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Autore

Attilio Del Giudice

in archivio dal 27 dic 2005

22 maggio 1935, Caserta

11 giugno alle ore 13:16

Il gelo

Intro: Il gelo che senti dentro può essere di nature diverse. A volte la soluzione al gelo è semplice, altre volte la soluzione è il gelo stesso.

Il racconto

Si chiamava Ciro. Una vita di lavoro. Da bambino, nonostante venisse considerato precoce nell'apprendimento, a solo otto anni, fu tolto dalla scuola e costretto dal padre a dare una mano nel lavoro di venditore ambulante. Uscivano col carretto di notte per raggiungere il mercato generale e fornirsi di frutta e verdura da rivendere nelle strade periferiche della città. D'inverno Ciro soffriva il gelo alle mani. “Mettile a coppetta – diceva il padre – e pisciaci dentro, così si riscaldano”. Ciro lo faceva, ma il giovamento era minimo.
Il padre, ancor giovane, morì per un tumore ai polmoni, quando Ciro aveva appena 16 anni. Continuare il commercio da solo non era facile, soprattutto perché ai mercati generali vigeva la legge del più forte, la legge della “mazza e dei denti” come per i cani da slitta di Jack London. Spesso, per lui, per Ciro, venivano riservati prodotti di scarto. Uno della camorra, detto Purtuso, faceva il bello e il cattivo tempo e non mancava di insultarlo: lo chiamava ‘u mrdillo, ‘u strunzulillo, ma una volta superò il limite. A una tenue protesta del ragazzo, Purtuso disse: “Tu, guaglio', lo sai che si’ chiù strunz e’ patete?”. 
Ciro non rispose. Sta di fatto che Purtuso fu trovato morto in un bagno di sangue nel proprio letto con un taglio di rasoio alla carotide. Non si seppe mai chi fosse stato l’assassino ma, nell'ambiente, correva voce che l'autore fosse stato Ciro. Ne scaturì un diverso atteggiamento nei riguardi del ragazzo, una diversa considerazione e soprattutto il rispetto. Sparirono le varie forme di soprusi e, nelle questioni controverse, veniva perfino chiamato per un parere.
Passarono gli anni, con la tenacia e la volontà, don Ciro divenne uno stimato commerciante di cereali e riuscì a conquistare per sé e per la sua Adelina una discreta agiatezza economica.
Adelina a diciotto anni aveva avuto un aborto, poi la sorte per sempre le precluse la gioia della maternità, ma la loro unione restò solida e profonda. Un amore coniugale raro, protetto da un calore senza scintille, gentile, sicuro, confortevole e che durò  tutta la vita. Non avevano esperienze di litigio, mai nessuno dei due aveva alzato la voce per un rimprovero. Non avevano inclinazioni al divertimento, alle risate superficiali, alle gioie effimere, erano entrambi seri, ma mai malinconici e risolvevano tutte le prove pratiche della vita in armonia, se c'era qualche contrasto di opinione si raggiungeva l'accordo con estrema semplicità.
Quando a cinquantatre anni Adelina  morì, don Ciro, considerò il mondo come uncorpo estraneo, che ormai non lo riguardava più.
Veniva ogni giorno al baretto della stazione, dove ordinava un caffè. Non parlava con nessuno, non rispondeva ai saluti. Guardava nel vuoto, forse inseguiva un ricordo lontano della sua vita coniugale. Forse ricordò quella festa nel circolo dei pescatori quando per la prima volta vide Adelina. Ne restò fulminato, quello sguardo pudico e dolce, quel corpicino snello di ragazzina! Lui le chiese di ballare. “Signorina, sarei onorato” – disse.
Alle undici prendeva il trenino locale per il cimitero dove lei era sepolta. Lui le parlava e per ogni questione, per ogni argomento chiedeva il suo parere. Aveva adottato un singolare codice comunicativo. Per esempio: guardava una foglia per terra, se rimaneva ferma, significava una risposta negativa, se il vento la muoveva, la risposta era un “sì!”. Un giorno propose un quesito importante: se dovesse, cioè, tirare avanti o raggiungerla nell'altro mondo. La foglia fu mossa dal vento, inequivocabilmente. 
Don Ciro tornò a casa, caricò la carabina, mise in bocca la canna e sentì che era fredda, ricordò il gelo di quando usciva di notte col padre. Poi, naturalmente, il grilletto…

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