La gara del sé

Cadere nel fango, saltare
e tuffarsi nell’erba; è una
corsa la mia. L’insolente tentativo
di convincermi di essere tributario
di un permesso di esistere non mi tocca
né mi scalfisce. Sono tale perché sono
ed intrepido mi cerco.
Se solo lo volessi potrei non starmene
impalato tentando di afferrare
le foglie morte caduche di
un’opportunità fatta vita,
bensì abbattermi incurante sul mondo
con tutta la mia forza e potenza,
per esser certo che in ogni dove
sia scolpito il mio nome furioso.
Ma so che non è questa la soluzione.
Devo alienare il mio vivere dall’inerzia
dell’esistenza, ma non v’è gloria nell’imporsi.
Piuttosto affermarmi! È indubbio: arrampicarmi
per cogliere il frutto maturo e scoprirmi,
almeno una volta, vivo nel moto
costante che conduce alla morte.
Eppure lo sto già facendo.
Non invano dico ciò.
Nel momento in cui consapevole penso
di poter cambiare il mio ultimo
istante di vita, beh, l’ho già modificato.
Continuo nella mia affermazione perché
mi sento, ne ho prova, di essere ciò che
più non riesco a spiegare, perché difficile
è la comprensione di una simile coscienza.
Sono io, sono felice.
Vivo e percepisco ciò che
tutto è l’universo mondo.
Eccomi!