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Autore

Silvana Poccioni

in archivio dal 23 apr 2007

29 agosto 1949, Rocchetta A Volturno (is)

segni particolari:
Maniacale convinzione che la memoria sia il bene più prezioso che l'uomo possiede.

mi descrivo così:
Sono nata nella Centrale ENEL di Rocchetta a Volturno e vivo dal1983 ad Agnone, in Molise. Ho pubblicato nel 2002 il mio primo volume "In fondo al mattino" per le Edizioni Eva, nel 2008 "Quare id faciam", per la collana "La stanza del poeta", a cura di G.Napolitano e il

22 novembre 2011 alle ore 18:55

Incontro con la vecchiaia

Intro: La vecchiaia non si conosce attraverso i libri o i racconti, ma leggendola negli occhi delle persone care, toccandola con mano, delicatamente e con rispetto, con la consapevolezza che non è mai tanto lontana da poterla ignorare, come se per noi non dovesse arrivare mai.

Il racconto

Era già da un po’ che la sua mente lavorava su quell’argomento, a volte consciamente, più spesso a livello inconscio; ma non smetteva mai di elaborare nuovi dati, di ritornare su quelli già incamerati per riesaminarli, modificarli, risistemarli, in  sempre nuove acquisizioni di consapevolezza.
Lo studio del tema in questione era iniziato già da anni, ma non avrebbe saputo dire con precisione da quando. Forse dal momento in cui, prestando attenzione allo specchio – cosa che faceva sempre senza troppa apprensione – aveva scoperto che la sua pelle aveva perso di elasticità, che tenendo le braccia rilassate verso il basso, come nel tentativo di raccogliere qualcosa da terra, si formavano tra il gomito e il cavo ascellare delle strane fossette, delle piccole striature mai notate prima.
L’esame si era spostato sull’interno delle cosce, sul decolleté, piano piano un po’ su tutto il corpo, e i guasti, come li definiva una sua carissima amica, balzavano agli occhi senza ombra alcuna di dubbio.
Era quello l’inizio della vecchiaia? 
Non si era fatta prendere dal panico né era corsa in farmacia per acquistare creme miracolose né tantomeno si era iscritta in palestra, come tante sue colleghe di lavoro: gli impegni erano talmente tanti, che le sarebbe stato difficilissimo trovare lo spazio per la cura del corpo e d’altra parte non ne vedeva l’urgenza.
È la mente che conta – si ripeteva in continuazione – Se la mente resta giovane, il corpo rallenterà la sua irreversibile corsa verso la senescenza. E la sua mente non aveva né il tempo né la voglia di invecchiare.
Così aveva accantonato il problema (o almeno così le era sembrato).
Si ritrovava, in realtà, a studiare il progredire della vecchiaia in coloro che le stavano intorno, i suoi genitori, in particolare, che negli ultimi tempi avevano continuo bisogno di assistenza. Era semplice accumulare dati, in quel caso, perché l’osservazione era continua, accurata, dolorosamente attenta ai particolari.
La decadenza non era soltanto fisica, ma anche e soprattutto psicologica, e non nel senso che ormai le capacità intellettive stavano venendo meno, perché, fortunatamente, la lucidità mentale, la capacità di ricordare il passato, il senso della realtà non erano diminuite, se non quel tanto che rientra nella norma. Il problema era nell’atteggiamento verso l’esistenza quotidiana, che si era distorto, che era divenuto contemporaneamente attaccamento morboso alla vita e disprezzo della vita stessa, timore di perderla e desiderio di consumarla al più presto, magari chiudendo gli occhi per addormentarsi e non riaprirli più. Quasi la morte fosse una liberazione!
Aveva avuto modo di leggere tanto sulla vecchiaia; trattati filosofici, testi di medicina e psicologia, racconti, romanzi, poesie. Nei primi una visione quasi sempre serena e distaccata del problema, venata di tollerante comprensione o tranquillamente rassicurante su un percorso di vita che ogni essere umano deve prima o poi affrontare; negli altri visioni anche agghiaccianti della terza età, come nel caso del  terribile, vecchio Scrooge di Dickens, o melensamente sentimentali in tanti altri casi letterari.
Ma a guardarla negli occhi, la vecchiaia era tutt’altra cosa e la terrorizzava.
Quando aveva cominciato a diventare vecchio suo padre? In alcune foto di una diecina di anni prima, già l’espressione del viso era mutata: una tristezza mista a rabbia repressa, le labbra strette a negare il sorriso, gli occhi a volte malinconici, altre volte duri e freddi, persino ostili.
Forse la vera decadenza era iniziata con l’ictus che l’aveva colpito, privandolo in parte dell’uso della mano destra e indebolendogli le gambe, cosicché aveva dovuto suo malgrado accettare l’aiuto degli altri in tante piccole cose e contemporaneamente era stato costretto a farsi da parte in quei lavori che prima gestiva in prima persona in casa.
Sono tutti come lui i vecchi? Si era chiesta tante volte. Davvero ad un certo punto si convincono di essere circondati da una massa di deficienti incapaci, che vanno guidati passo passo, come bambini che riescono appena a reggersi sulle proprie gambe? Davvero non capiscono che in realtà hanno bisogno di tutto e il bisogno generalmente rende umili e riconoscenti?
Ma l’aveva adorato troppo nella giovinezza, idolatrato troppo per credere  che il suo modo di agire non fosse altro che un’esasperazione dovuta all’età di difetti caratteriali presenti n lui da sempre.
Si comporta così perché ci vuole bene - si ripeteva nel tentativo di auto convincersi - perché se potesse ci eviterebbe qualunque fatica e preoccupazione, ecco perché è così invadente da sembrare addirittura presuntuoso e arrogante, ecco perché sembra non capire che noi figli ce la possiamo cavare anche senza le sue continue istruzioni sull’uso, senza i ripetuti rilievi sul nostro modo di fare, ecco perché  reagisce a qualunque manifestazione di affetto con questa indifferenza che uccide.
L’esame sull’evolvere dell’anzianità in sua madre, al contrario, la lasciava strabiliata per i motivi opposti: il progredire dei mali fisici, della debolezza del corpo, della consapevolezza del suo irreversibile decadimento fisico era inversamente proporzionale al suo desiderio di amare, di dare, di alleviare i problemi altrui. Quanto meno poteva agire con le forze del corpo, tanto più si prodigava col cuore e con la mente nel distribuire affetto, comprensione, riconoscenza a chi le stava accanto, ai figli soprattutto, che mai avrebbe voluto “disturbare”, come ripeteva in continuazione.
Suo padre, invece, si era fatto distruggere progressivamente dall’attesa della morte e ci conviveva ormai da un tempo incalcolabile. Ne parlava di continuo, direttamente o in modo velato, e sosteneva di non temerla, anzi, di desiderarla, visto che ormai non poteva fare più nulla di tutto ciò per cui era sempre vissuto. Ma lei aveva capito che quel parlarne in modo sprezzante non era altro che un tentativo di esorcizzarla, quell’attesa del nulla, e che dietro la sua apparente sicurezza c’era un terrore ancestrale, un’angoscia profonda di fronte all’ignoranza del “come” tutto sarebbe avvenuto e soprattutto del “quando” i suoi occhi avrebbero smesso di vedere la luce.
- Aveva ragione Indro Montanelli – ripeteva di tanto in tanto -  Non è la morte che mi fa paura, è il morire -.
Forse per questo non dormiva più da anni.
La notte per lui era uno scorrere interminabile di minuti, lenti, sul grande quadrante bianco dell’orologio che aveva voluto far sistemare accanto al letto e per giunta in una posizione a lungo studiata, per poter leggere con chiarezza le distanze millimetriche tra un minuto e l’altro segnate dalla lancetta più lunga.
E durante quelle notti senza fine insorgevano in lui i desideri più disparati: quattro grissini su un tovagliolo  per non disperderne le briciole, una tazzina di budino alla crème caramel, un pezzettino di caciocavallo, e poi acqua, acqua e ancora acqua, per il timore di non urinare abbastanza.
Quando il tremito agitava le sue mani di vecchio e anche stringere le posate durante il pranzo diventava un’impresa insostenibile, lei tornava con la mente alla propria infanzia, durante la quale  suo padre era stato per lei l’eroe invincibile, il risolutore di ogni problema, l’essere eccezionale esperto e abile in qualunque impresa.
Dov’era finito ora quell’eroe? Ne rimaneva l’involucro esteriore, accartocciato su se stesso, che bestemmiava per non piangere, che aveva sostituito il suo straordinario altruismo in un egoismo piccolo e fanciullesco, come le sue pretese da bambino sempre insoddisfatto (così apparivano ad uno sguardo superficiale e annoiato le sue richieste ora di questo ora di quello, fuori orario e senza senso).
Da molto tempo ormai aveva smesso di confidare a lui e a sua madre i propri problemi, le ansie e le insicurezze, i bisogni e le paure.
L’abbraccio ormai doveva essere solo un gesto con cui stringerli, senza pretendere di essere stretta, un gesto delicato, prudente, rispettoso della fragilità di quei corpi malati e doloranti.
E il saluto con cui si congedava da loro ogni volta, aveva quel sapore segretamente triste e malinconico che devono avere probabilmente tutte quelle cose preziose che sappiamo di dover perdere, ma non “quando” le perderemo, e per questo motivo diventano di ora in ora più pregiate, più rare, uniche nella loro transitoria bellezza, come tutto ciò che Dio ci ha dato in usufrutto e che noi, stupidamente, consideriamo un nostro possesso.

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