Via Portocastro 12

E' difficile capirlo finchè non lo senti fischiare nelle orecchie.
Per tutte le volte che t'innamori distrattamente, dovresti appuntare una medaglia sul tuo cuore. Le lame sono meno affilate, il fuoco brucia con leziosità le tue carni e la malinconia non graffia via la ruggine dal tuo cuore. Sembra una vittoria. Lo è. Un trionfo di Pirro però.
Cosa significa non essere innamorati?
Significa vivere un'esistenza per tre quarti.
Io mi ricordo benissimo il senso di quei giorni dettati dall'Amore. Piangevo, mi isolavo. Mi sembrava di essere il protagonista indiscusso di un fim maledetto, dove la trama cadeva via come la sabbia in una clessidra. L'erba dei boschi mi accoglieva come la moquette del paradiso, il sole si gettava nelle acque marine come un amo speranzoso in cerca di una vittoria. Acceleravo e frenavo sulla strada della mia vita come un vecchio volpone delle gare; viaggiavo per le vie delle mie città come la più gioiosa delle anime in pena. Io me lo ricordo.
Non vedevo l'ora di scorgere le mie lacrime sul viso, un assetato di sentimenti  che tirava giù le stelle dalla notte per lanciarle al destino, una folle carcassa che guardava senza impegno e senza dispiacere il suo cuore cozzare contro le pareti della razionalità. Il cuore di cristallo.
Quanto ero debole...
Sentivo il profumo delle sue incrinature, provando poi quella balorda sensazione di appagamento, scaturita dalla malsana voglia di autodistruzione... distruzione? No.
Ora ho il mio tanto agognato cuore di diamante ed il resto del mondo lo sa. Ciò che quest'ultimo non sa è che mi manca l'Amore. Mi mancano i silenzi nello stomaco, la ressa nella mente e i baci maliziosi della mia anima, il calore di una strategia per averla, per avere lei, la persona che sembra fatta per strozzarmi e rianimarmi finchè il veleno non ci separi. Io mi chiamo Andrea Bastiani e questa è la canzone della mia vita. No, non parto dalla fine, parto in media res.
Odisseo non me ne avrà, ero anche io sulla sua nave martoriata per Itaca e lui, lo so, se lo ricorda.

Cap I

Non che il nome della via di casa mia non mi piacesse ma avrei tanto voluto abitare in un posto chiamato  "Via del Campo". Certo, considerando che il paese ha un nome meraviglioso, un po' di fantasia per la toponomastica non avrebbe nuociuto. Vivo a Portocastro, via Portocastro 12.
Sembra un motto, quasi un coro: "Portocastro, viva Portocastro!"
Non mi delizia. A quattro passi dal mare, otto da una collina, il classico neo di casette tra un'enorme pozzanghera e un giardino prensile. Farei molta fatica a descrivere quel paesino così rurale, così voglioso di stare al passo coi tempi. Se dovessi personificarlo sarebbe una anziana donna che appare ridicola con i suoi tentativi di sembrare giovane. Antenne e parabole malefiche, zone WiFi, un parcheggio che puzza di lager e quell' internet cafè tanto inutile quanto cacofonico. Portocastro sa di arancia.
A differenza di quanto si possa pensare, in questa cittadina vivono tante persone, sembrano troppe, la gente è bellicosa e la loro natura è asfissiante. La gente è viola.
La odio.
Le stradine sono fatte di sassi, pietre; le fughe sono sempre piene di muschio come un labirinto di siepi. le casette ammassate una vicino l'altra mi hanno sempre dato l'impressione di un gruppo di vecchiette intente a ricamare, a fare la calza, tutte in fila, gomito a gomito, con i loro sorrisi da nonne, le loro rughe, le calze marroncine, gli scialli e quei capelli vaporosi, a volte radi. Via Portocastro poi è meravigliosa: la piccola grotta della Madonnina, la signora Manni e le sue gerbere sempre in fiore, il postino in bicicletta sempre inacidito con la barba incolta. Il signor Claudio che va giù d'imprecazioni dal balcone e i vasi di tutto il resto del vicinato che fanno fiorire arcobaleni ad ogni estate. 
La signora Manni è bianca, mentre il signor Claudio è blu cobalto.
Al N° 12 ci sono io, casa Bastiani. Lo zerbino sempre pulito e la porta castana, la cassetta della posta blu con quella ammaccatura che ha sempre destato in me una certa curiosità. E' sempre stata lì: chi? Come? Quando?
Di solito le mattine d'estate prendo la bicicletta e vado giù ai moli, mi siedo sulla mia panchina preferita, quella verde con la ruggine, dando sfogo alla mia mente. Guardo il mare.Le vecchie barche di legno di un tempo se ne stanno distese a riposare, mentre qualche vecchio pescatore passa le ore ad accarezzarsi la folta barba con gli occhi fissi nel vuoto e le mani intente a crocifiggere un'esca sull'amo. Così, tutto a memoria.
Vorrei che la mia vita fosse un romanzo pregevolmente incastonato tra i Malavoglia giù ai moli, le atmosfere amene di Portocastro  e la melodia di "Via del Campo" fuori casa mia. In fondo gia lo è.
E a ricordarmelo però è una lettera che trovo nella vecchia cassetta ammaccata, un messaggio senza mittente: il cuore inizia a palpitare con violenza ancestrale.
Non la apro. Puzza d'Irlanda.
Senza pensarci più di una volta, mi dirigo nella mia dimora e sbatto con tenacia la porta. Matilde mi spia dalla veneziana.

‐ Perchè andrà così di fretta Andrea? Non voglio pensare che abbia deciso di ripartire. Che testa calda. Alla sua età me ne stavo le ore a chiacchierare con  Franca e Ada al bar in piazza, suonavo il flauto mentre il mio fidanzato dormiva sulla brandina. Perchè spreca il suo tempo ad arrovellarsi nei pensieri come un idiota ? Così giovane ed intelligente poi... 
L'ultima volta che è andato via sembrava un cadavere e quando è ritornato, uno scheletro. Non viene più a prendere il caffè con me ed i ragazzi, passa le sue giornate in modo scialbo, sembra un monaco benedettino. Certo, anche io dietro questa veneziana non sembro una persona equilibrata. Cosa ci posso fare? E' come fosse un nipote per me.
Non andare. ‐

Zaino in spalla. Tutto pronto.
La mia meta è Corsello, 700 km da Portocastro, una città molto grande e satura di cemento. La farò tutta d'un fiato. Un bacio alla Madonnina nella piccola grotta, rubo una gerbera. Un bacio anche a Portocastro e via.
E' arrivato il momento di viaggiare nella mia anima, nella mia mente, voglio abbattere il muro del suono, voglio riverniciare la staccionata del sole; ho un cielo incredibilmente terso dalla mia parte e una ventina di gradi centigradi che sono ottimi compagni, mai lagnosi e sempre spiritosi. Tempo dieci minuti a piedi e sarò sulla provinciale, forse è meglio decidere il mezzo di locomozione: autostop o bus? Il primo mi sembra rischioso quanto improbabile, chi si fermerebbe? Non sono mica Jack Kerouac. Prenderò il bus, il T80 giallo.
E' incredibile pensare che ci si possa dimenticare quante salite e discese ci siano in un paese tanto piccolo, ho già un fiatone scandaloso. Non appena mi lascio alle spalle l'ultimo salumiere, riesco ad intravedere la pensilina claudicante della fermata. Sopra c'è la pubblicità di un circo di talmente tanto tempo fa che probabilmente quegli animali si saranno anche estinti. Una locandina gialla da far schifo, una cornice di chewing gum appiccicate e le solite scritte dei mocciosetti. Dei seggiolini non è rimasta nemmeno l'anima, quindi mi siedo sul marciapiede che fa tanto beat‐generation.Ah se potesse vedermi Sal di "Sulla strada": verdi  bermuda larghi con i tasconi, ginocchia martoriate dalle rovinose cadute e scarpette da ginnastica logorate da qualsiasi agente atmosferico; maglia a tinta unica, un arancione che più spento non si può e una sola manica arrotolata verso l'altro. Viet Nam.
Le macchine sfrecciano con una lentezza impercettibile mentre arrotolo una sigaretta. Il tabacco si confonde con la carnagione delle mie braccia abbronzate, lecco la cartina fissando un camion accostato sulla corsia di fronte, quella che porta a Casal Marsina. Bestemmia come un cane: il camionista ha forato un pneumatico ed allo stesso tempo sta facendo scricchiolare la piccola grotta della Madonnina fuori casa mia. Mi vien quasi da ridere. E' sudato da far schifo ed ha le scarpe bucate; non ce la faccio a guardarlo, o lo contemplo o lo ascolto con un religioso umorismo. Ultimo tiro di tabacco e T80 che procede come un ippopotamo altezzoso, tempismo perfetto. 
Mi lancio a bordo come una cartaccia e mi piazzo indietro, lato finestrino con una puzza di whisky sorprendente, sembra il Roxy Bar itinerante. Con me ci sono due vecchiette che, a giudicare dall'espressione da iena ridens, stanno spettegolando sulla propria comare assente, le solite pezzenti; l'autista, che balza all'occhio per quella che penso sia una voglia di caffè enorme sul collo e la mancanza di un pollice, poi un militare ed un anziano uomo con la coppola cui  manca solo una lupara. Il panorama inoltre non è male. Nel seguente ordine: lungomare di Cupoli, stazione di Monte Piano e la chiesetta di Sant'Irene; a sinistra gli amarissimi Monti Elcidi costantemente in camouflage, quasi avessero vergogna dei loro dirimpettai premiati dal mare e dalla luce che in esso riflessa. Che battaglia tra mari e monti.
Ecco Agoli, il paese delle focacce, del teatro e della cernia fritta. Vada per la prima, si scende. Guardataccia alle iene ridens, balzo sul marciapiede e mi ritrovo dopo venti metri davanti al forno di Mastro Giorgio. In realtà non ci ero mai venuto, ho sempre ascoltato dei racconti sulle gesta culinarie di quel cinquantenne che tutti chiamano Mastro, era la prima volta che avevo la possibilità di testare con il mio palato queste leggende gastronomiche. Frugo con indice e pollice nel portafogli per raccattare qualche spicciolo, poi mi blocco sull'uscio della bottega. 
Una fiamma di bellezza mi esplode in piena faccia come una stella lontana che collassa su se stessa.

‐ Se ne stava lì impalato con gli occhi in quel che definire portafogli sarebbe un complimento azzardatissimo. Frugava come un demente alla ricerca di un po' di rame e nichel a forma di buco di ciambella: mi dava l'impressione di un minatore sgangherato.
Quando si accorse di me, i suoi occhi color ****** si spalancarono come due porte sbattute dal primo vento d'autunno, le sue dita svenirono e vidi il suo pomo d'adamo fare su e giù come su un'altalena. C'era poco da pensare, lo avevo stordito.
La scollatura era impavida, per carità, ma gli si incendiò lo sguardo nel fissare i miei capelli rosso rabbia, non guardava il seno, ne ero sicura. 
Sospirai e lo servii come un cliente qualunque.‐

Paradossale. Jessica Rabbit con gli occhi e la spartana gestuaità di Rosso Malpelo.
Una tigre sporca di farina, forse è la figlia di Mastro Giorgio.
I miei occhi iniziano a navigare sui suoi capelli color tramonto, poi scivolano come un rivolo d'acqua piovana sulle sue braccia, sbattono contro l'arcipelago di lentigini per poi risalire su verso i suoi occhi verde bottiglia; muove la bocca. Sento un suono.
Maledizione mi sta parlando!
Grattandomi l'angolo sinistro della bocca rispondo alla domanda più ovvia che una situazione del genere potesse dettare: " quella lì bruciacchiata."
Poi d'un tratto i suoi occhi si sbarrano, schizzandomi addosso tutta la loro iraconda curiosità:
"Guarda che ti ho chiesto di che colore hai gli occhi. Cos'è? Hai troppa fame?"
Sbagliare risposta ad una domanda così semplice è come aprire una porta e, invece di chiedere permesso, dire "pronto!", come in una conversazione telefonica. In ogni caso, una goccia di sangue nero raggiunge il mio cuore: "Vedo che dalla mia risposta non ti si è manifestata la mia voglia di rendere la nostra conversazione quanto meno protratta possibile."
Il suo viso inizia a fare pendant con i capelli per quanto sta arrossendo, tira fuori la focaccia abbrustolita e me la serve come si serve un drink di cicuta. Come un giocoliere prendo la focaccia con una mano, mentre con l'altra afferro il mio rettangolino di carbone commestibile continuando, però, a fissarla quasi fossi un pellegrino a Fatima. 
Girandomi, esco. Per quanto mi riguarda, ogni marciapiede è una sala da pranzo vittoriana, quindi senza fare complimenti, mi accomodo qualche passo più in là di distanza dalla panetteria; mi gusto la sapienza di Mastro Giorgio. 
Sigaretta gusto sole.
Dopo un'oretta a contemplare il più poetico "nessuno" che mi sfila davanti, decido di fare una breve passeggiata per Agoli, città della cernia fritta, del teatro e delle panettiere color pomodoro. Arrivato alla fontana della piazza, scorgo i soliti vecchietti che si dannano a briscola, se ne stanno in silenzio, ho sempre pensato che fosse una specie di guerra fredda tra loro; muti come dipinti fino alla carta vincente. Voglio morire prima di arrivare a questo. Continuo il giro.
Mentre faccio per inciampare su una pietra, mi ritrovo al porticciolo. Se c'è una cosa più poetica della maledetta cernia qui ad Agoli, sicuramente è la storia degli attori innamorati, la amo:
Un giovane attore di Ajaccio si trovò per caso a far parte di una famosa compagnia teatrale che, visto l'incredibile lustro di cui godeva il palcoscenico agolese una cinquantina di anni fa, non poteva perdere l'occasione di esibirsi al famoso teatro Plauto di Agoli. Alain Desprè era il suo nome. Giallo ocra.
Sulle ali dell'ambizione si catapultò anima e corpo nell'opera che lo vedeva come protagonista, " Le Saette di Frederich", una tragedia d'amore che gli sembrava cucita addosso. Dopo due settimane di studio per imparare alla perfezione la parte, fece la conoscenza di colei che avrebbe interpretato il ruolo di Charlotte: Serena Portinoni. Azzurro e Rosso.
Per qualche mummia del paese è stata e sempre sarà la più bella agolese mai nata. Gli occhi del cielo di Settembre, capelli color Marilyn che componevano odi insieme alla sua pelle fatta d verginità. Alain e Serena si confusero in un solo corpo al primo sguardo, recitavano nella realtà, mentre sul palco, durante le prove , facevano l'amore sotto le vesti di Frederich e Charlotte. Si amarono all'unisono, ebbero bisogno l'uno dell'altro come due indemoniati, la loro passione scoppiava come un tappo di champagne ogni volta che le loro dita si baciavano. Il regista si spellò le mani a forza di applaudirli e di far finta di contare tutti i soldi che avrebbe guadagnato con quel successo stratosferico. Un giorno però Serena ebbe una notizia selvaggia. Keynes, un produttore americano che si era infiltrato in sala durante le prove, mandò lei un messaggio che la invitava a recarsi nella sua tenuta poco fuori Agoli. Alain sentì puzza di bruciato sin da subito ed ingaggiò con la sua amata un singolar tenzone a colpi di sguardi per farla desistere. Il risultato fu un litigio monumentale che fece deflagrare quel sedimento d'amore che faceva da vaso ai fiori che profumavano di passione eterna. Dopo l'ennesimo urlo sbattuto sulla faccia di lei, Alain si beccò uno schiaffo pesante da far schifo. Tutto secondo i piani: buone maniere, proposta indecente e senso di colpa fugace, troppo. Serena vendette la sua anima ad un porco per una parte, anche molto marginale, nel prossimo spettacolo di Keynes. Mentre ella era via, Alain si pentì di aver pensato male, di aver subito giudicato e soprattutto di aver urlato su quel viso che sembra paradiso sul mare. Era notte.
La vide fare capolino da dietro l'angolo della strada. Alain le corse incontro come un bambino africano che vede per la prima volta la neve ma lei, più che neve, fu ghiaccio, bollente.
La Luna sta per stramazzare al suolo, tramonta.E' la Prima.
Il pubblico ha il fiato sospeso, Alain e Serena stanno recitando l'ultima scena. 
Si tengono per mano. Non riescono a guardarsi.
Il copione prevedeva che Charlotte, accortasi di amare Friederich, facesse bere allo stesso un filtro che lo rendesse immortale, ascendendo così entrambi al cielo.
Con gli occhi colmi di lacrime nere, Alain si voltò verso Serena e quest'ultima lo guardò come si guarda la lapide del proprio nemico: con una malinconica indifferenza.
"Dammi il mio veleno, fa di me ciò che vuoi."
Bevuto l'intrugio, sia Frederich che Alain si accasciarono a terra e perirono sia nella realtà che nella finzione.
Dopo la confessione amara, brusca e malefica di Serena, Alain decise di finire mentre godeva dei suoi più grandi amori: il teatro e quell'angelo maldestro. Mise dell'arsenico nell'ampolla di scena.
Sconvolta, Serena Portinoni fuggì da Agoli per non farci mai più ritorno.
Salito in cielo, Alain Desprè ritorna ad Agoli ogni anno sognando la sua Corsica.

Sono le sei, faccio giusto in tempo a prendere il bus. Buonasera Signor Desprè.

Cap II

Sono le sei e quaranta.
Con un profumo di sera prendo il bus, salgo e faccio per accomodarmi. Solita lotteria dei miei compagni di viaggio. Faccio in tempo a scorgere un uomo di colore in fondo al bus e sento un movimento anormale del bus, sembra un serpente che si sta accoppiando: sbanda. Poi il buio.

‐ Quella sera ero estremamente riottosa, non sarei andata a lavoro nemmeno per tutto l'oro del mondo. Alle venti di tutti i maledetti giorni iniziava il mio calvario che poi sarebbe finito con la vittoria dell'alba sulle tenebre, per fortuna. Feci il borsone e mi avviai verso il patibolo: pantofole ortopediche, guanti di lattice non gentilmente offerti dall'ospedale e la mia divisa verde prato. L'auto, purtroppo, si accese al primo tentativo mentre un'altra sciacquetta si lamentava nelle casse del mio stereo. Arrivai in cinque minuti ma ebbi la sensazione di aver sbagliato luogo, il pronto soccorso quella sera era calmo come una sala da tè. Chiesi ai miei colleghi se ci fossero delle novità o qualche caso "scottante", fonte inesauribile delle nostre risate in reparto: solo un ragazzo senza documenti e con un fortissimo trauma cranico. Con la pacatezza di un soldato che ha saputo che la guerra è finita posai il borsone nel mio armadietto e mi cambiai. Caffè.
Miriam la caposala mi chiese di cambiare la flebo al ragazzo e in un attimo mi calai completamente nel ruolo per il quale Dio, o chi per lui, mi aveva creata: l'infermiera.
Entrai nella stanza e vidi due polizziotti intenti a frugare nel portafogli del ragazzo alla ricerca di qualche indizio sulla sua identità. Non feci caso a quel ragazzo molto abbronzato, era intubato.
Poi si rivolsero a me:"Lei è?"
Risposi piccata: "Dalila Maielli e ovviamente sono un'infermiera del reparto"
Mi guardarono come si guarda un indovino. Idioti.
Cambiai la flebo a quel ragazzo in coma, la situazione non era delle migliori, avrebbe potuto perdere l'uso di qualche arto, la ferita era bella profonda. Chiesi come era successo e mi dissero che il bus su cui era ha frenato bruscamente e lui è caduto all'indietro, battendo la testa su un corrimano. Sospirai. 
Uscii a fumare e a godermi la notte. Fino alle quattro del mattino fu un continuo susseguirsi di dottori che entravano ed uscivano dalla stanza, era in bilico.
Erano ormai le sei del mattino ed il mio turno stava per spirare, diedi un ultimo sguardo di compassione a quel ragazzo e mi voltai per prendere la strada di casa: "Non riesco a capire di che colore sono i suoi occhi."
Quella frase mi fece cadere il cuore nello stomaco, tornai indietro ed alzai con ira le palpebre di quel ragazzo fra lo stupore dei miei colleghi di reparto.
"Bastiani, si chiama Andrea Bastiani."
Con stizza invereconda mi inarcai verso l'uscita. Vomitai nel garage di casa mia.
Conobbi Andrea sugli scogli di Casal Marsina, lui se ne stava lì a canticchiare da solo, con gli occhi lanciati come dardi verso il cielo e la bocca che grondava fumo. Si lasciava cadere addosso la cenere della sua sigaretta, sembrava in coma proprio come ora e mi avvicinai per avvisarlo che di lì a poco avrebbe preso fuoco a forza di comportarsi come un posacenere. Quando si girò, caddi dal grattacielo della mia mente e mi innamorai di lui con una intensità che metteva in imbarazzo il mio stomaco.
Non aveva niente di straordinario, era un ragazzo abbronzato e anche abbastanza trasandato, mani grandi e delle dita affusolate. E allora?
Quante volte me lo sono chiesta...
Posso dire solo che la sua voce era figlia di un gigante della scandinavia e una candida melodia ricamata con un'ocarina, non riusciuvo a definirla. Dalla sua bocca nevicava dolcezza e grandinava virilità, mi stordiva ad ogni parola. Quel suo modo di parlare così alieno mi ipnotizzò e cancellò ogni traccia della mia vita prima di quell'incontro, pretesi che la sua lingua deliziasse il mio udito e poi il mio corpo nelle sere roventi di Casal Marsina. Fu una relazione fatta di incredibili silenzi e mistici segreti che mi svuotavano e mi sommergevano come un'onda anomala, avrei voluto tenerlo tra le mie braccia e soffocarlo, Non seppi mai da quale famiglia venisse, cosa ci facesse sugli scogli e perchè fissasse il cielo.
Per un'intera estate diventò la mia ossessione, la malaticcia ragione della mia esistenza che ad ogni orgasmo diventava sempre più misera e ad ogni parola che sgorgava dalle sue mani diventava sempre più lodevole. Era dolce e determinato nella sua afasia, restava muto davanti alle mie domande su di lui mentre una nuvola di fumo gli entrava in corpo. Le Nuvole.
Ogni notte mi denudavo davanti ai suoi occhi, quegli occhi bastardi. 
Aveva un temporale negli occhi, l'impetuosa tempesta che vomita in mare i suoi uragani, delle onde di amarezza che cozzavano contro la scogliera del suo viso, e più li scrutavo più si agitavano. Avevo paura. Facevamo sesso. Avevo paura.
Ero attanagliata da un dubbio atavico: sindrome di Stoccolma o vero amore? L'avrei scoperto di lì a poco. Quando l'estate andò a riposare, nei suo occhi scorgevo sempre più fulmini e i suoi silenzi erano diventati orchestre infernali. Gli chiesi di rimanere qualche settimana a dormire da me ma senza la giusta convinzione, lui si voltò e mi rispose:
"No, mai. In questo preciso istante ti sto uccidendo lo sai?"
Raggelai. Non lo vidi per sue settimane. 
Mi ero innamorata di lui, il mio carnefice; mi aveva riportata sulla nave dell'amore dopo una vita di delusioni e adesso mi aveva lasciata da sola a governare quel vascello nella tempesta dei suoi fottuti occhi. Quando lo reincontrai sugli scogli avevo già il discorsino pronto e glielo sputai in faccia:
"I tuoi silenzi sono fucilate nel petto, ti odio. Sei una maledetta carogna. Perchè hai fatto sesso con me come quando si fa l'amore con la propria amata? Perchè è maltempo dentro di te? Cosa diavolo devo fare per volerti bene? Voglio sapere.
La tua pioggia infame ha sfasciato l'ombrello del mio cuore, hai seviziato la mia anima con le tue parole che profumavano di "sempre". Ti odio. Io ti odio. T'odio.
Spero che un giorno tu diventerai cieco. Spero che un giorno diventerai muto. Spero che un giorno sia giorno nella notte della tua anima. Ti amo, maledetto Andrea Bastiani. Ho perso tempo. Addio."
Mi girai e gli diedi le spalle. Sentii il suo accendino sedurre un'altra sigaretta ed il fumo che usciva dalla sua bocca. 
Non lo vidi più fino a quella notte.
Presi un mese di malattia ed al mio ritorno era stato trasferito all'ospedale di Camogli.‐