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Racconti di Cristina Raso

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  • 05 gennaio 2009
    Amantedestino

    Come comincia: Dico io, ma è possibile mai, che Carlo non si faccia rintracciare? Capisco che sono la sua amante, non devo pretendere nulla, e devo esser presente solo al suo schiocco di dita, però non posso continuare a vedere in tv i gialli della Fletcher o Colombo per carpire i trucchi del sapersi nascondere.
    La pantera rosa mi fa un baffo, scaltra come una faina, scivolo dalla porta di casa alle 17:35 quando, guardacaso, sua moglie sta per rientrare dal lavoro.
    Sembro una persona dal cuore di pietra, ma in realtà Dio solo lo sa quante volte ho pregato Carlo di divorziare. Quattro anni orsono dal primo incontro con il rappresentante più bello della regione Toscana. E’ inutile ma l’uomo un po' “bastardo” piace. La categoria dei rappresentanti, si dice tra donne, sia ai primi posti della Top Ten dei “belli e impossibili”.
    Era sposato, ne ero al corrente; la fede al dito l’avevo adocchiata subito, poi tutta la mia attenzione si spostò sull’occhio verde smeraldo, l’abbronzatura da lucido da scarpe, e la camicia bianca col pettorale in vista.
    Ero a chiacchierare con le mie dolci compagne di avventure nella Versilia dalle pazze serate, ad un tratto vidi Carlo con amici ad un tavolino in un noto locale Viareggino, fu il primo uomo che guardai e anche l’ultimo. Non gli scrollavo gli occhi di dosso.
    "Cinzia? Ci sei?" - le mie amiche mi mettevano le mani davanti alla faccia, mi proponevano pizzicotti e calci alle caviglie; nemmeno quelli mi distoglievano dal guardarlo. Possibilmente avrei avuto il bisogno di un bavagliolo, la bavetta alla bocca era altamente visibile; non era per niente un bello spettacolo.
    Tra me pensavo, vado all’attacco? Quasi quasi potrebbe uscire fuori la tigre che è in me! Uno così non lo rivedo più!
    Dopo due ore di lividi, causa pizzicotti e varie botte, mi alzo con la mia grande autostima e cavalcando col tacco a spillo dodici centimetri mi avvicino al suo tavolo e mi siedo a fianco a lui.
    Carlo mi guarda, mi sorride e inizia a parlare con l’accento fiorentino. Avevo le lacrime agli occhi da quanto ridevo, le battute mixate con il suo accento erano la mia morte. Più gli facevo presente che mi piaceva il suo accento più esagerava e si divincolava come un comico, a pelle era un ragazzo che m’intrigava e chimicamente era scattato qualcosa; atomi, ioni e molecole stavano sheckerando ben bene.
    Non ci speravo nemmeno che fosse interessato a me, invece prima di dileguarsi nella notte, mi diede un bigliettino da visita: "Chiamami quando vuoi se ti va" - disse, con l’occhiolino di accompagnamento.
    "SE MI VA? Come se mi va?" - ma se avrei voluto scappare a Honolulu con lui, certo che lo chiamo!
    Incredibile, mi sentivo la vincitrice della serata; quante botte ancora mi diedero le mie “super amiche”.
    Si esce dal locale, destinazione Discomusic Midhò. Si parcheggia, e dopo trentacinque minuti di coda fuori al freddo e al gelo, ci fanno entrare.
    La fila al guardaroba era indecente, tirando fuori il portafoglio dalla borsetta, il biglietto da visita scivola e con l’ondulazione di una foglia autunnale cade e si posa su una chiazza di cocktail che aveva appena rovesciato un tipo vicino a me. Di scatto cerco di recuperarlo, oramai non si vedeva più nulla tranne il nome Carlo.
    Il sipario del teatro si chiude, attori, scenografia, tutto sparisce.
    Sembravo alienata, sguardo fisso, la lacrimuccia rinsecchita al limite dell’occhio e un irritazione che l’ortica poteva ricoprirmi e sarei stata immune ai suoi poteri.
    Quella serata fu memorabile, il divanetto della discoteca aveva preso la mia forma corporea e un pisolino me lo sono pure fatta.
    Al lavoro, una settimana dopo mi diedero un incarico alquanto strambo. Dovevo accompagnare il direttore generale da Pisa a Firenze, seduta a fianco a lui nei sedili dietro della macchina con l’autista compreso nel prezzo. L’azienda doveva presentarsi, nel modo migliore alla international conference di sicurezza delle reti, nell’hotel più chic di Firenze. Il boss inizia a salutare tutti e io accompagno sempre con il mio sorrisino da ebete e porgo la mano destra per le presentazioni ufficiali.
    Prendiamo postazione, gli interventi che si susseguono sono interessanti e la conferenza è piena di novità tecnologiche. Il capo prende appunti sul palmare, io sul mio blocco di fogli bianchi, anonimi e senza intestazione.
    Vibra il cellulare, è l’ufficio. Per fortuna mi sono seduta a lato della sala conferenza e riesco ad alzarmi per non dar noia alle persone vicino a me. La telefonata è stata breve ma intensa, una decina di domande a raffica da parte della segretaria riguardo lettere e mail da spedire. Torno al mio posto e sulla sedia vedo un bigliettino, lo prendo. Leggo: Carlo Martinetti rappresentante di prodotti di cancelleria per ufficio...
    Mi blocco, do un colpo di tosse e mi schiarisco la voce. La memoria visiva non mi ha mai tradito! Il biglietto da visita era proprio quello di Carlo! Il destino mi ha ridato in mano lo stesso biglietto di una settimana fa! Il capo mi dice: "Qualcosa non va? Il biglietto era per terra, credevo fosse il tuo era proprio sotto dove sei seduta".
    "Sì sì sì sì, è mio, grazie mille di averlo trovato".
    Sconvolta? Non poco. Qualcuno mi ha dato la possibilità di risentire quell’uomo, un uomo di nome Carlo Martinetti, che fa il rappresentante ed è di Firenze, un uomo come tanti forse, che non avrei più rivisto. Che probabilmente avrei dimenticato da li a poco. O forse No.
    Sposato, magari con dei figli. Non posso fare la rovina famiglia.
    Fino a sera il pensiero fu quello.
    Per l’ora di cena arrivo a casa, la conferenza era durata fino alle 18:30. Lo stomaco è in sciopero non ha per niente fame, mi incomodo nei vestiti casalinghi e mi butto sul divano davanti alla tv. I soliti programmi “Amore vero”,”Tradiscimi che ti spacco la faccia”, “Il triangolo non lo avevo considerato”. Il palinsesto televisivo sta peggiorando sempre di più. Decido di mettere un film e sgranocchiare pop-corn, questa sì che è vita!
    Mi sveglia il telefono di casa e mi ritrovo all’indomani sdraiata a quattro di spade per terra accanto al divano con un letto di pop-corn spiattellati sotto di me.
    "Scusi direttore, mi scusi tremendamente, ho avuto disturbi intestinali questa notte, non mi sono resa conto dell’orario". Caspiterina erano le 9 e io ero in quello stato pietoso.
    Doccia veloce, una tazza di latte, mi vesto e come wonder-woman, pedalo al lavoro con la mia wonder-bici.
    Mille pratiche da sbrigare e articoli da scrivere. Alla pausa pranzo ero già cotta e stracotta. In un momento di pazzia digito sulla tastiera del telefono dell’ufficio i numerini scritti sul biglietto da visita di Carlo, prontamente attaccato con una potente colla ai bordi dello schermo del computer; nessuno avrebbe potuto levarlo, nemmeno il destino.
    33934... no butto giu. Rifaccio il numero, respiro profondo e via. 33934.. questa volta ho completato il numero, suona, suona, non risponde...
    "Pronto chi è?" - Oddio è lui, sì sì è lui, è Carlo! riconosco la voce, ha risposto proprio quando stavo rischiando di riattaccare.

     

    - Ciao Carlo!
    - Chi è?
    - Sono Cinzia, la ragazza ...
    - Ciao Cinzia che piacere sentirti, pensavo non ti facessi più viva.
    - No, è che ho avuto un po' di problemi...
    - Capisco, be' ci potremmo vedere questa sera se ti va, al locale dove ci siamo conosciuti. Alle 22:00, ok?
    - Perfetto, allora a stasera.

    Non mi ha lasciato nemmeno un secondo per respirare, né tanto meno per rendermi conto di quello che stava accadendo. Appuntamento galante con Carlo? Shhh... devo dirlo sottovoce che se lo sentono le colleghe riprendo botte! E’ quattro anni che sembra il primo appuntamento. E’ quattro anni che prendo botte dalle mie colleghe. Non m’importa.Prima o poi Carlo si renderà conto che il nostro amore è dettato dal destino, ci lega e non ci farà mai separare.

  • Come comincia: Un soffitto di stelle lo guardavano oramai da mesi, la sua barba sempre più incolta, gli occhi incavi e i vestiti stracciati. Soffocava tra il fumo del focolare che ogni sera cercava di accendere con legni e sterpaglie, ululava con gli unici abitanti di quel luogo su cui si era ritrovato naufrago.
    Le costellazioni erano impresse nella sua mente, a volte nelle giornate più limpide, gli capitava di vedere la stella polare, in quei momenti pregava e sperava nel giorno in cui una nave all’orizzonte sarebbe venuta a salvarlo. Nulla per lui era il passato, nulla ciò che era accaduto. Alcuni flash notturni lo svegliavano di colpo, incubi sul suo naufragio lo tormentavano e l’insonnia prendeva il sopravvento. Appena il sole sorgeva il naufrago era pronto a scalare la roccia appuntita che dominava tutto l’atollo alla ricerca di qualsiasi cosa fosse commestibile; nessuna vertigine da quando era su quella porzione di terra, nessuna, sopravvivere era più importante. Dall’alto dominava il cielo e il mare, era l’uomo più importante del mondo, lì sopra era il re. Accovacciato con il mento tra le ginocchia appuntite guardava l’infinito aspettando il tramonto. Le onde andavano e venivano, s’increspavano, si rincorrevano. Libere di rotolarsi tra i ciottoli e la sabbia, libere di giocare tra di loro. Sognava tra quel dondolio, cullandosi in quella libertà che ritrovava in quei momenti. L’uomo dell’onda, quest’unica frase incise, lassù su quella roccia, e lì, lo ritrovarono.

  • 16 febbraio 2006
    Destino al polso

    Come comincia: I lampi in quel cielo rosso-notturno erano così belli da farsi ammirare col naso  in su. La pioggia non si sentiva nemmeno, il temporale era lontano. Eravamo in cerchio ad asciugarci attorno ad un falò; in spiaggia altri come noi, avevano deciso di fare il bagno di mezzanotte. L’acqua avvolgeva calda in nostri corpi, la pioggerellina era scenografica; formava concentrici cerchi e scivolava nel fondo del mare di un blu quasi annerito. Quel giorno sembrò non finire mai, o forse era solo un mio desiderio.


    Due occhi grandissimi mi guardarono per  un secondo.


    Il primo secondo, di altri successivi a poche ore di distanza, interminabili secondi allineati, che avrei voluto fermare ad ogni vibrazione della lancetta sull’orologio.


    Il  ricordo è ancora vivo, il profumo, il mare, la voce, il sorriso e le labbra, ma i suoi occhi, quei secondi, cerco di dipingerli ma non ci riesco.


    Ho comprato una tela, i pennelli, le tempere, ho piantato tutto sulla sabbia, mi sono accucciata a dipingere.


    Ho chiuso gli occhi, il pennello intinto di verde e azzurro, la profondità. Or ora l’ho intinto di un rosso porpora acceso  quasi abbagliante, un fuoco così perfetto sulla tela non l’avevo mai visto; avevo quasi paura.


    La tela l’avevo acquistata da un pasticciere; cioccolato bianco purissimo, le tempere di zucchero caramellato colorato traspiravano dolcezza.


    Sento scuotere la mia nuca, una o più volte, sento una voce, scandisce il mio nome, una piccola scossa, ho gli occhi aperti, il sole caldo sulla sabbia.

    E’ mattina, tutto è già successo, mi sono addormentata sulla spiaggia dopo la nottata passata tra il cielo e il mare. Ho un elastico per capelli al polso, non è mio.L’annuso e sento il profumo.


    La tela che ho dipinto è lì nella mia testa, ma non basta per rivivere. Non ci sta nemmeno nella valigia, non posso portarla via, si scioglierebbe, continuo a sognare e a svegliarmi, tra reale e ricordi, tra i secondi allineati.

    Questa mattina sulla riva Carla mi ha trovata addormentata con accanto una tela e le tempere, un grande cuore dipinto su e un elastico al polso che non è mio.