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Autore

Carlo Sabelli

in archivio dal 09 set 2006

14 ottobre 1983, Roma

segni particolari:
I particolari non bastano a tracciarmi (ho 256 caratteri diversi)

mi descrivo così:
Amo il Gusto Retrò In Gola, Amo L’arte in Ogni Sua Epifania, Amo i Limiti Quanto Basta Ad Essere Trasversale, Amo Il Gotico E il Barocco, i lumi Della Ragione E Della Candela, Amo TroppO: è La Mia Perversione..

20 ottobre 2006

Moscacieca

Intro: Un racconto complesso e "folle" che traspira paranoia e angoscia fino alla fine. L’azione è confusa come la protagonista. Un omicidio e un sequestro. Poi di colpo sembra ritornare tutto alla normalità.

Il racconto

L’intermittente bagliore dello schermo imitava lo sbattere d’occhi di chi gli stava dinanzi. Si era fatto un orario tanto inoltrato d’aver fuso ogni prestanza fisica e mentale che poteva ancora prestare attenzione. "Vuoi andare a letto?" disse, come parlando tra se e se rivolta all'orsacchiotto sistemato disordinatamente sul bracciale del divano dove amava appisolarsi con lui, mentre la tv le raccontava sempre le "solite" storie (vere), sperando in un interlocutore che l'aiutasse a decidere. Ma parlare con un pupazzo non tanto stava a dimostrare la stanchezza della giornata piuttosto un modo per divagare, e continuando a fissarlo ma stavolta solo con la mente, quasi come se bastasse uno sguardo affinché i due si capissero: "Beato te che hai per occhi bottoni, che per natura non sei costretto a vedere tutta questa spazzatura, neanche quando tu stesso diventi tale nel momento in cui gli altri esseri umani si stufano di te, gli importa di cercarti solo quando ti vogliono sfruttare per raggiungere altri scopi, scopi che nella testa sostituiscono costantemente il mezzo per raggiungerli, sono come mosche e noi siamo i rifiuti, quando in verità sono loro stessi a crearli. Io invece non ti farei mai del male, non farei male ad una mosca".

 


C’era ancora il telegiornale ad ispirare ulteriormente un conseguente sonno non proprio dei più sereni: morti, incidenti, politica e ancora morte…alla parola assassino in libertà, un pò interdetta ella si accinse a premere il pulsantino rosso che avrebbe lasciato solo la spia dello stesso colore corrispondente allo spegnimento dell’apparecchio; il dito era rallentato dallo sforzo e dal dolore lacerato - insensibile - dei calli, mentre di sopra lo scaldabagno, le luci accese, e i vari prodigi del nostro secolo in sovraccarico, la precedettero senza darle la minima soddisfazione di zittire quello odioso vegliambulo, ampolloso, gambizzato e monodimensionale. Per un attimo si morse il labbro, e questo la fece ridestare dal dormiveglia...adesso doveva cercare una torcia e scoprire l’interruttore o una potenziale soluzione all’inconveniente; non aveva chiesto ai suoi occhi di chiudersi e nessun altro doveva impedirle di prendersi la sua quotidiana responsabilità, aveva sempre vissuto da sola, e un piccolo blackout non bastava di certo per preoccuparla; quando, nel tratto di strada tra il cassetto contenente l’oggetto desiderato e la sedia smossa dal movimento repentino, avvertì una luce aliena, un faro che veniva doppio e che squarciava il clima cupo e primitivo, come due pupille di una bestia dietro un cespuglio, una bestia che se fosse stata descritta come un predatore avrebbe preso le sembianze di una pantera: una vettura lunga e nera si muoveva lentamente davanti alla sua abitazione, finché non la superò del tutto, e quando l’ultimo flusso d’aria venne spostato ella tirò un sospiro di sollievo, l’ultimo fiato rimasto, visto che soffriva di una rara forma di asma nervosa assai più allarmante del buio totale che l’avvolgeva. Aprì il cassetto e la applicò subito sulla bocca: non la torcia sia inteso, ma l’indispensabile bomboletta data in prescrizione dal medico; cosa elementare per chi soffre di questi disturbi, ma che senza una certificazione messa per iscritto rende tutti impotenti di curarsi il male da se. Certificata la paranoia, doverosamente tornò al secondo utensile da recuperare, che si trovava al piano soprastante, appena vicino alla sua microbica camera da letto, lì n’approfittò per aprire la finestra ed areare la stanza, in una torrida estate come quella che quest’anno si era presentata, ogni spiffero era come una preziosa goccia del vino pazientemente invecchiato, tenuto nello stanzino adibito a cantina del giardino che prendeva un piccolo spazio nella parte posteriore della magione. Scostate le ante, notò immediatamente che purtroppo l’ora tarda non le aveva giocato scherzi della vista, ma era rigorosa e seria come il suo manto, e come la suddetta macchina parcheggiata a motore acceso, che sentiva vibrare a pochi passi dal cancello, il quale si può ben immaginare dove portasse. Per togliersela dalla vista, chiuse immediatamente le imposte fregandosene delle metafore emesse: il vino poteva aspettare. L’aver sbattuto con foga i battenti, le suggerì l’idea che non sarebbe stato così sbagliato agire in modo simile con le altre aperture, avrebbe impedito agli insetti di andarsene, ma poco importava, una bolla grattata offriva sicuramente più calore della fredda presenza di uno sconosciuto; quindi si barricò in casa lasciando solo aperta la finestra adiacente al luogo dove poc’anzi aveva degustato il lauto pasto, che le faceva sentire attraverso la stanchezza i suoi effetti, ma ora non vedeva niente, a parte una porzione del cortile esterno, e nella fretta si era dimenticata di prendere quella torcia che avrebbe potuto fornirle una chance per trovare rifugio; ma forse era meglio così, l’oscurità l’avrebbe aiutata ad agire indisturbata. Mentre pensava a ciò dei passi lenti filtravano attraverso la parete su cui si era poggiata, solo che stranamente sentì il rumore dello sportello in differita come la sensazione che dava il suo satellite al suo televisore… ma perché si perdeva in tali futili ragionamenti! Aveva paura, e non c’è pensiero che possa riempire quest’emozione, se non quello di agire. Mentre la torcia che doveva portarsi di sotto era ancora lì dove l’aveva lasciata, un'altra si accese alla coda dell’occhio: la luce aveva una consistenza singolare data dalla zanzariera, questa fece muovere una mosca che fino a quel momento aveva continuato a sbattere sulla superficie come se non ci vedesse, e da faccia a rete ella si indirizzò sul labbro della persona nella penombra, attirata forse, dal sangue incautamente non asciugato, - cosa che avrebbe potuto scongiurare anche senza prescrizione - , ma senza mandato l’insetto si precipitò nella cavità orale: era in trappola! Ma subito come se avesse pagato cauzione fu respinto da un rotto urlo, e si sa che gridare nell’oscurità è un’azione concessa solo in sede di cinema. Vide poi la luce spostarsi e con lei il fastidioso essere vivente che aveva pensato non potesse causarle seri problemi, ma se questi piccoli animali erano attratti dalla luce, le mani d’ombra a lato erano eccitate all’impalpabilità che solo il buio sa dare. Radente gli occhi, il raggio svicolò dal bordo, mentre la ragazza sfruttò l’abbassarsi della guardia per chinarsi e sgattaiolare sotto al tavolo. Appena alzò lo sguardo le sembrò che anche la zanzariera fosse stata alzata, e n’ebbe prova concreta dall’evasione del cantilenante ronzio accompagnato dall’impercettibile battito d’ali, che in quella particolare circostanza era quanto di ciò che si poteva udire; si alzò lentamente fino ad urtare un corpo alle sue spalle, si voltò, lo colpì: non era altri che la bottiglia con la quale aveva cenato. Confortata dalla scoperta aspirò un altro fiotto d’aria nei polmoni intanto che il corpo plastificato in posa plastica esalava l’ultimo getto d’acqua; aveva sete, oltre che bisogno di respirare, e immantinente doveva uscire senza troppi colpi di scena, fuori da questa spinosa situazione. Urtando il divano, si mosse arrancando verso alla porta in procinto di vedere dallo spioncino dettagli salienti; appoggiato l’occhio al gelido foro, ebbe una sensazione analoga dalla parte opposta e questa volta ne era sicura: era una pistola puntata alla nuca! Si voltò di scatto impedendo al figuro di esplicitare le sue motivazioni e lo colpì dieci, venti volte al petto. Fortuna che nel far cadere la bottiglia era cascata a seguito anche una posata.


Gli occhi erano sgranati e sbiechi come bottoni: quelli della vittima oramai inanimata - come il suo orsacchiotto -; le mani della donna si affrettarono a rimpiazzare l’alloggio del coltello con l’arma da fuoco, una voce dall'esterno le intimava che avrebbe contato fino a tre, e questo per lei era non stare al gioco, quindi per coerenza sparò attraverso la porta, attutendo i colpi con qualcosa tra l’apertura e il sinistro figuro dall’altra parte; dai fori entrò la consueta mosca che si posò sul sangue versato fresco, mentre gli occhi di lei si posarono sul corpo inerme del compare del riverso sul pianerottolo, sistematosi a fare da palo. Ma adesso sembrava piuttosto che una macchina ci si fosse andata contro! Era vestito in modo identico all’altro, e come l’altro avrebbe proferito se solo lei glielo avesse permesso un: “No!”. Tralasciando la prima lettera la seguente era scritta sulla fronte a chiari caratteri, e non si trattava certo di un messaggio alla “WELCoMe”..ma a chi importa più un uomo morto, se ha il carattere, lo aveva chi era sopravvissuto: il suo sguardo era compiaciuto e insolitamente sollevato, quasi come se non fosse la prima volta che vedeva un uomo ai suoi piedi, ma da defunto, o era davvero così? Poco prima aveva semplicemente detto: “Sogni d’oro” tenendo il cuscino preso dal divano nella fretta durante la colluttazione nel soggiorno ma lo aveva deliberatamente appoggiato dal lato sbagliato dell'“inaspettato” ospite cui successivamente frugò nella sua giacca per trovare..: “poliziotti imborghesiti, come avevo immaginato”. Tirò dentro altra aria in scatola, che le fece tornare in mente di quanta sete avesse accumulato nella colluttazione: tornò indietro, portandosi a spalla prima l'uno e poi l’altro dei cadaveri come se dovesse dare sostegno ad un amico di bevute che aveva alzato il gomito e si recò nella sua TANA(!) dove l’avrebbe aspettata oltre che ad una bottiglia di Cabernet del 75, - anno di sua nascita più che di mescita -, un indispensabile pala e la persona con la quale dividere la sua soddisfazione. Impossibile affermare che espressione di gioia avesse la suddetta, ma si sa, con i “legami” è difficoltoso manifestare un’opinione. "Mi dispiace che tu non possa fare un brindisi con me, ma se ti togliessi il bavaglio e tu per caso urlassi, non faresti il bravo bambino e ti ritroveresti col bavaglino tutto macchiato di rosso" disse.


Erano le 2:30 inoltrate, e lei al contrario delle persone maleducate con le quali quella notte aveva avuto a che fare, chiuse la porta dietro di se, questa volta adagio, per non contravvenire al severo avviso del residence: “SI PREGA DI NON RECARE ALCUN GENERE DI RUMORI MOLESTI IN ORARIO DI RIPOSO”. Grazie

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