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in archivio dal 15 set 2013

Alexandrina Scoferta

Chisinau - Repubblica Moldava
Segni particolari: È triste dover essere realistici anche quando si dice la verità.
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  • 13 maggio 2016 alle ore 18:43
    Moldavia

    Le canzoni ludiche degli ubriachi
    malati di cuore, che con una mano
    reggono il petto e con l'altra bevono vino,
    succo religioso dell'uva del loro giardino.

    La notte tornano strisciando dalle mogli
    ai piedi dei giganti portoni serrati
    e urlano "amore mio perdonami,
    non è colpa mia se amo la vita
    e se la vita non ha amato me,
    eppure dopo tutto il nostro non capirsi,
    torno sempre, come un verme, qui da te".

    E le vecchie col fazzoletto sudicio in testa,
    piangono dolori e urlano lagne ai piedi delle croci
    nei cimiteri, con le ginocchia affondate nella terra,
    a qualche metro, disgraziate, dalle ossa dei morti.

    E il mio bisnonno, guardiano del cimitero,
    che si regge su un bastone, mi vede la sera
    in questa scatola nera, lui, che a malapena
    distingue i colori, ci dice "pregate per me". 

     
  • 22 gennaio 2016 alle ore 17:25
    il mio paese mi somiglia

    Il mio paese mi somiglia. Povero
    e muto. Poveri paesi, non parlano.
    Nero e fertile, grembo caldo e mani
    lontane dall'alba. Poveri frutti, cadono
    vicino all'albero, tranne qualcuno: colto,
    acerbo e innamorato, morso e contento.
    Il frutto mi somiglia. Morso e muto.

     
  • 12 novembre 2015 alle ore 18:29
    Portatrice sana

    Figlia adottiva
    di una terra che non mi ha partorita,
    portatrice sana
    di una lingua che non mi ha concepita.

    Affetta da sangue lontano
    che mi ha espulsa,
    repellente di povertà.

    E taccio, in parole senza radici
    come un quadro di colori mai esistiti.
    Chi è maestro di quest'insignificante allegoria?
    A chi sanguina, dentro me, questa follia?

     
  • 24 ottobre 2015 alle ore 14:07
    sulla tua terra

    Ho camminato sulla tua terra,
    ti dico che l'ho fatto.
    E ho imparato la tua lingua,
    ti assicuro che l'ho imparata.
    Altrimenti non saprei come dirti
    che ho camminato sulla tua terra.

    L'ho combattuta insieme a te
    la guerra dei verbi coniugati
    al futuro.
    Tu, ci hai rimesso del tempo.
    Io, tutte le mie parole.

    Non mi è rimasto che un apostrofo,
    un vago accento che il mio tempo
    dimentica.
    E poi, cosa mai sarà mio?
    L'ipotesi, un giorno.
     

     
  • 16 luglio 2015 alle ore 18:24
    accento straniero sulla punta della lingua

    Hai parole straniere sulla punta della lingua.
    Ho accento straniero nel tuo mondo solitario.
    Ci entro piano, in punta di piedi,
    ma ho pelle impaziente sulla punta delle dita.
    Hai cornici tristi appese alle pareti
    ed io ci dipingo dentro una tristezza mia
    fatta di malinconie oscene, da censurare
    e prati lontani, accoglienti e verdi
    nei quali vorrei fare l'amore.
    Un giorno di questi ti farò ascoltare
    una musica di rumori lontani
    suonata da alberi anziani e foglie cadenti.
    Un giorno ti chiederò di lasciarmi entrare,
    ma non saprò farlo in punta di piedi.
    Ho pelle impaziente sulla punta delle dita,
    ho parole impazienti di trovare casa,
    ho un accento straniero da buttare via.

     
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  • lunedì alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

     
  • 04 giugno 2015 alle ore 13:18
    Occhi del colore della cacca di cavallo

    Come comincia: Cristina ha gli occhi azzurri, non l’azzurro del mare, quello dei pozzi dai quali si tira fuori l’acqua con molta fatica. È un azzurro concreto, che conosce la terra, il sudore, la fatica e non sa nulla del mare, non l’ha mai visto il mare. La sua pelle è scura, abitata dal sole, abituata al duro lavoro. Cristina è bella, alta, ha delle belle forme e i capelli lunghi, dorati, luccicano come il grano al sole. Me la ricordo come fosse ieri, quando eravamo bambine: aveva lo sguardo di chi sapeva poche cose ma le sapeva molto bene, ero io quella che ne sapeva tante e male. Aveva le espressioni dei vecchietti con i piedi ben piantati per terra, erano le cose della terra che amava imparare, le cose che esistono e che sfamano, non come me che amavo l’invisibile, il labile, le nuvole. Io pensavo, lei agiva. Io mi incantavo, lei correva. Io inciampavo, lei saltava. Io raccontavo, lei faceva. I giochi li vinceva sempre lei, era più presente, più reattiva, più sfrontata. La invidiavo e la biasimavo allo stesso tempo: lei non capiva me, io capivo lei, ma lei non sentiva il bisogno di capire. Io avevo gli occhi del colore della cacca di cavallo, un marrone tendente al verde, erano distratti, viziati dalla bellezza di quei posti, illusi dalle promesse, insicuri e molto curiosi, così curiosi che si perdevano e Cristina doveva darmi un ceffone per farmi tornare alla realtà. I miei occhi erano molto insicuri, la mia vita, a differenza di quella di Cristina, cambiava in continuazione. La mia pelle era bianca, conosceva il lavoro, ma non quello duro. Mia nonna non mi faceva lavorare per bisogno, lo faceva per insegnarmi ad ascoltare la natura e il mio corpo. Le mie mani erano delicate, conoscevano bene i banchi di scuola, forse Cristina avrebbe studiato meglio di me se ne avesse avuto la possibilità. Mi piaceva parlare in rima, a tutti piaceva ascoltarmi, ero molto buffa con le lentiggini sulle guance, la voce acuta e la mia ‘’r’’ moscia. Una cosa in comune l’avevamo io e Cristina: la lunghezza delle nostre trecce, avevamo due bellissime trecce lunghe fino al sedere, “oro giallo e oro nero’’ diceva mio nonno. Dividevamo la giornata in tre parti, la mattina si lavorava, nel pomeriggio si giocava ai giochi che voleva Cristina e verso sera si saliva sul ciliegio gigante della nonna dove raccontavo le mie storie, erano minuti che preparavo con molta cura la notte prima di dormire, non ricordo se mi ascoltava veramente, ricordo che ero molto fiera di me stessa. Su quel ciliegio, una volta, ci eravamo promesse di non credere mai in Dio, perché Dio faceva litigare gli adulti tra di loro e noi non avremmo mai dovuto litigare. Non abbiamo mai litigato, ci siamo semplicemente perse, ognuna per la sua strada. Non so esattamente cosa mi abbia fatto smettere di telefonarle, il tempo passava e noi avevamo sempre meno cose da dirci. Le nostre vite diventavano pesanti e i pesi che dovevamo portare sulle spalle erano molto diversi e le nostre sofferenze cominciavano ad odiarsi a vicenda. L’ultima volta che sono stata a Casunca, le avevo proposto di salire sull’albero, in nome dei vecchi tempi. Lei mi rispose che non eravamo più bambine. Quella risposta fu una frattura definitiva tra noi. La verità è che io sono rimasta la stessa, io ci vivo ancora nei ricordi della mia infanzia, lei è cresciuta. Ha trovato un appoggio in Dio, è diventata una testimone di Geova, ha un lavoro, sa bene chi è, conosce bene le cose che fa e le fa bene, mentre io di tutto questo continuo a non capirci nulla. L’unica differenza in me è che io non la invidio più. I segni che porto sulla pelle e nel cuore non fanno più male né hanno più valore dei suoi, ma io mi sento meno sola con la mia solitudine. Io, il mio dolore, che lei conosce bene, lo accolgo a braccia aperte, lo guardo in faccia e lo interrogo come un bambino interroga un adulto. Lei, con il suo, che io conosco bene, sembra non averci nulla a che fare, lo lascia fuori dalla porta proprio come tutti lasciano lei fuori dalla porta quando cerca di diffondere la parola di Geova. Lei è ostile con tutti, io lo sono solo con me stessa, ci lavoro con me stessa, mi tratto come un bambino, mi faccio i discorsini, lascio entrare tutti in casa mia, anche il dolore, non voglio perdermi niente. No, non la invidio più, io un posto l’ho trovato sulla sedia scomoda della verità.
     

     
  • 09 dicembre 2014 alle ore 13:08
    Ospite che non vuole andare via

    Come comincia: Non so parlare la mia lingua, come uno stolto. Conosco la lingua dello straniero: l'italiano. Sono un ospite permanente che non vuole andare via, non troppo ingombrante, come l'erba selvatica nei giardini poco curati. Mi affeziono, come i cani randagi al nuovo padrone, lo difendo, ma so solo abbaiare, non mordo, non ancora, sono un cucciolo. Non so più coniugare i verbi nella mia lingua e non c'è una lingua abbastanza mia che possa permettermi di omologare le parole alla mia carne. La mia carne è tutto e questo non le permette di essere qualcuno. Mi so adeguare al linguaggio delle persone, al loro stile di vita, tanto da poter essere invisibile, un ospite leggero, con il sorriso sulle labbra. Il mondo è nei miei occhi un libro aperto, prevedibile, apro la porta, preparo gli indumenti per l'occasione che mi si presenterà domani e poi, a fine giornata, li ripiego ordinati nell'armadio, per ogni evenienza. Nella mia stanza c'è un libro per fare esempi ad ogni occasione, conosco la vita dei grandi, sono biblioteca polverosa di esempi da seguire, da ammirare, da invidiare, da compatire e disprezzare. E' leggibile, su di me, la penna di altri. Non sono io stessa creatore con radici solide, ma opera di miscugli, schizzo su cui ci hanno messo mani due artisti troppo diversi, pianta spiantata e ripiantata, colori dell'est e lingua straniera, impeccabile esperimento di una geografia pazza, più bizzarra di certi scienziati.
    E' come essere tutto, soffrendo di non essere nessuno, fingendo di essere qualcuno.

     
  • 09 luglio 2014 alle ore 12:07
    Prima classe, polvere, fango

    Come comincia: Aveva le mani così curate che mi vergognai subito delle mie. Ma poco importava, perché lui era uno di quelli che se ti degnano di uno sguardo, nemmeno te ne accorgi. Ripresi a leggere:

    ''i muratori cantano,
    cantando sembra più facile.
    Ma tirar su un edificio
    non è cantare una canzone,
    è una faccenda molto più seria.''

    Non fa certo il muratore con quelle mani da signore mentre legge il suo libro e prende a sorsi eleganti il suo caffè lungo. Ha scelto di sedersi al mio tavolo: una ragazza non abbastanza carina da attirare troppe attenzioni, che legge con tono anonimo, il classico tipo silenzioso che non disturba e non fa domande.

    ''Il cuore dei muratori
    è come una piazza in festa;
    c'è un vocìo,
    canzoni e risa.
    Ma un cantiere non è una piazza in festa
    c'è polvere e terra,
    fango e neve.''

    Avranno mai visto il fango i suoi figli? I figli di un uomo che al bar della stazione poggia sul tavolo un biglietto di prima classe. Freccia bianca a Milano, a Milano non c'è fango. C'è tanta polvere, di quelle che non si vedono, di quelle che si insinuano nei corpi delle persone, di quelle che si trasformano in tumori.

    ''Spesso le mani sanguinano,
    il pane non è sempre fresco,
    al posto del tè c'è acqua,
    qualche volta manca lo zucchero''

    Glielo vorrei chiedere, gli vorrei chiedere se ha mai fatto assaggiare il pane secco ai suoi figli: bisognerebbe intingerlo nell'acqua finché non diventa morbido e poi bisognerebbe cospargerlo di zucchero. ''Délicatesse'' lo chiamavamo noi, con i piedi sporchi di fango, le mani lavate e con il nostro pane tra le mani mentre ci rincorrevamo a cercare le lucertole nascoste dietro ai muri e dietro a noi ci rincorrevano le voci urlanti delle nonne. ''Sedetevi a mangiare!'', gridavano.  E noi ci sedevamo dove capitava, tanto non c'erano macchine che potevano investirci, soltanto cavalli che, se passavano, mangiavano il nostro pezzo di pane così che gli altri potessero burlarsi di noi. A qualche vecchietta faceva pena chi rimaneva senza merenda. E allora tornava a casa e copriva una fetta di pane fresco con del burro sopra il quale ci metteva del miele e così, lo sfortunato, diventava il Re della merenda.

    ''Posso sedermi?'' chiese un barbone, puzzava ma non troppo e aveva un vassoio di resti con sé. ''Certo'', risposi. Guardai il signore Aveva le mani così curate che mi vergognai subito delle mie. Ma poco importava, perché lui era uno di quelli che se ti degnano di uno sguardo, nemmeno te ne accorgi. Ripresi a leggere:

    ''i muratori cantano,
    cantando sembra più facile.
    Ma tirar su un edificio
    non è cantare una canzone,
    è una faccenda molto più seria.''

    Non fa certo il muratore con quelle mani da signore mentre legge il suo libro e prende a sorsi eleganti il suo caffè lungo. Ha scelto di sedersi al mio tavolo: una ragazza non abbastanza carina da attirare troppe attenzioni, che legge con tono anonimo, il classico tipo silenzioso che non disturba e non fa domande.

    ''Il cuore dei muratori
    è come una piazza in festa;
    c'è un vocìo,
    canzoni e risa.
    Ma un cantiere non è una piazza in festa
    c'è polvere e terra,
    fango e neve.''

    Avranno mai visto il fango i suoi figli? I figli di un uomo che al bar della stazione poggia sul tavolo un biglietto di prima classe. Freccia bianca a Milano, a Milano non c'è fango. C'è tanta polvere, di quelle che non si vedono, di quelle che si insinuano nei corpi delle persone, di quelle che si trasformano in tumori.

    ''Spesso le mani sanguinano,
    il pane non è sempre fresco,
    al posto del tè c'è acqua,
    qualche volta manca lo zucchero''

    Glielo vorrei chiedere, gli vorrei chiedere se ha mai fatto assaggiare il pane secco ai suoi figli: bisognerebbe intingerlo nell'acqua finché non diventa morbido e poi bisognerebbe cospargerlo di zucchero. ''Délicatesse'' lo chiamavamo noi, con i piedi sporchi di fango, le mani lavate e con il nostro pane tra le mani mentre ci rincorrevamo a cercare le lucertole nascoste dietro ai muri e dietro a noi ci rincorrevano le voci urlanti delle nonne. ''Sedetevi a mangiare!'', gridavano.  E noi ci sedevamo dove capitava, tanto non c'erano macchine che potevano investirci, soltanto cavalli che, se passavano, mangiavano il nostro pezzo di pane così che gli altri potessero burlarsi di noi. A qualche vecchietta faceva pena chi rimaneva senza merenda. E allora tornava a casa e copriva una fetta di pane fresco con del burro sopra il quale ci metteva del miele e così, lo sfortunato, diventava il Re della merenda.

    ''Posso sedermi?'' chiese un barbone, puzzava ma non troppo e aveva un vassoio di resti con sé. ''Certo'', risposi. Guardai il signore dalle unghie pulite che mi ricambiò con sguardo critico, si alzò dalla sedia, ma lasciò il libro sul tavolo. Leggeva Hikmet, leggeva Hikmet anche lui. Tornò al tavolo qualche minuto dopo con una bottiglietta d'acqua e una focaccia calda tra le mani che appoggiò sul tavolo, di fronte al barbone. ''Oggi offro io'', disse. E l'altro, con le unghie sporche e lunghe e con un sorriso gentile, rispose ''grazie'' e prese a mangiare.

     
  • 23 giugno 2014 alle ore 22:59
    Attenzioni

    Come comincia: Non sapevo ancora né leggere né scrivere.  Quando cercavo di attirare la sua attenzione, non voleva smetterla di compilare sequenze infinite di fogli. Sapevo bene che, quando aveva la penna in mano, il mio compito era quello di fare silenzio. Certo, per me non era facile tenere a freno la lingua, cercavo di occupare l'attesa immergendomi nei romanzi dell'imponente libreria che occupava l'entrata del salotto e lo facevo sperando, con tutta me stessa, di trovare qualche immagine ogni volta che prendevo un libro tra le mani. Grandissima ingiustizia, pensavo, fosse il fatto che gli adulti si potessero accontentare delle lettere.  Sapevo benissimo che le lettere creano parole e mi avevano spiegato molto bene che le parole stesse possono creare delle immagini nella nostra testa, ma tutto questo rimaneva un colossale schiaffo nella curiosità di noi bambini che dovevamo ancora imparare a decifrare l'inchiostro nero, ordinato e rinchiuso nelle rilegature più attraenti delle librerie. Un giorno, quest'offesa mi fece arrabbiare oltre ogni sopportazione  e decisi di non pensarci, cercando piuttosto di escogitare un piano per attirare l'attenzione del nonno senza farlo arrabbiare. Era un piano, a dir poco, impossibile che mi portò molto presto alla rassegnazione. Ma questa lasciò il posto ad un'altra idea che mi sembrò molto più interessante.
    Presi una sedia, la coprii di due, tre, quattro cuscini, quanti bastavano per arrivare all'altezza della scrivania con i gomiti, presi dei fogli dal blocco dedicato a me, una penna di quelle che mi era permesso usare ed imitai gli adulti in quello che fanno quando vogliono scrivere: riempii decine di fogli bianchi con onde nere sottostanti ordinatamente una all'altra. Non smisi fino a quando non fu lui il primo a farlo. Dopo aver appoggiato la penna da lavoro al suo posto, mi guardò negli occhi ed io, come poche altre volte, riuscii a sostenere il suo sguardo, orgogliosa di aver seguito le regole, di non aver proferito parola per tutto il tempo pur restando accanto a lui. Mi sorrise con quel sorriso che riservava solo alle persone a cui voleva bene e riusciva ogni volta a farmi arrossire quanto il più maturo pomodoro del giardino. Io, con la mia solita timidezza, abbassai il viso imbarazzato, presi tutti i fogli scarabocchiati e glieli porsi eccitata chiedendogli, per favore, di leggermi quello che avevo scritto, dato che non ne ero capace. Lui li prese facendo una sonora risata, non una di quelle con cui mi prendeva in giro, ma di quelle con cui voleva dire di essere fiero di me. Riprese i suoi occhiali da vista e cominciò a fingere di leggere trasformando improbabili segni in una storia pazzesca in cui un principe coraggioso riuscì a salvare la sua amata principessa da un drago crudele che sputava fuoco ovunque. Sbalordita spalancai occhi ed orecchie ascoltando il racconto e pensavo ''cavolo, come sono brava a scrivere storie''.

     
  • 15 settembre 2013 alle ore 21:15
    Ma in Italia ci sono anche i gelati con le palline?

    Come comincia: - L'ho acchiappata!
    Mi ha appena acchiappato un'altra ape e le sta strappando le ali. Io non lo so se le api sentono il dolore. Ma il sangue non c'è e quindi non fa male. Oppure sì? A volte mi fa male qualcosa anche quando non c'è il sangue. - Alex, come si dice ''stronza'' in italiano?
    Io non lo so come si dice stronza in italiano anche se il mio papà lavora in Italia. Solo che non ha fatto in tempo a insegnarmi quella lingua. E allora io mi invento le parole. Così i miei amici mi parlano di più.
    - Si dice ''palta''!
    - Ecco, adesso che non puoi volare, la smetterai di pungere le persone, brutta palta che non sei altro!
    Questa mattina la nonna mi ha dato delle monete che io faccio vedere a Cristina e allora corriamo via velocissime verso il bar dove compriamo quelle chewingum che non sono molto buone ma che però hanno gli adesivi che si incollano sulla pelle.
    - Tu dove te la appiccichi?
    Sulla parete del bar c'è un calendario di due persone che fanno del sesso.
    - Ma secondo te, i tuoi genitori, lo fanno anche loro?
    - No! Ma cosa dici? I miei sono brave persone e non fanno quelle cose schifose!
    Usciamo dal bar, perché noi bambini per bene non possiamo guardare quelle cose. Sento la voce di nonna che grida il mio nome. Sarà già ora di pranzo? Hmm, il solo pensare alla tavola di nonna mi porta a correre subito da lei. Non mi ricordo come cucina la mia mamma. Però lei ha un odore buonissimo ed è bella bella. Tutti dicono che le assomiglio e quando lo dicono io sorrido così tanto che sembro scema. Corro forte forte. Così, quando arrivo, ho tanta fame e faccio contenta la nonna mangiando tutto quanto.
    Aspetta, ma di chi è questa macchina?
    - La mia bambina!
    Gli occhi della mia mamma sono pieni di lacrime e anche le sue guance. Io però riesco a piangere solo quando qualcosa mi fa male e poi perché dovrei piangere se la mia mamma è tornata? Io sono felice, e siccome mi sento stupida perché sono l'unica che non ha la faccia bagnata dalle lacrime, salto al collo della mamma, perché agli adulti piace tanto quando fai così, soprattutto quando sei una bella bambina pulita ed educata come me. La nonna lo dice sempre. Apro le narici più che posso e poi le affondo nelle sue spalle per prendere il più possibile il suo profumo.
    - Da oggi staremo insieme per sempre, pulcini miei!
    Cosa significa? che la mamma resterà ad abitare qui? Non lo so se mi piace questa cosa. Perché se lei resterà con me tutti i giorni, allora mi sgriderà come fanno le mamme di tutti gli altri bambini. E poi mi vorrà sempre bene? Anche quando tornerò a casa tutta sporca perché ho giocato a saltare nelle pozzanghere. Oppure quando le vicine mi porteranno a casa, tirandomi per le l'orecchie perché ho giocato a lanciare le palline di fango che poi finiscono sulle finestre di quelle vecchie bacucche! Ma perché non lavano e basta? Si lamentano sempre che non hanno nulla da fare.
    - Vi ho portato tanti regali, in Italia ci sono tante cose belle. Guarda ti ho portato le arance rosse.
    - Le arance rosse? wow!

    Sembra bella questa Italia. Ci sono gli alberi con i kiwi, i melograni e poi ci sono anche le arance rosse che io non voglio assaggiare perchè non mi piace come sono dentro, è un rosso questo che sembra marcio.
    - Ma, in Italia, ci sono anche i gelati con le palline, come quelli della TV?
    - Certo tesoro! Ce ne sono dappertutto!
    - E si gira con i cavalli oppure solo con la macchina?
    - Solo con la macchina.
    Allora, le arance rosse, i melograni, il gelato quello bello e niente puzza di cacca di cavallo! Mi piace sempre di più questa Italia..
    - Cristina può venire con noi?
    - No amore, Cristina deve restare qui con la sua famiglia.
    Io non l'ho mai capito perché io posso passare tanto tempo senza la mia famiglia, mentre tutti gli altri devono restare con la loro nel loro paese. Tutti dicono che io devo capire anche se io non ci capisco mai niente; però faccio sempre finta di capire, così la mia mamma non pensa di avere una figlia stupida.
    Chissà come sarà questa Italia. Però è tanto lontana, perché sono tante ore che io sto in questa macchina per arrivare lì.
    Ma se è così bella come dicono, perché ci sono tutte queste macchine che tornano indietro? Forse vanno a trovare la loro nonna e il loro bisnonno come farò io quando mi mancheranno troppo.