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Autore

Silvana Poccioni

in archivio dal 23 apr 2007

29 agosto 1949, Rocchetta A Volturno (is)

segni particolari:
Maniacale convinzione che la memoria sia il bene più prezioso che l'uomo possiede.

mi descrivo così:
Sono nata nella Centrale ENEL di Rocchetta a Volturno e vivo dal1983 ad Agnone, in Molise. Ho pubblicato nel 2002 il mio primo volume "In fondo al mattino" per le Edizioni Eva, nel 2008 "Quare id faciam", per la collana "La stanza del poeta", a cura di G.Napolitano e il

17 aprile 2012 alle ore 13:20

La fiaba dell'albero e del tenero virgulto

Intro: Talvolta i genitori, per aiutare i propri figli a crescere, devono allontanarli da sé, evitando di danneggiarli con il loro amore eccessivo e cieco.

Il racconto

Voglio raccontarti un’altra fiaba, come quelle che ti piaceva ascoltare la sera, prima di addormentarti, tanto tempo fa, quando eri così piccolo e dolce, che mi pareva  impossibile dover soffrire tanto, un giorno, per te e con te.

“C’era una volta un albero d’alloro, che era stato trapiantato da un giardino dopo che suo padre, l’albero gigante, era stato abbattuto, perché le sue radici minacciavano il muro di recinzione. L’alberello crebbe e indurì la corteccia del suo tronco, e si fece sempre più alto e robusto, le sue radici divennero sempre più lunghe e profonde e venne il giorno in cui anche lui dové essere abbattuto, perché non crollasse il muro di cinta. Mentre la grande lama dentata penetrava nelle sue fibre vive e un rumore assordante copriva il fruscio del vento, che accarezzava pietoso le povere foglie profumate, l’albero guardò il tenero virgulto nato accanto a lui dai suoi semi e  con voce muta innalzò un'ultima preghiera al Signore della Natura.
- Non ho scelto io di nascere. – gli diceva -Tu hai deciso per me, e avevi deciso tu per mio padre e per il padre di lui. Noi tutti abbiamo accettato, come tu volevi, di gettare il nostro seme, perché come noi bucasse con fatica il duro terreno e germogliasse affrontando il freddo e la sete, per crescere e indurire la propria corteccia e allungare le proprie radici. Adesso che è giunto per me il momento di essere abbattuto e non mi è dato di rimanere nel tuo giardino per vedere il mio seme diventare albero, concedimi almeno di cadere al suolo senza danneggiarlo. Se non ho potuto aiutarlo come volevo, perché le mie braccia non hanno saputo proteggerlo, quando il gelo lo intirizziva e il sole lo inaridiva, risparmiami almeno il rimorso di avergli fatto del male per essergli stato troppo vicino. - 
Il Signore della Natura ebbe pietà dell’albero e mentre cadeva ordinò al vento di spingere dolcemente il suo tronco  reciso lontano dai teneri germogli”.
Chi sa, figlio mio, se c’è davvero un Signore che ascolterà anche la mia preghiera ?

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