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in archivio dal 09 set 2006

Carlo Sabelli

14 ottobre 1983, Roma
Segni particolari: I particolari non bastano a tracciarmi (ho 256 caratteri diversi)
Mi descrivo così: Amo il Gusto Retrò In Gola, Amo L’arte in Ogni Sua Epifania, Amo i Limiti Quanto Basta Ad Essere Trasversale, Amo Il Gotico E il Barocco, i lumi Della Ragione E Della Candela, Amo TroppO: è La Mia Perversione..
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  • 09 settembre 2006
    La Ballata Della Rabbia

    Un solo pensiero per trattenersi


    che sfugge via da una logica lubrificata,


    laddove vi è solo del vuoto dei 1000 palazzi ersi


    al levar di sicurezza ed ogni cosa è detonata;


    e cercar nelle macerie materie ancora acerbe


    se "tutto si trasforma" sotto al controllo che si annulla,


    mi dipingo come sono realmente dinanzi le urla


    creatura d’orgoglio castiga il noi “vivente” imberbe.


    Ho espulso le emozioni sudando


    il rancore  arrancato stavo sedando,


    chi senza ragione si impone


    ragione anche al pollice s’oppone.


    Tremano i denti freddi di male umore 


    avevo le certezze di non provare oltre niente,


    i battiti pulsano mai così fieri dentro al rotto cuore


    la vendetta, il sentimento meno logoro di umana mente.


    Degenerazione figlia della morte e dello stupore vero


    impariamo la rabbia ancora prima di capirne l’effetto,


    saturazione di un mondo che vede bianco o nero


    distruggiamo l’amore ancora prima di capirne l’affetto.


    Nei gironi di milizie  e di umiliazioni


    bolgie di demoni folleggiano in testa,


    la preda predetta così si manifesta


    solo una flebo a soffocare pulsioni.


    Tutto quello per cui ho lottato mi ha reso violento


    Lo sputo è come un bacio assai meno lento,


    La circostanza mi ha reso combustibile di me stesso pregno


    Se di me non rispondo più niente, te ne spiegherò dopo il senno.

     
  • 09 settembre 2006
    L'incertoPiacere

    Steso il tuo corpo tra i mille rovi che osano palparti

    Come è il capello sciolto la prima cosa che nel corpo tocca

    Storce e trema la trama dei suoi grovigli sulle caviglie

    Tacita la forma nel viso pervaso di voluttuoso sospirare

    dai capezzoli a capezzali udito come conchiglie

    Sanguina l’inguine deposto in papille deliranti

    Vela le tue spoglie il fosco che nelle tue palpebre imprigiona

    E allorché sogni la via traboccante dei tuoi desideri ti sveli

    Sotto le rose e sotto la terra come seta oltre al tuo collo assopisciti

    custode del tuo respiro la mia ombra sarà a vegliarti

    Solo il giorno saprà svegliarti, tutti alla luce dei tuoi spiragli

    riusciranno a cogliermi, a sottrarmi dalle dune del tuo manto

    dove il tuo volto sprofondando sorge e brilla da un lato soltanto

    le dita serpentine serpeggiano da laddove

    mi sono assetato per condurre il mio ritorno a ritroso

    le cupe orme ormeggiate, recuperando

    levandole come si leva il sole quando mi eclisso

    senza marcar la mia traccia negata

    e a bandirmi anche a una sola stagione

    ma se è del buio che tu hai da temere

    Sarò la tua dolce paura.

     
  • 09 settembre 2006
    Senza Titolo e Nobiltà

    Ti sussurro

    e tu ti bagni

    Dalle tue orecchie

    La mia sapiente lingua

    Accompagna le parole

    Divincolandosi da essa

    solennemente inestricabile

    un tuo senso intercede

    il voler ritrovare

    quella cosa che deve

    ancora esistere

    nelle vie dell’udito

    mai entrata in cervello

    quel sasso buttato

    a farmi sentire

    infrangendo peccati

    e suono

    la tua profondità

    interminabile

    inesistente

    quel sasso è entrato

    ed è subito uscito

    quel ti amo

    ti suona

    non mi amavi

    quell’odio

    verso di me

    è amore verso di te

    da qualunque verso

    tu l’abbia capovolto

    rimane un oggetto

    il tuo piacere

    si fonde alle mie

    lagrime sporche.

     
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  • 20 ottobre 2006
    Moscacieca

    Come comincia: L’intermittente bagliore dello schermo imitava lo sbattere d’occhi di chi gli stava dinanzi. Si era fatto un orario tanto inoltrato d’aver fuso ogni prestanza fisica e mentale che poteva ancora prestare attenzione. "Vuoi andare a letto?" disse, come parlando tra se e se rivolta all'orsacchiotto sistemato disordinatamente sul bracciale del divano dove amava appisolarsi con lui, mentre la tv le raccontava sempre le "solite" storie (vere), sperando in un interlocutore che l'aiutasse a decidere. Ma parlare con un pupazzo non tanto stava a dimostrare la stanchezza della giornata piuttosto un modo per divagare, e continuando a fissarlo ma stavolta solo con la mente, quasi come se bastasse uno sguardo affinché i due si capissero: "Beato te che hai per occhi bottoni, che per natura non sei costretto a vedere tutta questa spazzatura, neanche quando tu stesso diventi tale nel momento in cui gli altri esseri umani si stufano di te, gli importa di cercarti solo quando ti vogliono sfruttare per raggiungere altri scopi, scopi che nella testa sostituiscono costantemente il mezzo per raggiungerli, sono come mosche e noi siamo i rifiuti, quando in verità sono loro stessi a crearli. Io invece non ti farei mai del male, non farei male ad una mosca".

     


    C’era ancora il telegiornale ad ispirare ulteriormente un conseguente sonno non proprio dei più sereni: morti, incidenti, politica e ancora morte…alla parola assassino in libertà, un pò interdetta ella si accinse a premere il pulsantino rosso che avrebbe lasciato solo la spia dello stesso colore corrispondente allo spegnimento dell’apparecchio; il dito era rallentato dallo sforzo e dal dolore lacerato - insensibile - dei calli, mentre di sopra lo scaldabagno, le luci accese, e i vari prodigi del nostro secolo in sovraccarico, la precedettero senza darle la minima soddisfazione di zittire quello odioso vegliambulo, ampolloso, gambizzato e monodimensionale. Per un attimo si morse il labbro, e questo la fece ridestare dal dormiveglia...adesso doveva cercare una torcia e scoprire l’interruttore o una potenziale soluzione all’inconveniente; non aveva chiesto ai suoi occhi di chiudersi e nessun altro doveva impedirle di prendersi la sua quotidiana responsabilità, aveva sempre vissuto da sola, e un piccolo blackout non bastava di certo per preoccuparla; quando, nel tratto di strada tra il cassetto contenente l’oggetto desiderato e la sedia smossa dal movimento repentino, avvertì una luce aliena, un faro che veniva doppio e che squarciava il clima cupo e primitivo, come due pupille di una bestia dietro un cespuglio, una bestia che se fosse stata descritta come un predatore avrebbe preso le sembianze di una pantera: una vettura lunga e nera si muoveva lentamente davanti alla sua abitazione, finché non la superò del tutto, e quando l’ultimo flusso d’aria venne spostato ella tirò un sospiro di sollievo, l’ultimo fiato rimasto, visto che soffriva di una rara forma di asma nervosa assai più allarmante del buio totale che l’avvolgeva. Aprì il cassetto e la applicò subito sulla bocca: non la torcia sia inteso, ma l’indispensabile bomboletta data in prescrizione dal medico; cosa elementare per chi soffre di questi disturbi, ma che senza una certificazione messa per iscritto rende tutti impotenti di curarsi il male da se. Certificata la paranoia, doverosamente tornò al secondo utensile da recuperare, che si trovava al piano soprastante, appena vicino alla sua microbica camera da letto, lì n’approfittò per aprire la finestra ed areare la stanza, in una torrida estate come quella che quest’anno si era presentata, ogni spiffero era come una preziosa goccia del vino pazientemente invecchiato, tenuto nello stanzino adibito a cantina del giardino che prendeva un piccolo spazio nella parte posteriore della magione. Scostate le ante, notò immediatamente che purtroppo l’ora tarda non le aveva giocato scherzi della vista, ma era rigorosa e seria come il suo manto, e come la suddetta macchina parcheggiata a motore acceso, che sentiva vibrare a pochi passi dal cancello, il quale si può ben immaginare dove portasse. Per togliersela dalla vista, chiuse immediatamente le imposte fregandosene delle metafore emesse: il vino poteva aspettare. L’aver sbattuto con foga i battenti, le suggerì l’idea che non sarebbe stato così sbagliato agire in modo simile con le altre aperture, avrebbe impedito agli insetti di andarsene, ma poco importava, una bolla grattata offriva sicuramente più calore della fredda presenza di uno sconosciuto; quindi si barricò in casa lasciando solo aperta la finestra adiacente al luogo dove poc’anzi aveva degustato il lauto pasto, che le faceva sentire attraverso la stanchezza i suoi effetti, ma ora non vedeva niente, a parte una porzione del cortile esterno, e nella fretta si era dimenticata di prendere quella torcia che avrebbe potuto fornirle una chance per trovare rifugio; ma forse era meglio così, l’oscurità l’avrebbe aiutata ad agire indisturbata. Mentre pensava a ciò dei passi lenti filtravano attraverso la parete su cui si era poggiata, solo che stranamente sentì il rumore dello sportello in differita come la sensazione che dava il suo satellite al suo televisore… ma perché si perdeva in tali futili ragionamenti! Aveva paura, e non c’è pensiero che possa riempire quest’emozione, se non quello di agire. Mentre la torcia che doveva portarsi di sotto era ancora lì dove l’aveva lasciata, un'altra si accese alla coda dell’occhio: la luce aveva una consistenza singolare data dalla zanzariera, questa fece muovere una mosca che fino a quel momento aveva continuato a sbattere sulla superficie come se non ci vedesse, e da faccia a rete ella si indirizzò sul labbro della persona nella penombra, attirata forse, dal sangue incautamente non asciugato, - cosa che avrebbe potuto scongiurare anche senza prescrizione - , ma senza mandato l’insetto si precipitò nella cavità orale: era in trappola! Ma subito come se avesse pagato cauzione fu respinto da un rotto urlo, e si sa che gridare nell’oscurità è un’azione concessa solo in sede di cinema. Vide poi la luce spostarsi e con lei il fastidioso essere vivente che aveva pensato non potesse causarle seri problemi, ma se questi piccoli animali erano attratti dalla luce, le mani d’ombra a lato erano eccitate all’impalpabilità che solo il buio sa dare. Radente gli occhi, il raggio svicolò dal bordo, mentre la ragazza sfruttò l’abbassarsi della guardia per chinarsi e sgattaiolare sotto al tavolo. Appena alzò lo sguardo le sembrò che anche la zanzariera fosse stata alzata, e n’ebbe prova concreta dall’evasione del cantilenante ronzio accompagnato dall’impercettibile battito d’ali, che in quella particolare circostanza era quanto di ciò che si poteva udire; si alzò lentamente fino ad urtare un corpo alle sue spalle, si voltò, lo colpì: non era altri che la bottiglia con la quale aveva cenato. Confortata dalla scoperta aspirò un altro fiotto d’aria nei polmoni intanto che il corpo plastificato in posa plastica esalava l’ultimo getto d’acqua; aveva sete, oltre che bisogno di respirare, e immantinente doveva uscire senza troppi colpi di scena, fuori da questa spinosa situazione. Urtando il divano, si mosse arrancando verso alla porta in procinto di vedere dallo spioncino dettagli salienti; appoggiato l’occhio al gelido foro, ebbe una sensazione analoga dalla parte opposta e questa volta ne era sicura: era una pistola puntata alla nuca! Si voltò di scatto impedendo al figuro di esplicitare le sue motivazioni e lo colpì dieci, venti volte al petto. Fortuna che nel far cadere la bottiglia era cascata a seguito anche una posata.


    Gli occhi erano sgranati e sbiechi come bottoni: quelli della vittima oramai inanimata - come il suo orsacchiotto -; le mani della donna si affrettarono a rimpiazzare l’alloggio del coltello con l’arma da fuoco, una voce dall'esterno le intimava che avrebbe contato fino a tre, e questo per lei era non stare al gioco, quindi per coerenza sparò attraverso la porta, attutendo i colpi con qualcosa tra l’apertura e il sinistro figuro dall’altra parte; dai fori entrò la consueta mosca che si posò sul sangue versato fresco, mentre gli occhi di lei si posarono sul corpo inerme del compare del riverso sul pianerottolo, sistematosi a fare da palo. Ma adesso sembrava piuttosto che una macchina ci si fosse andata contro! Era vestito in modo identico all’altro, e come l’altro avrebbe proferito se solo lei glielo avesse permesso un: “No!”. Tralasciando la prima lettera la seguente era scritta sulla fronte a chiari caratteri, e non si trattava certo di un messaggio alla “WELCoMe”..ma a chi importa più un uomo morto, se ha il carattere, lo aveva chi era sopravvissuto: il suo sguardo era compiaciuto e insolitamente sollevato, quasi come se non fosse la prima volta che vedeva un uomo ai suoi piedi, ma da defunto, o era davvero così? Poco prima aveva semplicemente detto: “Sogni d’oro” tenendo il cuscino preso dal divano nella fretta durante la colluttazione nel soggiorno ma lo aveva deliberatamente appoggiato dal lato sbagliato dell'“inaspettato” ospite cui successivamente frugò nella sua giacca per trovare..: “poliziotti imborghesiti, come avevo immaginato”. Tirò dentro altra aria in scatola, che le fece tornare in mente di quanta sete avesse accumulato nella colluttazione: tornò indietro, portandosi a spalla prima l'uno e poi l’altro dei cadaveri come se dovesse dare sostegno ad un amico di bevute che aveva alzato il gomito e si recò nella sua TANA(!) dove l’avrebbe aspettata oltre che ad una bottiglia di Cabernet del 75, - anno di sua nascita più che di mescita -, un indispensabile pala e la persona con la quale dividere la sua soddisfazione. Impossibile affermare che espressione di gioia avesse la suddetta, ma si sa, con i “legami” è difficoltoso manifestare un’opinione. "Mi dispiace che tu non possa fare un brindisi con me, ma se ti togliessi il bavaglio e tu per caso urlassi, non faresti il bravo bambino e ti ritroveresti col bavaglino tutto macchiato di rosso" disse.


    Erano le 2:30 inoltrate, e lei al contrario delle persone maleducate con le quali quella notte aveva avuto a che fare, chiuse la porta dietro di se, questa volta adagio, per non contravvenire al severo avviso del residence: “SI PREGA DI NON RECARE ALCUN GENERE DI RUMORI MOLESTI IN ORARIO DI RIPOSO”. Grazie

     
  • 09 settembre 2006
    R.I.P. - In Loving Memory-

    Come comincia:

    (A Short Story)


    Dei fiori giacevano accanto ad una pietra. Il corpo era fresco e lentamente veniva seppellito, accanto vi erano i suoi guanti colorati, li prese. Lasciò i fiori nel vaso e se ne andò via, zoppicante dai singhiozzi, ed ogni passo un fiore veniva calpestato, era pieno di fiori in ogni angolo, ERA PIENO D’AMORE.


    "Un ticchettio fragoroso e intermittente ruppe il silenzio nella stanza dalle pareti spoglie. Eros come forgiato dal proprio divano si alzò lentamente e con altrettanta pacatezza si portò rapidamente la mano sul petto, il suo cuore era ancora lì, dove l’aveva lasciato: nessun cigolio, nessun problema cardiaco, era semplicemente regolare come un orologio, eppure lui ne aveva in tempo raccolto i pezzi, sentiva solo gli echi dei battiti attraverso i suoi singhiozzi divorargli la gola, si era dimenticato della funzione per il quale quell’organo era predisposto. Tutt’uno con la stoffa del sofà bianco ma nero nella parte dove poco prima si era sistemato (tanto per ricordargli che così come si era alzato poteva riprendere la medesima posizione a pancia sotto a contatto con la stoffa, che come qualsiasi superficie nella quale entra in contatto ne può amplificare le pulsioni), si era in breve ricordato di non essere morto, l’aveva sperato, anche perché solo la morte poteva sostituirsi al sonno del quale da giorni ne era privo, sentiva ancora l’odore visibile del gas che permeava la stanza contrapposto al suono secco e ovattato sul vetro della finestra della cucina. Si alzò frastornato e a piedi scalzi compressi sul pavimento passo dopo passo raggiunse il locale del fornello dove l’acqua era evaporata fino a del tutto prosciugarsi lasciando però un abbondante porzione di verdure per dose singola, aprì la finestra e liberò in un attimo l’odore nauseabondo e la sua amica fedele a quattro zampe, e come una calamita si inoltrò entro la soglia del terrazzo, quando un pensiero lo portò indietro, nella casa e nel passato; pasteggiò con quel ricordo in immaginazione, la tavola lunga e imbandita con all’estremità un altro piatto, un'altra sedia, entrambi vuoti, mentre dall’altra parte il piatto di rimasugli di minestra era ancora pieno, è questa forse la bilancia che regola un esistenza di colpo interrotta, ritornata alla sua forma unicellulare: l’aveva aspettata per cena e si era ritrovato a non sapere cos’altro aspettarsi, quella casa era costruita per due e lui si sentiva sperduto nel caos come un bambino nella fase del pianto, ma egli non riusciva comunque a sfogarsi, ne a compiere una reazione, neanche quando l’umida lingua del suo Labrador gli leccava la mano quasi a farlo rinvenire pur se sveglio e cosciente; riflesso nel cucchiaio, a stento allungava la mano verso il centro del tavolo dove si trovava una bottiglia d’acqua, gli sembrava che quell’enorme distacco fosse colmato da sentire il suo palmo congiunto ad un altro, al suo, a quello della meravigliosa fuggevole Tania, ed ora lei non c’era più, c’era lei e una pagina bianca a seguire, perché era successo proprio a lui, perché proprio quel giorno? Di fuori aveva cominciato a nevicare, dentro era assai più freddo, la gioia che si respirava il calore festivo invernale era per lui impermeabile come l’autunno, i mille squilli di telefono non risposti per lui sarebbe stato meglio che fossero rimasti per sempre anonimi, riusciva a nascondere a se stesso le lacrime e aveva paura di buttarle fuori e davanti a persone che avrebbero poi riso di lui perché patetico, non passionale. Tutto quel via vai di persone strette per mano, allegre, si vedeva in strada con loro in mezzo alle coppiette a metri davanti di distanza come se nel mezzo tra lui e loro ci fosse una bara e lui a capo del convoglio. Pensò che la cosa che si poteva fare era sgombrare la mente e che il modo più rapido fosse ricordare, e non dimenticare, nutrirsi di ricordi come un vampiro: fare un analisi di tutto, non solo dell’album di foto, dei filmini fatti con le vecchie cineprese che rappresentavano la parte più superficiale del loro rapporto, ma accettare anche gli ultimi momenti nei quali la vedeva sfiorire giorno dopo giorno, come i fiori che le portava, destinati alla medesima sorte, ad essere curati per poi essere falciati da qualche giardiniere e lasciati al loro destino per commemorarne un altro. Le teneva la mano negli ultimi momenti ma gli era sembrato col senno di poi che non fosse stato abbastanza, che non gli era stato abbastanza vicino, mentre la malattia divorava la sua carne passando dal rosso al roseo al giallo al bianco, come se lei stessa divenisse un fiore, una rosa. Era così geloso di possederla che non le dava un attimo di respiro, cosicché il suo corpo si riempì lentamente di anidride carbonica e le fece perdere tutta la gioia, anche la sfacciataggine che la contraddistingueva. Il processo aveva fatto il suo corso, e lui non capiva che genere di male avesse potuto portagliela via, forse la sindrome di Tourette, quel morbo che spinge le persone a divenire aggressive e piuttosto sboccate, a non controllarsi più; tutti quegli insulti che lui aveva incassato avevano forse il loro motivo d’essere. Mentre rimuginava, cominciò a mettere tutti i ricordi che li riguardavano dentro una piccola scatola, la scatola stessa ne era un esempio, c’era ancora scritto "Se io ti Amo, lei già ti Ama" e di fianco un simbolo con un cuore ed un orma fusi insieme sotto al quale c’era scritto Marlene, la stessa Marlene che gocciolava saliva e dolcezza dinanzi a lui. Un rullo da cinepresa, il proiettore era proprio lì vicino, quando lo mise la sua anima si animò con le immagini, un prato rigoglioso dove lei così libera correva così veloce da sfuggire all’occhio della camera e poi ci correva incontro e contorceva la bocca all’obbiettivo per il suo amato, che da occhi estranei poteva essere chiunque ma lui sapeva benissimo, sapeva che combaciava con la sua, quasi ancora la sentiva mentre veniva proiettata sulle sue labbra, quasi ne sentiva ancora il sapore; ne sentiva sempre il sapore anche quando dinanzi al televisore osservava donne spogliarsi senza inibizioni, danzanti come in un numero da circo in mezzo a numeri: ogni volta che verso mezzanotte cambiava canale il buio tra un canale e l’altro rifletteva la sua persona triste a rispecchiarsi in uno spettacolo del genere, la sensazione di tradirla con una visione, tradirla con qualcosa di altrettanto incorporeo come lei era adesso, lo portava a lei e il solo pensare a lei e sentirla in ogni dove, nella radio, tra la gente, il suo nome in ogni affanno del vento, poteva sopperire al suo pianto nel vedersi piangere. E in un attimo si ritrovava con lei su quel prato, un prato senza lapidi, pieno di vita. Fu la volta dello specchio dove avevano inciso i loro nomi, qualcosa di più indelebile di un tatuaggio; era la prima volta che si guardava in faccia dopo tanto tempo, e a distanza così ravvicinata, si scrutò un attimo tanto per capire con chi aveva a che fare e si accorse di una macchia dietro al collo, rosea, in contrasto con il pallore che la contornava, un rimasuglio della passione che costò la vita al suo amore? Si era chiesto chi fosse veramente morto, lui ne aveva tutti i sintomi, di una lenta decadenza, di un segreto non detto e scoperto sulla propria pelle, si stava dunque anche lui avviando verso la fine? Ebbe chiaro che le persone non lo cercavano, ma volevano solo allontanarlo per non essere contagiati da quell’infezione che l’affezione per quella ragazza gli aveva inferto. Il tradimento era una forma di punizione e nella sua forma visceralmente più devastante, da voler pensare che non ci fosse un aldilà ne per lui ne tanto meno per lei: avrebbe visto persone dal basso puntare il dito verso l’alto, avrebbe continuato a soffrire. Prese un cerone rosso e profumato alla rosa canina, l’unico che non si era consumato durante la loro ultima notte di manifestata passione, il loro letto d’amore era integro, divenuto un letto di morte, per entrambi; spesso sotto le lenzuola l’inseguiva solo per proteggerla, toccava ad occhi chiusi la sua pelle nuda e la seta per negarne la differenza come se avesse attorno un intero suolo, mondo fatto di lei: due colline, due vallate e una piccola foresta oscura dove la paura che provava ad addentrarvisi era l’effetto dei suoi ormoni, quando le chiudeva la via del respiro erano tutt’uno, il respiro cessava all’apice del piacere e li lasciava per un attimo immobili come trapassati, come Romeo e Giulietta nel loro epilogo, inseparabili come siamesi, ma uniti molto più nel profondo. La seta l’aveva forse avvolta troppo, e lui se la vedeva fissare il vuoto come fissare lui, nuda poiché la morte toglie ogni inibizione, immersa nel suo sudario, al quale avere accesso per lui significava adesso un peccato, come violare una sposa morta vergine. Dei negativi ancora da stampare, lo attendevano, ormai aveva quasi raschiato il fondo, scelse con cura il fotogramma, andò in bagno sede della loro intimità più che della camera da letto, e accese le luci rosse: l’immagine latente affiorava dallo sviluppo e la cosa che gli balzò agli occhi era l’espressione di lei accanto a lui, all’epoca dello scatto sembrava che sorridesse, ed ora dava una parvenza perfino di tristezza, sembrava che quell’immagine affogasse piuttosto che svelarsi, come se l’affogamento reciproco nella schiuma, quando facevano il bagno insieme venisse fatto per crudeltà più che per gioco. Corse a vedere tutte le altre foto in casa, e tutte sembravano non mentirgli quando era stata la sua lucidità a trarlo in inganno; lei stava male da mesi, anni forse, e lui non aveva fatto niente, era diventato di lattice lui stesso, per non percepire un tale malessere. La foto dal vetro rotto che era caduta in seguito alla chiamata più avvilente della sua vita, era più eloquente di altre: lo spacco sembrava un terzo personaggio a se stante in quella cornice, il suo senso maggiore di colpa divenne il fatto di non essersi mai posto il problema delle sue colpe, aveva paura di cercare altri oggetti da riporre in quella scatola, ma doveva pur finire il lavoro. La scatola di cioccolatini dell’ultimo San Valentino. Erano ancora tutti i li come in uno spettacolo tutto esaurito, e con foga ne prese due a due, senza badare a quale scegliere, il cioccolato così dolce sembrava amaro tra le sue papille, dalle sue pupille gli venne finalmente da piangere, perché assaporava finalmente un qualcosa che aveva la proprietà di farlo sfogare, di far esaurire in lacrime lo stress accumulato, le medicine non avevano fatto mai effetto, poiché lui stesso si considerava l’effetto, mentre quella semplice leccornia infantile lo portava al settimo cielo, nell’aldilà nel quale avrebbe voluto esistere, con lei. Si pulì gli occhi ma non la bocca, e pescò dal mazzo un paio di guanti, erano multicolore quindi appartenevano a lei, sebbene fossero di misura più piccola non esitò ad infilarci le mani, e a stringere i pugni…la sentiva, il suo calore era rimasto: un guanto isola da qualsiasi contatto a patto che non si indossi quello del contatto perduto. Chiuse la piccola scatola, e si sentì soffocare. Sentendosi già vestito uscì di casa incurante degli sguardi altrui, gli parve di far parte finalmente di quel mondo, passo in rassegna molti luoghi che per loro erano divenuti di culto e gli sembrò quasi d’intravedere il viso del suo amore in mezzo alla folla di un colore che finalmente la distingueva da tutti, in un espressione felice, che stringeva la mano di chi da occhi estranei poteva essere di chiunque, ma lui sapeva la verità. Si fece attrarre dal vento sul ponte, inarcò le braccia e si fece cullare nella discesa, gli scivolò addosso tutta la sua vita fatta di ricordi ed emozioni, solo la vita che gli era valsa la pena vivere, quella vissuta con lei. La terra che lo aveva generato se lo inghiottì e ne risputò il corpo che nonostante fosse esanime, tra mille ferite gli aveva aperto un sorriso."


    Dopo aver letto la lettera-poema, prese i guanti e glieli infilò come in tempi antichi si seppellivano grandi guerrieri con i loro oggetti più cari, e lui forse non era stato guerriero, ma aveva lottato per amore e ne era caduto sotto quei colpi, seppellendo con se lascia di guerra aveva trovato la pace; Achille morto con una freccia nel cuore. Come Ulisse l’amore eterno vi era stato, ma a sua insaputa, Argo l’aveva aspettato e si sarebbe anch’esso lasciato morire. Le venne per un attimo il pensiero di quello che lei gli aveva detto subito dopo la loro "improvvisa" dipartita rispondendo al suo sguardo avvilito: "Non è mica morto qualcuno", ed in effetti qualcuno o qualcosa era appena morto. Gli congiunse le mani tra di loro come un tempo erano congiunte quelle di Lei e di Lui; fece fare il resto allo spalatore, ma nella sua mente sapeva che lui avrebbe continuato a battere per dirle che era ancora vivo. Tania si portò una mano al petto, e l’altra al suo compagno, mentre la primavera gli faceva a loro strada, ad Eros l’inverno se lo era portato via.