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Autore

Cristina S.

in archivio dal 13 gen 2006

15 giugno 1973, Roma

mi descrivo così:
Sono una ragazza simpatica che ha capito veramente il significato della vita!

04 febbraio 2006

La giostra del circo

Intro: L'autrice è molto brava nel rievocare la singolare atmosfera del circo in un racconto in cui mistero, fantasia ed infinito si combinano in una dimensione suggestiva e spirituale.

Il racconto

Seduto sugli spalti, quello strano personaggio osservava quella giostra colorata che è lo spettacolo del circo. La gente affascinata, rideva, rimaneva a bocca aperta, si emozionava mentre i bambini, in particolare, era come se avessero iniziato un sogno addormentandosi ad occhi aperti. Un sogno che si sarebbe dissolto una volta usciti da quel tendone.
Quel personaggio però non rideva, non rimaneva a bocca aperta affascinato. La sua emozione era solo incredulità. Già, incredulità. Perché quel giorno c’era la Natura seduta ad assistere allo spettacolo. Nessuno faceva caso a quella donnina, umile e anche apparentemente un po’ rassegnata. Forse qualcuno si era limitato a osservare che era lì da sola, cosa piuttosto strana e che guardava lo spettacolo con occhi tristi, cosa ancora più strana. Ma forse nessuno aveva formulato queste due riflessioni.
La domanda che continuava a ripetersi nella mente della Natura, come la parola di una canzone suonata da un giradischi con la puntina che salta era: dov’è tutto quello che ho creato? La domanda era poco chiara e lei diede una spiegazione anche a se stessa. Si chiese che fine avesse fatto l’istinto degli animali che stava osservando. Non era nella loro indole fare alcune cose, non era tra le loro scelte prioritarie trovarsi in quel luogo. Certo si trovavano insieme agli uomini, in apparente perfetta sintonia con loro e questo andava bene. Ma esibirsi come gli uomini davanti a una folla, poteva non essere quello che quegli animali desiderassero. A quel punto si chiese perché lo facessero. Forse a loro piaceva. Forse quegli applausi gratificavano il cavallo che in quel momento stava guardando danzare con movimenti umani, spinto a colpi di briglia. Poi li vedeva scomparire dopo le esibizioni eseguite e sentiva ringraziamenti e lodi solo rivolte all’uomo, o alla donna, che avevano effettuato il numero con loro.
La Natura dovette andare a fondo e chiarire ogni suo dubbio.
Lo spettacolo terminò. Il buio invase il tendone che si svuotò. Le risa e le voci si spensero. Nell’aria aleggiava ancora l’odore salato dei popcorn e l’odore selvaggio di alcuni animali, che si erano esibiti. Nessuno aveva notato quella donna minuta e poco appariscente, che non aveva lasciato il circo. Ora le luci della ribalta si erano trasferite a illuminare la vera vita degli artisti del circo. Le luci interne dei camper erano tutte accese. Quella piccola città viaggiante stava per prendersi il meritato riposo. Muovendosi silenziosamente, come lei sapeva ben fare, la Natura camminò in mezzo a camper, tendoni e arrivò alle gabbie. Nella semioscurità gli animali sedevano rassegnati, alcuni aspettando il sonno, alcuni riflettendo sulla serata trascorsa altri chiacchierando tra loro. Fu proprio nel contesto di una di queste chiacchierate che sentì la risposta alle sue domande:
“Cara Janet” disse il leone alla tigre “non devi dimenticare che le azione fatte a fin di bene, sono a volte apparentemente prive di senso”. Janet annuì stanca.
“Ricordati” continuò il leone “che Tim, il pony che tutti conosciamo da anni e amiamo profondamente, è amato anche da Tommaso, il figlio del proprietario e il sentimento è contraccambiato. Se il circo chiudesse probabilmente loro dovrebbero dividersi e noi vogliamo il bene di Tim e di quel bambino, che con noi è sempre così buono e ci vuole bene. Non hai visto il padre di Tim, Fulmine, come si muove a passo di danza come una marionetta? Pensi che lui non stia soffrendo? Ma ama troppo suo figlio per mollare! Noi li amiamo tutti e due per cui deduci tu qual è l’atteggiamento più giusto da adottare… non pensi sia giusto stargli vicino?
La Natura chiuse la scatola delle risposte. L’aveva aperta perché era vuota ma ora si era riempita a sufficienza. Si allontanò nel buio, lasciandosi alle spalle la luce che proveniva dalle gabbie. Adesso nella sua mente c’era una certezza: alla libertà si potevano mettere sbarre, sia di metallo che psicologiche ma all’amore non si potevano mettere catene.
Se ne andò con gli occhi gonfi di lacrime e un sorriso dolce sulla bocca, il sorriso di una madre che vede i propri figli infelici lottare con entusiasmo per la felicità altrui. Se ne andò sicura che avrebbe preparato per loro, in una prossima vita eterna, campi verdi su cui correre e nessuna catena che intrappolasse il loro istinto, lasciando loro la libertà di esprimere il proprio amore senza condizioni.

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