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in archivio dal 29 giu 2006

Andrea Galli

02 gennaio 1968, Mendrisio
Segni particolari: Un ex fisico nucleare, passato ai servizi segreti per finire nell’arte.
Mi descrivo così: Sono l'ideatore del progetto wiki-poesia (e il movimento annesso “wikismo”) che sfrutta la tecnica di collaborazione distribuita per generare dell'arte.
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  • 07 agosto 2006
    Una visita presidenziale

    E’ bello vedere così tanti uccelli liberi nel parco di Aradollo.
    Ho visto rondini, ho visto colombe e ho pure visto un astronauta.
    Questi sono anni difficili per il mondo.
    La politica internazionale è un po’ frustrante.
    Ma questo è un paese favoloso in cui viviamo.
    I nostri rapporti con l’estero non sono mai stati migliori.
    Di più in più le nostre importazioni vengono dall’estero.
    E’ bello vedere così tanti amici oggi qui sulla piazza municipale.
    Vi ho promesso di ascoltarvi anche se non ci riesco.
    Voi siete liberi e la libertà è favolosa.
    Molti di voi non possono o non vogliono capire questo messaggio.
    Immaginate di vedermi nel bar in cui voi andate,
    bere le stesse vostre bevande,
    pisciare negli stessi cessi pubblici,
    anche senza voler sapere chi ha pisciato di traverso.
    Abbiamo un favoloso esercito e sono a caccia.
    Ricordate che sono gli uccelli che devono soffrire non il cacciatore.
    Sono contento d’avere visitato Aradollo.
    È una città favolosa, piena di vita e di uccelli.
    Sono fiero di essere il vostro presidente.
    Quante mani ho stretto.
    Io penso che la guerra è un posto pericoloso.
    Non sono una persona vendicativa, né spietata.
    Ho ucciso una colomba ma pensavo fosse un cane.
    Io so cosa credo e continuo ad articolare
    ciò che credo e credo che ciò che credo è giusto.
    Io credo che gli essere umani e i cani
    possono coesistere pacificamente.
    Non centra se una persona è di Aradollo o di un’altra città.
    Io credo che paesi liberi non sviluppano armi di distruzione di massa.
    E’ ovvio che io capisca che molti problemi
    possono essere anche risolti con l’amore.
    Ed è questo che fa di Aradollo un città così favolosa.
    Ho ucciso una colomba, ma vi giuro che pensavo fosse un cane.
    E comunque ricordatevi che sono gli uccelli
    che devono soffrire non i cacciatori.
    Sono un genio delle aspettative abbassate.
    E non sono neanche troppo analitico.
    Non passo troppo tempo a pensare a me stesso,
    al perché faccio delle cose.
    Ho ucciso il superfluo, pensavo fosse un sussidio.
    Ho ucciso la natura, pensavo fosse un buon posto per scavare.
    Sono una persona che riconosce la fallibilità umana.
    Ricordate sono gli uccelli che devono soffrire non i cacciatori.
    Quelli che vogliono ereditare la terra non quelli che già ce l’hanno.
    Ho ucciso migliaia di famiglie, pensavo che fossero un esercito.
    Molto è stato donato e molto è posseduto.
    Voi siete liberi e la libertà è favolosa.
    Questo è il pensiero più profondo che esista.
    E’ giunto il tempo di ripristinare il caos e l’ordine.
    Di arrivare ad una soluzione di libertà duratura.
    Ho ucciso la costituzione, pensavo fosse una carta da parati.
    Questo è quello che è successo e succederà.
    Sono il vostro presidente e seguo una politica leggendaria.
    Ma non so se vincerò o no
    e se non vinco sarà soltanto destino.
    Questo è un momento storico.
    Nessuno capisce cosa sta succedendo
    e io sono uno di loro.
    Ogni tanto non posso dormire.
    Viviamo in tempi pieni di minacce.
    Sento Aradollo parlare e sussurrare
    e sento che mi amate
    anche so ho ucciso troppe cose.
    Dio vi ama. Dio vi benedice.
    Aradollo è una città piena di vita e di uccelli,
    piena di gazebi e fiori del Madagascar,
    piena di vulnerabili e fortunati,
    piena di grandezza e mediocrità,
    piena di banalità e significato,
    piena di pioggia e di tuono
    e di periodi di siccità.
    Aradollo è una città dove Dio cavalca nudo
    per le strade senza bandiera,
    dove i cani latrano di notte
    e le donne partoriscono di giorno.
    Aradollo è una città di poeti,
    di persone semplici,
    per lo più simili tra loro,
    innamorati o pieni di solitudine.
    A cosa credete serva la poesia
    se non a sedurre giovani donne
    o a decapitare un re?
    Aradollo è una città in guerra.
    Aradollo è una città che brucia senza cannonate.
    Aradollo è questa città adesso,
    12.4 chilometri dal nulla
    e alle 7.32 di domani sera
    il fumo di una sigaretta nucleare
    ripristinerà il caos e l’ordine.
    In questa città libera senza più stanze,
    libera e purificata,
    né innamorati che passeggiano per le strade,
    né deserti che cercano l’ennesima foglia di fico,
    né giovani donne con vestitini blu sotto la pioggia,
    né spose tremolanti in singhiozzi d’aquiloni,
    né nomadi sporchi tamponati dall’argilla,
    né madri di fronte a realtà scolorite,
    né dottori, né ammalati, né cattedrali, né manieri,
    niente…
    luttuosa senza lacrime,
    invecchiata senza età,
    come una fiamma di lavanda,
    una luna priva di grandezza,
    una musichetta marziale da finestre rotte...

    Aradollo è una città, Aradollo è una nazione,
    Aradollo è il mondo.

    Dio vi ama e io vi amo.

     
  • 01 luglio 2006
    Un immigrato

    Gli edifici in quei quartieri d’immigrati sono un passo dall’autostrada.
    Le tende plastiche con stampe economiche
    nascondono ciò che è scuro dietro le finestre:
    la macchina da cucire, le foto, la carta da sarto sul tavolino.
    Il parasole sgualcito della terrazza è rivestito con gli stessi stampi.
    Un uomo passando ha la stessa misura delle loro finestre,
    e le finestre stesse sono di solito poco più larghe di bare.
    Le strade non hanno altri echi. Non l'eco di rovine. Non l’eco di civiltà.
    Le piante allineate sulle terrazze annuiscono con i loro rifugi di verde.
    Qualunque incrinatura nell’asfalto è stata fatta
    dalla colpa primitiva della prima mappa disegnata nel mondo,
    i suoi contorni sottili, i suoi poteri confusi,
    una carta geografica che dissolve le forme e nessuno più legge.

    E questo è tutto in quei quartieri d’esilio a un passo dall’autostrada,
    questo è la loro storia: più ci restano, più il loro mondo occupa minor spazio,
    e in esso gli immigrati fanno le loro proprie mappe,
    e in esse si sono tutti ridotti alla collettiva e inverosimile lingua del ricordo
    che parla delle fonti luminose e parla delle mele
    e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
    quel lago lucente e anche le locande, il vino che si beve,
    e quelle sono le montagne dove conservavo la mia fede.

    Ma adesso sulla mappa, non si vede altro
    che un’autostrada che li porta verso il nulla,
    anche se sul retro c'è la veduta di un paese perduto,
    una visione che a poco a poco si restringe nelle pupille,
    di chi muore o di chi si abbandona;
    e quando l’asfalto li porta lontano, in un altro quartiere uguale,
    il marciapiede non lascerà nessuna traccia di dove sono passati.

     
  • 01 luglio 2006
    Una gravidanza

    L’estate durava a lungo.
    La gravidanza confusa
    spinse infine un respiro.
    Sulla culla vagava
    un ridacchiare d’antenati
    di “non so”.
    Non è che ci fu un neonato nella grotta,
    né una stella sulla strada di Betlemme.
    Piuttosto un’autolettiga a centottanta.
    Ma era qualcosa,
    e forse non era dio,
    ma era lì
    e ora inghiottiva latte
    come fosse un sorbetto.

     
  • 01 luglio 2006
    Una fecondazione

    Se lei ti dice: "Lasciati andare” e tu ti senti già appeso al cornicione.
    Se lei ha il reggiseno a balconcino
    e hai preso il coraggio a due mani, ma poi guardi bene...
    e non è il coraggio... e forse non servono nemmeno due mani.
    Se un corpo ricolmo di un altro diventa un uragano,
    una confusione di bocca sulla pelle, di ali all’henné, assaggi d'argilla,
    cellula di cellula, diluvio universale e tutto è fertile in lei.
    Se non c'è niente di così immobile come il momento
    che vi ha sorpreso rivestiti di sudore, al margine dell’aria,
    in una mescolanza di leopardo e rapina.
    Se vi svegliate con la certezza di aver ingannato il respiro
    immortale degli dei in un paradiso umido d’atollo.
    Se sentite la vita come una ruota e sulla vostra gira un criceto.
    Se la fortuna è cieca e tu sulla fronte hai scritto: "Sono sfigato" in braille.

     
  • 29 giugno 2006
    Un signor X

    Il signor X non era pari né era dispari,

    e neppure un numero primo:

     

    i nostri ricercatori dell'opinione pubblica

    sono soddisfatti

    che ha mantenuto delle opinioni adeguate per tutta la vita,

     

    i nostri scienziati di finanza segnalano

    che ha pagato i suoi debiti,

     

    i nostri psicologi sociali hanno trovato

    che era un popolare

    e gradiva bere in compagnia

    dei suoi amici che amavano il calcio,

     

    la stampa è convinta che ha comprato

    un giornale al giorno

    e che le sue reazioni alla pubblicità erano normali

    in ogni senso,

    era completamente ragionevole

    ai vantaggi delle rate per un televisore,
    un’automobile, una cucina moderna con forno, frigorifero, congelatore…


    la medicina moderna dimostra

    che è stato una volta in ospedale per un

    raffreddore, si è sposato

    e ha aggiunto 1,4 bambini alla popolazione, che secondo
    l’ufficio del censimento è un numero giusto

    per un genitore della sua generazione,

     

    il patologo dell’anagrafe ha stabilito,

    quando l’hanno trovato con la testa nel forno

    e i piedi nel congelatore,

    che la sua temperatura media era completamente

    nella norma.

     
  • 29 giugno 2006
    Un diluvio universale

    Quando la luce si volge all’eclisse
    e il buio del giorno s’allunga
    nel fondo della nostra retina
    lasciandoci pietrificati,

    quando il black-out della centrale elettrica
    cresce come un’amnesia,
    e le risorse umane ritornano al giavellotto,
    alle punte di candele,
    e le piscine di turisti si colmano
    di fogliame isterico come una palude,

    quando l’ "hallo hallo hallo" dei telefonini
    cadenzano una danza tribale
    come un ultimo saluto da naufrago,

    quando il fulmine sibila nella televisione
    e spaventa i capelli delle noci di cocco,

    quando possiamo vedere e possiamo sentire
    lo scorrere di carnosi catenacci neri nelle nuvole,

    quando il vento grida come un uomo a cui è morta la moglie,
    come un dio che ha perso la sua razza
    e scuote con violenza i fili elettrici con le mani bagnate,

    quando il nome di Dio svanisce nei voli annullati
    e in un terminal buio aspetta
    la minerale pazienza dei passeggeri
    come una mandria senza arca,
    e sudore freddo cola dalle pelli argentate
    di aeroplani vuoti…

     
  • 29 giugno 2006
    Una statua

    Il sudore di marmo sulla fronte degli angeli
    non asciugherà mai finché la memoria
    non ha bisogno di niente per ricordare
    i nostri arcipelaghi di gulag.

    Questa febbre è un fuoco che scintilla
    nelle vene,
    come il grugnito dei primati
    barattando mammut attraverso la neve.

    Tutte le frequenze radio,
    le notizie che riempiono il cielo,
    un rauco rantolare di satelliti.

    Trecento anni in questo museo
    e non sono riuscito ad insegnarvi niente.

    Sventurata la terra che ha bisogno d'eroi.

    - I visitatori escono dalla sala -

    Non mi dite che è scoppiata la pace!