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Autore

Alessandra Prospero

in archivio dal 10 apr 2013

L'Aquila

mi descrivo così:
Poetessa, scrittrice, autrice... scrivere è la mia fortuna e il mio fato.

11 aprile 2013 alle ore 8:30

P.S. Post Sisma

di Alessandra Prospero

editore: Città del Sole Edizioni

pagine: 40

prezzo: 6,80 €

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Oggi ci chiediamo perché non abbiano ancora inventato la macchina del tempo e ci lamentiamo di quello che abbiamo o avremmo potuto fare. Beh, sicuramente non ci siamo resi conto che il dispositivo è già stato inventato da millenni. Da quando abbiamo la facoltà di scrivere i nostri pensieri immortalandoli. Fare parte di una storia, anche quella che fa male ed è più crudele, quella che fa cadere, rende furbi. Quella che dona e solca indelebilmente l’anima e porta dentro le emozioni. La costruzione o la distruzione di ogni cosa è in mano a chi esorcizza o coraggiosamente si fa portavoce di parole, testimoniando quello che i sensi portano; gustano, ascoltano, osservano. Si condivide anche il sapore amaro che può lasciare tra le lacrime e i sorrisi, che possono attraversare i meandri della coscienza, raccontando anche dell’incoscienza passata. I poeti sono questo: frecce che attaccano i sogni al presente, “raccattando i cocci“ dell’esistenza, anche dove le ferite sono la dura vita che scorre quotidiana.
La rabbia diventa un ricordo che il tempo accarezza, l’amore una salvezza che accompagna la speranza, dopo aver perso tutto. La memoria resta scritta tra le dita che attraversano il bianco, con il nero incontenibile che traccia e cambia, facendo maturare, tremare, consapevolmente respirare.
Alessandra diventa il vivente segno che palpita in un dramma come quello del Terremoto che ha colpito l’Aquila del 2009. “Affoghiamo la pauranelle onde di cobalto, ci aggrappiamo con dolore alla mutevole sabbia. [...] Ci riconciliamocon il nostro destino in una città fantasma gremita di spettri”.
La sopravvivenza diventa necessaria e la forza di parlare e di non celare gli stati che affollano ”il risveglio mortifero”. Diventa presa di posizione, nei confronti della misteriosa Signora Morte. Un gioco impari che spegne le luci d’improvviso e non guarda in faccia nemmeno al “giovane melograno” che “si aggrappava faticosamente al proprio orcio di salvezza, spiando dall’esterno”.
Il ricordo diventa la radice per immergersi nel “deja vu” e capire quanto le azioni del quotidiano siano così importanti da essere appieno vissute. I gesti non sono mai vani poiché solo dopo ci si può accorgere di quanto “troppo presto vanno via le carezze”. I desideri diventano cavalcabili, se ci rendiamo conto di poterli realizzare ogni singolo giorno; senza rimandare, senza essere schiavi dei “domani poi farò” o dei “filtri o amplificazioni”.

recensione di Dulcinea Annamaria Pecoraro

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