Il ritorno

settembre 2006

Pensavo di aver visto abbastanza,
tanto da dubitare fino all'ultimo se
ritornare o no.
Solo in Africa a fare cosa, "ma, non lo
so," mi dicevo, pensavo con il cellulare
alla portata, una sola telefonata per
disdire il Tutto.
Decisi di partire, quante remore e quante
paure, "si sarebbe ripetuta la magia?"
partii con il punto di domanda che
pesava come un macigno sulla
mia anima stanca e scaricata dopo
un anno di quotidiana follia, trecento
pezzi all'ora per essere dei nostri.
L'uscita dall'ultimo aeroporto mi consegnò
la prima risposta, o meglio riflessione,
"se ciò che hai visto è abbastanza riguardalo
un'altra volta."
E un'altra volta respirai quell'aria e salii
sui loro carri ad ascoltare le loro
canzoni lungo quelle strade color fuoco
interminabili come la vita che le popola.
Il mio cuore iniziò a sussultare,
penso di avere visto abbastanza mi dicevo,
poi finalmente dal Padre, il grande Soldato,
i suoi figli e il mio prediletto, Adolfo, 4 anni, la
poesia in cammino, cantata al suo passaggio
in ogni angolo del mercato.
Pensavo di aver visto abbastanza,
dopo un mese di permanenza,
quando i trecento pezzi all'ora chiamavano,
quando imboccai la via del ritorno,
tornai a respirare i primi agi
da chi mi accolse come un principe,
ma l'Africa chiamava, anticipò
la partenza dell'aereo e tuonò
perentoria dicendomi "ora vedrai amico mio
di cosa sono capace" e mi proiettò
in un viaggio nel tempo lungo le
rive del Zambesi in prossimità del
Surreale e io allora finalmenti compresi
mi sedetti
e contemplai
l'Inenarrabile,
mentre la Notte
tambureggiando
si presentava alla
Porta.