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Autore

Tiziano Ardiccioni

in archivio dal 04 mar 2013

24 aprile 1972, Roma - Italia

segni particolari:
Sono del segno del Toro, chiedere a chi mi conosce.

mi descrivo così:
Prima la famiglia. Adoro mia moglie e i miei figli. Ho tanti amici e nonostante la crisi nera nel lavoro, ogni giorno godo di essere al mondo.

13 novembre 2017 alle ore 17:38

Si può perdonare?

Il racconto

Alle 17.05 di quel buio e gelido martedì di dicembre il ragazzo venne dichiarato clinicamente morto; erano passate appena 24 ore dal tragico incidente.
"Maledetto bastardo! Se gli metto le mani addosso lo ammazzo" Urlò il padre di Carlo straziato dal dolore ed accecato dalla rabbia "Calmati tesoro" Cercò di tranquillizzarlo la moglie "Nostro figlio non tornerà comunque in vita" Lui per tutta risposta serrò i pugni e dopo aver sfogato la sua ira colpendo ripetutamente il muro uscì di scatto dalla camera, attraversò il corridoio come un fiume in piena e si mise a scendere dalle scale come un pazzo. "Mamma" "Stai tranquilla cara. E' comprensibile che tuo padre sia fuori di se. Ha perso suo figlio, il suo unico maschio e per quanto tu e le tue sorelle siate nel suo cuore, non potrete mai colmare il vuoto lasciato da vostro fratello" "Ma tu sembri così calma" Incalzò la figlia che non capiva l'atteggiamento della madre "Se anche tu diverrai madre, allora capirai. Adesso dovremo essere forti ed uniti o vostro padre impazzirà"
24 ore prima.
"Allora restiamo così. Io ti giro gli appunti della lezione di oggi e tu stasera mi presenti la tua amica, quella brunetta, come si chiama?" "Dai Carlo non fare l'idiota, lo sai benissimo come si chiama e sai che anche lei non vede l'ora di conoscerti" "Ok, ok. Scherzavo, non te la prendere. A più tardi allora" "Va bene, a più tardi. E mandami gli appunti" "D'accordo. Ciao Stefano" "Ciao Carlo"
Carlo, nonostante il freddo pungente, decise di tornare a casa a piedi anche perché le piogge recenti avevano reso l'aria respirabile e due passi gli avrebbero sgranchito le gambe dopo le ore passate seduto ad ascoltare le lezioni di quel giorno. Inoltre aveva fame e sapeva che quella sera sua madre avrebbe preparato tagliatelle al ragù; a quel pensiero gli venne l'acquolina in bocca. Nel frattempo era quasi giunto a destinazione, svoltò l'angolo imboccando la via di casa e senza rendersene conto fu travolto da un furgone che lo trascinò per parecchi metri sull'asfalto.

La cerimonia funebre fu lunga e straziante. I numerosissimi ragazzi accorsi al funerale dell'amico vollero lasciare messaggi e segni di cordoglio riuscendo comunque a farsi coraggio e a trasmettere una carica vitale fortissima. La madre e le sorelle di Carlo piangevano ma provavano una sensazione di benessere vedendo quanto fosse amato e apprezzato il loro caro. Al contrario il padre aveva uno sguardo duro e minaccioso che non prometteva nulla di buono, ed infatti alla fine della cerimonia si sfiorò la tragedia.
Quando ormai quasi tutti i partecipanti al rito funebre se ne furono andati, solo alcuni dei parenti ed alcuni amici stretti del ragazzo restarono accanto a loro . Fu in quel momento che una donna, coperta per intero da un velo nero e accompagnata da una ragazza che poi risultò essere sua figlia, si avvicinò al gruppo di parenti e amici e facendosi largo tra loro raggiunse la madre di Carlo prostrandosi ai suoi piedi. Non fece però in tempo a dire una sola parola che il padre del ragazzo esplose in uno scatto d'ira, la sollevò di peso e la insultò pesantemente "Vattene maledetta cagna, madre di quel bastardo assassino. Vai da quel cane rognoso e augurati che non riesca mai a mettergli le mani addosso" Sbraitò mentre la spingeva di nuovo a terra con violenza e stava per colpirla con uno schiaffo quando sentì sul suo polso la presa decisa di una mano che riconobbe subito "Basta adesso" Esclamò sua moglie con voce ferma. Poi lei si avvicinò alla donna rimasta a terra terrorizzata e scossa dalla reazione dell'uomo, la aiutò ad alzarsi e fissandola negli occhi le disse "Sono una madre come te  e anche se ho il cuore gonfio di tristezza ti capisco e ti perdono. Vai da tuo figlio, stagli vicino" L'altra non rispose, ma i suoi occhi si illuminarono e tra le due donne si creò un legame invisibile che le avrebbe accompagnate per il resto della vita.
Nei minuti a seguire non parlò più nessuno e dopo che tutti ebbero lasciato il cimitero la donna restò sola con il marito e le tre figlie.
"Ma sei impazzita?" Urlò lui con gli occhi iniettati di sangue "Quella era la madre di quel maledetto" "Lo so" rispose lei decisa "E tu l'hai perdonata" rincarò la dose una delle figlie" "Si. L'ho perdonata" "Ma suo figlio ha ammazzato nostro fratello" incalzò un'altra delle ragazze "Non l'ha ammazzato. E' stato un incidente" "Tu non ci stai con la testa" Sbottò il marito "Il dolore deve averti fatto dare di matto" La donna restò in silenzio per un attimo. "Io sono una madre, lei è una madre. Solo io posso capire cosa sta provando in questo momento ed è per questo che ho perdonato lei e suo figlio" Quelle parole colpirono nel segno e le ragazze compresero le ragioni della madre e pur con il cuore spezzato dal dolore si avvicinarono a lei e la abbracciarono forte. "Noooooooo!!!!!!!" Urlò invece l'uomo che pazzo di dolore scappò di corsa verso la strada lasciandole da sole. "Mamma?" Chiese una delle ragazze "Tranquille figliole, cii vorrà del tempo ma poi capirà. Vostro padre è una brava persona, ma il dolore gli ha tolto la ragione e noi dovremo essere forti per aiutarlo"
Nei giorni successivi il padre di Carlo cadde in depressione, lo sconforto aveva preso il posto della rabbia, ma quella mattina un nuovo fatto scatenò la sua ira. "Ma come è a casa?" Tuonò rivolto verso la moglie "Ha ammazzato nostro figlio e dopo pochi giorni è già a casa? Maledetti burocrati, quali cazzate si saranno inventati per farlo uscire di galera?" "Giovanni! Adesso siediti e stai calmo. Ti preparo un buon tè" Disse sua moglie accennando un sorriso "Non lo voglio il tè Raffaella. Tu li hai perdonati, io no!" Concluse l'uomo chinando la testa sul tavolo e cominciando a piangere senza freni. Sua moglie comprese il suo stato d'animo e lasciò che l'uomo sfogasse tutta la rabbia e il dolore che aveva in corpo. Lo conosceva troppo bene e sapeva che intervenire in qualsiasi modo in quel momento avrebbe solo alimentato la sua collera e il suo risentimento, quindi rimase tranquilla e preparò il tè per entrambi servendolo poi in tazze grandi, come piaceva a lui. Gustarono la bevanda calda in silenzio, assaporando ogni sorso fissandosi negli occhi e scrutando l'uno nel cuore dell'altra e alla fine Giovanni non riuscì più a sostener lo sguardo della moglie e, in segno di resa, abbassò la testa. "Scusa Raffaella. Non sono arrabbiato con te" "Lo so" si limitò a rispondere lei mentre le sue mani afferravano quelle grosse e ruvide del marito "Mi manca tantissimo" Sospirò lui con le lacrime agli occhi "Anche a me tesoro" Affermò lei con gli occhi lucidi "Anche a me"
Quel giorno Giovanni si costrinse a tornare al lavoro, era titolare di una piccola officina meccanica e aveva il dovere di mandare avanti l'attività con il massimo impegno soprattutto per rispetto dei suoi dipendenti, una decina in tutto. Il capo officina gli fece il riepilogo di tutto ciò che era stato fatto in quei giorni e Giovanni si complimentò per la bravura con cui aveva gestito l'attività. Anche l'impiegata in ufficio lo rassicurò sul buon andamento delle cose rendendolo orgoglioso del suo personale. Preso dal lavoro la giornata filò via liscia come l'olio e quella sera rientrò a casa affamato e di buon umore.
La moglie lo accolse con calore e il profumo proveniente dalla cucina strappò dalle labbra dell'uomo un sorriso spontaneo, lei lo abbracciò con calore e sussurrò nel suo orecchio "Ben rientrato tesoro" Giovanni posò le labbra sulla fronte della moglie e la baciò delicatamente proprio nell'istante in cui una delle figlie stava raggiungendo la cucina; fu in quel momento che Giovanni capì di aver sbagliato tutto. Fissò la ragazza e poi abbassò lo sguardo verso terra mentre Raffaella si staccava da lui lentamente "Vado a farmi una doccia" disse lui a bassa voce dirigendosi verso il bagno. Sotto l'acqua calda che gli scorreva sulla schiena, Giovanni ripensò a quell'ultimo periodo in cui il suo cuore si era indurito al punto da augurare la morte ad un ragazzo che lo aveva privato di suo figlio e si ritrovò a piangere immaginando il disappunto di Carlo per ciò che aveva pensato "Hai ragione Carlo" Adesso, dopo essere uscito dalla doccia, parlava al figlio morto per convincere se stesso della decisione che stava maturando nel suo cervello "Tu avresti agito diversamente da me" Sospirò mentre si vestiva e concluse affermando "Cercherò di non commettere altri errori, sarai fiero di me" Poi le lacrime ricominciarono a scorrergli sul viso "Mi manchi tanto figlio mio"
Riuscì a ricomporsi e si presentò al tavolo per la cena con un'espressione serena, come se quel discorso fatto nel bagno lo avesse liberato da un peso che gravava sul suo animo ed infatti anche la moglie e le figlie si resero conto che l'uomo era tornato quello di prima, sereno e scherzoso. Consumarono la cena parlando del più e del meno, il padre chiese alle figlie notizie sul loro andamento scolastico e loro furono liete di renderlo partecipe delle proprie attività anche extrascolastiche. L'atmosfera era tranquilla tanto che restarono a tavola più del solito e quando ormai la serata pareva concludersi nel modo migliore lui pose una domanda che raggelò il sangue a tutte loro "Dove abitano?" Chiese lui con tono severo. In cucina calò il silenzio e Giovanni si affrettò a precisare con calma "Voglio andare a parlare con loro, lo devo fare per Carlo" Quella frase ebbe l'effetto desiderato e subito la tensione si allentò facendo tornare il sorriso alle ragazze e Raffaella allora indicò al marito l'indirizzo esatto dell'abitazione di Nuha, così si chiamava la madre di Ubay, l'investitore di Carlo. A quel punto Giovanni con parole e gesti pacati cercò di rassicurarle sulle sue intenzioni ma a Raffaella parve di vedere nei suoi occhi le fiamme dell'inferno.
Nonostante tutto passarono una nottata tranquilla e quel sabato mattina si svegliarono tutti di buon'ora. Gli addobbi natalizi decoravano la casa, il profumo di caffè inondava l'aria trasmettendo la sua energia e le ragazze si unirono a loro per fare colazione, volevano capire se il padre fosse veramente intenzionato ad andare a casa di Nuha e con che propositi. Lui però non affrontò il discorso, limitandosi a commentare con umorismo le solite notizie dei tg della mattina. "Ormai potrei fare anche io l'annunciatore, si limitano a leggere notizie riportate sui vari siti internet senza neppure degnarsi di verificarne l'autenticità; che schifo" Concluse sorridendo. Le figlie restarono a fissarlo un attimo, di solito c'era Carlo a fare da spalla al padre e lui si rese conto della strana situazione, intervenne allora la moglie che, resasi conto dell'imbarazzo dell'uomo, versò ancora un po' di caffè caldo e chiese "Apprezzo la tua intenzione di volerli incontrare, sicuro di riuscire a mantenere i nervi saldi?" "Ci proverò" Si limitò a rispondere lui mentre si alzava e dopo essersi preparato si apprestò ad uscire ma quando fu sul punto di aprire la porta Raffaella afferrò le sue mani e disse con voce spezzata "Pensa a Carlo mentre ti troverai a loro" Lui si limitò a scrollare la testa ed uscì di casa con passo deciso.
Immerso nei suoi pensieri e con una fitta lancinante allo stomaco, Giovanni raggiunse l'abitazione di Nuha ma a quel punto, preso dalla paura, cambiò idea, si voltò e decise di tornare a casa. In quel preciso istante, in sella ad una bici sgangherata, da dietro l'angolo del palazzo comparve Ubay che quasi lo investì. I due si riconobbero immediatamente e il ragazzo istintivamente strinse forte il manubrio della bici pronto a scappar via. Giovanni percepì la paura di Ubay e per una frazione di secondo l'adrenalina lo carico a mille; stava per mettergli le mani addosso quando un lampo di ragione squarciò le tenebre del suo animo e dal profondo del suo cuore percepì la volontà di suo figlio; allora ritrasse le possenti mani e se le portò alla fronte, fece un grande respiro e con tutta la calma possibile si rivolse al ragazzo "Tu sei Ubay, il figlio di Nuha. Posso salire da tua madre?" Ubay era un ragazzo sveglio e maturo, abituato alle avversità e in grado di superarle, ed immediatamente prese in mano la situazione. "Mi segua, prego" e senza perder tempo entrò dal portone che dava sulla strada. Si ritrovarono così in un'ampia corte dove, appoggiate ai muri, c'erano decine di biciclette, quindi Ubay si allontanò un attimo per mettere la sua vicino alle altre. Nonostante fossero all'aperto, Giovanni percepì chiaramente il forte odore di spezie proveniente dalle varie cucine misto a quello dei detersivi utilizzati per lavare i numerosi capi stesi sulle varie balconate che si affacciavano sulla corte, tutto sommato non era sgradevole. Immobile scrutava con sguardo attento ogni angolo di quel posto, alcuni bambini stavano giocando in mezzo alla corte, alcune donne affacciate a due finestre al primo piano chiacchieravano ad alta voce, in un angolo, sotto i portici, un anziano accerchiato da alcuni ragazzini stava tentando di riparare una di quelle bici sgangherate e proprio in quell'istante Ubay lo raggiunse "Lui ripara le nostre bici e noi lo ospitiamo a turno nelle nostre case" Disse il ragazzo con un filo di voce. Giovanni lo fissò e sul suo viso apparve un debole ma sincero sorriso che invitava il ragazzo a fargli strada. Giunsero così al terzo piano, era lì che si trovava l'abitazione di Nuha, ed Ubay da bravo padrone di casa invitò Giovanni ad entrare. Il ragazzo si rivolse alla madre nella loro lingua d'origine "Mamma dove sei? C'è un ospite che ti cerca" Nuha era in camera intenta a rifare i letti "Arrivo subito Ubay" Rispose lei in Italiano "Ti ho detto di parlare più spesso in italiano o non riuscirai mai ad integrarti" Giovanni ed Ubay, chiaramente in imbarazzo, attesero per alcuni secondi a testa bassa e fu così che li trovò Nuha quando li raggiunse nella stanza che fungeva da sala e cucina. Anche la donna, come il figlio in precedenza, fu sorpresa di ritrovarsi in casa quell'uomo al punto che per un attimo perse il controllo della situazione e si appoggiò con entrambe le mani ad una sedia per mantenere l'equilibrio evitando di accasciarsi a terra. Giovanni comprese la situazione e con garbo chiese "Posso accomodarmi?" Nuha si riprese all'istante e rispose "Certo, che stupida. Le offro qualcosa. Una bevanda calda? Un caffè? Una bibita? Sa, noi non teniamo alcolici in casa, per via della nostra religione, ma se vuole posso fare un salto nel market qui vicino" Giovanni la interruppe con un gesto della mano, capiva chiaramente di essere lui a creare scompenso in quella casa e per cortesia si limitò a rispondere "Un caffè lo gradirei volentieri, grazie" Mentre Nuha preparava il caffè senza dire una parola, Giovanni si guardò in giro e notò immediatamente l'ordine e la pulizia di quell'ambiente. Nonostante gli arredi e gli accessori fossero piuttosto logori, nel complesso si percepiva un'atmosfera di calore e serenità e quella sensazione gli distese i nervi. Ubay, che era rimasto in piedi con una mano poggiata ad una sedia, stava osservando a sua volta Giovanni, per lui era una situazione strana; abituato ad essere deciso e risoluto in quel momento si sentiva a disagio a casa sua al punto che persino Giovanni se ne rese conto. "Siediti con me" Gli disse allungando una mano con un gesto inequivocabile. Il ragazzo cercò lo sguardo di sua madre e lei lo rassicurò sussurrando "Tranquillo Ubay, fai compagnia al nostro ospite" Nuha servì il caffè per tutti e tre, prese una sedia e si accomodo vicino al figlio ponendosi tra lui e l'uomo. Giovanni notò quel gesto materno e con un sorriso cercò di rassicurarli sulle proprie intenzioni e visto che i due non sembravano intenzionati a dir nulla toccò a lui rompere il ghiaccio "Eccomi qua!" La donna soppesò quell'esclamazione, non le era ancora chiaro il motivo di quella visita "Sono venuto per cercare di conoscervi meglio" I due lo guardarono con aria interrogativa e Giovanni, resosi conto di aver sbagliato approccio cercò di correre ai ripari "Ho un peso sulla coscienza e vorrei il vostro aiuto per alleggerirmi da questo problema" Per alcuni attimi restarono in silenzio poi Nuha si rivolse a lui fissandolo negli occhi "Anche io ho un grosso problema" Ubay restò in silenzio, i tratti del viso tirati e l'adrenalina che aumentava nel suo corpo; stava per alzarsi e scappar via quando Giovanni riprese a parlare "Mi sono permesso di chiedere un po' in giro e ho dovuto rivedere e correggere il mio giudizio nei vostri confronti" Giovanni aspettò per un istante prima di continuare, madre e figlio sembravano disposti ad ascoltare le sue parole "Lei signora, giunta in Italia da alcuni anni, si è trovata ad allevare quattro figli senza il sostegno di un uomo. Da quel che ne so suo marito l'ha abbandonata per andare non si sa dove, ma lei ha preferito fare sacrifici sovraumani pur di garantire ai suoi figli un futuro onesto e dignitoso. Nonostante la sua forza di volontà non avrebbe potuto reggere questa situazione ed è grazie alla collaborazione di amici e parenti ma soprattutto all'aiuto concreto di Ubay che è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi" Giovanni prese fiato per un istante e Nuha ne approfittò per servirgli ancora una dose di caffè ricevendo in risposta un segno di assenso "Grazie" disse comunque lui per poi proseguire il discorso "Il suo ragazzo si è caricato sulle spalle delle grandi responsabilità e da uomo maturo ha sopperito a molti dei vuoti lasciati dal padre prendendosi cura di lei e delle sorelline, è riuscito a conseguire un titolo di studio frequentando dei corsi serali, lavorando sempre con impegno ed onestà e quella sera, si, la sera dell'incidente, era stremato dagli sforzi fatti per sostenere i duri turni di quel periodo e senza volerlo ha sbandato ed è uscito di strada finendo la sua corsa sul marciapiede dove in quel preciso istante transitava Carlo" Giovanni aveva la bocca secca, sorseggiò il poco caffè rimasto nella tazza socchiudendo gli occhi e nella sua mente comparve la figura del figlio defunto che gli sorrideva, mentre gli tendeva la mano e lui si protendeva in avanti cercando di raggiungerlo senza riuscirvi; fu in quel momento che udì chiare nella sua testa le parole del figlio "Papà, basta con l'odio e il rancore. Fai la cosa giusta". Scosso da un fremito Giovanni spalancò gli occhi, davanti a lui Nuha e Ubay lo stavano fissando con gli occhi sbarrati "Si sente bene?" Chiese la donna visibilmente preoccupata "Si può perdonare?" Farfugliò lui a bassa voce fissando la donna che in chiara difficoltà scosse il capo. Giovanni si alzò dalla sedia e sorridendo allungò le sue mani verso quelle della donna che, resistendo all'istinto di conservazione, le accolse nelle sue. A quel punto Giovanni chinò il capo e con la voce rotta dal pianto chiese "Signora, siete disposta a perdonarmi?" Nuha e Ubay non capivano "Si, vi chiedo perdono, è stata una disgrazia. Io invece ho desiderato la morte di Ubay per vendetta e il rimorso per questo pensiero mi sta logorando l'anima, quindi vi chiedo ancora, siete disposti a perdonarmi?" Nuha cercò e trovò lo sguardo di suo figlio, erano d'accordo "Si" si limitò a rispondere. Giovanni allora ritrasse le mani, alzò il capo e fissò madre e figlio, nei loro sguardi vide tutto il dolore ma anche tanta comprensione, avevano capito. Senza aggiungere altro Giovanni si congedò e con passo deciso prese la via di casa.
Ad accoglierlo in sala c'era Raffaella alla quale bastò uno sguardo per capire lo stato d'animo del marito, era cambiato, finalmente sereno e in pace con se stesso e le sue parole le confermarono quella sensazione "La sai una cosa tesoro? Chi perdona è più forte" Lei sorrise e lui fischiettando si diresse verso il frigorifero in cucina, prese una birra fresca e ne versò il contenuto in due bicchieri allungandone uno alla moglie. "Un brindisi" "A cosa?" Chiese lei "A Carlo" Rispose lui stringendola a se.
 

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