduid rifiutava sempre gli inviti dell'amico. Poi un venerdì mattina, erano passati circa tre mesi da quando il ragazzo aveva cominciato a lavorare in fabbrica, il padrone si avvicinò a Giuseppe che in quel momento era di turno."Ciao Giuseppe, come va?" "Buongiorno signore, tutto ok" "Senti, cosa mi dici del tuo amico, quel ragazzo, Arudi?" "Arduid signore, si chiama Arduid. E' un bravo ragazzo ed anche un ottimo lavoratore" "Infatti" Lo interruppe il vecchio padrone. "Ed è per questo che ho deciso di assumerlo e sarai tu a lasciargli il posto perché da stasera sei licenziato" Giuseppe restò immobile, quasi mummificato.Sapeva di non poter ribattere, oltre che a essere un uomo spietato il suo titolare aveva nella cassaforte tanti impegni di pagamento firmati da lui e lo teneva in pugno; negli anni Giuseppe si era fatto prestare parecchi soldi dal vecchio usuraio e adesso veniva licenziato in tronco per far posto ad uno straniero che lui stesso aveva portato in fabbrica.
    La mattina seguente stava dormendo dopo aver passato la notte in una sala da gioco. L'incessante bussare alla portà lo svegliò malamente, si alzò riluttante deciso a cantarne quattro a chi osava disturbarlo in quel modo e aprì la porta con foga. "Arduid?" Era sorpreso dal comportamento del ragazzo che solitamente era tranquillo e riservato. "Mi ha assunto, mi ha assunto!" Continuava a gridare. "Stai calmo Arduid, entra che ci facciamo un caffè" Mentre Giuseppe preparava il caffè, il ragazzo gli raccontò per filo e per segno tutti gli avvenimenti della sera prima fino all'epilogo in cui il vecchio padrone gli diceva che da lunedì sarebbe stato assunto regolarmente. Giuseppe lo lasciò parlare, non voleva troncare il suo entusiasmo e giunse alla conclusione di non far parola del suo licenziamento. Bevverò il caffè e Giuseppe si congratulò sinceramente con Arduid, in quei mesi si era affezionato a quella giovane famiglia, il ragazzo ringraziò e se ne andò felice e contento. Giuseppe era stanco e si rimise a dormire. Passò due giorni in casa a poltrire, ogni tanto scendeva alla ricevitoria a fare qualche puntata ai cavalli e poi risaliva nel suo tugurio, senza scopo; lunedì avrebbe pensato al da farsi. Invece i giorni passavano e lui era caduto in una sorta di apatia, si era iscritto alla lista dei disoccupati garantendosi una minima entrata per un certo periodo di tempo e continuava a spendere tutti i suoi soldi nel gioco. Arduid; saputo l'accaduto, si era presentato a casa sua in lacrime chiedendo perdono per quello che aveva fatto e Giuseppe cercò di tranquillizzarlo dicendogli che lui non aveva nessuna colpa. 
    I due giovani lo invitavano spesso a pranzo e a cena e ogni tanto la figlia andava da lui a tenergli compagnia; facevano di tutto per sdebitarsi di una colpa inesistente.
    I mesi passavano veloci e Giuseppe non trovava lavoro, Arduid e la moglie lo aiutavano nelle faccende di casa e in alcuni casi prestandogli anche dei soldi; poi una sera, mentre era a cena da loro, Shushan lo richiamò alla realtà. "Giuseppe, io e mio marito ti vogliamo bene, anche nostra figlia si è affezionata a te. Non dimenticheremo mai quello che hai fatto per noi, ci hai sempre trattato bene e in questa società non è cosa da poco. Quindi ci permettiamo di parlarti sinceramente. Arduid?" Dopo aver tratto un lungo respiro il marito prese a dire: "Noi pensiamo che tu giochi troppo. Ormai non cerchi più un lavoro e vivi pensando sempre al gioco. Con il tempo ti rovinerai e noi non potremo sempre prenderci cura di te" Aveva parlato guardandosi le punte dei piedi, vergognandosi di quelle parole, ma fu Giuseppe ad essere assalito dall'imbarazzo. Che situazione di merda, si trovò a pensare, devo porvi rimedio. "Avete ragione, sono io a dovervi delle scuse, sono un parassita ed è giusto che mi dia una svegliata. Scusate ma adesso torno nel mio appartamento, vi ringrazio e appena ho delle novità vi farò sapere"
    Nei giorni seguenti si impegnò nella ricerca di un lavoro che sembrava introvabile e una mattina fece un incontro che avrebbe evitato volentieri. "Ciao Giuseppe, tutto bene?" "Più o meno. Sto cercando un lavoro" "Ottimo" Rispose l'uomo; "Così potrai saldare i tuoi debiti" Giuseppe si sentì sollevato. "Grazie, grazie. Ti prometto che sarai il primo a cui penserò" Rispose speranzoso. "Gli altri possono aspettare, io non aspetto più. Voglio i miei diecimila euro entro una settimana, non un minuto oltre" "Una settimana? Ma io non li ho tutti quei soldi, devi darmi tempo per.." "Una settimana. Ci si rivede Giuseppe" Il suo tono non lasciava spazio a repliche. Giuseppe passò il resto della giornata chiedendosi come avrebbe risolto quel problema. Sapeva che quello era un ultimatum a cui non poteva sfuggire e non voleva perdere l'uso di una gamba o di un braccio. Quella sera decise di dormirci su, avrebbe trovato una soluzione. Nei due giorni successivi si lambiccò il cervello nel disperato tentativo di  trovare un rimedio a quel grosso problema, finche la mattina del terzo giorno gli balenò un'idea assurda che in quel momento pareva l'unica via d'uscita. Contattò un tipo conosciuto al poker, l'avrebbe aiutato. Nel volgere di un giorno avevano imbastito un piano di massima, mancava la pedina fondamentale e quella sera era deciso ad accaparrarsela.
    Arrivò Zepur ad aprire la porta. "Papà è in casa?" "Si, entra" Cinguettò felice la bambina. Giuseppe cominciò a sudare freddo, forse stava sbagliando tutto, ma la paura lo spinse ad andare avanti. Shushan notò subito qualcosa di strano e ne ebbe la conferma quando Giuseppe chiese ad Arduid di seguirlo a casa sua per discutere faccende importanti e il ragazzo lo seguì. L'armeno dopo un paio d'ore rientrò in casa scuro in volto, la moglie chiese preoccupata "Qualcosa non va?" "Tutto bene, devo aiutarlo a risolvere un problema" "Cosa?" "Stanne fuori donna, sono cose da uomini" Non aveva mai trattato così la moglie e se ne pentì immediatamente, la abbracciò forte parlandole all'orecchio. "Qualche giorno e sarà tutto sistemato, stai tranquilla"
    Oggi.
    L'aria fresca della mattina l'aveva fatto rinsavire e decise di tornare a casa. Trovò una  macchina dei carabinieri davanti l'entrata del palazzo e Clotilde lo fermò sulle scale. "Ci sono i carabinieri su dai tuoi amici, è successo qualcosa di grave" "Grazie Clotilde, salgo a vedere" Gli tremavano le gambe, stava per vomitare ma riuscì ad arrivare in cima. La loro porta di casa era aperta, Zepur era seduta accovacciata sulle scale stringendo un pupazzo che lui le aveva regalato tempo prima, la baciò in testa e chiese di poter entrare in casa. Uno dei militari lo fermò ma Shushan, stravolta dalle lacrime, chiese di lasciarlo passare. I due si guardarono, consapevoli di quello che era accaduto. Lei fece per parlare, ma lui la fermò con un segno e poi chiese: "Chi comanda qui?" "Io, sono il maresciallo Bianchi, mi dica" Giuseppe si girò verso Shushan e la baciò delicatamente sulla guancia, poi si avvicinò al maresciallo e disse: "Portatemi in caserma, devo fare una confessione" E senza aggiungere altro si avviò all'uscita accompagnato dai militari. Zepur stava ancora seduta in terra, Giuseppe si avvicinò alla bambina, infilò una mano in tasca e le allungò una cosa. "Tieni Zepur, dove vado io questo non serve, dallo alla mamma. Ti voglio bene" Uscì cosi dalle loro vite.
    Quando tutti si furono allontanati la piccola chiamò la madre e le fece vedere quello che le aveva dato Giuseppe. "Guarda mamma, mi ha dato un biglietto con degli strani simboli" La donna, con le lacrime agli occhi, afferrò quel cartoncino, era un gratta e vinci: ASSICURATI IL TRAPASSO, si intitolava e bene in vista c'erano tre bare uguali. Sul retro era appiccicato un post-it scritto a mano: perdonami se puoi, non volevo andasse così, tuo marito era un uomo speciale, vi voglio bene. P.S. Non buttare via il cartoncino, hai vinto!

  • 28 giugno 2013 alle ore 20:19
    Parole dimenticate

    Come comincia: In casa, la sera.
    "Ho sete mamma, mi dai da bere?"
    "Si tesoro, adesso ti porto l'acqua"
    "Io invece ho fame mamma, è pronta la cena'"
    "Sto preparando la pasta"
    "Che palle mamma io non ho voglia di pasta, fammi gli hamburger dai"
    "Gli hamburger, ok. Qualche altra richiesta?"
    "Si cara, come la fai la pasta?"
    "Al pesto"
    "Preferirei al ragù"
    "Vada per il ragù"
    "No mamma che schifo, io non lo voglio il ragù, voglio il pesto"
    "Allora pesto e ragù a voi due e a lei hamburger, io mi adeguo, ok?"
    A cena
    "Mamma prendi l'aranciata nel frigo"
    "Anche uno yogurt per me"
    "Va bene figlioli, come volete"
    "Non essere dura con loro, hanno studiato tutto il giorno"
    "Certo, hanno studiato tutto il giorno. Tu al lavoro tutto ok?"
    "Si, tutto ok. Fammi il caffè che poi vado sul divano a guardare la tivù"
    "Come vuoi amore, come desideri"
    Dopo cena
    "Mamma hai preparato i miei vestiti per domani mattina? Ho l'esame della patente è voglio essere comodo"
    "Va bene, Jeans e maglietta, può andare?"
    "Se lo dici tu"
    "Non ti dimenticare i miei mamma, io vado a dormire"
    "Come vuoi ragaza mia, a tua disposizione"
    "E tu caro? Qualcosa anche per te? Caro! Amore!? Mhmmm, dorme. Va bene, me ne vado a letto anche io"
    La mattina presto
    "Non mi hai svegliato ieri sera, poi quando sono venuto a letto dormivi il sonno dei giusti"
    "Scusa caro, eri così comodo che mi dispiaceva svegliarti"
    "Oggi ho un lavoro lungo e pesante da fare, rientrerò tardi. Adesso vado, ciao"
    "Buona giornata amore"
    "Mamma è pronta la colazione?"
    "Ben svegliata tesoro, ecco qui la colazione. Pronta per la scuola?"
    "Neanche per sogno. Ma dov'è quel lazzarone di mio fratello?"
    "Ha l'esame della patente, non ricordi?"
    "Oh mamma, con tutti i pensieri che ho per la testa non posso mica ricordare tutto, io"
    "Lascio pronta la colazione a tuo fratello poi ti accompagno a scuola e via di corsa al lavoro"
    Davanti alla scuola.
    "Buona giornata, oggi torna con il bus che a mezzogiorno corro a casa a far da mangiare a tuo fratello"
    "Ok mamma, ciao e preparami le uova oggi"
    Più tardi, in ufficio
    "..... e proprio mentre chattavo con quello gnoccone che ho conosciuto in palestra, non salta mica il collegamento? Sono stata in ballo fino alle quattro di mattina nel tentativo di riattivare il tutto, ma niente da fare! Risultato? Stamattina sono stanca morta e non ho voglia di fare niente, anzi, mi faccio un caffè. A te come è andata la serata?"
    "Ho preparato la cena e mangiato con i miei. poi ho fatto qualche faccenda e alla fine sono andata a dormire"
    "Cara mia, che palle!" Non ti viene mai voglia di piantare tutti in asso e scappare via?"
    "Io amo la mia famiglia e loro amano me"
    "E io sono la fata turchina. Comunque sono un po' indietro col lavoro, ti passo alcune delle mie pratiche così finiamo prima, d'accordo?"
    "Va bene, sei tu il capo"
    A casa, ora di pranzo
    "Bentornato tesoro, passato l'esame?"
    "Si mamma, non vedo l'ora di farmi un giro in macchina. Magari dopo ti porto io in ufficio e vengo a riprenderti più tardi"
    "Non mi sembra una buona idea"
    "Cacchio mamma, non ti va mai bene niente"
    "Su dai, adesso siediti a pranzare, ne parliamo dopo"
    "Che hai preparato?"
    "Bistecche alla pizzaiola con contorno d'insalata"
    "Che schifo l'insalata, io non la mangio"
    "Mangia almeno la carne, ho comprato il pane fresco, puoi accompagnarla con quello"
    "Farò uno sforzo"
    "Buon appetito figliolo"
    "Va bene mamma, mangiamo che ho fame"
    "Lascia un po' di carne per tuo padre, stasera la mangerà volentieri"
    "Si, tanto ho finito. Allora niente macchina?"
    "Non voglio, prima devi parlarne con tuo padre"
    "Seeé, allora aspetto domani. Vado in camera ad ascoltare la musica"
    "Prepari tu le uova a tua sorella?"
    "Si arrangia, lei non mi prepara mai niente"
    "Come non detto, faccio io"
    Pomeriggio, in ufficio
    "Senti, io sono stanca morta, me ne vado a casa. Finisci tu il lavoro per domani, fermati un pochino di più stasera, segno lo straordinario, ok?"
    "Certo, come sempre. Buon riposo"
    "In realtà spero di beccare il fustacchione, ma tu non dirlo a nessuno"
    "Sarò muta come un pesce"
    "Se ne è andata?"
    "Si. Era piuttosto provata, penso abbia un accenno di febbre. Tiene sempre l'aria condizionata al massimo e non si copre abbastanza"
    "Pensa di fare ancora la strafiga. In realtà i giovanotti con cui esce vanno appresso ai suoi soldi"
    "Sei la solita maligna"
    " E tu la solita benpensante. Ma scrollati di dosso quell'aria da persona educata e gentile, goditi la vita. Non ti sei accorta che alla gente non frega niente dei problemi degli altri? Ognuno per la sua strada, a testa bassa"
    "Oltre ai problemi, con le persone si possono condividere anche tante altre cose"
    "Adesso ricominci con i tuoi sermoni sul volersi bene, aiutare il prossimo e tutta una serie di cazzate che più nessuno prende in considerazione"
    "Basterebbe che ognuno di noi facesse un piccolo passo in questo senso e le cose sarebbero migliori"
    "Se eri uomo dovevi fare il predicatore, ma siccome sei donna e la capa ti ha lasciato i compiti da finire, vedi di darti una mossa o domani chi la sente quella?"
    In casa, la sera
    "Ho sete mamma, mi dai da bere?" 
    "Si tesoro, adesso ti porto da bere"
    "Io invece ho fame mamma, è pronta la cena?"
    "Sto preparando il riso"
    "Che schifo, io non ho voglia di riso, fanmmi la piadina"
    "La piadina,ok. Qualche altra richiesta?"
    "Si cara, come lo fai il riso?"
    "Con i funghi"
    "Mi pesano i funghi, lo sai"
    E così di seguito, tutti i giorni, come sempre, finche una mattina.
    "Ragazzi correte, presto!"
    "Che c'è papà?"
    "La mamma ha lasciato questo, leggetelo"
    <Cara famiglia, marito mio adorato e figli miei, vi voglio bene, con tutto il cuore. Questo non è un addio, ma un arrivederci. Parto alla ricerca delle parole perse, dimenticate. Non so quanto tempo impiegherò a ritrovarle, se mai esistano ancora, ma devo fare questo tentativo. Non cercatemi, magari nel frattempo troverò qualcuno che mi chiede PER FAVORE e poi magari mi dice GRAZIE. Oppure durante la mia folle ricerca ci sarà chi mi proporrà il suo AIUTO, senza secondi scopi e magari altri si interesseranno a me perchè sono una PERSONA. L'elenco delle cose perse sarebbe lunghissimo e io non voglio rubarvi altro tempo prezioso.
    Un bacione a tutti voi, spero di rivedervi presto>
    La ricerca durò un paio di setimane. Trovò quello che cercava ma anche situazioni al limite del disumano, contrarie al suo pensiero. Fu un'esperienza dura, che la provò nel profondo dell'animo e stremata decise di tornare a casa dalla sua famiglia, quel pomeriggio di mezz'estate.
    Fu accolta con calore, la sua scelta era stata rispettata. Parlarono dei momenti difficili e della situazione in casa, senza di lei. Era mancata a tutti e a lei era mancata la sua famiglia.
    Quella sera, a cena
    "Mamma, mi passi da bere per favore?"
    "Si tesoro, eccoti l'acqua"
    "E' veramente buona questa pasta, la panna gli da quel non so cosa di speciale"
    "Grazie, se vuoi ti insegno a prepararla"
    "Saresti gentilissima mamma. Forse è ora che cominci ad imparare a farti anche qualche faccenda di casa"
    "Va bene, sarai la mia aiutante"
    "E io mamma potrei cercare un lavoretto per arrotondare le entrate"
    "Si caro, ma pensa agli studi prima di tutto"
    "Hai ragione mamma, grazie"
    "E adesso il papà prepara un buon caffè per lui e la mamma"
    "Grazie tesoro, ma stai seduto"
    "No mia adorata, tocca a me stasera"
    "Noi andiamo in sala. Grazie mamma per la cena"
    "Prego ragazzi, prego"
    "Adesso che siamo soli, toglimi una curiosità tesoro. Noi siamo felicissimi del tuo ritorno, ma tu, hai trovato quello che cercavi?"
    "Si amore, si"
    "E dove?"
    "A casa mia tesoro. A casa mia"

  • 06 giugno 2013 alle ore 15:38
    Il vecchio

    Come comincia: Anche quella mattina si era svegliato presto, ormai sua moglie era morta da più di un anno e da allora dormiva sempre meno. Vero è che a ottantasette anni non si dorme molto, ma quando la donna era ancora in vita amavano restare nel letto abbracciati come due giovincelli. Anche quella mattina l'aveva abbracciata ma si era subito reso conto di quanto fosse fredda e rigida, morta per arresto cardiaco confermò poi il medico, senza che lui se ne accorgesse.
    Si erano conosciuti tanto tempo prima, entrambi tredicenni e già maturi in un'epoca di vacche magre. La sua storia, anzi, la loro storia, aveva seguito il percorso che a quel tempo era la normalità. I due ragazzini ben presto si misero insieme e all'età di vent'anni, quando a causa della guerra appena terminata era tutto raso al suolo, si sposarono ed emigrarono all'estero in cerca di fortuna. Al posto della fortuna trovarono dei duri lavori e delle situazioni al limite dell'umana sopportazione. In quel periodo difficile, denso di sacrifici e umiliazioni, riuscirono comunque a crescere i propri figli; quattro femmine e un maschio. Poi, dopo più di vent'anni di privazioni, erano tornati in patria.
    Ogni tanto ricordava quei periodi e quando c'era ancora sua moglie capitava di riaprire la scatola delle vecchie foto in bianco e nero ingiallite dal tempo. Foto piccole, che ritraevano quasi sempre bambini con indosso dei vestitini che oggi suscitavano un sorriso anche in un vecchio burbero come lui. Non vedeva i suoi figli dal giorno del funerale. Tre delle quattro femmine erano restate all'estero, l'altra abitava nel paese ma non era mai stata vicina alla famiglia. Il figlio era morto tragicamente durante il lavoro, schiacciato da una lastra di ferro scivolata da un camion.
    Per vari motivi non erano mai stati una famiglia unita e l'unica che si faceva vedere o sentire ogni tanto era la nipote, ma anche lei da quando era morta la nonna non si era più fatta viva.
    Nonostante l'età avanzata si riteneva un vecchio in forma, riusciva a cavarsela da solo nelle faccende di casa, cucinava e faceva regolarmente la sua passeggiata di cinque chilometri al giorno. Leggeva libri e riviste e seguiva i programmi alla tv con attenzione, riuscendo poi a sostenere le discussioni che regolarmente si accendevano al bar, ritrovo di pensionati delle varie età. Ricordava benissimo il putiferio scoppiato un paio d'anni prima a causa delle elezioni del sindaco, ognuno diceva la sua chi pro e chi contro quella donna che in realtà lui aveva votato perchè la conosceva e la riteneva una persona capace. Non sapeva neppure di quale partito o schieramento facesse parte, ma non gli interessava e ricordava anche la discussione con sua moglie che invece aveva votato l'altro candidato, affermando che quella donna era una perdigiorno. Alla fine avevano fatto la pace e lei aveva cucinato il pollo in umido come piaceva a lui.
    Gli mancava sua moglie e tutte le sere, prima di coricarsi, prendeva la sua foto e le raccontava la sua giornata ed infine baciava affettuosamente quell'immagine.
    Il giorno del funerale le sue figlie, i generi, i nipoti e tutti i vari parenti lo avevano sommerso d'affetto promettendo di restare in contatto con lui e di essere disposti a qualsiasi sacrificio pur di venire incontro alle sue necessità. Si era commosso per tanto affetto e aveva anche sprecato qualche lacrima, ma come spesso capita, finito il momento del lutto, tutti i buoni propositi vanno a finire nel dimenticatoio. Dall'alto della sua esperienza se lo aspettava un simile comportamento, ma per un attimo si era illuso di poter usufruire di quelle cose che tutti gli esseri umani di una certa età richiedono: comprensione e compagnia. Invece era restato solo, nella casetta impregnata di ricordi della sua vita con l'adorata moglie, con tutti gli oggetti che la facevano sembrare ancora lì, accanto a lui, ma il silenzio lo riportava sempre alla triste realtà; era solo. Un amico lo aveva convinto ad aggregarsi al gruppo dei volontari per l'aiuto degli anziani e aveva accettato. Lui, ultraottantenne; aiutava gente anziana con vari problemi e con il passare del tempo si era affezionato ad una signora di settantotto anni che aveva perso l'uso delle gambe a causa del diabete. In modo educato e gentile, i due anziani trascorrevano alcune ore insieme e quando riuscivano lui  la portava in giro per la strada con la carrozzina per farla respirare all'aria aperta sperando di incontrare qualche sua vecchia amica. Era un modo per tenersi compagnia, niente di strano, anche lei era vedova e i due figli non avevano mai tempo per lei, solo il nipote si faceva vedere qualche volta, ma solo per spillarle soldi e favori. I due anziani ne avevano parlato di questo suo atteggiamento, tutti i giorni i notiziari nazionali o locali riportavano fatti di cronaca riguardanti giovani che facevano del male agli anziani per rubare loro il denaro. Lui l'aveva messa in guardia, quel ragazzo non gli piaceva, in paese giravano voci strane sul suo conto. Lei però lo tranquillizzava sempre ricordando che i nipoti sono la nostra eredità, sono il futuro; eppure a lui non andava a genio.
    Avevano passato uno splendido pomeriggio e la riaccompagnò alla casa di riposo senza fretta. Si salutarono calorosamente senza vergogna e lui si avviò verso casa fischiettando, avrebbe mangiato qualcosa e poi avrebbe raccontato tutti i particolari della giornata a sua moglie. 
    Stava cenando con la tv sintonizzata sul notiziario che, come sempre, elencava una serie infinita di crimini e schifezze varie, d'altronde a nessuno interessavano le belle notizie. Stava risciacquando il piatto quando udì suonare il campanello della porta; si asciugò le mani e andò ad aprire. Si trovò davanti la nipote che visibilmente ubriaca restava appoggiata alla spalla di un ragazzo. Lo osservò meglio e riconobbe il nipote della sua nuova amica e a stento trattenne un'imprecazione. I due entrarono e la ragazza biascicò qualche frase sconclusionata, mentre lui aveva già messo a bollire l'acqua per preparare qualcosa di caldo alla nipote. Il ragazzo spiegò che si erano trovati con degli amici al pub e dopo vari giri di bevute lei aveva cominciato a star male. Non volendo incorrere nelle ire dei suoi genitori lo aveva convinto ad accompagnarla dal nonno che quando serviva era sempre pronto ad aiutare chiunque. Già, lui era fatto così, trascurava se stesso pur di aiutare il prossimo.
    Dopo un paio d'ore la ragazza si era ripresa e durante quel tempo i due maschi avevano intavolato dei discorsi sul diverso modo di divertirsi dei giovani di oggi rispetto ai tempi in cui era giovane lui. Era contento di essere stato utile, lo faceva sentire vivo, quasi ringiovanito. Aveva riconsiderato il suo giudizio su quel ragazzo, non era ciò che appariva. Erano state due ore piacevoli e temeva di non riuscire a raccontare alla moglie tutti gli eventi di quella giornata intensa. Infatti quando i due giovani, dopo aver ringraziato parecchie volte, se ne furono andati, si limitò ad augurare la buona notte alla moglie e crollò esausto nel letto.
    L'indomani, alla mattina presto, andò al bar per sentire che aria tirava in paese, erano già quattro giorni che non raccoglieva notizie fresche. Al bar i soliti ben informati stavano già sparando sentenze e la notizia del giorno lo colpì come un pugno in pieno volto. Quella notte due ragazzi, un maschio e una femmina, si erano introdotti furtivamente nella casa di riposo e dopo aver immobilizzato un'anziana ospite le avevano portato via tutti i soldi e gli oggetti di valore che teneva nel cassetto. Un'infermiera di turno, dopo aver sentito dei rumori, aveva allarmato immediatamente i carabinieri che erano riusciti a catturare i due fuggiaschi per le vie del paese e a rinchiuderli nella cella della caserma. Non si sapeva ancora bene chi fossero,, ma era quasi certo che uno degli aggressori fosse imparentato con la vittima, forse era suo nipote.
    Aveva il battito accelerato e faticava a respirare, forse erano solo coincidenze, ma la vita gli aveva insegnato a non credere alle coincidenze, neanche a quelle dei treni. Ascoltò ancora per qualche minuto le chiacchere degli avventori, ma le notizie salienti le aveva già apprese tutte e allora decise di muoversi. Si diresse con la sua bici verso la caserma al limitare del paese, i militari lo conoscevano e avrebbe chiesto a loro notizie precise. Lo accolse un giovane che aveva ammirazione per quel vecchio dalle mille risorse e senza girarci troppo attorno lo informò sui fatti avvenuti quella notte, confermando ciò che già sapeva. Il vecchio chiese gentilmente se poteva sapere chi fossero i due giovani arrestati e dopo una piccola resistenza il giovane carabiniere snocciolò nomi e cognomi sapendo di pugnalare il povero vecchio. Lui restò dritto e impassibile, le parole del militare avevano confermato ciò che in cuor suo era una certezza; i due giovani erano sua nipote e il nipote della sua amica. Aspettò un momento poi chiese garbatamente, ma con fermezza, di poter parlare ai due ragazzi. Il militare per tutta risposta elencò  una serie di divieti e ostacoli procedurali, ma mentre parlava, con gli occhi e le orecchie verificava che non ci fosse in giro nessuno. Alla fine lo accompagnò alla cella, maledicendosi per quello che stava facendo. Disse al vecchio che gli avrebbe concesso un paio di minuti, non di più. 
    Alla vista del nonno la nipote scoppiò in un pianto a dirotto e si avvicinò all'inferriata chiedendo scusa e facendo un sacco di promesse di voler cambiare spiattellando tutta una serie di buoni propositi, mentre il ragazzo era restato immobile, al centro della cella. Il vecchio cercò il suo sguardo e quando i loro occhi si incrociarono vide tutto l'odio e la cattiveria che regnavano in quel corpo, la sera prima l'aveva ingannato. Il ragazzo, non riuscendo più a sostenere quello sguardo, sbottò all'improvviso: 
    "Che cazzo hai da fissarmi a quel modo? Vattene, sei solo un povero vecchio"
    E senza aggiungere altro si girò a fissare la parete spoglia. Il vecchio salutò la nipote, i due minuti erano passati. Ringraziò il giovane carabiniere e dopo essere uscito dalla caserma, salì sulla bicicletta e si avvioò verso casa, non aveva voglia di andare in giro. Giunto a casa si preparò un tè caldo e andò in camera a prendere la foto della moglie. Le raccontò l'accaduto mentre sorseggiava il tè per scaldarsi le ossa improvvisamente gelide e le chiedeva conforto, ma lei oggi non riusciva a scaldargli l'animo.
    Fu un attimo e senza rendersene conto era accanto a lei: poteva sentirla e toccarla, era una sensazione meravigliosa.
    La mattina seguente al bar non si parlava d'altro. Il vecchio era morto con la foto della moglie in mano e il sorriso sulle labbra, i due erano di nuovo insieme.

  • 27 maggio 2013 alle ore 10:53
    Aspettami nonna

    Come comincia: Vomitava a strappi, senza riuscire a smettere, dentro il piccolo bagno al piano terra. Le sembrava di morire e in quei momenti le parole di sua nonna risuonavano in testa come una premonizione: <ragazza mia devi darti una regolata o affogherai nella tua merda> Sua nonna era l'unica persona di cui si fidava e a cui voleva veramente bene. Asciugò la bava acidula che le colava dalla bocca e cercò di mettersi a sedere. L'impresa risultò più complicata del previsto perché non riusciva a mantenere l'equilibrio, ed infatti cadde rovinosamente sbattendo contro il lavandino.
    Stremata e confusa si lasciò andare e cominciò a ricordare, la sua infanzia, le sue esperienze, le promesse non mantenute e tutte quelle cose che si rievocano in quelle miserabili condizioni.
    Da bambina la prendevano in giro per il suo aspetto paffutello e sua mamma aveva altro a cui pensare che ascoltare le sue lagne. Suo padre le aveva abbandonate appena lei era nata e la madre, da brava alcolizzata, si era attaccata alla bottiglia per sconfiggere la depressione. Dopo sette anni di botte e umiliazioni di ogni genere, un giudice aveva deciso di affidarla alla nonna paterna, unica persona che aveva a cuore la sua sorte. Furono gli anni più sereni della sua vita, immersa nella campagna collinare, lontana dai trambusti della città e con tanti bambini con cui condividere le esperienze tipiche di quell'età.
    Il nonno era morto prima della sua nascita, gli zii e le zie abitavano in città e quando venivano a trovare la nonna non erano molto loquaci con lei. Solo lo zio Armando le voleva bene perché ogni volta che arrivava le portava un regalino e lei passava volentieri la giornata con lui. Le sue attenzioni e i suoi atteggiamenti affettuosi la facevano sentire bene perchè lo zio diceva sempre che un pò di ciccetta nei posti giusti erano una bella cosa per una donna. A dieci anni i complimenti fanno piacere e con il passare del tempo la bambina si lasciò conquistare dallo zio, finché una domenica pomeriggio di primavera accadde il fatto che avrebbe segnato la sua vita indelebilmente. Aveva da poco compiuto dodici anni e la bambina goffa e paffutella si stava trasformando in una bella ragazzina. Quel giorno lo zio arrivò a trovare la nonna accompagnato da un amico che aveva portato un regalo per la bambina. Si trattava di una camicetta e l'uomo le chiese di provarla per vedere come le stava. Così, mentre la nonna uscì nel pollaio con il figlio, lei salì in cameretta per cambiarsi e senza accorgersi di nulla l'uomo le fu addosso. Non capiva cosa stesse accadendo, fu paralizzata dal terrore. Quell'uomo le stava mettendo le mani addosso, cercando di farla sdraiare sul letto e le faceva male. Dalla gola salì un urlo che uscì dalle sue labbra con la forza di una detonazione, poì cominciò a chiamare la nonna e l'uomo la colpì violentemente in faccia. Sentì il gusto del sangue scendere in gola e le lacrime inondargli il viso. Il suo aguzzino continuava a dirle di stare ferma e zitta, sarebbe stata una cosa veloce.
    La nonna era nel pollaio con il figlio a prendere le uova, ma sentito l'urlo si lanciò verso casa. Lui cercò di trattenerla, ma la donna era scatenata; la sua bambina aveva chiamato chiedendo aiuto e il figlio si arrestò, comprendendo solo in quel momento l'abominio che aveva commesso.
    La donna spalancò la porta della cameretta, quel bastardo stava violentando sua nipote e lei lo colpì brutalmente alla schiena con la forbice che teneva nelle tasche del grembiule. L'uomo inarcò la schiena e grugnì verso la donna che lo infilzò ancora, sopra una spalla. A quel punto lui cadde a terra urlando e bestemmiando mentre un fiotto di sangue imbrattava tutta la stanza. La nonna prese la nipote e la trascinò di sotto con lei e senza riflettere chiamò immediatamente i carabinieri, chiudendosi poi a chiave in cucina. Dopo circa quindici minuti arrivarono i militari. Alla loro vista la donna uscì dalla cucina e corse loro incontro, era agitatisima e faticava a parlare; uno dei militari cercò di calmarla con tono pacato.
    "Si calmi signora, siamo qui noi, ci spieghi cosa è successo" Lei indicò il piano superiore, c'era un uomo ferito che aveva violentato la nipote, dovevano arrestarlo. Due dei quattro militari salirono con cautela a controllare mentre il terzo stava chiamando due ambulanze.
    "Adesso entriamo, tra poco arriveranno i soccorsi, la ragazzina come sta?"
    Sembrava assente, non terrorizzata, completamente assente. La nonna cercò di scuoterla da quel torpore.
    "Come stai bambina mia? Ci sono io a proteggerti non ti preoccupare, quel mostro non ti toccherà mai più"
    "Temo che la signora abbia ragione maresciallo" Uno dei militari stava scendendo le scale "L'uomo di sopra è morto" Il maresciallo si girò verso la donna che adesso sembrava terrorizzata.
    "Morto? Come? Io l'ho colpito ma non volevo ucciderlo... Anzi, ben gli sta, così impara a molestare le ragazzine, quel porco bastardo"
    "Signora si calmi, stia tranquilla. Rischia di peggiorare la sua situazione se fa così"
    "Maresciallo presto, venga a vedere fuori" chiamò nel frattempo il carabiniere che era all'esterno ad attendere le ambulanze.
    Si era impiccato con una corda attaccata ad una trave di legno.
    "E' mio figlio Armando. Era arrivato con quel maledetto, era qui, vivo, ho sentito mia nipote urlare e sono corsa da lei. Poi siete arrivati voi..." e la donna scoppiò a piangere a dirotto.
    "Basta signora, stia tranquilla. Spiegherà tutto con calma in caserma"
    Le due ambulanze erano arrivate. Una dottoressa si prese cura della ragazzina e la accompagnò in ospedale per gli accertamenti. Il luogo fu messo sotto sequestro per completare le indagini.
    Il processo fu un'ulteriore tormento per le due donne. Gli esami approfonditi avevano rilevato l'assenza di violenza sessuale sulla ragazzina, la nonna era intervenuta prima che si consumasse l'atto. Il giudice, pur valutando tutte le attenuanti e cercando di capire la situazione, condannò la donna a tredici anni di reclusione. Dopo vari appelli e nuove testimonianze la pena  definitiva fu tramutata in otto anni di reclusione da scontare in un carcere alternativo, avrebbe affiancato degli incaricati in un centro di recupero per giovani recluse.
    Alla fine del processo un cronista di un quotidiano locale chiese alla donna come si sentiva adesso e lei rispose fiera:"E' mia nipote, lo rifarei" Quelle parole si stamparono nella mente della nipote.
    La ragazza era stata affidata ad una comunità per accoglienza degli orfani, tecnicamente lei aveva mamma e papà, ma lui non l'aveva riconosciuta e la madre era dentro e fuori dal carcere o dai centri di recupero.
    La struttura, la gente che vi lavorava e persino gli ospiti erano il contrario di quello che lei immaginava.
    Era tutto pulito e ordinato, tutto il personale era educato e gentile. I ragazzi e le ragazze che come lei erano lì per i piu svariati motivi, avevano una loro dignità e insomma, si poteva sopravvivere.
    Fu affiancata da dei volontari e degli specialisti che la aiutarono a rimuovere il terrore e il disgusto verso gli uomini cercando di farle recuperare la stima in se stessa. Spesso piangeva, la mamma era quel che era, la nonna, unica persona a lei vicina era in carcere e gli uomini,bhe gli uomini erano uomini. Ma alla lunga riuscì a crearsi una sua personalità e dopo un paio d'anni di cure, in cui si era inserita bene in quel contesto, le fu permesso di recarsi a trovare la nonna.
    "Bambina mia, sei diventata una splendida ragazza. Ti penso sempre e spero tu mi abbia perdonata, con il mio folle gesto ti ho abbandonata a te stessa. Come va la vita in quella struttura?"
    "Benissimo nonna. Sai il posto è gradevole e ..." La ragazza parlò per tutto il tempo concessole dalle guardie, raccontando alla nonna tutto ciò che gli passava per la testa e la nonna si commosse fino alle lacrime.
    "Tempo scaduto" disse la guardia.
    "Torna a trovarmi bambina mia, io sarò qui ad aspettarti"
    "Contaci nonna, verrò presto" e se ne tornò al suo mondo.
    Il suo amico la stava ascoltando, lei quando partiva a raccontare era come un fiume in piena; inarrestabile. "E poi le ho detto che tornerò a trovarla. Ti ho mai raccontato di quando io e lei stavamo per bruciare la stalla?" "Dieci volte? Venti?" Sorrise lui. "Cretino, mi prendi sempre in giro" Fra i due c'era del tenero, lei quattordicenne che ne dimostrava venti, lui diciottenne che per problemi di droga ne dimostrava quaranta.
    "Senti, domani sera abbiamo qualche ora di libera uscita. Ho saputo che organizzano una festa giù in paese e potremmo farci un giro, se ti va" disse lui
    "Va bene, stavolta vengo anche io; ho voglia di divertirmi un po'" rispose entusiasta lei.
    La festa era ben organizzata, ragazzi e ragazze avevano spazio per ballare la loro musica preferita e un paio di tavoli erano colmi di cibo e bevande.
    "Aspettami che vado un attimo in bagno" disse lui che era alticcio.
    "Va bene, io resto qua con delle ragazze che ho conosciuto adesso, ti aspetto" lei si stava divertendo ed era ancora una bambina sotto tanti aspetti infatti, quando lui riapparve dopo una decina di minuti, non si accorse di nulla. "Dai bambolina, la festa è bellissima. Ti sei bevuta qualcosa?" "Basta bere, ancora una bibita e mi piscio addosso" Rispose lei ingenuamente "Cazzo dici, io parlavo di roba forte, alcol" lui era partito.
    Quella parola per lei era tabù. La madre alcolizzata, con tutti i problemi e le schifezze annesse, le aveva fatto rimuovere dal cervello quello che era collegato all'alcol "andiamo a casa, sono stufa" disse seccata "Cosa? Adesso viene il bello" "Andiamo, mi sono rotta" insistette lei
    "Ma vattene a quel paese, io resto. Sono al massimo dello sballo e me la voglio godere" urlò lui.
    Non se lo fece ripetere due volte e senza rispondere si avviò verso l'uscita del locale. Il loro centro distava un paio di chilometri da lì e lei era abituata a camminare, non avrebbe fatto fatica. Dopo pochi passi le si accostò una piccola utilitaria.
    "Serve un passaggio?" Era uno dei ragazzi della festa, carino e gentile. Non lo conosceva, ma pensò di poter accettare un passaggio.
    "Si grazie, vado al centro accoglienza orfani"
    "Si, lo so, dai monta che andiamo" Appena salita si accorse che sul sedile posteriore c'erano altri due ragazzi. "Benvenuta bambolina" dissero sogghignando. Le si fermò il cuore.
    Abusarono di lei come bestie, seviziandola, umiliandola e oltraggiandola in modo orribile. Dopo ore di nefandezze decisero che poteva bastare e la abbandonarono ai bordi di una strada, come spazzatura.
    Era ancora buio, aveva dolori in tutto il corpo e tremava dal freddo. Si alzò in piedi, sforzandosi di camminare ma era impossibile. Doveva avere qualche osso rotto e i dolori lancinanti la fecero cadere a terra, poi perse i sensi.
    Sentiva chiaramente l'odore tipico degli ospedali, non voleva aprire gli occhi per paura di trovarsi davanti ancora quei tre mostri, ma oltre all'odore udì il chiacchiericcio in sottofondo di due donne che parlavano di pazienti, orari di visite e dottori. Era in un ospedale, al sicuro e pian piano cercò di riaprire gli occhi. La prima cosa che vide fu il soffitto bianco come la neve e subito sua nonna le fu davanti al viso.
    "Bambina mia, sono qui" Aveva dormito per più di trenta ore. Una signora che si stava recando al lavoro la mattina presto l'aveva scorta sul ciglio della strada e aveva avvisato le autorità che erano già alla ricerca dopo l'allarme lanciato dalla direttrice dell'istituto.Trasportata d'urgenza in ospedale era stata sottoposta ad una serie di interventi per rimarginare le ferite e sistemare le fratture. Inoltre fu necessario un intervento delicato per salvare i danni alle parti intime, i suoi aguzzini non si erano limitati alla violenza. Adesso era fuori pericolo, ma avrebbe dovuto passare un lungo periodo a riposo e sotto controllo fisico e psicologico, visto anche i precedenti. Sua nonna avrebbe pensato a lei.
    "Tu, ma non sei in prigione?" faticò le pene dell'inferno per parlare.
    "Ehhh ragazza mia. Lo dicevo che quel giudice era una breva persona."
    attraverso una procedura d'urgenza piuttosto rara e visto le condizioni e la buona condatta della detenuta, alla nonna furono concessi gli arresti domiciliari con l'obbligo di accudire la nipote.
    "E' fantastico nonna. Quando torneremo a casa?" Stava piangendo.
    "Il prima possibile, te lo prometto" Ci volle comunque un mese prima che la ragazza fosse dimessa e nel frattempo la donna restò in carcere, poi dopo un mese furono accompagnate alla casa in campagna. Una volta sole si abbracciarono e scoppiarono in un pianto amaro.
    "Finalmente a casa" sospirò la ragaza "Si, a casa" ribadì la nonna, che continuò "veramente non ricordi chi... insomma quei ragazzi"
    "No nonna, non ricordo nulla, solo che erano in tre. Ora basta" discorso chiuso.
    Il tempo trascorreva tranquillo, per l'anziana quella restrizione era insignificante: non doveva abbandonare la sua proprietà, cosa che tra l'altro faceva raramente. Nei mesi succesivi le guardie vennero poche volte a controllare e casualmente sempre all'ora dei pasti così da scroccare il pranzo o la cena. La nipote, ormai quindicenne, si era ristabilita piuttosto bene e cominciava a dare segni di irrequietezza tipici degli adolescenti.
    "Dai nonna adesso sono guarita, fammi andare giù al paese almeno una sera" tutti i giorni provava a convincere la nonna che alla fine si rese conto di avere in casa una donnicciola e non più la sua bambina.
    "Dai nonna, stasera in paese ci sono degli eventi in piazza, fa caldo e ci sarà un mucchio di gente"
    "Va bene, prendi la bici e non fare tardi, alle undici ti voglio a casa"
    "Ok, ma niente bici, passa una delle ragazze con il motorino" aveva già previsto tutto.
    "Sei furba ragazza mia. State attenti e metti il casco"
    Il paese era gremito di gente di tutta la zona. Gli eventi in piazza richiamavano sempre parecchie persone e lei, con i suoi amici, si stava divertendo un sacco. Faceva caldo e deciserò di sedersi fuori da un bar per bere qualcosa. Ordinarono tutti birra, anche le sue amiche. Lei con l'alcol non voleva averci a che fare ma in quel momento si sentiva come un pesce fuor d'acqua. Vada per la birra, pensò.
    Era la sua prima esperienza alcolica e fu sorpresa nell'accorgersi di quanto fosse buona quella bevanda dorata. Le avevano sempre descritto l'alcol come uno dei demoni peggiori al mondo, mentre lei provava una piacevole sensazione. I ragazzi ordinarono un altro giro e lei li imitò, era euforica e voleva fare qualcosa di eclatante. Dopo la seconda birra l'euforia era già scesa a livelli vicino allo zero e cominciava a far fatica ad articolare le parole. Si alzò per andare in bagno ma le vorticava tutto intorno. Uno dei ragazzi vicino, vedendola in difficoltà, si apprestò a sorreggerla tenendola per un braccio.
    "Non mi toccare! Lasciami!" Urlò lei "Nessuno mi tocchi, state lontani" Il ragazzo, visibilmente scosso, si rivolse a una delle amiche "Ma che le prende? E' impazzita?" "Lasciala stare, la accompagniamo a casa noi" rispose la ragazza. La cosa si rivelò piuttosto ardua, ad ogni curva e ad ogni minimo scossone lei doveva fermarsi a vomitare. Le ragazze capirono che in quel modo non sarebbero arrivate mai a casa. In due decisero quindi d farsi il resto della strada a piedi con lei, per poi essere recuperate dalle altre in motorino.
    La nonna accorse in loro aiuto appena le vide dalla finestra della cucina.
    "Si è sentita male, deve aver preso un colpo d'aria" farfugliò una delle amiche.
    "Certo, un colpo d'aria. Grazie ragazze per avermela portata a casa e mi raccomando attente alla strada"
    "Si signora, stia tranquilla"
    Quella notte fu un calvario. Pensava di vomitare anche le budella e con le lacrime agli occhi spergiurava a sua nonna che non l'avrebbe fatto mai più, era stata uan stupida, solo lei le voleva bene veramente.
    L'indomani avrebbe voluto essere su Marte, chissà quali scemenze aveva detto nel delirio alcolico. Affrontò sua nonna a testa bassa, ma lei non le fece pesare la notte insonne.
    "Tutto bene ragazza mia?" Disse invece con naturalezza.
    "Si nonna, tutto ok. E, senti nonna...ecco, volevo dirti scusa per ieri sera"
    "Stai crescendo tesoro. La vita ti ha già riservato cose terribili, tutte cose però non dipendenti dalla tua volontà. Adesso devi maturare le tue esperienze e camminare con le tue gambe. Io ti sarò sempre accanto, ma il tuo futuro dipende da te" Si abbracciarono come facevano spesso, un gesto spontaneo che le legava da sempre. "Grazie nonna, ti voglio bene" "anche io tesoro, anche io"
    Purtroppo la sua vita prese un'altra piega. Nei mesi successivi usciva sempre più spesso e quasi sempre tornava a casa stravolta dall'alcol e ultimamente anche dalla droga. La situazione si stava facendo difficile, sua nonna rischiava di tornare in carcere e lei non voleva. Una sera la portarono a casa più malconcia del solito; stava male, molto male e la nonna chiamò il pronto soccorso. Pur ubriaca fradicia e quasi incapace di parlare riuscì a dire "Ma cosa fai nonna? Tornerai in galera, lo sai? Tu non vuoi lasciarmi ancora sola, vero?" La donna rispose con fermezza "Ho ammazzato per te, ho perso anche un figlio e in galera ci sono già stata, sei ridotta male e io voglio che tu guarisca" Aveva udito quelle parole ma non aveva capito bene, poi vomitò ancora e si accasciò per terra.
    Riconosceva quelle stanze, era l'ospedale dell'altra volta. Da quanto era lì? L'infermiera che si presentò in camera la conosceva bene, l'altra volta l'aveva aiutata molto nella lunga riabilitazione.
    "Sono ancora qui" abbozzò un sorrisetto
    "Già. Ma stavolta ci sei arrivata con le tue gambe, o peggio, di tua volontà"
    "Devi farmi la predica?"
    "Assolutamente no, sei una mia paziente, non mia figlia e comunque buongiorno. Sono due giorni che dormi"
    "Davvero?"
    "Davvero. Avevi tanto alcol addosso da incendiare una nave, abbiamo anche trovato tracce di svariate sostanze stupefacenti nel tuo corpo. Di un pò ragazzina, vuoi far morire la tua nonna di crepacuore?"
    La nonna. Aveva fatto un gran casino. "E chi la sente quando torno a casa"
    "A casa!?" Sbottò l'infermiera "Bimba, tua nonna è tornata in carcere e tu, appena sarai dimessa, torni al centro recupero orfani con annesso un bel programma di disintossicazione, chiaro?"
    La nonna era di nuovo in prigione e lei doveva tornare al centro; ci avrebbe pensato successivamente, adesso doveva riposare.
    Dopo un paio di giorni fu dimessa e uno degli inservienti del centro era venuto a prenderla. Durante il tragitto non aprirono bocca e una volta arrivati a destinazione lei fu accompagnata al suo alloggio. Stavolta era in camera da sola, nell'ala riservata a chi doveva sottostare al <regime> come scherzosamente dicevano gli ospiti del centro. Nell'ala venivano destinati gli elementi più difficili che per varie ragioni dovevano seguire dei percorsi di recupero e reinserimento più rigidi.
    "Eccomi qua, nell'ala, come una cretina. Dovrò farmi venire un'idea o qui rischio di impazzire"
    In effetti i primi giorni furono duri, praticamente erano sotto chiave. Non potevano assolutamente uscire dalla zona loro riservata, mangiavano da soli e dovevano sottostare al programma di riabilitazione. Lei aveva un programma tutto suo e una psicologa personale, sono una vip, pensava scherzando.
    Quella mattina era in forma e avrebbe messo subito le cose in chiaro.
    "Buongiorno, hai dormito bene?" Disse la psicologa.
    "Senti, mi sono rotta il cazzo di tutta questa messinscena, adesso ti siedi e mi stai ad ascoltare, va bene?"
    "Certo, come vuoi. Ascoltare è il mio lavoro, parla pure liberamente" e così fece.
    "Da qualche parte, fuori da qui, ho un padre che non mi ha riconosciuta e che tutti dicono fosse un bravo ragazzo, capito?" Era partita in quarta, la dottoressa fece cenno di ascoltare e lei continuò spedita "Questo bravo ragazzo ha avuto la malaugurata idea di mettere incinta quella puttana di mia madre, si, perché è di questo che si tratta, puttana e alcolizzata. La mia vita è come un film: ragazza abbandonata dal padre cresciuta a suon di botte e insulti dalla madre alcolizzata e prostituta. E così la bambina viene affidata alla nonna premurosa e la sceneggiatura comincia ad avere un senso. La piccola cresce lontano dal mondo crudele e forse col tempo avrà una vita propria. E invece no, la trama è troppo blenda e allora che si fa? Guarda che aggiungiamo uno zio pervertito che porta in casa un maniaco sessuale, con l'intento di vendergli la nipote che adesso è un bel bocconcino. Ma il paladino della giustizia interviene al momento giusto e scanna il porco prima che oltraggi la nipote, mentre il pervertito, roso dai rimorsi, si impicca. Evviva! Giustizia è fatta, due merde in meno che insozzano la terra, una ragazzina spaventata che con il tempo dimenticherà e una donna che aspetta la medaglia per il suo gesto eroico. Ma questo non è un film, e la nonna vola in carcere. Per fortuna il giudice è un brav'uomo e fa di tutto per addolcirle la pena. Dei genitori della ragazza manco l'ombra, così viene destinata ad un centro di recupero e colpo di scena! Lo sceneggiatore ha un attacco di bontà e in un contesto fiabesco inserisce personaggi da favola con cui la ragazza va subito d'accordo. In breve si fa amici e amiche buona parte dei presenti e con il tempo riesce persino a instaurare una mezza relazione con un tipo, ma l'orco cattivo è dietro l'angolo. Così, la sera in cui pensa di darsi al suo principe azzurro lui diventa il brutto ranocchio e lei fugge dalla festa come cenerentola.Però la sua storia finisce all'ospedale, perché la carrozza che la riporta a casa è piena di mostri cattivi che fanno tanto male alla principessa che per un pelo ci rimette le penne. Principessa, principessa, chi sono i mostri che ti hanno ridotto in quel modo? E chi se lo ricorda, dice lei. Trovateli voi, è il vostro mestiere. Così la principessa torna dalla nonna che si prenderà cura di lei, come sempre, ma la nonna non sa che quella sera qualcosa è cambiato nella testa della principessa, qualcosa pronto a scoppiare in modo incontrollabile e quando ciò accade neanche la brava vecchina può far nulla. Anzi no, in un ultimo gesto d'amore sacrifica la sua libertà per cercare di recuperare la nipote perduta.
    Ecco la mia storia del cazzo. L'unica persona a cui tengo è in prigione per colpa mia e i bastardi che mi hanno violentata sono in giro liberi come il vento. Questa è la nostra giustizia, questo è il nostro mondo di merda, c'è lo meritiamo tutto"
    Il tanfo di vomito aveva impregnato il piccolo bagno e la stava opprimendo. E poi cosa è successo? Non ricordo altro, pensava a rilento; si aggrappò al lavandino riuscendo a rimettersi in piedi. Le sirene in avvicinamento annunciavano l'imminente arrivo dei carabinieri e adesso ricordava, li aveva chiamati lei, ma perchè? Che mal di testa, vado a farmi qualcosa di caldo, forse trovo una pastiglia.
    In cucina le si presentò davanti agli occhi una scena raccapricciante. Tre ragazzi, facce conosciute, erano sparsi nel locale orribilmente mutilati, macellati come bestie e un conato di vomito le spaccò lo stomaco ormai vuoto. Poi mise a fuoco la scena: adesso ricordava. La follia aveva preso il sopravvento, scoppiò in un a risata isterica, incontenibile e le tornarono in mente le parole di sua nonna:<E' mia nipote, lo rifarei> "Sì, sì! Anche io lo rifarei, aspettami nonna, sto arrivando."
    Fu arrestata, processata e condannata a scontare una pena di quindici anni.
    Le affiancarono una reclusa anziana che l'avrebbe aiutata nel recupero, il giudice aveva cercato di essere comprensivo.
    "Sono tornata nonna, te l'avevo promesso" disse all'orecchio dell'anziana mentre abbracciate piangevano silenziosamente.

  • 13 maggio 2013 alle ore 10:50
    Il maestro racconta, storia d'altri tempi

    Come comincia: "Ne ho trovato un altro, guarda mamma!" Il ragazzino era felice. Quella mattina presto era la sua prima uscita dal villaggio e si stava rivelando un successo. La madre si avvicinò a lui e con fare amorevole accarezzò il volto del figlio.
    "Bravo Raghandi. Se continui così tuo padre sarà fiero di te" In realtà in quel periodo era semplicissimo trovare quel tipo di frutti, ma la donna non voleva smorzare l'entusiasmo del bambino. A sei anni era pronto per diventare un raccoglitore. "Adesso è tardi, dobbiamo tornare al villaggio. Tuo padre e gli altri uomini saranno rientrati dalla pesca" il bambino non protestò e a passo veloce si avviarono sul sentiero che conduceva al villaggio, ma il fumo alto nel cielo e l'odore diverso dal solito, allarmarono la donna.
    "Raghandi, resta nascosto nel bosco. Vado avanti io" Il bambino si nascose, era abituato all'obbedienza. Il tempo passava, il sole si era alzato in cielo e adesso stava scendendo dietro gli alberi. La mamma non tornava e lui cominciava ad avere fame, tanta fame. In pochi attimi fu buio e il bimbo venne assalito dalla paura. Senza pensarci due volte, prese a correre verso casa.
    Trovò il villaggio che era un cumulo di macerie fumanti. Raghandi tese le orecchie ma non udì nessun rumore strano, solo lo sciabordio delle onde e lo scricchiolare del legno bruciato. I suoi occhi si erano abituati al chiarore della luna e adesso vedeva distintamente dei corpi appesi a dei pali sulla spiaggia.Si avvicinò per controllare meglio. Erano tutti mutilati in modo orrendo e puzzavano di carne bruciata; lui osservò con attenzione, per nulla intimorito da quello scempio. Tra i vari cadaveri riconobbe alcuni anziani e alcune donne, ma ne i suoi genitori ne i suoi fratelli erano tra le vittime. Aveva sentito parlare i grandi di brutti racconti che adesso erano davanti ai suoi occhi. Dal grande mare arrivavano delle barche gigantesche con a bordo persone cattive: bruciavano tutto e caricavano la gente su quelle barche come facevano i pescatori del suo villaggio con i pesci; nessuno faceva ritorno. La mamma gli aveva detto che il loro era un piccolo villaggio e nessun uomo cattivo sarebbe venuto a prenderli. "Forse la mamma si è sbagliata" fu il suo pensiero.
    Frugando tra le macerie trovò una cesta ancora integra con all'interno del pesce secco. Ne mangiò tanto da scoppiare, nessuno lo avrebbe sgridato. Adesso aveva sete e si incamminò verso il bosco, sapeva dove trovare l'acqua. Stava bevendo con gusto quando alle sue spalle sentì un rumore di passi, si diresse verso quel rumore con la speranza di incontrare qualcuno del suo villaggio.
    "E questo cos'è?" Ringhiò l'uomo verso il suo compagno.
    "E' un bambino, idiota" rispose l'altro.
    "Ammazziamolo"
    "No. Lo portiamo sulla nave, con gli altri." Il bambino era terrorizzato. Le due persone stavano parlando in una lingua incomprensibile. Avevano la pelle chiara, erano pelosi e puzzavano in modo orribile, dovevano essere gli uomini cattivi dei racconti. Lui non voleva andare su una grande barca e cercò di fuggire, ma fu tutto inutile, un colpo in testa e cadde svenuto.
    Tremava dal freddo e dalla paura. Non vedeva nulla, ma sentiva lamenti di vario tipo intorno a sé, la puzza di marcio ed escrementi era nauseabonda e preso dal terrore cominciò a piangere, in silenzio; si addormentò singhiozzando. Fu svegliato da urla feroci, il buio era meno intenso, filtrava della luce dalle fessure delle assi della stanza.
    "Hai paura?" Un uomo grande e grosso era sdraiato vicino a lui. Non parlava la lingua del suo villaggio, ma riusciva a capirlo e ancora tremante fece cenno di si con la testa. "Anche io, vedremo di sopravvivere, sarà un lungo viaggio."
    Infatti il viaggio durò parecchi giorni. Raghandi aveva stretto amicizia con quel gigante che lo proteggeva e lo aiutava in tutti i modi. "Hanno ucciso tutta la mia famiglia" gli raccontò un giorno "avevo un figlio piccolo come te, se vuoi posso essere il tuo nuovo papà" E così fu; Dwaigo divenne il suo nuovo papà. Durante la traversata del grande mare morirono parecchi compagni di viaggio, chi per gli stenti o chi ucciso brutalmente dai carcerieri.
    Quel giorno maledetto meno della metà dei prigionieri sbarcò sulla spiaggia, accolti da uomini armati che erano venuti a prelevarli per portarli nei campi di smistamento. Durante il viaggio Raghandi aveva appreso perecchie cose da Dwaigo, quelle persone li avrebbero venduti come schiavi nei mercati delle città.
    Il campo di smistamento consisteva in un recinto di legno su uno spiazzo di terra battuta. Lui, insieme ad altri bambini, venne diviso dal resto dei prigionieri e caricato su un carro coperto. Salutò Dwaigo con uno sguardo e l'uomo ricambiò con un sorriso; non si sarebbero più rivisti.
    Tutti i bambini urlavano e piangevano, ma lui no, Dwaigo lo aveva preparato. "Sarai preso con gli altri bambini e portato in un posto speciale, se sarai forte e resistente potrai sperare di cavartela." Lui era forte, avrebbe resistito e poi sarebbe scappato.
    Il destino decise diversamente; fu inserito in una comunità gestita da schiave nere che dovevano insegnare loro a vivere con i bianchi, in tal modo avrebbero potuto servire nelle tenute dei signorotti locali. I bambini credevano di essere fortunati perchè cosi evitavano il massacrante lavoro nei campi, in realtà il loro destino sarebbe stato peggiore di quello dei braccianti, soprattutto quello dellle bambine.
    Raghandi aveva delle doti particolari e la sua educatrice prese in considerazione l'idea di farne un vero servo da casa, non un semplice schiavo. Il tempo diede ragione alla donna, a quattordici anni Raghandi era un ragazzo forte ed istruito. Aveva già maturato delle esperienze in alcune case dei bianchi benestanti e adesso era pronto al passo finale; entrare ufficialmente al servizio di una famiglia di ricchi possidenti.
    "Signora, sarò all'altezza della situazione?" Grazie a lei aveva imparato anche la lingua dei bianchi.
    "Certo Raghandi, devi fare ciò che ti ho insegnato. Ricordati che sei uno schiavo e non devi mai, dico mai, controbattere un ordine dei tuoi padroni. Comportati bene e vivrai a lungo al riparo e con la pancia piena"
    "Non tornerò più al mio villaggio?"
    "Ragazzo, ti ho già spiegato come vanno le cose, nessuno di noi tornerà più indietro e moriremo tutti qui, da schiavi. Tu hai l'opportunità di vivere in maniera dignitosa, non sprecarla e ricordati di parlare la lingua dei bianchi in loro presenza, altrimenti penseranno male e saranno guai"
    Il ragazzo annuì, come sempre; ma non voleva credere che sarebbe morto lì, lontano dalla sua terra.
    La signora era riuscita a farlo entrare al servizio di una potente famiglia locale ma i primi tempi furono orribili. Non lavorava nei campi ma veniva trattato da schiavo ed umiliato tutti i giorni. Il padrone era un uomo duro che manteneva l'ordine e la disciplina a furia di frustate. Chi si ribellava veniva giustiziato senza pietà e i morti venivano rimpiazzati da nuovi schiavi. I tre figli erano peggio del padre e mantenevano uno stato di terrore in tutta la piantagione. Per tre anni subì angherie di tutti i tipi e più di una volta pensò di farla finita. Poi gli venivano in mente le parole della sua educatrice: "Ricorda che avrai sempre qualcosa da mangiare e potrai dormire al coperto. Se ti comporti bene avrai anche dei momenti di riposo, quindi sopporta e fai silenzio, sempre." E così faceva, anche se era difficile.
    Quella sera sentì delle urla atroci, urla di donna e contro ogni logica del buon senso uscì dal suo tugurio e si diresse verso la fonte di quelle grida che provenivano dal fienile ai margini delle stalle. Sapeva di rischiare la pelle, ma quelle urla lo avevano traumatizzato. Si affacciò da una porta laterale, facendo attenzione a non farsi scorgere e restò paralizzato dal terrore.
    I tre figli del padrone stavano seviziando in modo inumano una giovane donna di colore che poteva avere si e no dodici, tredici anni. Abusarono di lei in maniera indescrivibile, torturandola ed umiliandola in modo selvaggio e poi presero a picchiarla tanto violentemente che lei cessò di urlare. A quel punto uno dei fratelli fece cenno di fermarsi, la ragazza giaceva immobile. Adesso tutti e tre si erano calmati e stavano osservando quel corpo martoriato e udì chiara la voce del più vecchio dei tre "E' morta. Maledetta baldracca, è morta senza farci divertire fino in fondo" "Cosa ne facciamo del corpo?" Domandò uno dei fratelli "Buttatelo in mezzo al cortile, sarà di monito per tutti gli altri. Adesso andiamo a riposare, domani ci attende un'altra dura giornata"
    Raghandi era ancora immobile. Non aveva fatto nulla per evitare quel massacro e se anche avesse voluto sarebbe morto. Tornò al suo dormitorio con quella certezza, non avrebbe potuto far niente e si maledisse per essere uscito ad andare a controllare.
    Passò un altro anno. La scena di quella sera era indelebile nel suo cervello e aveva imparato ad assecondare i suoi padroni tanto bene che alcune volte si rivolgevano a lui senza insultarlo o malmenarlo.
    Poi avvenne il fatto che avrebbe cambiato la sua vita. Da alcuni giorni si era accorto che i padroni erano più eccitati del solito e facendo leva sulla sua posizione riuscì a raccogliere alcune notizie tra gli altri schiavi: Stavano per arrivare la moglie e la figlia del padrone e la fidanzata del fratello maggiore. La casa doveva essere preparata in modo impeccabile per l'evento e pur di evitare la frusta lavorarono tutti senza tregua, riuscendo a far apparire quella fattoria al pari di una reggia. Il padrone era soddisfatto e come premio decise di dare qualche chilo di pane fresco agli schiavi.
    "Non lo meritano papà, sono degli schiavi." Grugnì uno dei figli.
    "Certo, ma almeno domani quando arriveranno le nostre donne non voglio che abbiano l'impressione di essere capitate all'inferno. Poi, appena saranno chiare le cose, torneremo ai nostri metodi"
    "Sei un bastardo papà"
    "Lo so, grazie del complimento"
    Il carro con a bordo le tre donne arrivò di prima mattina. Per l'occasione si erano mossi i due figli minori accompagnati da un paio di uomini di fiducia, il padre e il fratello maggiore erano restati a casa per accoglire le nuove arrivate.
    Raghandi aveva il compito di scaricare i bagagli e quindi era in prima fila, così avrebbe visto da vicino la sorella dei suoi padroni che si diceva fosse bellissima.
    Estasi, ecco cosa provò. La ragazza non era bellissima, era stupenda. Gli anni passati in mezzo ai bianchi gli facevano apprezzare degli aspetti incomprensibili per la sua gente. Aveva la pelle chiara, di chi non si è mai esposto al sole, i lunghi capelli ramati e leggermente ondeggianti riflettevano sul candore del suo viso. Era magra ma già sviluppata e i suoi diciassette anni risplendevano al sole dei Caraibi in tutta la loro bellezza. Raghandi sentiva il cuore pulsare e le gambe cominciarono a tremargli.
    "Ehi tu, scarto di animale, scarica i bagagli, svelto!" Uno dei fratelli stava inveendo verso di lui, ma diversamente dal solito non fu amareggiato da quelle parole. Si affrettò ad eseguire l'ordine con la speranza di potersi avvicinare ulteriormente alla ragazza. L'altro fratello notò il suo atteggiamento e rapido come il fulmine lo colpì sulla schiena con un bastone. Raghandi accusò il colpo e barcollante cadde in ginocchio. Era grande e robusto, ma il lavoro massacrante e la cattiva alimentazione troncavano anche i più forti. Per la prima volta nella sua vita ebbe l'istinto di reagire in modo violento, ma ciò avrebbe significato non poter più vedere quella splendida creatura. "Perdono padrone, perdono" Ristabilito l'ordine il padrone ordinò di darsi una mossa. Servi e schiavi esaurirono i loro compiti ed immediatamente tornarono alle loro mansioni.
    A pranzo la famiglia dei padroni era riunita nella sala grande. Per l'occasione tutti i maschi avevano sospeso le loro attività e in onore delle ospiti indossavano gli abiti da cerimonia. Le donne stavano raccontando il loro viaggio, senza però riuscire ad attirare l'attenzione dei propri uomini, fino a che la figlia chiese a bruciapelo:
    "Fernando, perchè hai bastonato quel servo?" La domanda fece ammutolire tutti i presenti. La madre stava per intervenire quando suo marito la bloccò. "Su Fernando, spiega a tua sorella perchè" Incoraggiato dal padre il ragazzo non perse l'occasione per infierire.
    "Perchè quello scarafaggio ti stava guardando. Lui è uno sporco negro schiavo e non deve permettersi di guardarti, chiaro?" La ragazza non si fece impressionare dal tono del fratello. Lei, che aveva studiato con dei grandi maestri, aveva una visione del mondo molto più aperta degli altri.
    "Era a pochi passi da me, per non vedermi avrebbe dovuto essere cieco o bendato e visto che doveva scaricare le nostre cose doveva ben vederci" Il fratello la prese male.
    "Isabella sei la solita. Qui non sei a casa dove tutti ti adorano e rispettano, qui sei nelle piantagioni, in mezzo ai selvaggi pronti a sbranarti al primo segno di debolezza"
    "Ora basta! Siamo qui per mangiare e goderci alcuni momenti di riposo. Non voglio che le vostre stupide liti mi rovinino la digestione" Il padrone aveva un debole per la figlia e lei lo sapeva, quindi restò al suo posto in silenzio; avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento.
    Nei mesi successivi Isabella ebbe modo di capire la situazione infernale in cui erano tenuti gli schiavi. Le bestie nelle stalle erano trattate meglio, solo alcuni dei servi addetti alla casa erano trattati leggermente meglio, Raghandi era uno di loro. Forte della copertura paterna, la ragazza si prendeva delle libertà altrimenti impensabili e con il tempo riuscì a conquistare la fiducia del ragazzo che era chiaramente cotto di lei. All'inizio cominciò a studiarlo quasi come fosse un animale raro: uno dei suoi insegnanti, che più volte aveva rischiato la forca, le aveva insegnato ad apprezzare tutto ciò da cui siamo circondati, indistintamente dalla specie o dalla razza, persino le cose inanimate andavano rispettate; nelle sue vene scorreva l'antico sangue dei druidi Celti. Con il passare del tempo imparò ad apprezzare le doti di quel ragazzo e in un certo senso cominciò a provare per lui una sorta di simpatia, ma la cosa doveva restare tra loro due.
    Era certa che se i suoi fratelli avessero capito cosa andava facendo con quello schiavo, lo avrebbero ucciso.
    Un pomeriggio i due ragazzi erano al limitare della fattoria e la passione li travolse. Stavano godendo la loro gioventù quando delle urla disgustate sconvolsero i loro timpani: erano Gamedo e Baraban, i fratelli di isabella. I due presero a forza Raghandi, spingendolo a terra. Gamedo, il maggiore, si rivolse alla sorella: "lurida sgualdrina, pagherai per questo" e poi verso il servo "E tu, schiavo, soffrirai le pene del'inferno!"
    L'indomani Raghandi si svegliò legato ad un palo,il padrone e tutta la famiglia erano riuniti sotto il porticato della casa. Alcuni schiavi erano presenti, dovevano assistere all'avvenimento per riferire agli altri cosa succedeva a chi osava toccare un membro della famiglia. Gamedo e i suoi fratelli si avvicinarono al prigioniero e Fernando lo colpì violentemente all'addome "Prendi questo, lurida bestia" Baraban estrasse un coltello e cominciò a pungolare una gamba di Raghandi. Il ragazzo sopportava stoicamente il dolore, sapeva che il suo destino era segnato, ma non voleva dare la soddisfazione a quei macellai di implorare pietà. Baraban ritrasse il coltello e con un colpo secco gli mozzò un orecchio. "Basta Baraban, non voglio che muoia così presto. Perchè tu morirai, lo sai? Mi senti dall'orecchio sano?" Gamedo stava fissando lo schiavo con odio viscerale. "Si, mi hai sentito: adesso voglio sentire te" Fernando prese una torcia appositamente accesa e la avvicinò al volto dello schiavo. "Lo senti, lo senti il fuoco che brucia? Questo è niente in confronto al fuoco dell'inferno dove ti sto per spedire!" Senza mai toccarlo con le fiamme, Fernando riuscì ad ustionare gran parte del corpo di Raghandi che continuò a restar muto. Il calore aveva reso la sua faccia simile ad una maschera. Gamedo guardò Baraban e gli ordinò di finire l'opera, il fratello prese una grossa tenaglia e stava per castrare il disgraziato quando Gamedo urlò "Fermo! Aspetta un momento" si girò verso la sorella "Questo e l'animale con cui ti stavi trastullando, forse stiamo sbagliando noi, forse provi qualcosa per questo escremento sputato dalla terra, forse potresti salvargli la vita. Dipende da te sorellina, vuoi salva la sua vita, o vuoi che muoia come è giusto che sia visto la violenza che ti a arrecato? Parla Isabella, vita o morte?"
    La ragazza era con le spalle al muro, Gamedo l'aveva incastrata, avrebbe ucciso comunque Raghandi ma voleva che fosse lei a decretarne la morte pubblicamente, oppure, chiedendo salva la vita, lei avrebbe ammesso la sua colpa e sarebbe stata punita severamente.  Restò in silenzio a lungo, le lacrime che scendevano copiose sulle sue guance pallide, combattuta da mille contrasti e paure. Stava per parlare quando il padre intervenì a sbloccare la situazione
    "Fatela finita ragazzi. Le nostre donne hanno lo stomaco debole"
    Gamedo ghignò satanicamente, e disse "Baraban!"
    Lasciarono Raghandi morente sullo spiazzo, nessuno doveva avvicinarsi a lui, pena la morte. Il ragazzo sentiva avvicinarsi la nera mietitrice. Gli apparve sua madre, che gli ricordò quanto fossero crudeli quelle persone bianche e risentì i racconti attorno ai fuochi, gli uomini bianchi erano peggio delle bestie feroci. Rammnetò gli ammonimenti di Dwaigo che aveva descritto cose orribili avvisandolo di stare alla larga da quei mostri e rimbombarono nella sua testa gli avvertimenti della sua educatrice "piega sempre la testa e non osare avvicinarti a loro" Eppure, nonostante tutte quelle persone a lui care lo avesserò avvertito della malvagita dei bianchi, lui stava per morire con impresso nella mente lo sguardo di Isabella, bianca come il latte e tutt'altro che essere mostruoso.
    Amava quella ragazza, intensamente. Infine il gelido soffio della morte lo prese con sé.
    "E poi maestro?"
    "E poi basta, finisce qua"
    "Ma cosa centra con le altre storie?"
    "Assolutamente nulla. Oppure si?"
    "Ma allora cosa vuol dire? E Isabella non amava Raghandi?"
    "Troppe domande. Vi basti sapere che la ragazza, con la morte nel cuore, ha indugiato fino all'ultimo perchè un'ombra nella notte le aveva detto di non preoccuparsi di ciò che sarebbe successo, di fidarsi di lui che tutto si sarebbe risolto, infatti la sua storia non è finita qui"
    "Resta il fatto che non centra nulla con le altre storie"
    "Esatto. Ma il mio scopo era quello di scuotervi dal torpore: missione compiuta!"
    "E adesso?
    "Adesso facciamo merenda e poi vado a riposarmi"

  • 29 aprile 2013 alle ore 15:22
    Maledetto caffè

    Come comincia: Era nata storta quella giornata e si aspettava il peggio.
    "Maledetta pinzatrice!" Erano finite le puntine proprio mentre  stava per gustare il caffè con dei biscottini al burro, doveva ricaricarla. Nel frattempo la mente tornò a un'ora prima, nella cucina del suo bilocale.
    Si era preparato una scodella di caffè e latte da consumare con un cornetto alla marmellata del giorno prima e maldestramente l'aveva rovesciata sul tavolo sporcandosi i pantaloni appena ritirati in lavanderia. Nel tentativo di pulire velocemente aveva fatto cadere a terra la scodella che si era frantumata. "Stai lì, non ti muovere, stasera ti sistemo io" parlare da solo era un modo per farsi compagnia anche se in realtà desiderava qualcosa di più. Detto ciò si era cambiato ed era uscito per raggiungere l'ufficio.
    Non c'erano, o meglio, non si trovavano in quel macello. Il suo cassetto conteneva più oggetti di un bazar tutti sparsi in disordine e sperare di trovare una piccola scatoletta di puntine per pinzatrice era assurdo. Optò per la soluzione numero due, come sempre.
    "Amedeo prestami le puntine per favore, grazie" Amedeo, quasi sessantenne, era un impiegato modello che teneva sempre tutto in ordine; era la sua ancora di salvezza.
    "Te ne ho già data una scatoletta ieri, ricordi?"
    "No, non ricordo e se te le chiedo è perchè le ho finite"
    "O perchè non le trovi?"
    "Dai, non farla tanto lunga, non le paghi mica tu. Sgancia il malloppo"
    "A buon rendere caro il mio Fausto" Nel frattempo il caffè si era raffreddato e lui odiava berlo così, lo buttò via. Visto il debito appena contratto, decise di togliersi subito il pensiero e si diresse verso la macchina delle bevande, avrebbe pensato dopo alle sue scartoffie da sistemare. Inserì i gettoni e selezionò un caffè lungo, da bere con calma e poi seleziono una cioccolata, che tanto piaceva ad Amedeo.
    "Tieni brutto crumiro, che ti possa andar di traverso" Tale era l'amicizia con l'anziano collega che gli sfottò erano una consuetudine e infatti l'altro rispose:
    "Alla tua, giovane taccagno"
    Adesso finalmente si sarebbe goduto il suo cafffè in santa pace, come piaceva a lui; e invece no, stava per portare il bicchiere alla bocca quando:
    "Oh, eccola qua ragioniere. Temevo non fosse venuto oggi, ero passato poco fa ma non l'ho vista"
    Avrebbe voluto mandarlo a quel paese, come tutti del resto, ma lui era il capo.
    "Dica signore. Mi ero recato un attimo alla macchina del caffè"
    "Ottimo. Un buon caffè è quello che serve per cominciare bene la giornata"
    [Se mai riuscirò a berne uno] pensò Fausto. Infatti per lui il caffè era un rito oltre che un energetico. Posò il bicchiere ancora pieno e sorrise al capo mentre pensava [Maledetto, sentiamo cosa vuole veramente]
    "Ho qui quel fascicolo di cui le parlavo ieri pomeriggio. Stanotte ci ho lavorato su e sono riuscito a fissare dei punti da trasmettere al nostro cliente" disse in modo deciso il capo.
    "Vuole che mandi un fax?" Conosceva già la risposta. Nell'era dell'informatica e della posta elettronica, il suo capo si ostinava a mandare fax e voleva anche la conferma di invio e ricezione su carta; che spreco pensava Fausto tutte le volte.
    "Grazie ragioniere, faccia alla svelta e dopo mi porti tutto" e addio caffè caldo.
    In realtà non era ragioniere, si era diplomato in una di quelle scuole che ai suoi tempi andavano per la maggiore <programmatore e addetto alle mansioni di ... bla bla bla> nemmeno lui si ricordava di preciso tutta la tiritera e per semplicità lo chiamavano tutti ragioniere; tutti, tranne lei.
    Al fax non c'era nessuno ovviamente, dei diciotto addetti in quel piano solo il suo capo usava il fax e probabilmente era l'unico in tutto il palazzo. Inserì il documeto e digitò il numero per l'invio, dopo pochi attimi udì il cicalio che confermava l'avvenuta ricezione dall'altra parte, adesso si trattava di aspettare la stampa della conferma. Invece si illuminò una spia rossa e sul display apparve la scritta <TONER ESAURITO> "e ti pareva!" Esclamò quasi divertito Fausto. Per il fax ci si doveva arrangiare, non era possibile contattare nessun centro di assistenza, costava troppo. Così fu costretto ad andare nel magazzino al piano di sopra dove venivanio conservate la cancelleria e le varie cianfrusaglie inutili. Si era appuntato il codice del toner su un foglietto per evitere errori e prima di salire aveva avvisato l'addetto. Arrivato a destinazione gli consegnò il codice e l'altro lo guardò di sbieco.
    "Si, hai letto bene. Mi serve il toner del fax, lo sai che il mio capo è un tipo all'antica" proclamò Fausto.
    "Siamo tutti all'antica" rispose l'uomo e con il suo bastone si avviò zoppicando in mezzo agli scaffali. Prima di quell'impiego faceva il taxista, poi fu investito da un furgone e nell'impatto perse l'integrità di una gamba. Sua nipote era impiegata in ditta e lo fece incontrare con il responsabile del magazzino che stava per  andare in pensione. Non ebbe problemi a farlo assumere, la sua gamba malmessa non era un ostacolo per le attività che avrebbe dovuto svolgere. Infatti oltre ad essere responsabile del magazzino era anche il tuttofare del palazzo: manutentore, sostituto, aiutante e svolgeva altre mansioni che non richiedevano particolare prestanza fisica. Renato era una brava persona oltre che un bravo lavoratore.
    "L'articolo che cerchi non c'è. Devo inserirlo nel prossimo ordine ma non sarà disponibile prima di un paio di giorni" Sapeva di avergli dato una brutta notizia e in fondo gli dispiaceva "vai giù al secondo piano, mi sembra che nell'ufficio delle <fattucchiere> il fax funzioni ancora"
    "Dalle fattucchiere? non voglio andare da loro" rispose in modo sgarbato Fausto.
    "Fai come ti pare, ma il tuo capo non sarà contento"
    "Hai ragione, scusa Renato, non volevo essere sgarbato con te anzi, grazie per l'informazione" Le <fattucchiere>, così chiamate perchè erano delle autentiche streghe. Erano tre zitelle attempate che dirigevano l'ufficio revisioni, scorbutiche e maleducate facevano del loro meglio per rendersi antipatiche a chunque incrociava la loro strada. La leggenda narrava di persone che, dopo aver avuto a che fare con loro, venivano colpite da strani sortilegi o maledizioni.
    "Sono tutte baggianate" si diceva lui. Baggianate o no, quando fu sul punto di entrare in quell'ufficio mise in tasca una mano ed incrociò le dita [sia mai vero] pensò sorridendo.
    "Lei chi è'? Cosa vuole?" Esclamò una delle tre [un incontro con il Papa e poi un razzo per raggiungere la luna, dove vivrò il resto della mia vta da eremita] "Vorrei spedire un fax, è possibile?"
    "Un fax? Nell'era della posta elettronica? Senta giovanotto, qui si lavora, non abbiamo tempo da perdere" gracchiò la pù anziana delle tre. [Ma sentila questa, non ha tempo da perdere. Sembra di essere in uno di que salotti d'epoca dove le vegliarde si raccontavano stronzate sorseggiando tè caldo, altro che lavorare] In quel momento la terza impiegata fece il suo ingresso con un vassoio
    "Il tè è pronto ragazze, possiamo fare colazione" affermò senza degnare di uno sguardo il povero Fausto.
    "Mhmmm. Questo guastafeste deve spedire un fax" sibilò la sua collega.
    "Fate pure con comodo, basta che mi facciate entrare, ci penserò io a spedire il documento"
    "Ma si Fulvia, lascialo fare. Sembra un tipo a posto"
    [Ancora! Ma qui tutti credono di essere i padroni] avrebbe voluto urlare Fausto.
    "Va bene ragazzo, sei simpatico alla mia amica Agnese, accomodati pure ma non toccare niente [Neanche per sogno,mando il fax e poi tanti saluti] "Grazie signore, faccio in un baleno" Ci mise cinque minutii; il fax, vecchio e sgangherato, andava che era una bomba.
    "Grazie signore, ancora grazie" Tagliò corto uscendo da quella stanza.
    "Torni presto a trovarci, le offriremo volentieri un tè caldo" stava dicendo la signora Agnese, ma lui era già all'entrata dell'ascensore.
    "Adesso andiamo dal capo con il suo cavolo di fax e poi torniamo alle mie scartoffie. Già, un'altra magnifica giornata spesa per il bene della ditta"
    Il capo non c'era "E' dovuto correre in banca per delle faccende urgenti" precisò la sua segretaria.
    "Non fa nulla, le lascio questi incartamenti che mi ha chiesto di spedire, se puo consegnarglieli mi farebbe un favore" stava usando tutto il suo autocontrollo.
    "Nessun favore, me li lasci pure. Se ha detto a lei di spedirli ovviamente si tratta di qualcosa di poco rilievo, solitamente fa fare a me le cose importanti" [certamente, e anche altro] "La ringrazio comunque" e si girò per tornare al suo posto. Nel corridoio incontrò il responsabile dei rapporti con i rappresentanti del ramo vendite, la signorina Emma. In realtà non gli era ben chiaro il suo ruolo, ma la ragazza era davvero un gran pezzo di figliola.
    "Oh Fausto, proprio lei cercavo. Arrivo adesso dalla sua postazione" essere cercato da lei avrebbe dovuto creargli una gioa immensa, da tempo desiderava incontrare quella ragazza. Forse inconsciamente se ne stava innamorando, ma ogni volta qualcosa lo bloccava e non riusciva mai a fare il primo passo. Si era informato sul suo conto, non era fidanzata e per di più era una ragazza alla mano, ma niente da fare, come se qualcosa lo frenasse restava sempre apatico nei suoi confronti.
    "Mi dica signorina Emma, posso fare qualcosa per lei?" Ovviamente, altrimenti non lo avrebbe cercato.
    "Si; cioè, ci sarebbe una cosa urgente che lei potrebbe risolvermi" Lui la fissò invitandola a continuare. "Ecco, mi vergogmo un pò, ma so che lei è veramente disponibile e visto il suo ruolo non le ruberei troppo tempo prezioso" [ e visto che ti trastulli tutto il giorno, vedi di fare qualcosa di utile per me] stava pensando lui per lei "Su, non abbia timore, se posso la aiuterò volentieri" si limitò invece a dire.
    "Ho finito gli assorbenti e nessuna delle mie colleghe ne ha uno da prestarmene, potrebbe fare un salto al market qui di fronte a prendermene una confezione?" chiese la ragazza sussurrando
    "Ma come? Nelle vostre borse dalle mille risorse tenete di tutto e mi vuol far credere che nessuna donna nel palazzo ha un ..." stava urlando "Sssssss...!!!!" Abbassi la voce, per favore" Lo interruppe lei. "No, nessuna. Ne uso un tipo particolare che nessuna delle mie colleghe utilizza. Mica posso mettermi alla ricerca di un assorbente per tutto il palazzo, mi capisce?"
    "Ok, la capisco, ma allora perchè non va lei a comprarseli?"
    "Perchè sono impegnata in un a riunione importantissima e mi sono già assentata parecchio. Pensavo di rivolgermi a lei perchè..."
    "Va bene, va bene, messaggio ricevuto. Mi dica il nome dell'articolo e vedrò di fare alla svelta.
    Lei scrisse qualcosa su un biglietto, ci mise dentro i soldi e disse: "Grazie, lei è un tesoro" e gli stampo un bacio sulla guancia.
    Impiegò meno tempo del previsto e come concordato lasciò il pacchetto nel cassetto della scrivania di Emma che nel frattempo lei aveva lasciato aperto. Tra una cosa e l'altra si era fatto mezzogiorno, ora della pappa. Recuperò i buoni dalla sua scrivania e si diresse in mensa.
    Amedeo e gli altri du ecolleghi erano già seduti al loro tavolo e Fausto, dopo aver riempito il vassoio di pietanze, li ragggiunse come al solito. Fu Amedeo ad aprire le danze.
    "Allora? Che mi combini, fai lo straordinario?" Ridacchiava mentre parlava
    "Ho avuto una mattinata pesante, mangiamo senza parlarne per favore" rispose Fausto
    "Certo, una mattinata pesante. D'altronde il commessoviaggiatore è un mestiere faticoso e tu non sei abituato a simili sfacchinate" continuò in modo scherzoso il collega
    "Amedeoooo!?!"
    Conosceva quel tono, era meglio lasciar perdere, per ora.
    Dopo pranzo Fausto tornò alla sua postazione. Aveva una maledetta voglia di caffè. Alla macchinetta c'era la fila, come tutti i giorni a quell'ora, attese che si diradasse e poi si avviò con calma olimpionica alla <macchina dei desideri> come la definiva lui. Non c'era più nessuno, stava premendo il tasto <caffè lungo> quando alle sue spalle udì "A me macchiato, grazie." Era Emma che si stava avvicinando a lui "me lo offre un caffè? "Certo, come posso rifiutarmi?" Il suo voleva essere un complimento ma la ragazza lo intese come un dovere verso una donna. "Se non vuole faccio da me" rispose lei in cagnesco "No, non mi fraintenda, faccio subito" Si affrettò a precisare lui. Schiacciò il pulsante e una lucina arancio si accese sulla tastiera, il piccolo display riportava la scritta <LATTE ESAURITO>
    "Ecco, vede? Era destino. Non voleva offrirmelo e la macchinetta l'ha tolta dall'impiccio" e senza aggiungere altro si voltò e si allontanò di gran carriera.
    "Ma come? Sono andato a prenderti i pannolini, te li ho portati dove volevi, faccio per offrirti un caffè macchiato e questa stronza di macchinetta ha finito il latte. Cerco di essere carino perchè sono cotto di te e tu  mi tratti così?" Inutile, lei aveva già voltato l'angolo del corridoio. [Maledizione, un'altra occasione persa Fausto]
    Era talmente confuso che si dimenticò di bere il caffè. Dopo dieci minuti era al suo posto e stava pagando quella dimenticanza. Le palpebre pesavano più del solito, aveva sonno e non riusciva a concentrarsi.
    "Fausto! Fausto! Vedi di restar sveglio. Se ti addormenti e ti beccano passeremo tutti dei guai" Amedeo aveva ragione. Decise quindi di farsi un caffè, stavolta nulla lo avrebbe fermato. Aveva già in mano il gettone quando vide arrivare il suo capo.
    "Eccola qua ragioniere. Lasci che le offra io un caffè, stamattina mi ha fatto un grande piacere inviando quel fax, era di vitale importanza. Ho saputo delle sue disavventure: fax fuori uso e conseguente capatina dalle fattucchiere. Posto orripilante quello" Parlava, parlava, ma non tirava fuori il gettone. Fausto osservava le sue mani che cercavano disperatamente nelle varie tasche di pantaloni e giacca, ma di monete neanche l'ombra" Accidenti, devo aver lasciato i gettoni nella tasca dell'altra giacca. Peccato, mi stavo già gustando un buon caffè" Ammise candidamente il suo capo.
    "Non si preoccupi, ci penso io. Un caffè a lei ed uno a me" ed estrasse i gettoni
    Il primo bicchiere era pronto, la macchinetta emise un suono per avvisare e Fausto con tutta la diplomazia possibile porse il caffè al suo capo. "Grazie ragioniere e proprio quel che ci voleva" [a chi lo dice!?] Inserì il secondo gettone e selezionò un caffè ristretto per riprendersi dal coma soporifero
    <CAFFE' ESAURITO> "Porca put..." "Ragioniere, qualcosa non va?"
    "Nulla signore, nulla"
    "Perfetto! Il lavoro ci attende, mi segua" nell'ora successiva, a corto di caffeina, Fausto fu costretto a subire le spiegazioni, i chiarimenti, i diagrammi e tutta una serie di notizie riguardanti il nuovo progetto, faticando spesso a rimanere sveglio "Quindi se ci concentriamo su questi tre punti le sarà chiaro il fatto che non possiamo sbagliare, d'accordo?" Non aveva seguito il discorso, ma a quel punto doveva tenersi buono il capo, annuendo energicamente.
    "Ottimo ragioniere, ottimo. Sapevo di poter contare su di lei, domani mi darà tutti i risultati sviluppati"
    Si era illuso di svolgere facilmente il compito assegnatoli, ma non aveva capito niente e adesso non sapeva da che parte iniziare. Piano B, come sempre.
    "Amedeo sei avanti con il tuo lavoro?" Chiese in modo spavaldo
    "Se mi mantieni per una settimana alla macchinetta direi.... vediamo un pò.... ho praticamente finito"
    "Due giorni, fatteli bastare" rilanciò Fausto.
    "Azz... mi ero dimenticato questa pratica e...."
    "Hai vinto, hai vinto. Falso e bugiardo, vada per una settimana" Fausto sapeva di aver ottenuto il massimo, Amedeo avrebbe risolto il suo problema in un batter d'occhio. Infatti il collega ci mise meno del previsto per sbrigargli la pratica e in uno slancio di umana condivisione dichiarò solennemente:
    "Per stavolta ti abbuono tutto, ho lavorato gratis. In effetti questo lavoretto potevi farlo tu ma oggi ti manca la caffeina e sei senza energie" Il solito Amedeo, collega e amico. Le loro schermaglie erano un modo per rompere la monotonia del lavoro e Fausto era felice di avere un collega così.
    "Grazie Amedeo, a buon rendere"
    "Di niente. Riguardati piuttosto, sei uno straccio"
    Non era la giornata storta, era un periodo storto che durava da molto. Tutta la sua vita era storta. "Maledizione!" Imprecò a denti stretti chiudendo gli occhi, senza sentirla arrivare.
    "Grazie per  stamattina. Si zente bene Fausto?" Quella voce lo ridestò in un baleno
    "Certo Emma, certo. Solo un pò di stanchezza" lei non la bevve.
    "Ultimamente mi sembra strano, ci sono forse dei problemi? Posso aiutarla in qualche modo?"  [Certo, stasera vieni a casa mia a cena e magari dopo scopriamo di essere innamorati pazzi]
    "Allora Fausto che mi dice?"
    "Dico che stasera la vorrei a cena a casa mia, vestita in modo sexy e smettendola di darmi del lei. Ecco cosa le dico" le parole erano uscite dalla sua bocca fluide e spontanee. Si accorse dell'errore tremendo quando ormai aveva fatto la frittata. Gli occhi di lei si socchiusero [aiuto!!]
    "Che modo strano per invitare una ragazza, piuttosto arrogante e maleducato. Sa cosa le dico? Accetto il suo invito, il tuo invito. Preparami qualche buon manicaretto, sono molto golosa. Ci vediamo alle otto, aspettami" e senza aggiungere altro si voltò con fare civettuolo e si allontanò ancheggiando più del solito, o era lui che stava sognando? Il resto della giornata passò in un istante. Aveva invitato la ragazza dei suoi sogni a cena e lei aveva accettato. Lui però non sapeva cucinare, mangiava sempre cibi precotti, scatolame e tutto ciò che non richiedeva grandi doti da chef.
    "La rosticceria all'angolo, è l'unica soluzione e poi di corsa a casa a rassettare e preparare"
    La rosticceria era ben rifornita e non conoscendo i gusti di lei si fece consigliare dalla titolare. La signora lo aiut