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Autore

Alfio Catania

in archivio dal 03 feb 2006

06 ottobre 1965, Torino

mi descrivo così:
Semplice e complesso

16 febbraio 2006

Il sole esiste sotto il tetto

Intro: Un racconto ai limiti del surreale. Da un tentativo di suicidio ad una colazione in casa propria con degli sconosciuti. Fantasmi – forse – che animano improvvisamente la casa del personaggio di questa storia. Da uno stato d’animo angoscioso ad una ballata con i suoi ospiti piena di brio. Possono davvero essere fantasmi, ma nel protagonista infondono la certezza di poterli trovare nella propria vita per godere di nuove conoscenze. Nulla è perso se c’è dell’altro da scoprire, se c’è ancora qualcosa da condividere.

Il racconto

Il sole esiste sotto il tetto. Non c’è niente di più bello di questo. Un letto disfatto senza Madonne a custodirlo. Morire qui mi fa schifo. Senza la mia anima poi ancor peggio. Apro il rubinetto e muoio qui nel cesso di casa. Sono impaziente di farlo, mi affascino esultante mentre apro l’armadietto e cerco dolcemente quella cosa lì. Giro il rubinetto del lavandino e faccio scorrere l’acqua fredda, la voglio gelata e l’inverno là fuori oltre il vetro e la serranda mi aiuta.Tiro su le maniche della camicia contemplandomi  mani e avambracci mentre l’acqua li bagna e li desensibilizza concentrandosi sui polsi.
La luce del neon mi abbaglia e posso sentire l’acqua che scorre abbondante e fragorosa fuggendomi tra le dita. Che spettacolo, mi dico guardandomi nello specchio sopra il lavandino, innamorandomi di questi occhi strapieni finalmente di vita che tra un po’ se andrà via. La lama del rasoio brilla come una stella, invitandomi ad affrettarmi nell’opera ultima di una volontà che inaspettatamente mi viene voglia di rimandare. Chiudo il rubinetto e vado vicino al letto disfatto, dove mi sdraio con i polsi ghiacciati che sembrano informicolirsi tutti, e penso alla cazzata che stavo facendo. Non si può morire così, no!  Chiudo gli occhi e penso al passato, perlopiù penso alle cose belle e mi pare così strano di averne fatte così tante. L’importanza delle cose belle sta nel fatto che in punto di morte esse perdono consistenza e si trasformano nell’inutilità dei sogni; per fortuna è così anche per le cose brutte. Mi alzo e mi affanno a cercare dentro un armadio la scatola con le vecchie musicassette, dove trovo infine quella che cercavo con le canzoni del mio disco preferito. La copertina della cassetta è sbiadita e il volto del cantante ricorda la foto di una vecchia tomba. Prendo il mangiacassette e vado nuovamente in bagno, ci ficco la cassetta e vado indietro con il nastro: voglio sentirla dall’inizio e sentirmi leggero come tutte le volte che l’avevo ascoltata fino a intenerirmi il cuore. Alzo il volume ed eccola lì che comincia ad entrarmi nell’anima…vivo, vivo e amo questa musica, non posso arrendermi ma non posso nemmeno aspettare che sia qualcun altro o qualcos’altro a decidere il modo e il giorno della mia morte. Deve essere una sorta di parità visto che in fin dei conti uno non può decidere quando deve nascere mi pare il minimo che almeno uno possa essere lui a decidere quando andarsene una volta per tutte.  Mi riguardo allo specchio e sorrido, ma la mia mano è più veloce della logica mentre afferra istintivamente il rasoio e zac!… La prima rasoiata fa cadere una ciocca di capelli dentro il lavandino, poi ne viene una seconda, una terza, seguita molte altre più precise finché ecco la mia testa che luccica privata dai capelli.
Oh quanto mi piaccio! Sto davvero bene e il bello è che non mi sono nemmeno tagliato. Finalmente dopo tanti anni ho un’altra faccia a tenermi compagnia.  Mi riempio le mani di dopobarba frizionandomi il cranio, brucia un po’, ma volete mettere come risaltano questi occhi?  Stasera quasi quasi esco da casa e vediamo cosa succede. È ora di cambiamenti, di rinnovamento totale, cosicché comincio subito con queste cazzo di canzoni  fracassando contro il muro il mangiacassette. Finalmente silenzio. Spengo la luce del bagno e torno nel mio letto disfatto: ho voglia di sentire  la sensazione di una testa calva sul cuscino. Mi sento davvero bene, penso che stasera uscirò ma prima sento la necessità di riposarmi e distendere ogni lineamento e ruga  del mio volto.  Mi stringo il cuscino in testa e serenamente mi addormento.
La mattina giunge presto e il primo pensiero è il dispiacere di essermi addormentato, escludendomi il brio di una nottata con un nuovo me. Ho fame. Mi alzo e barcollò fino in cucina.
In cucina c’è gente. Stanno in silenzio, seduti attorno al tavolo. Guardandomi sorridono indicandomi la mia testa pelata. Il tavolo è apparecchiato per la colazione: c’è del caffèlatte bollente, fette biscottate e marmellata, succhi di frutta e due torte invitanti.
Non capisco, e mi raggelo nella soglia della cucina. Chi ha fatto entrare quegli sconosciuti a casa mia, chi? Mi domando senza parole.
Ci sono due donne, una molto più giovane dell’altra. Vedo un vecchio curvo sul caffèlatte fumante e un ragazzino che succhia fastidiosamente  del latte da una tazza  colorata. Hanno tutti l’aria simpatica e spontaneamente genuina.
La donna m’invita con una voce da spot pubblicitario a sedermi con loro. C’è un posto libero tra il vecchio e la ragazza e il caffè con il suo aroma che invade la cucina mi allieta.
Tutti mi chiedono come sto e se ho dormito bene, sono premurosi e gentili e il caffè è buono.  Non li conosco per niente, ma chi se né frega, d’altra parte non si conosce mai nessuno nella vita. Potrei  chiedere loro chi sono e come diavolo sono entrati a casa mia, ma qualunque cosa essi mi rispondono per ora non m’interessa più.  Prendo la caraffa del caffè per versarmene una buona dose sennonché  riesco a rovesciarmi la tazza piena tra le gambe.  Il ragazzino ride mentre  io grido balzando in piedi cercando di staccare i pantaloni bagnati e appiccicati sull’inguine che fuma. Forse il mio saltellare ridicolo ha contagiato il vecchio poiché si alza e comincia  a battere le mani come in una danza popolare. Fortunatamente le due donne  accorrono in mio aiuto con un panno freddo da applicare sulla scottatura. Sto già meglio, mi scuso e mi risiedo, mentre il vecchio ci informa che va in bagno. Lo vediamo tornare con il mio mangiacassette fracassato portandoselo sul bancone della cucina, dove armato di un cacciavite  me lo riporta in vita  dopo averci trafficato per cinque minuti. Mi dice che era un peccato  buttare via un mangiacassette come quello per una sola cassetta che non piace più. Gli diedi ragione intavolando una normale conversazione mentre  mangiavo con voracità ogni prelibatezza di quella colazione. La donna più giovane frugò da dentro una borsa esclamando felice che lei aveva una bella cassetta da farci sentire.
Era solo musica, ma una musica come quella io non l’avevo mai sentita… era fantastica per ballarla e lasciarsi andare in un’estasi da illuminati.
Ballammo tutti intorno al tavolo con il cuore che batteva colmo di serenità e di una libertà senza eguali: è bello stare qui. Domani mi dicono che sarà ancora meglio: qui si balla, si gioca e ci si meraviglia, nessuno può disturbarci perché il mondo con tutti i suoi orrori non ci può raggiungere.
Io non lo sapevo, ma questa casa ha molte stanze, tantissime stanze interessanti, abitate ognuno da persone fantastiche che ti fanno davvero stare bene. E chi se ne frega se anche sono fantasmi, o frutto dei miei deliri artificiali o di un aldilà camuffato?
Sto bene, no? Questo conta davvero.

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