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Racconti di Daniele Bardelli

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  • 13 febbraio 2007
    La mia generazione

    Come comincia: La mia generazione... già... ma io faccio parte di una generazione? E poi qual è il vero significato di questa parola? Forse si intende dire esseri generati nello stesso periodo storico e quindi simili tra loro? Sicuramente sul fatto di essere simili non ci sono dubbi. Se penso alla mia adolescenza ricordo quello spirito di coesione e quel bisogno impellente di sentirsi appartenenti a un gruppo, a un simbolo, a qualcosa. Mi ricordo le mie difficoltà nel trovare un simbolo sotto il quale riconoscermi e sentirmi quindi più forte e protetto. Ricordo benissimo anche quell’esuberanza che ci differenziava così tanto dal mondo degli adulti, così seri e attaccati alle loro vecchie credenze e pregiudizi. Quante battaglie per convincerli che noi avevamo ragione. Come erano vecchi quei professori che tutto criticavano e niente proponevano.
    Poi un giorno mi sveglio e alla età di 27 anni mi guardo intorno e cerco con lo sguardo i miei coetanei, amici e complici di tante bravate, fatte sempre con il sorriso sulle labbra... e mi chiedo... dove siete? Ho come la sensazione che ci sia qualcosa che non va... ho come l’impressione che proprio loro, i miei coetanei, che con tanta ruspante passione cercavano di portare avanti le idee e le speranze di creare un mondo nuovo, diverso da quello che i nostri genitori ci avevano lasciato in eredità, in realtà abbiano venduto in fretta i loro ideali, in cambio di un lavoro comodo, di un'auto sicura e sempre pulita, di una guida satellitare, di una “donna” che sia per loro moglie e mamma allo stesso tempo, diventando dei buoni borghesi che hanno pregiudizi ancora più grandi di quelli della generazione precedente; generazione che loro avevano tanto criticato proprio perché era come loro sono diventati adesso. Le aggravanti sono date dal fatto che la “mia generazione” ha avuto i mezzi per potersi difendere: migliori condizioni economiche, possibilità di studiare, Internet.
    Certo ci sono anche delle attenuanti: le generazioni precedenti non dovevano subire questo attacco giornaliero proveniente dai mass media che tentano in tutti i modi di minare l’autonomia di pensiero dell’essere umano, riducendolo a un burattino che tutto ingoia senza riuscire ad avere un minimo di reazione.
    In tutto questo mi ci metto anche io... per carità... non pretendo di tirarmi fuori... Ma ho come l’impressione che nel mondo che stiamo creando ci sia molta solitudine e paura di dire veramente quello che si sente... ci si nasconde dietro all’apparenza, accettando di far parte di una rigorosissima selezione giornaliera dove gli “eletti” non hanno nessuna intenzione di far qualcosa per quelli che invece vengono “scartati”, accecati da un egoismo che porterà la “mia generazione” alla solitudine più totale.

  • 19 luglio 2006
    Aspettare la sera

    Come comincia: Si chiedeva con forza sempre maggiore se anche lui sarebbe finito un giorno così come tutti, rassegnato semplicemente ad aspettare la sera. David, questo il suo nome, era di fronte a un appuntamento che gli avrebbe chiarito tutto, proiettandolo in quell'angolo buio dell'anima dove spirito e carne si incontrano. Un colloquio di lavoro lo attendeva quella mattina: PETROL SPA, Via Feltre 21, Milano, ore 12. Questi i dati a sua disposizione. La strada che lo doveva portare verso la via dell'appuntamento era trafficata come sempre e David, con quello spirito contraddittorio che caratterizza i giovani della sua età, guardava con curiosità i suoi compagni di disavventura in quell'ingorgo che si lamentavano senza pace. Era convinto che proprio le persone che si lamentano del traffico di una città come Milano sono gli stessi che alla fine contribuiscono a crearlo, non rendendosi conto di essere un cane che si morde la coda. Era ormai arrivato al luogo del colloquio di lavoro: la palazzina si presentava molto trascurata e ciò che colpì subito il nostro giovane neodiplomato, furono le sbarre alle finestre che gli trasmisero subito una senso di soffocamento. Lui giovane sensibile con la passione per i poeti maledetti e per il "blues del delta" vedeva già qualcosa di inumano in quel luogo. All'ingresso fu accolto da un uomo sui 30 anni, ben vestito ma con un'aria dimessa, quasi rassegnata. Era mezzogiorno in punto. Attese l'arrivo del direttore dell'azienda. Nel salone in cui si trovava si guardò intorno: la segretaria era da sola, e probabilmente lo era tutti i giorni: la luce entrava attraverso le sbarre delle finestre che davano sulla tangenziale. La donna, concentrata sul suo lavoro, non si voltò neanche a dare il benvenuto a David. Il silenzio dominava tutto. Solo il rumore continuo delle stampanti e dei fax creava un'atmosfera fredda e alienante che pose David sulla difensiva.

     

    Finalmente arrivò il direttore: era un bell'uomo, alto, elegante e dall'aria gentile. David entrò nel suo ufficio: "Prego, si segga!", era la prima volta che qualcuno gli dava del Lei. "Ho visto dal Suo curriculum che Lei è alla prima esperienza lavorativa", David annuì. "Il nostro lavoro richiede un'adeguata conoscenza delle lingue e quindi se Lei è d'accordo, La sottoporrei a una piccola prova di francese e inglese. Quell'eccessiva formalità e gentilezza forzata furono il "benvenuto" che il mondo del lavoro stava dando a David. La prova fu superata brillantemente. Il direttore, a questo punto si rivolse soddisfatto verso il giovane "Le assicuro che entrando a far parte delle nostra azienda Lei diventerà un ottimo impiegato".

    Terminato il colloquio David decise di fare una breve passeggiata al Parco Lambro che distava poco da lì. Il parco era vuoto quella mattina. Due parole continuavano a girargli per la testa: ottimo impiegato, ottimo impiegato. Concepiva quelle due parole come un ossimoro, pur rispettando la categoria. Non capiva perchè i suoi sogni di adolescente dovevano infrangersi lì, dove si erano persi tanti suoi amici più grandi. "la vita non può essere questa: un giorno uguale all'altro, mese dopo mese. Perdere lentamente le proprie passioni. Non avere tempo per se stessi". A David sembrava tutto chiaro ora. Tornato in auto l'orologio gli ricordava che era passata un ora dal colloquio. La radio passava una canzone del suo cantante preferito che parlava di whisky, bar e vite diverse. La città era lì ad aspettarlo: "voglio essere il pazzo del paese. Voglio che tutti ridano di me. Voglio vedere cosa c'è fuori!". Vai David credici ancora. Non smettere mai.

  • 12 maggio 2006
    Punti di vista

    Come comincia:

    L'erba è arancione! Qualcuno può giurare il contrario? Bene, si faccia avanti. Per me l'erba è arancione... No, non sono impazzito... Magari lo fossi... Avrei la vera coscienza delle cose. Ma vediamo le cose con ordine: io sono daltonico; cioè confondo alcuni colori come il rosso e il verde e il blu e il viola. Questa cosa da piccolo è sempre stata frutto di vergogna e scherno da parte dei miei coetani..Oggi per me è un orgoglio e un modo per sentirmi  autonomo e dotato di un mio senso personale delle cose... Dunque io l'erba l'ho sempre vista di colore arancione ma naturalmente mi è stato insegnato  fin da bambino che invece è verde. Un giorno riflettevo su un fatto: ma se io iniziassi a dire quello che vedo veramente e a credere a quello che vedo, la gente cosa penserebbe? Bene... Mettiamo vicini una persona daltonica, una con una vista cosidetta normale e un cane; facciamoli osservare una distesa d'erba: allora il daltonico come me direbbe che è arancione se fosse libero dai punti di vista che gli sono stati imposti dalla nascita, l'uomo con la vista "normale" direbbe che è verde e il cane se potesse parlare direbbe che è o bianca o nera visto che loro vedono in bianco e nero. Probabilmente un altro animale darebbe un altra risposta ancora.... Ora chi ha ragione? Nessuno dei tre... Ognuno reagisce alla luce in maniera differente ma nessuno dei tre può dire di avere ragione... E se ci fosse un essere superiore alla nostra natura umana che è in grado di cogliere colori a noi sconosciuti? In natura ci sono animali che sono in grado di cogliere odori e colori a noi sconosciuti..... Insomma ogni cosa la vediamo non per quello che è realmente ma in base alla nostra reazione a quella cosa... Non esistono punti di vista unici sulle cose... E oggi sono orgoglioso di urlare: l'erba è arancione!!!

  • 12 maggio 2006
    Black... out!

    Come comincia: Mi ricordo qualche anno fa quando ci fu il blackout di corrente elettrica in Italia per una notte intera.Ero in luogo affollato e all'improvviso... Il buio!!! La gente naturalmente non era conscia di quello che stava per succedere... Ore e ore di buio totale. Io all'inizio guardavo fiducioso verso il Cielo sicuro che a minuti sarebbe apparsa la luce che tutti aspettiamo da secoli... Il primo pensiero fu rivolto alla mia giovane vita e alle cose che ancora avrei voluto fare che sarebbero state all'improvviso interrotte per sempre... Per fortuna o per sfortuna (dipende dai punti di vista) non fu quella la  causa della mancanza di corrente. Con il passare delle ore il panico della gente era sempre maggiore: c'è chi si stava già preoccupando della puntata del Grande Fratello che avrebbe perso e del rimborso che avrebbe chiesto a Sky per la mancata messa in onda di quei momenti indimenticabili di televisione. Tutti erano spazientiti... Io non capivo perchè. Per me era una novità incredibile... Ero l'unico che gioiva. Che bello poter vedere l'orizzonte della mia città privo di luce. Sembrava un po' una di quelle città fantasma che si vedono nei film western americani. Insomma, la mia curiosità nei confronti di quell'atteggiamento della gente aumentava sempre di più. Iniziai a fantasticare e ad immaginare e soprattutto a sperare in un blackout lungo una settimana: immaginai tutti quei "malati di lavoro", direttori di filiali, impiegati, avvocati, capo reparto, ecc. che il giorno dopo non avrebbero potuto recarsi nel proprio ufficio perchè i computer non funzionavano e  ho provato ad immaginare cosa avrebbero sentito e provato... Pensavo a quelle ore libere che all'improvviso si sarebbero trovati ad impegnare: probabilmente si sarebbero resi conto in un solo momento di essere ancora vivi... Di essere resuscitati da un letargo durato anni... E pensavo alla loro disperazione data dal fatto che perdendo il loro "distinto e rispettato ruolo" che si erano guadagnati con anni di sudato lavoro non avevano più un segno di distinzione: non ci sarebbero stati più direttori o comprimari... Tutti uguali... Tutti i ruoli sociali svaniti in un colpo... Che sogno... Questa sì che sarebbe stata una rivoluzione... La rivoluzione che sogno da anni. Purtroppo la corrente è tornata dopo poche ore e il mio sogno è rimasto tale... Ma ancora oggi quando mi trovo davanti a qualcuno che su un luogo di lavoro fa l'arrogante o sfrutta la propria posizione superiore, lo guardo con distacco glaciale, e dentro di me rido pensando a cosa succederebbe se ci fosse veramente un blackout così lungo...