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in archivio dal 17 set 2011

Alvaro Filippo Michelon

06 febbraio 1963, Acqui Terme (AL) - Italia
Segni particolari: Nessuno.
Mi descrivo così: Estemporaneo eclettico.
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  • 27 settembre 2011 alle ore 22:14
    A Shakleton

    Partisti dall’Inghilterra nel ’14.
    Volevi attraversare a piedi l’Antartide.
    Sapevi di essere il primo a tentare di farlo.
    Ma l’Endurance
    la nave sulla quale viaggiavi
    rimase intrappolata dai ghiacci e affondò.
    Lasciasti la maggior parte dei tuoi uomini
    in una specie di campo sul ghiaccio
    e partisti
    alla ricerca di soccorsi
    in direzione della Georgia Australe
    con una scialuppa
    e 5 marinai coraggiosi.
    Lottando contro onde oceaniche
    burrasche
    e venti micidiali
    approdasti su un isola
    con montagne alte e ghiacciai.
    Lasciasti ancora 3 uomini
    in un altro campo
    e scalasti una montagna
    con 2 compagni.
    Raggiungesti una base baleniera
    e facesti partire i soccorsi
    che per due volte fallirono.
    Solo al terzo tentativo
    2 anni e 10 mesi dopo la partenza
    portasti in salvo tutti i tuoi uomini.
    Tornasti in patria come un eroe
    e il tuo buon amico Raymond
    il fondatore dello Scott Polar Institute scrisse:

    “Mettete Scott a capo di una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace. Ma quando siete nelle avversità e non intravedete via d’uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton!”

    Dopo aver letto
    gettasti il giornale a terra
    e lanciasti un’occhiata
    oltre la finestra del tuo studio.
    Pioveva forte
    e l’acqua lavava le strade
    con forza inaudita.

    “ Sono ancora vivo” – pensasti
    “Ancora vivo!”

    Delle gocce caddero sul pavimento.
    Non era pioggia.
    I tuoi occhi
    finalmente
    nel silenzio della solitudine
    non obbedirono ai tuoi ordini.
    .

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:35
    Presentazione di me stesso.

    Ed eccomi qua. Ritorno tra voi in maniera dagherrotipica, seguendo una logica filologica innata in me: la scrittura evolutiva. Miei piccoli lettori, vi accarezzo come cuccioli di cane nella speranza che anche oggi non mi vomitiate sul tappeto. Parlavo di sogni: si, ho sognato! Ho sognato che il mio cane (un Corso) impediva l'accesso agli angeli vendicatori nel grande giorno di Harmagheddon. Essi erano spaventati e attendevano che io uscissi per tranciare la mia vita inutile e invece TA-DAAAAA! Essi mi attendevano fuori e io pensavo: "perchè non distruggono la casa con un soffio e mi tolgono dal mondo?" E poi guardavo il mio cane, che per convenzione chiameremo Dott. Jack Torrance, e stipulavo un patto nel mio io: ok, pensavo, se non entrano vuol dire che il mio cane, il dott. Torrance, è una sorta di Kriptonite per loro. Ma poi, scuotendo la testa, mi arrendevo all'ineluttabilità della situazione: prima o poi sarei dovuto uscire per impostare almeno una lavatrice: erano mesi che pioveva e io lanciavo i miei vestiti sporchi un po' ovunque. Mi avrebbero tolto dal mondo!
    Poi il mio cane, dott. Torrance, iniziò a salmodiare un latrato tibetano durante il quale il mio io si andò a depositare lungo un fiume. Ero salvo! Aprii la porta e...ZACK! La mia testa rotolò dai gradini. Il mio corpo per un po' camminò quasi in maniera leggiadra poi rovinò pesantemente a terra. Gli angeli erano felici. Si facevano l'occhiolino uno con l'altro. Sembravano i poliziotti del G8 a Genova con i manganelli sporchi di sangue innocente. Ma io non sono innocente. Sono morto. Ho un unico rimpianto: non sono riuscito a fare la lavatrice.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:33
    Buon compleanno.

    Sul display
    del lussuoso ascensore
    nella Torre nord
    apparve il numero 77.
    La porta si aprì
    e lui uscì insieme ad altre persone.
    Si diresse
    con passo veloce
    verso la porta del suo studio
    il numero 32
    lato est.
    Quando varcò la soglia
    trovò lo sguardo
    della segretaria
    che incrociò il suo.

    “ BUON COMPLEANNO!” - disse nervosamente, quasi ad alta voce.
    “ Grazie!” - rispose lui compassato, gettando un'occhiata all'orologio digitale posto su un ripiano.
    Segnava le 08.20.
    Era di nuovo un anno più vecchio.
    Entrò in ufficio.
    Accese il computer.
    Si tolse la giacca e  slacciò i polsini della camicia.
    Andò in bagno e mise le mani sotto il getto fresco dell'acqua.
    Inspirò ed espirò un paio di volte.
    La segretaria entrò silenziosamente in ufficio,appoggiò una tazza di caffè bollente sulla scrivania dell'uomo e altrettanto silenziosamente uscì.
    Era una calda mattina di Settembre e il sole iniziava a filtrare violento delle finestre.
    Si diresse verso una di esse per socchiudere la veneziana ma all'esterno, sovrapposto al meraviglioso skyliner dell'isola di Manhattan, vide l'enorme sagoma luccicante
    di un aereo che si dirigeva verso di lui.
    Chiuse la veneziana e girò le spalle al destino.
    Con gli occhi sbarrati osservò il suo Breil da parete: segnava le 08.39.
    Il video del suo pc attendeva la password.

    “ 11/09/1963” - pensò.
    La sua data di nascita.
    Buffo morire lo stesso giorno dello stesso mese della propria nascita.

    A volte
    capita che in certi momenti
    quando ci si trova
    davanti all'inevitabilità della morte
    si dicano frasi importanti
    o si compiano gesti eroici.

    Ma lui tacque.
    Osservò la tazza con il caffè bollente.
    Il profumo era invitante.
    Gli venne solo di allungare il braccio per cercare di afferrarla.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:32
    Poesia per Sanguineti.

    Potevi aiutarmi Edoardo!
    Potevi scrivere tu quello che volevo scrivere io.
    Potevi scrivere della rabbia di Achille
    e della sofferenza degli Achei e
    implorare Zeus che avesse pietà di noi due,
    ascoltando le nostre preghiere.

    Mi avresti dettto: “...arti e artefatti articola in artisti “.
    Oppure:”...occhi ottattivi in ottimo ottimista”.

    Tu, gatto lupesco, seguivi il comando!
    Muto, disegnavi la spiaggia con un mare ondante
    e gridavi ad Apollo: “ FAI VERO IL MIO SOGNO!”.

    Vibri, verso te, il mio acuminato canto
    che spazza il campo girasolato
    con vento irlandese e pioggia di Reims.

    Ho percorso infinite strade.
    Ho parlato con la gente del mondo.
    Ho danzato.

    Danze belle o danze d'amore;
    con donne belle e quindi d'autore;
    con donne sagge e quindi da amare;
    con donne pazze che vengon dal mare.

    Rammenta, Edoardo: io son uomo!
    Valoroso in campo e pavido davanti al nemico.
    Sono immacolato nei gesti
    e dannato dagli Dei.

    “ Possa Genova esser mia,
    anche la notte,
    nel Suo serpeggiante sfarzo di nullità!”.

    Ma Tu no!
    Tu, Edoardo, eri un'icona.
    Algido,
    tenebroso,
    superbo,
    brutto.
    Come le tarme che distruggono un tetto
    tu
    eri un cavallo in corsa,
    un comandante sul mare.

    Avrei voluto sciogliere le tue carni,
    cuocere le tue ossa.
    Assaggiare il “sanguinetico” bollito misto
    con desiderio di sonno e di morte.

    Avrei voluto bollire con te!
    In una stupenda acqua centigrada.
    Stretti in un caldo abbraccio.

    Sai, Edoardo,
    sostanzialmente detesto la poesia.
    Tutti questi poeti
    alla ricerca della frase perfetta.

    Mi fa schifo l’arte poetica che svolazza fra le tigri.

    Ora che ci penso: non so chi eri.
    Avrei voluto conoscerti.

    Tu poetavi come volevi, perché eri tu.
    Io, invece, poeto tra la merda perché son merda.

    Sai quante volte ho pensato a te?

    Tra Milano e Genova ovest,
    tra Modane e Parigi,
    tra Besancon ed Epinal,
    tra Lione e Marsiglia,
    tra Biot e Set,
    tra un'alba e un tramonto.

    So che avresti detto: “ succhio i supini, è soma in semi e stormi”.
    Oppure:” esprime esclamativi, elude encomi”.

    Dimmi che al tuo fianco, ora, c'è Dio.
    Dimmi che l'amore è altrove.
    Dimmi che sei sdraiato sul triclinio
    che mangi uva direttamente dal grappolo.
    Dimmi come stanno le cose.
    Sradicale.
    Falle navigare.
    Gettale in mare a Quarto
    e aspetta che incontrino i morti dei Mille.
    Fai delle offerte agli Dei.
    Imita la luna.
    Lasciaci  il tuo talento.
    Canta i tuoi giorni felici.
    Immòlati sull’ altare d'annunziano.

    Sorridi al mio progetto:
    ho idea di sostituire tutti i verseggiatori!
    Mi procurerò poeti nuovi.
    Poeti meccanici,
    poeti elettrauto,
    poeti muratori,
    poeti camionisti,
    poeti sordomuti,
    poeti down,
    poeti cechi,
    poeti slovacchi,
    poeti, insomma.

    Poeti dei quali il cosmo sarà orgoglioso.

    E anche Tu, Edoardo,
    anche Tu ne sarai orgoglioso.

    Accenderai ceri ikeani in loro onore.

    Dirai, anzi, urlerai: “ CHIAVI E CHIODI CONCHIUDE IN CAVI CONI!” - e terminerai con:” INDICA INDICATIVI IN IPOIDIOMI!”

    Sarai perfetto.
    Stagliato nel cielo dietro la lanterna.
    Tra un aereo in atterraggio e i gabbiani affamati.
    Sarai te stesso.

    Un diamante puro.

    Ora chiuso per sempre

    nella cassetta di sicurezza

    del caveau di un cimitero.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:31
    Malinowski, il poeta.

    ...ti ho incontrato
    una sera d’estate
    a San Sebastian

    nel nord della Spagna;

    stavi seduto su  una piccola sedia di tela sporca,

    e al tuo fianco avevi una specie di bancarella
    su cui campeggiavano i tuoi libri e le tue fotografie...

    mi ha affascinato la tua lunga barba ben curata,
    il modo in cui stavi seduto, con la gamba sinistra sopra il ginocchio destro;

    avevi delle scarpe molto vecchie, ma pulite e lucide...

    leggevi  un libro (non tuo) sulla rivoluzione spagnola...

    davi l’impressione di essere molto assorto
    e la gente che passava si chiedeva (compreso me)
    come facevi ad essere così impassibile
    di fronte al caos che regnava tutt’intorno...

    ...e ho pensato: - vecchio lottatore, è un privilegio guardarti, per me,
    a quest’ora della sera,

    che scorre come acqua,

    mentre gli alberi, illuminati dalla luna, si rifrangono nei miei occhi spenti
    come vecchi fari
    incagliati tra scogli secolari...

    ah, se solo Dio fosse qui,
    ad assaporare
    il mio sublime stato di contemplazione
    tra acqua, cielo, sabbia e chi mi sta di fronte...

    creature instabili
    si aggirano nervosamente
    come sciami di vespe
    intorno a me

    Ma tu no, Malinowsky, tu sei nel tuo personale nirvana...

    e io ti guardo
    mentre con fare saccente
    ti sfogli, con cura, un libro
    di cui,probabilmente, non ti interessa nulla.

    Dove sono i tuoi pensieri?

    Dov’è l’uomo che sà quel che vorrebbe avere?

    Dov’è il profeta di se stesso?

    I poeti muoiono bambini o troppo vecchi;

    e in entrambi i casi
    il tempo a loro disposizione
    è sempre poco
    per quello che vorrebbero dire.

    Ma Tu no!

    Tu, Malinowsky, di cose ne hai dette
    anzi ne hai scritte...

    ma soprattutto ne hanno scritte su di te,
    il poeta girovago
    che viaggia in solitudine
    che scrive villanie sui potenti
    che stringe la mano a Picasso
    che espone decine di fotografie
    che lo ritraggono sempre a fianco di qualcuno che conta...

    Malinowsky...il poeta di strada
    che legge assorto l’ultimo capitolo di un libro
    da quattro giorni
    sempre a pagina 345...

    e la gente che passa
    ti ammira come un quadro di Dalì,
    incapace di frenare la loro ammirazione
    per cotanta plasticità...-
    E’ questo ciò che ho pensato
    davanti a Malinowsky.

    Davanti al suo libro “ VIENTO”
    e al suo ultimo “VIENTO 2”.

    Davanti a tutto ciò che aveva.

    Davanti a una bancarella,
    dodici fotografie,
    otto libri stampati male,
    un sacco di fogli scritti a mano,
    tre lampadine da 80 watt che illuminano il tutto,
    una sedia di tela sporca

    e un anziano poeta;
    seduto con la gamba sinistra sopra il ginocchio destro,
    con una barba ben curata,
    due scarpe vecchie ma pulite e lucide,

    che legge un libro (non suo),
    con aria assorta,
    da quattro giorni,

    sempre a pagina 345.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:30
    La disperazione dell'anima.

    …e mi svegliai una mattina d’ottobre
    con la pioggia che lavava Genova;

    la notte appena trascorsa
    non aveva prodotto nulla di buono;

    ero sempre un nessuno,
    che scriveva poesie,
    che nessuno leggeva;

    il mio romanzo andava avanti a rilento: 20 pagine in tre mesi;

    ricordo di aver pensato al suicidio,
    alle guerre e alla sofferenza,
    e che sarei rimasto a guidare un camion
    per il resto della mia esistenza;

    ricordo anche che passando dal corridoio,
    mentre andavo in cucina
    a preparare il caffè
    scorsi una busta sotto la porta d’entrata;

    era il mio padrone di casa
    che voleva i soldi dell’affitto;
    e li voleva subito,
    ne aveva bisogno,
    era stanco di aspettare;

    mi feci il caffè
    e lo bevvi;

    poi indossai un vestito decente
    e scesi di due piani;

    suonai, tremando, il campanello del suo appartamento,
    e quando egli aprì mi investì come un cane,
    come un ladro,
    come l’ultimo degli straccioni;

    ricordo di aver pensato
    alla mia intelligenza
    e a quanto lui fosse stupido;
    ma in quel momento era Dio,
    un Dio cattivo,
    che non perdona,
    che non capisce,
    che non attenderà più;

    il suo pavimento accoglieva il mio sguardo,
    prono,
    vile,
    senza dignità;

    urlava cose vere,
    urlava che ero un fallito,
    e che non sarei mai stato nessuno;

    e quando gli dissi
    che gli avrei dato i soldi tra una settimana,
    mi disse che andava bene,
    ma che trascorso tale tempo
    avrei dovuto liberare l’appartamento;

    poi indietreggiai di tre passi
    e uscii dalla sua vita.

    Ritornai nella mia stanza,
    due piani sopra la sua;

    continuava a piovere;

    mi versai del caffè: era ancora caldo;

    scrissi qualche riga ed ascoltai la radio.

    Sette giorni dopo,
    lasciai i soldi che dovevo, insieme alla chiave d’entrata,
    dentro una busta
    e la feci scivolare sotto la sua porta.

    Era martedì. Un bellissimo sole scaldava le vecchie case dell’angiporto.
    Il solito traffico martoriava Cornigliano.
    Ancora non lo sapevo, ma per 8 mesi, un camion, sarebbe stato la mia casa.
    In via Bagnasco.
    Dove c’era posto.
    Come quando scrivi una lunga poesia, sull’ultimo foglio che ti è rimasto. Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:29
    Subsonica e morte.

    Afosa giornata di Luglio.
    Ascolto i Subsonica.

    Alba scura;

    e fuori il sole spacca la terra e la gente sbrocca.

    Istantanee;
    e gli alberi pietrificati,
    e i gatti nelle cantine,
    e quelli che si incontrano.

    Eva incontra Eva;

    Romano – Casacci – Di Leo lottano come dannati.
    Sono tosti. Massicci. Fuori controllo. Caricano a testa bassa. Musica che spacca le lamiere. Un pazzesco volume di suono.

    Come se;

    le vibrazioni del mondo intero
    convogliassero intorno a me
    e d'un tratto

    Colpo di pistola;

    l'aria si apre
    lascia passare le note
    la batteria, il basso, la voce rabbiosa
    sta giocandosi la sua migliore carta.
    ( mi infilo una pasta in bocca e do una golata al vino).

    Amore sogna;

    il mio vicino picchia sul muro e impreca.
    Urla di finirla.
    Che sono bastardo.
    Ma io ho troppo vino nel sangue e non riesco ad alzarmi.

    Nuova ossessione;

    sono a terra. Il pavimento è freddo. Mi piego da un lato. Ho i brividi. La congela nella schiena. Vomito.

    Strade;

    nona traccia. Sto male. Il telefono squilla. Il cellulare squilla. Io sono a tocchi. Il mio sudore scende e bagna il pavimento.

    Preso blu;

    e scivolo in un oblio stupido.

    Si innesca Sole silenzioso;

    cerco di alzarmi. Il telefono continua a squillare. Mi trascino al divano. Bevo ciò che è rimasto da una bottiglia. Liquido gelido, alcolico, ipnotico, impetuoso e spietato.

    Fiumi urbani;

    qualcuno bussa alla porta.
    Qualcuno che ha le chiavi e cerca di aprire.
    Ma io ho chiuso dall'interno. Continuo a vomitare.
    Arriva altra gente. Urlano il mio nome.
    Caldo, vino, ecstasy.
    Giorni come questo
    corrono attraverso le braccia
    dentro la testa
    e giù nelle budella.

    Hanno sfondato la porta. Urli. Pianti.
    I paramedici del 118 si aggrappano a me.
    Vogliono strapparmi dalle catene. Dalla morte.
    Mi puliscono il viso. Maschera ad ossigeno. Adrenalina nelle vene.

    Le catene.

    Una luce artificiale mi sta cercando. Urlano il mio nome.
    L'autoambulanza mi trasporta con la sirena a manetta.
    Mi lascio andare. Qualcuno dice di fare in fretta.
    Sbuffo.
    Aria che se ne va. Vita che se ne va.

    Staccano la sirena.
    La macchina rallenta.
    Fuori il caldo è terribile.

    C'è chi non è mai stato prigioniero.
    C'è chi non è mai stato libero.

    Nella mia stanza parte l'ultima traccia.

    Liberi tutti.

    Ma io non ci sono più per sentirla.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 7:26
    Vanità.

    Ti stai truccando,madre mia
    e intanto tossisci
    e mi dici che hai sempre la febbre alta.

    Ti stai truccando
    e lo specchio ti rimanda
    un'immagine a cui non eri più abituata
    e continui a tossire
    mentre ti osservo dalla cucina
    dietro a un tavolo
    con sopra farmaci di ogni genere.

    Ti trucchi
    per cercare di lenire
    quelle rughe che scavano il tuo volto
    per cercare di mascherare la tua sofferenza.

    Mi ricordo di com'eri bella
    e tu, come se avessi percepito il mio pensiero,
    mi domandi: “ ti ricordi com'ero bella?”.

    Annuisco e sorrido.

    Fuori un vento gelido
    si infiltra dalla porta del salotto
    e fa sbattere una finestra.
    “ Chiudi, che c'è corrente - urli – mi manca ancora una polmonite!”.

    Attraverso il corridoio e chiudo la porta.
    E' il 12 Febbraio.
    Due giorni fa mi hanno detto che vivrai ancora tre mesi.
    E l'hanno detto anche a te.

    Ma tu
    con incredibile attenzione
    ti stai truccando Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:28
    Scacco matto.

    Scrissi la mia prima poesia all’età di 12 anni.
    Più che una poesia
    era una specie di riflessione filosofica
    che rasentava la saggezza
    tipica di chi
    col passare degli anni
    è incline a vivere la vita
    con indifferenza e distacco.

    La “immortalai” su di un foglio di carta a quadretti
    che dimenticai sul mio comodino.

    All’ora di cena
    mio padre
    era più silenzioso del solito.
    Masticava lentamente il cibo che aveva in bocca
    con un ipnotico movimento delle mandibole.

    - Abbiamo un poeta in famiglia! - esordì con sarcasmo
    rompendo il silenzio e guardando negli occhi mia madre.

    - Oh! - disse lei - e chi sarebbe? -

    Lui spianò lo sguardo verso me. Lentamente le sue labbra si contrassero in un ghigno.

    - Ma chi, se non IL GRANDE HAL! -

    Capii che aveva scoperto le mie parole.
    Non alzai lo sguardo e continuai a mangiare.

    - E cosa avrebbe scritto “il grande Hal”? - chiese mia madre con una punta d’ironia.
    A quel punto il mio vecchio mise una mano nella tasca dei suoi pantaloni,
    sfilò un pezzo di carta piegato malamente e lo porse a mia madre con un gesto brusco.
    Guardavo da sottecchi.
    Considerai più volte l’ipotesi di alzarmi e rintanarmi in camera mia: ma non lo feci.
    Ero stranamente curioso di sapere cosa avrebbero detto.
    In fondo, loro due erano il mio primo pubblico.

    - Non male questo Hal ! - disse lei con un mezzo sorriso.

    - NON MALE UN CAZZO! - urlò lo stronzo - E’ UNA COSA DA FINOCCHI, NON DA UOMINI!

    Percepivo il suo sguardo, ma non alzai la testa.

    - CRISTO DI UN DIO - farfugliò - UN POETA DEL CAZZO!
    Mentre portavo il cibo alla bocca, avvertii l’irrefrenabile bisogno di piangere, ma il
    mio orgoglio me lo impedì.

    - NON TI PERMETTO DI PARLARE COSI’ DI MIO FIGLIO! - urlò ad un tratto
    mia madre.
    Ero felice che prendesse le mie parti, ma il fatto di non avere la stima di mio padre
    mi uccideva.

    Trascorsero, bene o male, cinque anni.

    Avevo preso l’abitudine di scrivere le mie cose su un libriccino tascabile.
    Una sera, mentre andavo alla biblioteca comunale, ( era il periodo in cui leggevo le
    biografie di tutti gli scrittori per vedere, se anche loro, nelle loro infanzia, avessero
    dovuto sopportare delle umiliazioni ) mi resi conto di averlo scordato a casa,  nella tasca della mia giacca.
    Fui preso dal panico.
    Ritornai di corsa, mi precipitai in camera mia e vidi ciò che rimaneva delle mie parole: centinaia di coriandoli strappati alle belle meglio.
    Ricordo di avere urlato la parola PERCHE’almeno dieci volte, mentre lui, dal salotto, senza nemmeno scomporsi disse:  - SONO COSE DA FINOCCHI, NON DA UOMINI! - .
    Mi chiusi nel mio mondo e cercai di piangere. Invano.
    Dopo quell’episodio trascorsero circa 15 anni, durante i quali mi sposai, ebbi 2 figli
    e mi divorziai.
    Continuavo a scrivere.
    Mio padre si era trasferito con un’altra donna, 20 anni più giovane di lui, in un’altra città.
    Mia madre invecchiava come solo una donna abbandonata può fare.
    Anch’io invecchiavo.
    Gli editori rifiutavano ciò che gli inviavo.
    Le loro risposte erano sempre circolari.

    “…apprezziamo molto il contenuto dei Suoi racconti ma, come Lei certo capirà, il nostro obbiettivo prioritario è la famiglia, quindi i Suoi scritti, eccessivamente scurrili
    e reali non sono, per il momento, ciò che Noi vorremmo da Lei. Nel caso ridimensionasse la Sua emotività, saremmo ben lieti di proporLe un periodo di collaborazione di…”.
    Iniziai a bere per non pensare.
    Andavo ai reading di poesia alternativa che si svolgevano in un locale dove una compagnia teatrale faceva le prove.
    Conobbi una marea di gente assurda.
    Tutti con la segreta speranza di diventare qualcuno.
    In quel momento non mi fregava più nulla di me stesso.
    Cercavo di sopravvivere.
    Volevo scaricare un po’ della mia merda, accumulata negli anni, a qualcun altro.
    Ma era merda particolare. Incolore,inodore, insapore.
    E quando la spargevo, facendo finta di niente, leggendola ad alta voce, c’era sempre quello/a che diceva: “ EHI, MA NON HAI VISSUTO NULLA DI ALLEGRO?”.

    Cambiai luoghi di lettura.
    Lessi le mie cose in certi pub talmente maleodoranti che una volta, tornando a casa ( da mia madre ) buttai via i vestiti indossati per quell’occasione.

    Una sera di ottobre tentai il suicidio.
    Mi svegliai in un ospedale dove l’infermiere continuava a dirmi di una tale persona che mi aveva salvato e che sarebbe arrivata da un momento all’altro.
    Non riuscii a ringraziarla.
    Era una società strana. Non potevo decidere di morire in santa pace senza che qualcuno si arrogasse il diritto di impedirmelo.

    Uscito di lì, decisi di riprendermi la vita in mano.
    Non serviva nulla perderla.
    Iniziai a frequentare una palestra, cercando di far risalire in superficie i miei muscoli
    annegati nel grasso.
    Un martedì mattina ricevetti una lettera da mio padre.

    “…non c’è nulla di peggio che andarsene da questo mondo, sapendo che il tuo unico figlio non ti perdonerà mai per degli errori di gioventù. Se tu solo cercassi di capire
    in che vuoto sto trascorrendo gli ultimi giorni che mi rimangono certamente potresti,
    non dico perdonarmi, ma almeno riflettere sul passato e concederti un ripensamento
    sui fatti che hanno contribuito a deteriorare il nostro rapporto…”.

    Stracciai la lettera, infilai tutti i pezzettini in una busta e allegai un foglio con su scritto: “ AVER PAURA DI MORIRE NON E’ DA UOMINI! E’ UNA COSA DA FINOCCHI!”.

    La affrancai e la spedii.

    Dopo circa sette mesi e mezzo, una sera, nella buca delle lettere trovai una busta molto elegante, il cui mittente era un famoso notaio del padovano.

    “…e secondo le volontà di Suo padre, NULLA  a Lei sarà dovuto ( secondo le disposizioni testamentarie del sopracitato), sia dei beni immobili, sia del patrimonio
    personale così suddiviso:…”
    Girai la lettera dal lato bianco del retro e iniziai a scrivere.

    “ C’è un uomo che piange.
    Ed è solo in una stanza.
    In una stanza buia e silenziosa.
    E’ lì perché vuole stare solo.
    E non vuole sentire nessuno.
    Il suo è un pianto disperato,
    Non sò per cosa pianga.
    Ad un certo punto
    è tale il suo bisogno di silenzio
    che decide di trattenere
    ogni  più piccolo gemito.
    Nonostante ciò, nel suo cuore
    e nella sua anima, vi è frastuono.
    Così decide di andarsene.
    Esce da quella stanza.
    E ritorna il silenzio.
    Per essere esatti
    il silenzio non si è mai mosso da lì.
    Siamo noi a fare rumore.
    Il silenzio è sempre esistito.
    Ancor prima di Dio.
    E quando ce ne dovremo andare,
    da questa immensa stanza chiamata vita,
    ritornerà.

    Per l’esattezza,
    continuerà ad essere.”

    Questa era la prima poesia che scrissi quando avevo 12 anni.
    Mi avvicinai al fuoco
    che stava bollendo l’acqua per il caffè
    e la bruciai.

    Con quel gesto
    feci l’ultima mossa
    che decretò
    la fine di una partita
    durata oltre 30 anni.

    Dopo uscii di casa.

    Camminai a lungo quella mattina.

    Ero un uomo.

    Un uomo che scriveva poesie.

    Non c’era nulla di male in tutto questo.

    Ebbi come la sensazione
    che un grosso peso
    si staccasse dalla mia anima.

    La partita era conclusa.

    Potevo piangere.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:26
    6 Febbraio 1963.

    Eri già lì,
    quando  nascevo.

    Mi osservavi
    dall’angolo di quello stanzone illuminato al neon,

    con sguardo assente
    e occhi vitrei,

    mentre io non potevo far altro
    che  piangere e pisciarmi addosso;

    ... e mentre crescevo
    mi seguivi da lontano
    nei miei giochi da bambino.

    avvicinandoti a me
    ogni qualvolta
    mi cacciavo nei guai,

    o mi ferivo...

    ma non Ti ho mai vista
    allungare una mano per aiutarmi...

    stavi lì
    ferma,
    senza dire una parola.

    ...quando poi divenni adulto
    iniziai a puntare in alto

    sul tavolo da gioco della vita;

    e anche allora
    ti rividi un paio di volte...

    ma mentre io invecchiavo
    Tu eri sempre la stessa di quel giorno
    nello stanzone al neon...

    Gli anni scorrevano
    e le giocate con la sorte
    si facevano sempre più ardite;

    sempre lo stesso colore,
    sempre lo stesso numero,

    e da lassù gli Dei
    ammiravano il mio coraggio

    lasciandomi vincere...

    Ero convinto
    di poter calpestare il mondo con lo sguardo,

    ma questo fu un pensiero
    che non piacque a Loro...

    Così la pallina
    finì su di un altro colore,

    sotto un altro numero,

    scaraventandomi di nuovo sulla strada,
    da dove ero venuto...

    Ed è stato proprio sulla strada
    che Ti ho incontrata di nuovo...

    e hai ricominciato ad osservarmi
    con il Tuo solito sguardo,

    ma con più attenzione.

    ...però questa sera sono qui,
    chino su me stesso,
    che cerco di non pensare,
    chiedendo aiuto alla bottiglia...

    Sono una brutta immagine,lo so...

    stanco,
    disperato
    e
    vuoto nell’anima.

    Credi che non Ti abbia vista dietro alla finestra?

    Sei sempre Tu...

    e mi é parso anche di vederTi ridere...

    e quando cammino

    guardi sempre

    nel punto
    dove metterò l’ultimo passo.

    Cosa fai là fuori?

    Non senti che freddo fa?

    E’ lo stesso freddo che faceva
    il giorno che ci incontrammo
    per la prima volta
    all’inizio della mia vita...

    Ma
    adesso è diverso...

    adesso ci siamo solo io e Te...

    adesso è il momento...

    adesso non mi muoverò...

    adesso

    lurida puttana

    puoi entrare...

    ho lasciato la porta aperta.

    HAL

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:25
    Agosto '66.

    E' tutto quello che mi è rimasto
    di quell'anno:
    una fotografia in bianco e nero sbiadita.

    Ci sono io
    su una spiaggia
    con un costume di spugna
    che do la mano a te

    6 anni in due

    ovviamente non so chi tu sia
    e mai lo saprò

    ma tu sorridi
    con gli occhi chiusi
    il sole in faccia
    e le nostre ombre proiettate all'indietro.

    C'è un mare grigio
    con un'onda bloccata a metà
    e una donna che si sta tuffando
    bloccata a metà anche lei.

    Agosto del '66
    tutto dentro una fotografia di 10 x 15.

    Il mio sguardo è triste.

    Quella fu la vacanza
    prima della tragica alluvione che colpì
    la mia città due mesi dopo.

    Sabbia, sole, cielo, mare e gente.
    Tutto in bianco e nero.

    Ma è a colori
    il ricordo
    di mia madre
    piegata in due
    che asciuga l'acqua sporca in salotto
    secchi di alluminio ovunque

    odore di muffa

    e mio padre
    giù da basso
    nel garage
    che bestemmia
    mentre spala fango
    intorno alla macchina appena comprata

    e io
    con l'acqua alle caviglie
    che tremo dal freddo
    con la mano sinistra aperta
    che ripenso a quando era stretta
    a quella della bambina
    sulla spiaggia
    qualche mese prima.

    Chissà dove sei ora.
    Chissà cosa stai facendo.
    Sarai una donna.
    Avrai dei figli.
    Oppure sarai morta.

    Ma non per me.

    Io e te saremo sempre vivi.
    Mano nella mano.
    In bianco e nero.
    Sbiaditi.
    10 centimetri per 15.

    Con il mare
    la gente
    e gli sguardi

    bloccati a metà.

    Hal.

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:24
    Io e il mio amico.

    La prima volta ebbe inizio
    facendo piani senza mai partire.
    Io e lui parlammo
    di ciò che accadde molto tempo fa.

    “in tutto questo tempo
    non ti ho mai detto
    ciò che avevo in mente”

    sorpassai concetti
    personalizzai pensieri
    la vita per lui
    era l’unica cosa importante.
    Guardandolo dall’alto
    annuii col capo.
    E quella notte
    bevemmo birra
    e parlammo fino all’alba.
    Il sonno ci colse
    quando il sole era già alto.
    Mi svegliai con l’energia
    dei miei 46 anni.
    Ed ero proteso a diventare
    un vero scrittore.
    Alzai il mio doloroso corpo
    in uno spazio ristretto.
    Porsi il biglietto
    al controllore dell’universo.

    SI!
    Forse potevo diventare uno scrittore.
    Le voci dei miei vecchi compagni ormai morti
    riecheggiavano nel buio
    dei sottopassi notturni anni settanta.

    “CHE IL DIAVOLO MI  PORTI HAL,HAI VISTO CHE TRAMONTO?”

    Rimanemmo stesi per un’altra ora
    sorridendo in sintonia
    in quella luce sempre più buia.

    Io e lui
    in questo punto
    di questa parte del mondo
    eravamo
    ancora
    vivi.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:22
    La notte prima.

    La notte prima che decidessi di morire
    diventai vago,
    indeciso.
    I miei pensieri erravano come pietre moreniche
    nella scansione di un tempo immemore.
    Avevo la risposta per ogni domanda.
    Ero infallibile.
    Una scintilla pura ed adamantina.
    Lessi la Bibbia.
    Cercai la visione dell’Eden.
    Ebbi terrore di un Dio vendicativo.
    Mi consolai nella pazzia dell’Apocalisse.
    Poi
    come in un vigliacco
    la paura scese in me.
    Bruciai la lettera che avevo scritto a mia madre:
    NON DISPERARTI, MAMMA, PENSERO’
    IO A TE. NON SEI RIMASTA SOLA. VOGLIO
    SOLO CAPIRE COSA C’E’ IN FONDO. NON
    DISPERARTI, MADRE MIA. LA VITA E’ UNA
    VASTA E FOLLE LEGGENDA SENZA INIZIO
    E SENZA FINE.
    La notte prima che decidessi di morire
    sognai che ero nudo su una montagna
    e stavo congelando
    quando udii una voce che diceva:
    CREDI! E VIVRAI IN ETERNO!
    Mi svegliai come sole
    come stella
    come un sovrannaturale veicolo di calore.

    La notte prima
    che decidessi di morire
    finalmente
    iniziai a vivere.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:21
    Al tempo in cui...

    una dopo l'altra
    tutte le mie cose erano finite:

    la famiglia,
    la casa,
    il denaro,
    il senso della vita,
    il rispetto verso me stesso.

    Ero diventato nervoso e insofferente.

    Vivevo in un monolocale
    davanti al porto di Genova.
    Costantemente in ritardo con l'affitto.

    Il proprietario
    che abitava qualche piano sopra me
    non dimenticava mai di ricordarmi che ero un fallito.

    Era lui che ritirava la posta
    che arrivava dalle case editrici
    per comunicarmi il loro rispettoso rifiuto.

    “C'è posta per il grande scrittore!” - mi scherniva.
    Io mi chiudevo dentro quella stanza
    e aprivo le buste:

    <...e dopo un attenta rilettura dei Suoi testi siamo lieti di informarLa che nel caso Lei desiderasse riunirli in un volume
    al modico costo di...>

    <...siamo spiacenti informarLa che, a causa del contenuto eccessivamente scurrile dei Suoi “testi”, non potremo...>

    <...desideriamo inoltre informarla che anche scrittori di fama internazionale, dovettero autofinanziare i propri lavori per...>

    <...e così questa è la nostra proposta: suddividere in due (2)
    volumi i Suoi racconti e le Sue poesie dal costo complessivo di...>

    finiva tutto nello scarico del cesso.
    Era quello il mio posto: il cesso.

    Ogni tanto entrava qualche donna in quella stanza.

    “ questo posto fa schifo!” - dicevano.
    “ se non ti piace puoi andartene” - era la mia risposta.

    E se ne andavano.
    Ma solo dopo aver preso una buona dose di cazzo.

    Era così che funzionava.

    Donne vestite bene e profumate
    che provavano il brivido della povertà
    accanto ad uno pseudo scrittore
    che le avrebbe trattate
    come a loro piaceva
    e cioè come puttane.

    Donne belle e brutte
    donne giovani e vecchie
    donne intelligenti e stupide

    Donne che fingevano
    di apprezzare ciò che scrivevo.
    Donne con gli occhi languidi.
    Donne silenziose.
    Donne che puzzavano.
    Donne a cui piaceva sentirsi dire: “ sei una troia!”

    e tutte che rispondevano allo stesso modo: “ sono la Tua troia!”.

    Per salvare le apparenze.

    Ma sapevo che sarebbero state le troie
    di chiunque fosse riuscito
    ad entrare nelle loro mutande.

    Una di loro mi disse:

    “ Resta com me e la tua vita cambierà!”
    “ La vita non può cambiare – risposi – puoi solo renderla più accettabile”.
    “ Meglio una vita più accettabile che una vita di merda come la tua!” - gracchiò.
    “ Meglio una vita di merda come la mia piuttosto che una vita
    di merda 'accettabile' come la tua” - fu la mia risposta.

    “ ADDIO!” - urlò mentre usciva dalla porta.
    Nel richiuderla notai una busta infilata sulla maniglia esterna.
    Non era quella di un editore.
    “ ...e se non provvederà, entro due (2) giorni, al saldo dell'affitto da Lei dovuto, sarò costretto, mio malgrado, a chiederLe di abbandonare il locale di mia proprietà. In caso
    ciò non dovesse avvenire La informo che provvederò allo sgombero coatto con le Forze dell'Ordine le quali...”.

    Al tempo in cui

    ricevetti questa lettera

    ricordo che avrei voluto rincorrere
    quella donna
    che mi aveva promesso
    una vita migliore

    ma dopo tanti anni
    sono certo che
    sia io
    che lei

    facemmo la scelta giusta.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:20
    Blu.

    Io sono parte della vita del mondo. Evento misterioso ed affascinante. Stella lontane turbano la magia dell'attimo mentre la luce, nei suoi ultimi sprazzi, abbandona il cielo. Io sono parte della vita del mondo. Mi sento sereno, partecipe del silenzio di un momento fissato all'infinito. Cosa mi accadrà domani? Ignoto. Mistero. Il mio sguardo scivola oltre le colline. La visione si allarga. Sensazione d'immenso. Io sono parte della vita del mondo. Le stelle, in un cielo d'inchiostro, iniziano la loro danza...splendide, nitide, brillanti. Ma io mi sdraio sopra un prato e mi addormento. Insieme ai miei pensieri. Che fanno parte della vita del mondo. Del mio mondo. Colorato di blu. Un blu intenso.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:19
    Dimentica.

    Ora ti insegno:
    fai così:
    raccogli e conserva le immagini del mondo.

    E' un vergognoso spreco
    lasciare che svaniscano
    ogni giorno
    davanti a noi.

    Si chiamano ricordi.
    Tutti li hanno.
    Tranne i morti.

    Anch'io faccio lo stesso:
    prelevo dal mondo

    i suoi colori
    i suoi suoni
    e gli odori

    li sottraggo al genere umano
    che non mi interessa,
    che mi rattrista,
    che mi disgusta

    e li fisso nella mente.

    Dopo quest'operazione
    a volte piango
    e

    ...ripenso a Garueb,
    il mio amico immaginario
    che rimase con me per tanti anni,
    e al nostro correre scalzi sulla ghiaia
    con il sangue che usciva sotto i piedi solo a me.

    “ E' rosso, vedi? - diceva – Ricordalo!”
    ...ripenso alla mia povera nonna
    che piangeva seduta al tavolo,
    la sera
    con le bollette da pagare in mano.

    “ Come faremo a tirare avanti? Come faremo?” - diceva.

    Io la guardavo e me ne andavo a letto.
    E sotto le coperte tremavo.
    Avevo capito di essere povero.
    Avevo capito che la mia vita sarebbe stata dura.

    ...ripenso a Matteo
    che, credendo di poter volare,
    si lanciò dal 4° piano
    e si sfracellò al suolo

    con il suo sangue
    che rimase per molto tempo
    sul cemento del cortile dove giocavamo.

    ...ripenso
    a quella volta che in Francia
    durante una giornata di pioggia
    una macchina uscì di strada e si capovolse
    e io corsi verso quella macchina
    e dentro c'erano 2 bambini che urlavano
    terrorizzati
    e al volante la loro madre con il collo spezzato.

    Ricordo i loro volti.
    Ricordo la pioggia sul mio viso.
    Ricordo il gelo che scese nel mio cuore.

    Ora ti insegno:
    fai così:

    cerca di ricordare solo le cose belle
    anche se è impossibile.

    Tutti ricordano.
    Tranne i morti.

    Silenziosi protagonisti
    dei ricordi di qualcun altro.

    Anche loro avevano il dolore dei ricordi.
    Ma nella morte l'hanno dimenticato.

    I morti.

    Loro si che la sanno lunga.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:17
    Suicidio artistico.

    Lei è bella.
    Lei è giovane.
    Lei è bionda.

    Lei è davanti ai binari del metrò a Dinegro.
    Gli occhi sbarrati sul monitor degli arrivi.

    E' senza un lavoro. Piena di debiti.
    La madre alcolizzata. Il padre morto due anni prima di overdose.

    Una folata di vento le scompiglia i capelli.
    Gli occhi grigio verdi scintillano ai neon.

    Ci fosse  Renoir la coprirebbe d'oro per poterla ritrarre su una sua tela.

    Ma Renoir non c'è.

    Si fa spazio tra la gente in attesa.

    I fari del treno bucano la galleria.

    Lei fà un balzo.

    Uno stridio di freni.

    Qualcuno urla.

    Il treno è fermo.

    I soliti curiosi spingono per ammirare la morte.

    Tutti hanno visto e tutti sanno tutto.

    Arriva la polizia.

    Un vecchio tira un secchio d’acqua sui binari.

    Il corpo è già stato coperto da qualche pagina del Secolo XIX.

    Ci fosse Renoir griderebbe disperato.

    Ma Renoir non c’è.
    E ora, anche la ragazza non c’è più.

    A suo modo, domani, sarà famosa.

      “ RAGAZZA CON OCCHI GRIGIO VERDI SI GETTA SOTTO IL TRENO.”

    Ci fosse Renoir piangerebbe.

    Come sto piangendo io.

    Hal    

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:15
    Emikalima.

    Per adesso sto incolpando il mio stato selvatico nei cieli di questa settimana. Il mio io galleggiante verso ovest giù intorno a Chiavari ha fatto il suo lavoro alle mie orecchie. Non avevo altra scelta che stare fuori a fare da baby sitter ai gatti lampeggianti e gonfi di cibo annacquato. Certo! Non potrà funzionare! E ho pensato che forse sono fatto per faticare. Per alimentare legna da ardere. Potrei aggiungere che ho sentito dire che i sentieri di Mezzanego hanno iniziato di nuovo i loro giochi di fango. Ma il mio dolore all’orecchio sinistro è molto distinto, è molto vibrante. L’ho tracciato con una linea. In un paio d’ore. Anche se centinaia di volte nelle notti di luna vuota ero abbastanza stanco per dormire qualche minuto. E’ un’energia che mi colpisce. Si chiama Emikalima. Si auto sostiene. Io posso discernere da lei o anche intuirla ma in questo momento, oh yeah, ho solo voglia di imbrogliare la mia tazza di caffè. Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:14
    Suicidio meccanico.

    Ora so chi sono.
    Ho le braccia spalancate,
    gli intestini sull’asfalto
    & le costole che hanno bucato la t-shirts.
    Qualcuno urla.
    Altri guardano in alto,
    come se si aspettassero un re-play.
    I più saggi commentano la mia vita appena terminata.
    I più sensibili hanno gettato un lenzuolo su di me
    che puzza di notti umide & fredde.
    Anche se sono morto vorrei parlare.
    Ma quando sei morto non puoi.
    E’ buffo sapere che non mi alzerò più da solo.
    Infatti mi stanno posando dentro una cassa di alluminio
    & chiudono il coperchio.
    Al buio.
    Oscurità.
    Essere morto non è un granchè.
    La morte è solo la tua foto sul giornale.
    Quello del giorno dopo.
    Dove sei più giovane di vent’anni,
    hai la barba appena fatta
    &
    uno sguardo che non convince mai nessuno.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:12
    Le cicale.

    Le cicale sono morte.
    Me lo ha detto Maria Carla questa sera.
    Le ho domandato: “ Sul serio?”.
    “ Si – ha risposto lei – è Novembre!”
    Aveva un paio di occhi compassionevoli.
    Come quando si sta parlando con un bambino.
    Non potevo crederci.
    “Lo scorso Luglio, a quest’ora, facevano un baccano infernale!”
    “ E’ vero, anche a me piaceva il loro baccano. Mi dava la certezza che l’indomani ci sarebbe stata una magnifica giornata!”
    “ E ora – dissi  -  sono morte!
    “ Si – disse Maria Carla – morte!”
    “ Magari sono da qualche parte al calduccio che aspettano l’estate!”
    “ No, amore mio! Il loro ciclo vitale è finito. Hanno lasciato le ninfe che genereranno nuove cicale nella primavera. “
    “ Cosa sono le ninfe?” – chiesi.
    “ I piccoli, le larve di cicale, i bambini!” – rispose ridacchiando.
    Guardai dentro il camino la legna che bruciava. Quei ceppi li avevo tagliati io e me li ero  portati sulle spalle fino alla legnaia.
    Fuori pioveva.

    Maria Carla mi sorrise ancora e, lentamente, si addormentò.
    Anche il mio cane dormiva.
    Rimasi solo con il camino.
    Emanava una luce strana.
    Mi avvicinai ad esso per godermi il caldo.
    Domani sarebbe stata un’altra giornata di pioggia.
    Alzai la testa per ascoltare meglio il rumore dell’acquazzone sul tetto di ardesia.
    Poi, attraverso la finestra, lanciai uno sguardo agli ulivi.
    Le cicale sono morte!– dissi ad alta voce.
    Il mio cane aprì un occhio.
    Presi Maria Carla in braccio e la portai a letto.
    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:11
    Confessione.

    Io sono il figlio di un bastardo e di un'ingenua.
    Il frutto andato a male dello sbaglio di due famiglie.
    Non credo che difenderò la patria
    o morirò per il tricolore.

    La mia arma è stata la menzogna.
    Ogni conquista una fortuna.
    Ogni sconfitta una dura realtà.

    I miei diritti sono stati il frutto dei miei doveri.
    Il mio poco denaro è stato un mezzo e non un fine.
    La fede in Dio un rifugio spartano.

    Avrei voluto avere il coraggio dei ragazzi di Piazza Tien an Men:
    un' autentica forza divina.

    Ma ho dovuto lavorare giorno e notte.
    E ho confuso il giorno con la notte
    per ottenere ciò che mi è stato tolto.

    Sono entrato nel cuore di molte donne
    per poi sedermi negli angoli delle loro stanze rotonde.

    Ho rispettato l'umiltà degli uomini
    e cercato di capire la presunzione di Dio.

    Tutto questo con un solo obbiettivo:
    non essere mai come mio padre.
    E una sola utopia:
    esser migliore di lui.

    Nel corso del tempo nessuno mi ha mai ostacolato.

    E' stata ed è una strana storia, questa.

    Ma è la vita.

    Ed è mia.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:10
    Un consiglio per te.

    Togli la brutalità
    da tutta quanta la tua vita.

    Il passato è della morte
    al di fuori dell'uomo.

    Insignificante valore confessato candidamente.

    Tieni in serbo le tue risorse
    da ciò che scrivi e da ciò che senti.

    Rimani acquattato e  stai attento:
    non esiste un luogo che si trovi dappertutto.

    Soffermati su qualcosa.
    Trapianta la tua esistenza nel tuo io viziato.
    Assicurati l'aiuto dei tuoi pensieri.

    Cosa puoi ottenere?
    Quali sono i limiti?

    In ogni tua decisione c'è rabbia.
    Dai il tuo affetto e smetti di dimostrarlo.

    Impara la via dell'inganno.
    Non fidarti, se puoi, neppure di te stesso.

    Nasconditi nell'antro della tua pazzia
    e affronta il giorno riflettendo:

    persino il tuo nemico
    ha una notte per dormire.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:09
    Un mio amico.

    Io ho un amico.
    Siamo nati nella stessa città.
    Stesso quartiere.
    In un’afosa serata di Luglio dell’81 andai a casa sua
    e lo trovai intento a fare i bagagli.
    “ Devo trovare il mio posto nella società. La mia giusta collocazione!”
    Questo fu quello che disse prima di salutarmi e andarsene.
    Lo rividi dopo tre anni.
    Era molto dimagrito, quasi senza denti
    e con le braccia piene di buchi di siringhe.
    “Sto ancora cercando il mio posto. I tempi non sono maturi ma lo troverò.”
    Sussurrò questa frase a testa bassa e se ne andò.
    Da allora sono trascorsi 29 anni.
    Il mio amico non si è più mosso da Acqui Terme.
    Ora sta poco lontano dal quartiere dove giocavamo.
    Imbocchi una lunga strada con ai lati solo campagna.
    Giri a destra e oltrepassi un cancello.
    Fai 50 metri e giri intorno ad un cipresso.
    Lui è lì. Terza fila a sinistra. Ha 21 anni da 29 anni.
    Nel posto che stava cercando e che tanto lo ha atteso.
    Lungo 2 metri e profondo altrettanto. Hal        

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:08
    Elementi da s(bar)co.

    Stanno appoggiati al muro,
    con una bottiglia di Ceres in mano,

    o un bicchiere con del Negroni dentro,
    o un Cuba Libre,
    o un Gin Tonic

    e il loro sguardo è annebbiato,
    insignificante,
    perso in un vuoto
    che accoglie anche la loro vita.

    Attendono qualcosa che non accadrà,
    stando immobili,

    un sorso dopo l’altro,
    intrappolati come sono dai loro pensieri alcolici,
    in una realtà che non è più la loro,
    che non li vuole,
    che li deride.

    I loro tristi sorrisi sono gialli di denti marci
    e i loro aliti fetidi
    come le fogne da cui provengono.

    Non sanno dove andare.

    Stanno lì,
    all’esterno di un bar,
    nel loro mondo circoscritto,
    nel loro mondo perfetto.

    Ogni tanto fanno due passi,
    per andare al bancone,
    ad ordinarne un altro.

    Il barista li guarda.
    Forse prova vergogna per loro.

    Ma il suo lavoro è quello di riempire i bicchieri.

    Smette di farlo
    solo quando non hanno più soldi.

    E’ un duro mestiere il suo.

    Ogni tanto qualcuno stramazza a terra.
    E lui lo rialza
    solo se si trova all’interno del suo bar.

    Capita che qualche donna
    venga a cercare il suo uomo.

    E quando lo trova
    ubriaco marcio
    la senti urlare che non ne può più,
    che quella è l’ultima volta,
    che prima o poi se ne andrà,
    prenderà suo figlio e se ne andrà.

    Tutti ridono.
    Si fanno un altro bicchiere.

    Quello a cui la donna urla le dice: “ puttana!”.

    E lei: “bastardo alcolizzato impotente”.

    Ancora risatine.
    Qualcuno vomita dietro a un tavolo.

    L’uomo che sarebbe bastardo, alcolizzato e impotente dice: “ togliti dalle palle!”.
    La donna: “ tra noi è tutto finito!”.

    Poi se ne và, urlando insulti ad alta voce.

    L’uomo alza il bicchiere e scola il contenuto.

    Ha fatto la cosa giusta.

    Ne è convinto.

    Si avvicina al bancone.

    “ Dammi un’altra Ceres!” - mugugna al barista.

    L’altro gliela stappa.

    Ne butta giù una golata.

    Esce e si appoggia al muro.

    Un’altra golata.

    Il mondo è ancora troppo lontano per esser vissuto.

    Invece l’inferno è vicinissimo.

    A portata di mano.

    Dentro una bottiglia.

    Hal

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 0:06
    Di testa mia.

    Ricordi indissolubili di giorni infausti
    perseguitati
    da particolari momenti della mia esistenza
    che accompagnano nebbie del passato
    sopra sbiaditi flashback.
    Tremule tinte sfumate
    di acquarelli in soffitta
    e foto in bianco, nero e giallo
    dove famiglie finte
    fanno sorrisi finti
    e fingono di volersi bene,
    fingendo abbracci.
    Mia madre che urlava: “ VUOI SEMPRE FARE DI TESTA TUA!”
    E io che pensavo:” crepa, maledetta!”
    Ma poi negli anni mi sono dovuto ricredere.
    Fare di testa mia creava problemi
    così ho iniziato a fare quello che piaceva agli altri.
    E’ stato un periodo meraviglioso!
    Tutti intorno a me erano felici : eccetto me.
    Ma questo era irrilevante al fine
    e cioè essere tra persone felici.
    La felicità mi seguiva ovunque andassi.
    Mi stava attaccata ad un braccio.
    Pronta per essere sfoderata
    quando arrivava qualcuno.
    Perché quel qualcuno doveva essere felice.
    Ne aveva bisogno.
    Non dovevo fare di testa mia.
    Non dovevo dire alle persone che mi annoiavano.
    Che avrei preferito mangiare la merda piuttosto che essere costretto alla loro compagnia.
    Non potevo deluderli.
    Volevano applausi.
    Il mio volto aveva imparato a costruire
    un sorriso falso in mezzo secondo.
    Ero coinvolto
    nelle loro stupidaggini,
    nelle loro idiozie,
    nei loro vaneggiamenti,
    nei loro discorsi privi di parole sensate.
    I miei occhi li guardavano
    ma suscitavano in me
    lo stesso interesse
    di un uovo marcio.
    Oggi ho deciso che non esiste una realtà,
    un’età massima per la permanenza in questo mondo.
    Scavalco il parapetto e senza esitazione mi lascio cadere nel vuoto.

    E’ strano: la felicità non mi ha seguito,
    la felicità degli altri non ha coraggio.
    E’ rimasta lassù ad osservarmi.
    Sarà dura per lei senza me.
    Non ho mai tentato di sedurla quando la passavo agli altri.

    L’orizzonte si alza di colpo e la terra mi aspetta.
    Finalmente, un vero sorriso mi taglia la faccia.

    Ho di nuovo fatto di testa mia.

    Hal