username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Alexandrina Scoferta

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Alexandrina Scoferta

  • 13 maggio 2016 alle ore 18:43
    Moldavia

    Le canzoni ludiche degli ubriachi
    malati di cuore, che con una mano
    reggono il petto e con l'altra bevono vino,
    succo religioso dell'uva del loro giardino.

    La notte tornano strisciando dalle mogli
    ai piedi dei giganti portoni serrati
    e urlano "amore mio perdonami,
    non è colpa mia se amo la vita
    e se la vita non ha amato me,
    eppure dopo tutto il nostro non capirsi,
    torno sempre, come un verme, qui da te".

    E le vecchie col fazzoletto sudicio in testa,
    piangono dolori e urlano lagne ai piedi delle croci
    nei cimiteri, con le ginocchia affondate nella terra,
    a qualche metro, disgraziate, dalle ossa dei morti.

    E il mio bisnonno, guardiano del cimitero,
    che si regge su un bastone, mi vede la sera
    in questa scatola nera, lui, che a malapena
    distingue i colori, ci dice "pregate per me". 

  • 22 gennaio 2016 alle ore 17:25
    il mio paese mi somiglia

    Il mio paese mi somiglia. Povero
    e muto. Poveri paesi, non parlano.
    Nero e fertile, grembo caldo e mani
    lontane dall'alba. Poveri frutti, cadono
    vicino all'albero, tranne qualcuno: colto,
    acerbo e innamorato, morso e contento.
    Il frutto mi somiglia. Morso e muto.

  • 12 novembre 2015 alle ore 18:29
    Portatrice sana

    Figlia adottiva
    di una terra che non mi ha partorita,
    portatrice sana
    di una lingua che non mi ha concepita.

    Affetta da sangue lontano
    che mi ha espulsa,
    repellente di povertà.

    E taccio, in parole senza radici
    come un quadro di colori mai esistiti.
    Chi è maestro di quest'insignificante allegoria?
    A chi sanguina, dentro me, questa follia?

  • 24 ottobre 2015 alle ore 14:07
    sulla tua terra

    Ho camminato sulla tua terra,
    ti dico che l'ho fatto.
    E ho imparato la tua lingua,
    ti assicuro che l'ho imparata.
    Altrimenti non saprei come dirti
    che ho camminato sulla tua terra.

    L'ho combattuta insieme a te
    la guerra dei verbi coniugati
    al futuro.
    Tu, ci hai rimesso del tempo.
    Io, tutte le mie parole.

    Non mi è rimasto che un apostrofo,
    un vago accento che il mio tempo
    dimentica.
    E poi, cosa mai sarà mio?
    L'ipotesi, un giorno.
     

  • 16 luglio 2015 alle ore 18:24
    accento straniero sulla punta della lingua

    Hai parole straniere sulla punta della lingua.
    Ho accento straniero nel tuo mondo solitario.
    Ci entro piano, in punta di piedi,
    ma ho pelle impaziente sulla punta delle dita.
    Hai cornici tristi appese alle pareti
    ed io ci dipingo dentro una tristezza mia
    fatta di malinconie oscene, da censurare
    e prati lontani, accoglienti e verdi
    nei quali vorrei fare l'amore.
    Un giorno di questi ti farò ascoltare
    una musica di rumori lontani
    suonata da alberi anziani e foglie cadenti.
    Un giorno ti chiederò di lasciarmi entrare,
    ma non saprò farlo in punta di piedi.
    Ho pelle impaziente sulla punta delle dita,
    ho parole impazienti di trovare casa,
    ho un accento straniero da buttare via.