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Racconti di Walter Degrassi

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  • 06 gennaio alle ore 14:02
    Comunque piacere vostro

    Come comincia: Bisogna pur rompere il ghiaccio, no?
    Ma stavolta gli onori di casa li lascerò fare a qualcun altro: sentite qua.
    Siamo nel vivo di una festa di un'amica comune, il quando non è importante.
    Si beve qualcosa, chi balla, chi esce a prendere aria, fumare o semplicemente chiacchierare in strada.
    Ed è qui che siamo quando un tizio prende e dal niente mi fa:
    “Uolli... ma TU… CHI sei?”.
    Stavo parlando con una persona che vedo ogni tanto, ma volentieri, non ho intenzione di esser interrotto o perdere il filo, quindi senza neanche girarmi gli rispondo: “Io? Io vengo dal niente... e torno verso il nulla”.
    Riprendo tranquillamente la conversazione con la mia interlocutrice.
    Mr. Domanda-da-cento-milioni se ne resta a bocca aperta qualche secondo, con la birra in una mano e la sua esplosiva domanda inesplosa nell’altra, poi farfuglia perplesso: “E cosa vuol dire?”.
    La persona con cui sto parlando mi guarda, lo guarda e gli fa: “Io ho capito perfettamente cosa voleva dirti. Uolli…? Posso?”.
    “Vai”.
    E lei va.
    Eccome se va.
    Quattro corsie di saggezza in sesta piena.
    “Primo: non è una risposta che si può dare qui e adesso.
    Secondo: di sicuro non mi interessa darla a te.
    Terzo: potremmo iniziare a parlarne adesso ed essere ancora qua fra ottant’anni, quindi la risposta è questa, e dice già tutto: se hai capito o no non è un problema mio, ragionaci su da solo.
    Adesso siamo qua, beviamoci una birra e via.
    Giusto, Uolli?”.
    “Al 100 %. Grazie.
    E adesso... torniamo al resto”.
    Cosa aggiungere a questa splendida, insperata filosofa del Sabato sera?  
    A volte conosci qualche persona, vi vedete un paio di volte ogni tanto, eppure ci si capisce a pelle, senza bisogno di grandi cerimonie.
    Con altre possono esserci anni di discorsi, frequentazioni, e non venirne comunque mai a capo.
    Buffo, no?
    Ecco, la mia vita a volte è così.
    “O xe o no xe”.
    Se capisci, capisci subito, se no non è detto che abbia abbastanza vita a disposizione da passarla a spiegarti perché sì o perché no su ogni cosa.
    Se sì, sei in questo viaggio con me, se no... no.
    Sarà per un'altra vita.
    Alla fine di queste storie forse potrete pensare di conoscermi: naturalmente non è così, fidatevi.
    Ma va bene lo stesso, magari una birra insieme prima o poi potrebbe capitare di berla comunque, chi può dirlo?
    Come avrete capito, per gli amici sono Uolli.
    Quindi voi potete tranquillamente continuare con “Walter”.
     

  • 09 ottobre 2021 alle ore 19:27
    Jammin' with memories

    Come comincia: L'estate che finisce.
    Te ne accorgi una mattina ai primi refoli di vento che ti infreddoliscono muovendo le foglie beige che iniziano a riempire la strada.
    Non so, ma questo tempo finisce ogni volta per farmi venire voglia di ballate dei Pearl Jam.
    Ti tornano in mente certe estati... e i juke-box.
    I juke-box.
    Dove diavolo sono finiti i juke-box?
    Come fa a essere estate senza un juke-box che suona fuori da un bar?
    Se faccio caso a quello che passava nei juke-box durante quelle estati lunghissime, mi accorgo che sono state segnate in una parte considerevole da una marea di tormentoni e musica che ora verrebbe considerata trash, insieme agli immancabili classici epocali.
    Questo finché arrivò anche per me quel momento dell'adolescenza in cui invece di subire la colonna sonora della tua estate, te la scegli.
    Come quell'estate, la mia prima al Ginnasio.
    Poteva capitare di sentire in giro cose come "Coimbra Portugal" (peropappero), di sicuro non era un gran momento per il rock.
    Ma io un bel giorno ero rimasto folgorato dal Boss, o meglio da quella valanga torrenziale di grinta, rabbia e suoni muscolari che era "Born in the USA": ascoltavo quel disco di continuo.
    Così una mattina di giugno, appena iniziate le vacanze estive, finii per comperare la cassetta (già...) di "Born to run".
    Lasciamo stare la mitologia, non fu amore a prima vista: il suono era  terribilmente diverso da quello degli anni Ottanta, suonava vecchissimo, anche  la voce era molto diversa.
    Non sapevo che farne, ma dopo la delusione iniziale iniziai a usarlo come sottofondo mentre disegnavo.
    E un bel giorno accadde la magia.
    La corsa dell'album è quasi finita, siamo all'ultimo pezzo, e lui sussurra: "...in Harlem late last night".
    In quei due o tre secondi non sta cantando, ti sta bisbigliando un segreto all'orecchio, quasi come se gli pesasse dirtelo, ti fa una confessione delicata in un soffio...
    BAM!
    Preso in fronte.
    Potrebbe ruggirtelo, ma te lo mormora appena.
    Ti fa sentire complice della storia che ti sta raccontando: ci entri, e a quel punto hai altra scelta se non essere della banda?
    E così quelle due cassette diventarono le mie inseparabili compagne di viaggio, insieme ad altre ma in cima a tutte.
    E qui si chiude il cerchio: quel disco mi parlava di tutto quello che possono promettere la notte e l'estate a un adolescente.
    L'ascoltavo di notte nelle cuffie, mentre dalla finestra si sentivano i grilli, le onde, le voci dei ragazzi che facevano il bagno di notte, le risate delle ragazze che facevano festa in spiaggia.
    Non esiste una colonna sonora migliore per quei suoni che sentivo venire dal lungomare.
    Era vita, profumata come la brezza marina notturna, sapeva di corse in auto coi finestrini abbassati, sesso, balli sulla spiaggia, afa, albe assolate in casette di legno americane, auto cromate con le fiamme sulle fiancate, giacche di pelle, atmosfere fra James Dean e i Guerrieri della notte... tutto così epico e grandioso, così diverso dalla musica usa&getta che si sentiva in giro!
    E poi quell'assolo di sax: enorme come l'esistenza, gigantesco e maestoso ma al tempo stesso intimo e soul fino al midollo: era come salire sull'aliante di Iena Plissken e planare sui grattacieli, e sentire il suono dell'anima della città.
    Ancora oggi se dovessi scegliere le due cose più emozionanti della musica degli anni Settanta, una sarebbe sicuramente il sax di "Jungleland", (l'altra sceglietevela da voi, io un'idea ce l'ho, ma sarà per un'altra volta).
    Ti cambia la vita.
    E naturalmente me la cambiò.
    Se torno più indietro nel tempo però c’era qualcos’altro che ha accompagnato un’estate (più di una) di molti anni prima, piantata com’era a ripetizione nell’autoradio di famiglia, e poi gli anni successivi, segnando la mia infanzia con i suoi suoni.
    E cominciava con il rumore della risacca.
    E poi un mondo di parole strane, intriganti anche se incomprensibili per un bambino.
    Ma lui lo conoscevo.
    Quel minatore Bruno che tornava.
    E torna ancora ogni volta che la ascolto, perché vedete, quando ho dovuto pensare ad una persona forte, che ti dia l'idea della solidità e dell’affidabilità, in ogni senso, mi è sempre venuto in mente Bruno.
    Incontriamo molte persone nel corso della vita: alcune scorrono senza lasciare quasi ricordo, altre che abbiamo la fortuna di conoscere ci sono d'esempio, ci illuminano la strada come fari; alcune sono come querce: forti, positive, piene di un’energia generosa e instancabile, che ci mostrano come al mondo si dovrebbe stare.
    Bruno per me, per noi, probabilmente era questo e tanto altro ancora.
    Nessuno di noi potrebbe mai scordare le lunghe, spensierate, meravigliose estati in cui le nostre famiglie erano una grande e gioiosa comune di bimbi, genitori, nonni e parenti vari, tutti insieme dall'alba al tramonto e oltre.
    Ad uno scricciolo come me metteva quasi soggezione tant'era grande, sempre  in movimento; dava l'idea di una persona severa ma buona, di quelle che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.
    Della sua allegria e convivialità d’altra parte in famiglia si conserva una nutrita aneddotica, come durante quelle bellissime gite di tanti anni fa insieme a tutto il parentado che poi, più rade e con una combriccola molto meno numerosa, la sua e la mia famiglia hanno continuato a fare muniti di camper, appena gli impegni e le magagne lo consentivano.
    Della sua enorme generosità ha dato prova altrettante volte, fino all'ultimo.
    Dopo le estati sono venuti gli autunni, e di quest'uomo mi hanno colpito l'onestà, il coraggio, la dignità con la quale ha saputo affrontare anche i momenti meno felici... già, perché l'invidia degli Dei sembra proprio non permettere alle persone migliori una vita troppo serena.
    Quando arrivò, che la morte non facesse differenze è un'evidenza che non mi rese meno triste il pensiero che ad andarsene dovesse essere una persona così buona.
    Rícordo il pomeriggio in cui ho conosciuto esattamente la diagnosi che lo doveva condannare: pochi minuti dopo mi trovavo in macchina, c'era il sole e ad un tratto me lo sono rivisto davanti com'era quand'ero bambino, al mare, con lo stesso sole, e ho provato una pena, una tristezza incredule… non potevo capacitarmi del fatto che la fine di una persona simile dovesse essere proprio quella.
    La sera del giorno in cui ci lasciò mi è sembrato la cosa meno inopportuna riguardare “Amici miei", in realtà soltanto per la scena finale, nella quale Noiret al capezzale viene visitato dagli amici e Tognazzi all'affermazione che il defunto non era nessuno protesta: " Ma bisogna per forza essere qualcuno?!".
    Bruno è stato qualcuno, eccome, senza il quale la vita della mia famiglia sarebbe stata sicuramente meno piena, meno felice, meno ricca, meno intensa.
    Incontriamo molte persone nel corso della nostra vita, ma solo alcune ci lasciano un senso di gratitudine per il solo fatto di averle potute conoscere, e queste persone, grandi o piccole, famose o sconosciute, sono "qualcuno".
    Bruno per me, per noi, è stato e rimarrà sempre “qualcuno”, e meritava un tributo e un posto nelle migliori immagini di quelle estati.
    Ma non mi va di chiudere la stagione con una nota tanto triste.
    Le estati passarono, ce ne furono di memorabili, poi ne arrivò una in particolare, alla quale ripenso a volte con piacere quando le giornate si fanno più fresche.
    Quell'estate me la presi comoda.
    Di solito scendevo in spiaggia verso metà mattina fino all'ora di pranzo, e non ci tornavo prima delle quattro di pomeriggio.
    Mi tenevano compagnia, oltre ai nonni, qualche libro e della musica.
    Mi stendevo sull'asciugamano e aprivo le cuffie e un libro, quando iniziavo a grondare dal caldo scendevo in acqua, una nuotata e poi di nuovo a leggere.
    Ho dei bei ricordi di Lovecraft e Heller misti a Creedence, Sepultura, Pistols, Lanegan, Primus.
    Non propriamente quanto si avrebbe in mente per scelte balneari, tuttavia non posso negare che cose come "La spiaggia di notte" con lo sciabordio del bagnasciuga come sottofondo diventino letture abbastanza suggestive.
    Quell'estate scoprii Mark Lanegan.
    Successe perché ero andato a fare le ultime compere prima di andare in vacanza,qualche libro, una rinfrescatina al guardaroba e magari della musica nuova.
    La copertina di quel disco mi intrigò subito: un notturno con tavolino ingombro di una Bibbia, una bottiglia di whisky e un posacenere pieno.
    Il fatto è che manteneva esattamente quello che prometteva.
    Ricorderò sempre la prima volta, quando giravo per casa ascoltandolo distrattamente e partì "Dead on you".
    Fu una fucilata, un vero colpo di fulmine.
    Naturalmente l'album venne in vacanza con me.
    Così nei pomeriggi tardi a volte me ne andavo su una diga e mi gustavo la voce cavernosa e roca di Lanegan uscita da chissà dove... gli scogli e la sabbia insieme a me si coloravano di arancio e rosa, e mi immergevo nel mutare della luce, nel pulsare lieve dell'acqua che si mescolava a quella musica intensa e essenziale... mi univo al fluire delle cose e diventavo nient'altro che carne da musica su  uno scoglio, quasi senza identità.
    È bello sentirti addosso lo stesso profumo di salso che senti arrivarti dalla brezza marina, raccogliere in mano un mucchietto di sabbia fresca e asciutta e sentir scivolare lentamente i granelli fra un pensiero e l'altro, finché li svuoti tutti come una clessidra e restano solo la luce del tardo pomeriggio, il dondolìo pigro della risacca e i profumi delle piante e del mare.
    Alle volte però me ne stavo a leggere fino a metà pomeriggio in spiaggia e poi tornavo a casa, prendevo la chitarra e scendevo sul lungomare, mi arrampicavo su una diga o mi piazzavo in qualche spiaggetta meno frequentata, e lì restavo a suonare fino al crepuscolo.
    Lo chiamavo "jammin' with memories".
    Il caldo pian piano scemava, la brezza di mare portava il salso e il fresco, e a volte i passanti, i pescatori e i turisti mi facevano compagnia.
    Un pomeriggio con poco sole avevo raggiunto il mio scoglio preferito, abbastanza grande e liscio per starci comodo e abbastanza alto da non avere problemi con la marea, non c'era praticamente nessuno.
    Me ne stavo beato a scoprire dove sarei andato a parare, quando sentii delle voci:sulla diga erano arrivate delle turiste.
    Si misero in disparte bevacchiando e chiacchierando mentre mi ascoltavano.
    Dopo un po' mi salutarono e si avvicinarono, iniziammo a chiacchierare fra un pezzo e l'altro.
    Suonai per loro per un po', erano abbastanza simpatiche, e finimmo per parlare parecchio.
    Erano tre ragazze polacche, tutte piuttosto carine.
    Pian piano una si defilò e dopo un po' anche la seconda, nel frattempo senza accorgercene stavamo parlando fitto fitto con la terza.
    Suonammo e chiacchierammo parecchio, poi iniziò a scendere il buio e mi salutò per andare a cena, non prima di avermi dato appuntamento l'indomani.
    Così al pomeriggio me ne tornai sulla diga come il giorno prima, e dopo una mezz'oretta mi raggiunse.
    Chiacchierammo per ore, un po' in inglese e un po' in tedesco... in qualche modo ci capivamo perfettamente, probabilmente più di quanto capitasse nella madrelingua con altre persone.
    Ad un certo punto prese la chitarra e mi chiese: "Conosci Last kiss? No? Dovresti!".
    Ci pensò lei.
    Le ore passavano senza che ce ne rendessimo conto, finché mi disse che quello era il suo ultimo giorno lì e dovevamo salutarci.
    Ci guardammo a lungo, ci abbracciammo e ci scambiammo un bacio.
    Non la rividi più.
    Sono tornato diverse volte su quello scoglio dove ci eravamo seduti per ore, e (serve dirlo?) "Last kiss" è diventata una buona colonna sonora di quei ricordi, quando mi va di suonarci su.

     

  • 17 gennaio 2017 alle ore 12:58
    Altro

    Come comincia: Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
    Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
    Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
    Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
    I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
    L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
    Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
    Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
    Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
    Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
    Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
    Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
    Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
    Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
    Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
    Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
    Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
    Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
    Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
    La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
    La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
    Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
    Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
    Fido rovino' a terra intontito.
    Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
    Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
    Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
    Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
    Forse ero salvo.
    Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
    Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
    Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
    Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
    Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
    Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
    Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
    La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
    Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
    Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
    Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
    La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
    Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

    "Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".