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Autore

Gianluca Gualano

in archivio dal 09 dic 2005

13 agosto 1977, Milano - Italia

mi descrivo così:
Annoiato ma speranzoso

23 maggio 2006

Un filo di speranza

Intro: Il racconto di Gualano è un tramutarsi in prosa del classico e troppo abusato proverbio "la speranza è l'ultima a morire". Anche quando siamo arresi al destino, e nella noia incosciente maltrattiamo un pensiero che dovrebbe essere fecondo.

Il racconto

Ripensando nuovamente (diciamo pure senza vergogna per l’ennesima volta) alla mia condizione e più in generale alla condizione dell’Uomo non ho alcun motivo per essere felice. Di sicuro non mi siedo in un tavolo imbandito di cibo e bevande. Cibi grassi e vini speziati. No, tutt’altro. La tavola è scarna e la pancia vuota come quella di un bimbo sfortunato del terzo mondo. O peggio ancora se qualcuno il tavolo lo vede ricco e grasso ha preso solo dei grossi abbagli. L’inganno è sempre in agguato. L’inganno stesso credo sia generatore di tutto ciò. Ma l’inganno alla fine dei conti di tutto ciò è l’oggetto o il soggetto? Che miseri che siamo! Quanto valiamo poco! Gettati in una caverna buia e guidati da ombre e odori filtrati. Possibile che non esistano elementi sufficienti per poter arrivare a delle conclusioni o almeno per potersi creare dei solidi punti di partenza. È ovvio che questi sono necessari. Come posso andare avanti a danzare su tavole sconnesse? La mia è una danza troppo pericolosa che porta a morte certa. Ma non quella morte che è l’unica certezza che noi tutti condividiamo. Io parlo della morte del mio Io. Guardo avanti a me e cosa mi attende? Forse un futuro roseo fatto di soddisfazioni mentali o culturali? Di progressi della mente? No, tutt’altro. La staticità mi attende. Ecco la mia fidata amica alla quale farò presto bene ad assoggettarmi e ad andarle incontro proponendole una resa incondizionata. La staticità del pensiero e della mente. Nessuno sviluppo, nessun passo in avanti. Tutto quello che mi verrà offerto saranno solo piccole fondamenta illusorie e di breve durata. E io dovrò accontentarmi come un senzatetto si deve accontentare delle panchine per il suo riposo e degli scarti dei ristoranti per soddisfare la sua fame. Dovrò stare in silenzio. Non devo opporre alcuna resistenza. Ma come posso nascondere a me stesso e a tutti voi che un filo di speranza in me risiede. Un filo esile, infinitamente piccolo. Trasparente. Inesistente ma presente. Se non vi fosse codesto filo, un essere come me come potrebbe tirare avanti?

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