username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 28 apr 2008

Davide Imbrogno

10 luglio 1987, Cosenza
Mi descrivo così: Preferisco il vino al Viminale. Preferisco seni burrosi. Preferisco amare da ubriaco. Preferisco sognare da sveglio. Preferisco varcare frontiere scomparse, fosforescenti. Preferisco gli invisibili!
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 27 agosto 2008
    La valle del Nulla

    La porta resta aperta,
    ma Lei si è dileguata
    dietro un sipario rosso,
    e luci spente,
    candele sospese e fioche,
    odore e versi dell’ultimo peccato
    compiuto, scandito, dimenticato,
    fedeli andati via,
    scesi verso la “Valle del Nulla”
    pronunciano il canto del perdono,
    le loro mani graffiate,
    spezzate, per l’aver tanto bussato,
    accecati dal tempo perduto
    dal suo abbaglio fosforescente,
    da quel trascorrere Infermo,
    assordati dal Silenzio udito,
    camminando,
    percorrendo
    il “Sentiero dell’eterno andare”,
    divenire,
    ognuno con ciò che ha voluto,
    desiderato, smarrito,
    ognuno con ciò che è stato,
    e la notte va,
    elevandosi nella commozione,
    e gli inferi in rivalsa,
    l’urlo nel torpore infetto,
    di lacrime
    pronte a calar giù
    da quella nube Nera

     
  • 22 luglio 2008
    Vittoriosa sconfitta

    Sarà la morte,
    Sarà un bicchiere
    di vino,
    Sarà l’odore dei suoi occhi,
    dell’ultima baccante amata,
    vissuta, smarrita,
    Sarà il dolore che trafigge
    la notte,
    Sarà il cammino dell’uomo
    maldestro,
    Sarà il volto di una madre,
    Sarà quella strada vuota,
    bagnata,
    Sarà la malinconica solitudine
    di un tango,
    Sarà il musicista diseredato,
    perso nei suoi jazz metropolitani,
    Sarà l’alcolizzato
    pronto a bere per il suo “sogno di mezza estate”,
    Sarà un dormitorio pubblico,
    Sarà un poeta che cavalcherà le notti
    indossando una sciarpa fucsia,
    Sarà l’ultimo treno di emigranti,
    Sarà il volto di Dio raffigurato
    in una nube di diossina,
    Sarà la pazzia!
    Sarà il pisciatoio di un autogrill,
    Sarà la dolce buonanotte dei sopravvissuti,
    Sarà la lacrima in un caffè,
    Sarà l’insonnia angosciata,
    ubriaca, timorosa, perversa
    Sarà il fantasma della commiserazione,
    Sarà un focolare acceso,
    Sarà un vecchio su una panchina,
    Sarà un lavandino sporco, otturato,
    Sarà la celebrazione della nostra
    Vittoriosa Sconfitta,
    Sarà una birra posta su una lapide,
    … Saranno trincee  per la tua, (mia),
    meschinità!

     
  • Segreti e desideri,
    passione e sentimento,
    voci e tuoni
    si propagano nell’alba della morte,
    luci e cappi,
    grida e bisbigli,
    il muro è gelido
    gli occhi della condanna
    scorrono un peccato,
    la voce del peccatore
    pronuncia un silenzio,
    i sogni d’ieri
    divengono disillusioni dell’ultima ora,
    e ogni domanda
    trova risposta
    in un corridoio da percorrere,
    luci al neon
    e occhi scrutanti,
    abbandono, e
    musica per angeli ubriachi,
    un ticchettio,
    un brivido,
    un’ora,
    … silenzio!

     
  • La vidi percorrere i suoi sogni,
    in un candido lamento,
    diretta verso i mari argentati del silenzio,
    guardo la mia faccia, e come un dolce pianto,
    sconfinando i giardini della coerenza,
    al di là della frontiera persa,
    e vidi lei sotto una quercia,
    immersa nei colori autunnali,
    tra una foglia cadente e un sorriso di rassegnazione,
    la guardai, e attraverso i miei occhi sorrisi,
    uomini e bari percorrono le strade di questo mondo,
    fermi, sorseggiano l’ultima bottiglia di birra alla fermata del tram,
    e donne con trucco sgargiante,
    trascorrono la notte aspettando l’uomo solitario,
    percorro questi campi di grano,
    era una notte schizzata di poesia
    quando le labbra di lei baciarono le ferite di lui,
    le promise che sarebbero andati al di là dell’oceano,
    verso i sentieri bianchi della beatitudine,
    verso un cielo di esplosione, felicità e rimpianto...
    perso nella valle dei sognatori,
    ho seppellito ogni peccato nella terra,
    un viandante notturno,
    tasche colme di tabacco,
    stomaco traboccante di whiskey,
    le sue scarpe consumate
    da ogni strada percorsa, immaginata, svanita,
    e la propria “consapevole inconsapevolezza”
    lo portava a capire, quanto
    la libertà, fosse solo un metodo per giustificare l’incoerenza!
    In quelle notti cercava giustizia,
    cercava ogni risposta e ogni senso all’inquietudine,
    e all’alba di quelle notti,
    restava fermo col suo incoerente malessere,
    vuoto e sazio...
    e l’ultimo pianoforte scordato
    ricominciava a suonare,
    ricordava gli occhi di lei,
    e quegli occhi, in quell’istante, erano
    persi a scrutare il volo di un gabbiano solitario,
    impregnati di salsedine oceanica,
    immersi nel suono di note zingare,
    diseredate, smarrite.

     
elementi per pagina
  • Come comincia:

    ... ovvero malinconico monologo di rivalsa
    di Davide Imbrogno e Dario Greco

     

    Una camera d´albergo, lussuosa ma fredda. Odore di tristezza. Odore di andato, perso. Angoscia. Voler non dire nulla. Non ascoltare scale metriche. Gli editori, la pubblicazione. Una libertà contaminata, immune, di un suicida vivente. Di un tentato suicidio. Invidiosi, sconfortati, perplessi, malvagi. Lei, il suo odore. La sua gamba rotta, devastata. La mia promessa. I suoi occhi. Le sue labbra su di me. Il mio orgasmo. La sua finzione. La sua divina finzione. Nel nulla. Nel vuoto. Sentirsi nulla. Fumo di una sigaretta. La tv proietta immagine di un comico, ma l´ora è tarda. E poi immagini di una devastazione. Soldati persi in una tempesta di ghiaccio. E la nostra insensibilità brinda. I nostri cani nelle cucce. Noi nelle nostre cucce di conforto, malinconia.
    Al Festival delle Nazioni ha esordito il documentario del cineasta asiatico… (Eh chi se ne frega!)
    Noi illusionisti pornoromantici di questo malessere. Battone di noi stessi. E questo malessere. Questi scarafaggi. Eterno divenire: nulla! Questo timore. Affondando come capitani coraggiosi, su navi di plexiglas. Tonnellate di moralità. Lacrime sudice su di me. In quest’istante, in questa ricerca di qualcuno, qualcosa. In questa nube di santi e puttane. Angeli e agnelli. Misericordia. Ed io come un verso apostolico. Giuda e il suo peccato. Giuda di me stesso. Posacenere colmo. Immondizia da riciclare. Divinità da esprimere. L´urlo del domani. Dell’oggi. Del tempo andato. Del tempo restato, nel silenzio oscuro. Pronunciato. C´è bisogno di uno specchio. C´è bisogno di un cesso. Per sopravvivere bisogna essere prestigiatori, maghi, illusionisti. Proiettare sul muro di fronte a noi ogni nostra illusione, proiettare tutto ciò che vorremo vedere. Altrimenti resteremmo con un muro davanti, privo d´identità, di senso. La credenza è il vero pane quotidiano.
    Siamo convinti di vivere per cercare risposte? Siamo certi di voler trovare verità? Non credo! Ecco credo! Si crede per vivere, per vivere si crede, fin quando il credo diviene essenza… Sono le mezze misure a dare giusta risposta. Se prendiamo il bene estremo, e prendiamo il male estremo, notiamo che tutto è un cerchio, di punti estremi che si ricongiungono. Girate il vostro braccio destro finché potete, e poi girate quello sinistro, portandoli entrambi dietro la vostra schiena. Noterete, tranne se soffrite di artrosi, che le due mani, destra e sinistra si congiungono. Bene e Male. Un punto di unione, ci sarà? Oppure il bene e il male sono due rette parallele, che prolungandosi all´infinito non si uniscono mai! Il mai, l´impossibile, il nulla. Il sempre, il tutto, il possibile. L´essere qualcosa. La volontà di essere qualcosa, qualcuno. Nessuno, Ulisse disse di chiamarsi Nessuno! Quel Nessuno l´aiutò a sopravvivere e a fuggire. L´essere niente premia. Se oggi si è qualcosa, di diverso dall’essere uno Zombie, divieni un rifiuto da eliminare. Allora il mio è un invito al Niente. Un invito ad essere nulla. Dolce invito al niente. Sarà il nulla a premiare.
    Spettri in una notte di rivalsa
    Ci sono state persone, cari amici, genti diverse, individui, esseri magnifici: animati dal fuoco sacro dell’ardore d’ancestrale virtù. Sapienti alfieri, capo popolo, dotti e scriteriati Maestri. Ci sono state persone, fratelli cari, genti uguali, che sapevano riconoscere la mia verità; questo senso della scena… E ne ho incontrati molti, pronti ad elargire consigli utili, con grande sincerità e trasporto, volevano vincolarmi al silenzio, a rientrare nelle fila, perché nessuno, dicevano, mi aveva eletto a Tribuno Veemente, non c’era nessun rischio per il pluralismo e l’Idea si ergeva salda, anche senza di me. Tutto ciò che andava fatto o detto, esplorato e scoperto, non necessitava del mio discernimento. Giusto! Ci sono state persone, a me molto, troppo vicine, che non si sono mai sforzate di capire, ascoltare: ma io sono questo, sapete…
    Poeta di vacuità, bardo d’inconsistenza. Uno spettro rabbioso e un cane malato. Ogni cane ha il suo Momento. Non ho lottato, perduto né versato miele, per poi dover discutere se era giusto dire. Rivendico il diritto di esprimere, manifestare il dissenso, contro quest’epoca, oscuro medioevo cibernetico. Cantando canzoni scritte da altri. Su questo tavolo, io, pensiero libero, spettro in una notte di rivalsa, dichiaro che non permetterò a Nessuno di dirmi cosa fare, né dove sarà la chiave del mio mondo… Dall’alto del nulla, ma al pari di tutto, sostengo un pensiero di natura contemplativa, fra alberi e strada, nella mia terra, in questa notte di San Lorenzo, salirò sul podio a celebrare la gioventù, la voglia di vivere, necessità di sviscerare e stringere alleanze.
    Non è mai stato mio dovere rifare il mondo da capo né è mia intenzione suonare una carica di guerra. In questo momento d’oscurità, tenebra e desiderio, bisogno di speme. Bardo di vacuità, cane rabbioso o insetto notturno, rivendico dignità; qua non c’è nulla da difendere tranne il mio cuore, la mia necessità di offrire lacrime zuccherate & gocce d’idrogeno a scaldare su questo fornello, del tempo e del fiume. Di misantropia, dolore, stupore e altre aggrovigliate incertezze: viene a me adesso, Mia Signora, e donami pace!

     
  • Come comincia:

    Benito Plantone,
    a Giorgio, a Franco, a Gabriele,
    alle loro passeggiate  solitarie

    “Quando potrò andare al supermarket e comprare solo con la mia bellezza?”
     (Allen Ginsberg)

    Ogni mattina si svegliava tardi, non prima delle undici. A causa del proprio mestiere, rientrava a tarda notte. I suoi risvegli mattutini non erano mai buoni. Quando apriva gli occhi provava un forte senso di nausea, malessere, intolleranza. Appena sveglio guardava l’orologio posto sul comodino, e nel vedere le lancette che segnavano sempre orari post le undici, iniziava a sentire un senso di colpa. Le sue giornate trascorrevano in maniera ordinaria. Per assicurarsi un buon risveglio, preparava un forte caffè. Viveva da qualche anno in un piccolo appartamento, situato al terzo piano di un palazzo della periferia.
    Mimmo Ortale, era un cinquantenne alquanto particolare. Portava capelli lunghi brizzolati, folte basette, un lungo pizzetto, e un orecchino a cerchietto nell’orecchio sinistro. Da qualche anno, a causa dell’età che avanzava, e delle birre che deglutiva, la sua pancia iniziava a pronunciarsi sempre di più. Lavorava da un anno in un locale del centro, chiamato “Caffè Ionesco”, quattro giorni a settimana si esibiva nel locale, proponendo ai clienti il suo spettacolo da cabarettista esilarante. Veniva supportato da una band composta da tre persone: oltre ad allietare gli animi dei clienti col suo umorismo, Mimmo e la sua band suonavano brani del passato in versioni rivisitate: era un buon contro bassista e sassofonista. Nei giorni in cui Mimmo con la sua band si esibivano, il locale si riempiva di persone, e loro riscuotevano un ottimo successo di applausi.
    Vederlo sul palco, con i suoi abiti da cabarettista: gilè di raso, camice floreali, cappello a cilindro, appariva una persona effervescente, dall’animo brasiliano.
    Ogni mattina, dopo aver consumato il suo caffè risvegliante, Mimmo usciva di casa. Il suo era un rituale che da due anni si ripeteva. Prendeva la propria macchina, una vecchia Volvo color amaranto, e percorreva sempre la solita strada. Parcheggiava l’auto dinanzi l’entrata del cimitero. Camminava nei viali contornati da alti cipressi, fino a giungere dinanzi quella lapide. Da due anni faceva visita ogni giorno a quella tomba, ma non aveva mai portato un fiore. All’apparenza quella, appariva una tomba abbandonata:  un povero defunto, a cui nessuno faceva visita.
    Mimmo restava davanti la lapide per intere ore. Pensando, meditando e commuovendosi. Quel cimitero, quella tomba, apparivano un luogo della memoria. La sua vita spesso gli scorreva davanti. Ripensava alla propria giovinezza, a quando era un promettente sassofonista, ripensava al suo prematuro matrimonio, ripensava al suo prematuro divorzio. Gli sbagli gli scorrevano davanti. La sua fuga verso gli Stati Uniti. Le sue esibizioni nei locali del New Jersey, di New Orleans. Le sue esibizioni da sassofonista per le strade, tra i musicisti diseredati. Ricordava il suo rientro in Italia, l’aver aperto un ristorante, e dopo qualche mese il locale andato in fiamme. Ricordava le nottate trascorse attorno ad un tavolo da poker. Ricordava le liti con sua moglie. Ricordava i suoi figli quando erano bambini. Ricordava uno per uno i volti dei creditori.
    Ma Mimmo, non era il solo a recarsi ogni giorno in quel cimitero. Aveva notato che vi era anche una ragazza, la quale anch’essa trascorreva molto tempo dinanzi una lapide, però a differenza di Mimmo, la ragazza portava con se sempre dei fiori freschi. Entrambi, sia Mimmo che le ragazza, da qualche tempo si erano notati. Restavano ognuno a fissare una lapide, a qualche metro di distanza l’uno dall’altra: in quiete, in solitudine, e qualche volta si scambiavano uno sguardo silenzio.
    Al termine della sua visita, Mimmo si recava nel bar che restava ad un centinaio di metri di distanza dall’ingresso del cimitero. Il barista, appena lo vedeva entrare gli preparava un caffè corretto con sambuca. Ma fu in una giornata di metà maggio, quando in quel bar entrò la ragazza che Mimmo vedeva quotidianamente nel cimitero. Lei entrò con lentezza, e con un sorriso di complicità, si avvicinò al bancone e ordinò una birra. Si voltò verso il tavolino dove stava seduto Mimmo col suo caffè. Lo guardò. Prese la bottiglia di birra in mano e si avvicinò a Mimmo, senza dare nemmeno il tempo al barista di porgerle un bicchiere dove poter versare la birra. Senza dire nulla prese una sedia e si sedette davanti a Mimmo, il quale la guardò e accennò un sorriso. Lei aveva circa trent’anni, capelli scuri, occhi chiari, fisico asciutto, forme pronunciate e seni burrosi. Indossava delle scarpe nere a decolté, con un tacco molto alto.  Entrambi restarono in silenzio per qualche minuto, poi dopo aver bevuto un sorso di birra, lei disse:
    - Chi vai a trovare ogni giorno?
    Mimmo restò per qualche secondo in silenzio, e continuando a guardarla negli occhi rispose:
    - mio figlio!
    - di cosa è morto?
    - leucemia.
    Si chiamava Luisa. E ogni giorno andava a trovare sua madre, morta di cancro da qualche anno. Parlarono per circa un’ora. Ma soprattutto fu lei a parlare. Raccontò di sua madre, disse che il padre risiedeva da diversi anni in Germania, lavorava come operaio in una fabbrica d’alluminio. Dopo la morte della madre, si era risposato con una donna siciliana di molti anni più giovane. Luisa disse di avere una figlia, però che vedeva di rado, dopo il divorzio con suo marito, avevano dato l’affidamento della bambina a lui:
    - Pensano che io non sia responsabile, visto che in passato sono stata in una comunità di recupero. Mio marito, anzi il mio ex marito è uno stronzo!
    Viveva in un piccolo appartamento, con suo fratello handicappato, il quale aveva trent’anni:
    - Sai non è un menomato fisico, ma purtroppo non parla, non ride, e spesso gli vengono attacchi epilettici.
    - Come vi mantenete tu e tuo fratello?
    - Mio fratello prende una pensione d’invalidità mentale, poi io di rado faccio qualche lavoretto. E tu cosa fai?
    - Io sono un cabarettista!
    - Un che? - disse con aria ironica
    - Un cabarettista, un comico.
    - Tu saresti un comico? Tu? Ma da quello che vedo ogni giorno, resti dinanzi quella lapide e non fai altro che restare in silenzio. Mi sei apparso come una persona triste, non come un comico.-
    Mimmo sorrise. Poi chiese a Luisa se avesse gradito un’altra birra, lei accettò, ordinarono due birre. E dopo averle offerto la birra. La invitò a vedere il suo spettacolo nel locale, e le disse che avrebbe potuto portare anche il fratello. Lei accettò. 

    L’appuntamento era alle nove nel locale. Lei arrivò con venti minuti di ritardo. Mimmo quando la vide le andò incontro. Luisa indossava una minigonna nera e un paio di scarpe laccate rosse. In sua compagnia vi era il fratello: il ragazzo dall’alta stazza, restava a testa bassa e in pieno silenzio. Mimmo fece accomodare Luisa e suo fratello ad un tavolo appositamente riservato per loro. Il locale restava colmo di gente. Mimmo salì sul palchetto posto al centro del locale, accompagnato dai suoi musicisti e iniziò il suo show. Luisa guardava Mimmo in maniera sbalordita. Quell’uomo salito sul palco, che indossava un capello a cilindro nero, non era lo stesso uomo che vedeva ogni giorno al cimitero: sprizzava ironia e allegria da ogni poro. La gente rideva incessantemente alle battute di Mimmo e anche Luisa non riusciva a contenersi. Mimmo pronunciava battute di ogni genere dalle più piccanti, alle battute più sottili e sarcastiche, fino a quelle più demenziali. E quando iniziò a suonare il sax e il contrabbasso, accompagnato dalla sua band, le persone presenti in sala, non resistettero e iniziarono a ballare. Luisa notò un cambiamento anche in suo fratello, il quale alzò la testa e guardando verso la band accennava qualche sorriso. Dopo lo spettacolo, molte persone si avvicinarono a Mimmo complimentandosi dello spettacolo, e dicendogli che era la persona più simpatica al mondo.
    Si sedette al tavolo con Luisa, e fece un occhiolino a suo fratello. Il quale ricambiò la cortesia. Luisa guardò Mimmo e ridendo l’abbracciò. Bevvero qualche birra. Entrambi non apparivano quelle due figure solitarie che ogni giorno s’incontravano in un cimitero. Mimmo era più ironico che mai, e lei veniva contagiata e trascinata da quell’allegria. Ma per un attimo Luisa ritornò seria e disse:
    - Stasera ci stai facendo trascorrere una serata stupenda, a pensare che poi dobbiamo rientrare nel nostro appartamento! Possiamo venire a dormire da te stanotte?-
    Mimmo ritornò per un attimo serio, e poi rispose:
    - Certamente!-
    Dopo quella risposta a Luisa ritornò il sorriso. Continuarono a bere qualche altro cocktail. Quando il locale si sgombrò, andarono a casa di Mimmo.

    Luisa aveva fatto sdraiare suo fratello sul letto disfatto di Mimmo. Lo strinse a se per qualche minuto, fin quando lui non si addormentò. Assicuratasi che suo fratello dormisse in tranquillità, accostò la porta della camera e andò in soggiorno. Mimmo restava seduto sul divano rosso, guardò per qualche istante Luisa negli occhi. Lei si tolse le scarpe e si sdraiò sul divano, appoggiando la testa sul petto di lui. Mimmo avvertiva un senso d’imbarazzo, forse timore, una sensazione che non provava da anni. Lei con gli occhi chiusi disse:
    - Rilassati!
    Mimmo iniziò ad accarezzarle il capo. Sul mobile accanto al divano, restava un posacenere colmo di sigarette e una bottiglia di vodka. Prese la bottiglia e tirò giù qualche sorso. Luisa continuava a stare distesa. Alzò il capo e prese la bottiglia dalle mani di Mimmo, bevve qualche goccio. Si guardarono intensamente negli occhi, fin quando lei non fece cadere la bottiglia a terra, e scoppiò in un atmosferico pianto. Le sue lacrime scorrevano via come birra slavata. Teneva stretto a se Mimmo, e lui stringeva lei con lo sguardo fisso nel vuoto della stanza. La notte saliva come febbre inarrestabile. Persi in un abbraccio notturno, in una notte di desiderio: voglia irrefrenabile di voler gridare nel silenzio, di piangere nella sobrietà, notte di malessere: ricordo, amarezza, rimpianto: ubriaca commozione del passato, di quell’esistenza andata via, senza nessun avvertimento, senza nessun preavviso. Con gli occhi colmi di lacrime, guardò Mimmo negli occhi e prendendolo per la mano lo tirò al centro della stanza. Lei restava scalza sul pavimento freddo, abbracciata a lui: a quel pagliaccio triste, impregnato di risate andate, di spettacoli terminati, di palchi solitari e riflettori spenti. Iniziarono a ballare una musica priva di note, a muoversi nel silenzio, accompagnati dalla melodia delle loro incessanti solitudini. Il mondo restava fuori dalla finestra: tra un tassista ubriaco e un tram insonne. E al centro di quella stanza, tra un poster rock e una sigaretta fumante, un uomo e una donna compivano l’ultimo atto di titanismo attraverso un ballo smarrito, scordato, frusciante. Brindavano a un amore sospeso tra comprensione e rimpianto, tra disagio e purezza.
    Si distesero sul divano, e l’uno abbracciato all’altra si addormentarono. E quando la mattina Mimmo si svegliò, per la prima volta dopo tanto tempo e dopo tanti risvegli, non avvertì quel senso di nausea, malessere e intolleranza. Luisa ancora continuava a dormire.

     

    Durante la mattinata riaccompagnò Luisa e suo fratello a casa loro. Si salutarono con un sorriso.
    Mimmo quella mattina si recò in un centro commerciale, dove spesso andava a trascorrere i suoi pomeriggi. Nel reparto libri acquistò un ricettario di cucina italiana dal titolo “Il cucchiaio d’argento”. Poi cominciò a passeggiare nel reparto mobili, tenendo le mani dietro la schiena, indossando il suo cappello nero a falde, le sue scarpe di tela bianche, usurate e sporche. Amava osservare le persone mentre scrutavano un prodotto, mentre minuziosamente misuravano le altezze dei tavoli in rovere, cercando di capire se fossero adatti per l’appartamento che avevano acquistato. Sentì discutere la gente d’interessi, assegni, rateizzazione, mutui variabili, e poi pensò…”quei mutui variabili, un po’ come la vita: sbalzi d’umore e d’opinione, palpiti e tachicardia, ipotensione e ipertensione: una grossa presa per il culo!” .
    Si sedette su un divano di pelle nera esposto tra i salotti, il divano veniva offerto con un trenta percento di sconto. Aprì il ricettario e lesse qualche ricetta, fin quando non si guardò attorno e dopo essersi assicurato che non c’era nessuno che lo scrutava, si distese sul divano abbracciando il ricettario.
    Il suo sonno fu interrotto dopo qualche minuto, da un responsabile della sicurezza che lo invitava ad uscire dal centro commerciale.
    Prima di uscire pagò il ricettario con alle spalle la guardia che lo scortava. Restava fuori dal centro commerciale, vagando nel parcheggio alla ricerca della sua vettura. La sera si sarebbe dovuto esibire, pensò che in fondo, il suo mestiere era quello di far ridere gli altri. E guardandosi attorno capì, che forse, il senso di tutto stava in un ricettario e in una risata. 
    Ironia e convivialità in un pomeriggio di metà maggio.

     
  • 10 luglio 2008
    La gloria dell'indigente

    Come comincia: L’umidità aveva corroso le pareti. La carta da parati veniva giù impregnata e puzzolente d’umido. Da qualche mese abitava in quell’appartamento stile vittoriano. Le lancette dell’orologio,  segnavano le diciotto e trentanove di una domenica d’inizio febbraio. In altre case la gente rimaneva ipnotizzata davanti le tv.
    Non trovava più ispirazione e misericordia nei confronti di ogni forma di vita. Provava un senso di estraneità verso le persone,  e proprio questo suo distacco rendeva ogni cosa più solitaria e meno confortabile. Non sapeva cosa gli stesse succedendo,  ma rimaneva cosciente di ogni sbaglio commesso,  era consapevole di essere visto dagli altri con uno sguardo di superficialità e di non comprensione. Guardava il suo volto riflesso allo specchio,  ma quando distoglieva lo sguardo da quel vetro,  per quanti sforzi facesse non riusciva a ricordare la sua immagine,  aveva un ricordo vago e non definito dei suoi lineamenti. La stessa sensazione veniva provata quando ripensava al suo passato e alla propria vita,  cercava a tutti i costi di sforzare la memoria ma in mente possedeva solo dei ricordi confusi e sfuocati.
    Briciole,  fazzoletti sporchi,  lattine,  bottiglie,  restavano sparse sul pavimento del soggiorno.
    Dalla finestra filtrava un po’ di luce proveniente dal lampione della strada. La camera rimaneva semibuia. La sua mente appariva estraniata da tutto ciò che lo circondava: il mondo,  la vita.
    Dentro di se si propagava uno squallido e perverso bruciore. Percepiva uno stato mentale al quanto deprimente. Una grossa macchia d’umidità si espandeva per tutto il soffitto. Steso sul pavimento guardava il soffitto rotare,  sbalzare,  opprime il suo corpo.
    Dentro la tazza del cesso restavano pezzi di fogli strappati: su quei fogli,  per tre anni aveva scritto ogni nomade pensiero.
    Lo scrivere rappresentava l’unico mezzo di libertà e di sfogo.
    Rimaneva steso a terra,  a dorso nudo,  avvertendo l’umidità trafiggere il suo corpo. Nella mano destra teneva stretta una bottiglia di vino rosso bevuta a metà. Vicino al suo piede sinistro stava capovolta una vecchia foto,  risalente ad un carnevale di molti e molti anni prima: aveva circa sei anni ed era vestito da pirata. Guardando la foto ed in particolare i suoi occhi,  si poteva percepire l’incredulità che possiede ogni bambino di quell’età.
    Sulla scrivania,  vicino la finestra,  restava un foglio stropicciato e scritto a macchina,  era l’unico superstite non strappato e non gettato nel cesso:
    “Voglia di dire e sfogare,  voglia di essere riconosciuti.
    Scarafaggi perplessi e confusi risiedono nella mia patetica e pessimistica volontà di vita.
    Ho perso ogni cognizione del mio stato attuale,  ho perso le coordinate per dirigere la mia esistenza.
    E’ meravigliosa la mia esistenza! Tutti sono invidiosi dei miei errori. Ma cosa vorrei? Vorrei avere voglia di commuovermi pensando ai sogni,  credendo in essi. Vorrei dormire steso sul prato della mia consapevolezza. Vorrei guardare avanti,  senza rileggere ogni rigo scritto,  vorrei comprensione per tutti i diversi,  gli anomali,  per la bruttezza,  vorrei la mia beatitudine,  vorrei suonare note di redenzione per tutti coloro che sono ingordi di redenzione,  per tutti coloro che hanno abdicato ogni moralità. Per favore: sono solo nella mia mente,  mi trovo immerso in pensieri inutili e superficiali,  mi trovo coinvolto in un complotto di sbagli e desideri,  mi trovo in bilico pensando alla mia prossima ora,  mi trovo in angoscia sapendo di dover affrontare qualcosa…cosa?
    In fondo Dio mi conosce,  sa che non c’è cattiveria nella mia crudeltà,  sa che non c’è odio nel mio “odiare“,  sa che non esiste perversità in ogni mia perversione.
    Mi hanno svegliato i violini l’altra notte,  mi ha svegliato il suono di un pianoforte,  nella tarda ora dei dispersi,  degli emarginati,  la sveglia ci chiamò,  chiamò tutti coloro che per un motivo o per un altro vennero scacciati,  nessuno si era degnato di offrirci un biglietto d’entrata. Ed ora,  seduto su questa poltrona di morbidi vimini: avverto il tanfo della mia pelle,  delle mie sudice mutande,  del mio sudicio passato,  del mio sudicio avvenire,  del mio sudato mal d’Africa.
    Il timore regnava tra queste stanze,  contando i minuti. Il mio coraggio restava disperato,  sommerso,  imbrattato da desideri scaduti.
    E’ tempo di battesimo,  è tempo per tutti noi,  è tempo per tutte le nostre illuse chimere,  è tempo per noi illusi,  è tempo per deprimerci,  è tempo dello sconforto,  è tempo di ritardo,  è tempo di saziarci,  è tempo di banalità,  è tempo di gettare i nostri luridi vestiti,  è tempo di gettare le nostre riciclate moralità,  è tempo di entrare tutti in una grande lavatrice,  pronti a lavare e centrifugare ogni nostro peccato,  è tempo di prender tempo,  è tempo del flusso di coscienza,  è tempo di rimanere immobili,  è tempo di eiaculare ogni nostra esitazione,  è tempo per il male di vivere,  è tempo per i persi,  è tempo per i saggi,  è tempo per estendere i nostri malumori,  è tempo di nostalgia,  Che Dio ci accolga,  che faccia suonare i sax ai suoi angeli,  che cantino la gloria degli indigenti,  che cantino la gloria dei blasfemi. Canteremo con le nostre voci rauche le nostre glorie,  suoneremo e riscatteremo le nostre vite,  correremo in direzione del nostro istinto!”
    Pochi giorni dopo,  i vicini avvertirono la polizia: dall’appartamento di fronte proveniva una disgustosa puzza!

     
  • Come comincia: Restava nel buio della sua camera,  guardando ad occhi fissi l’oscurità,  sentendo il profumo e ascoltando il suono della notte. Rimaneva in posizione fetale dentro al proprio letto,  come se le coperte che avvolgevano il proprio corpo fossero una metafora del ventre di sua madre. La camera era fredda,  lei cercava di abbracciare se stessa immaginando di abbracciare un sogno. Quella notte l’insonnia non cessava e in quelle notti bianche  pensava a tutte le sue sfiducie. Cercava di credere nelle proprie chimere e,  a volte,  credeva che ogni suo sogno fosse un capriccio della propria giovinezza.
    Non osava mostrare spesso la propria sensibilità agli altri. Sapeva di non aver mai incontrato qualcuno degno del proprio amore. Il suo ragazzo era uno di quei tipi tremolanti e incerti,  in perenne disequilibrio con se stessi. Lo conosceva da quattro anni e sapeva di dover prendere una decisione: avrebbe dovuto separarsi da lui.
    Con le persone lei si mostrava buona,  affettuosa,  a volte compariva certa delle proprie scelte. Ma in fondo nessuno si era accorto dei suoi sguardi malinconici che cercavano la sicurezza in altri occhi e in fine rimanevano colmi di lacrime perché nessuno si degnava di guardarli. E quando di notte restava sola con la propria insonnia,  cercava di dare un significato ad ogni sentimento incompreso e perplesso,  liberando i suoi occhi da ogni lacrima misantropa e confusa.
    Spesso ripensava a quel volto,  a quelle parole che l’avevano tradita. Ripensava a quel suo unico amore,  ripensa di avergli concesso le sue più timide e imbarazzanti perversioni. Ripensava a quando lui raggiungeva l’orgasmo e dopo averlo fatto,  si voltava dall’altro lato a fumarsi la sua Marlboro. Sarebbe stato quello il momento di concedergli ogni sentimento nascosto,  ma lui non le dava adito di farlo. Così,  quando vedeva il suo amore voltarsi e accendersi la sua sigaretta post eccitazione,  lei assumeva una posizione fetale,  cercando di raccogliere tutta se stessa,  irrigidendo ogni parte del proprio corpo.
    E quasi come se avesse un appuntamento con i sogni,  in quelle notti lei sognava e il suo più che un sogno era una delirante composizione di pulsioni,  vibranti emozioni,  innate repulsioni.
    In quel sogno gli stormi riconducevano se stessi lungo il sentiero magico,  sfociando sulla strada dell’incomprensione e del timore. Come una composizione classica e minimale,  ogni effimero sentimento cercava comprensione in quell’eden in cui cigni disillusi perdevano le loro verdi piume sotto un cielo grigiastro e nitido.
    Era quello il posto in cui cercare comprensione,  quello sarebbe stato l’eremo dove poter passare la notte,  tra frutteti e stormi di quaglie assassine,  perse in voli privi d’identità,  quando la somma del numero cerca l’applauso.
    E come un accordo di piano,  volante nella notte solitaria,  si perde nella scura natura in quel posto in cui il mare sbatte sulla scogliera cercando la risposta alla propria salsedine,  la danza veniva eseguita su un palcoscenico disincantato e sobrio,  privo di pubblico,  tra passi e capriole,  accompagnando il sacro coro in quello che fu la notte,  in quella che sarà l’oscurità.
    Innalzando la passione sopra la nube del pastore,  sotto la coperta della terra sconsacrata sulla quale uomini privi di volto risalivano la collina e i dittatori del passato offrivano ospitalità.
    Cercando l’applauso nella pioggia,  cercando rimedio all’irrimediabile,  cercando solitudine nel malessere,  cercando risposta in ogni spasmo di dolore e atrocità; era quello il significato del sacro spirito,  quella sarebbe stata la risposta ad ogni ambizione perplessa e mancata,  quel volo di cigni sarebbe stato il tutto,  quello era il luogo in cui il torrente scorreva e bagnava le sue parti più intime. Quello era il purgatorio dell’inferno,  il purgatorio del paradiso,  il colle sul quale gli angeli sconsacrati trovano accoglienza e vino.
    Come in un dipinto impressionista,  quell’immagine rimaneva l’essenza di ieri. La bellezza ritrovava sapore e il significato restava immortalato in un volo,  e in quel volo ogni cosa trovava risposta ed essenza. 
    L’esistenza era stata creata per brindare,  e ogni disilluso di ieri trovava illusione in quel banchetto di gioia e felicità,  trovava senso in un delirio post moderno. Tutti gli appartenenti del niente ritrovavano appartenenza in un ultimo calice di vino rosso. 
    Si svegliò di soprassalto.
    Avvertiva freddo.
    Quella sera,  nessuno dei suoi amici aveva voluto andare con lei a teatro. Davano un concerto di musica classica. Lei andò da sola. Il suo ragazzo non veniva attratto da quel tipo di eventi.
    Fuori dal teatro c’erano molte persone. Dall’aspetto molti erano professori universitari. Lei appariva la più giovane. Prima di entrare in sala,  decise di bere qualcosa al bar.
    - Salve,  un Martini con ghiaccio. -
    Entrò nella sala. Cercò il suo posto,  si sedette. Intorno a lei decine di persone imbellettate con l’aspetto di chi non gli importa nulla della musica classica,  ma usano questi eventi per poter sfilare i loro costosi vestiti.
    Lei era sola. Si accorse che a qualche posto di distanza dal suo,  un signore sui cinquanta di età restava anche lui seduto da solo. Aveva un aspetto serio: sbarbato,  capelli corti e brizzolati. Portava un vestito scuro,  con maglione abbinato. L’uomo si guardava intorno quasi come se fosse distaccato da tutto ciò che gli gravava attorno.
    Dopo qualche minuto,  il maestro salì sul palco: un uomo sui sessanta,  inglese. Il concerto iniziò. Lei restava sola e fin dalle prime note,  i suoi occhi si riempirono di lacrime,  la sua pelle si rizzò. Quella musica la mandava in estasi.
    Spesso si voltava verso la sua sinistra guardando l’uomo seduto a qualche posto di distanza che rimaneva ad occhi chiusi,  contemplando le note di quei fugaci violini. E in un momento in cui la musica era nel pieno del delirio,  si accorse che l’uomo,  aveva tolto dalla tasca interna della giacca un fiaschetta contenente forse del whisky. Bevve un sorso,  poi continuò a restare ad occhi chiusi muovendo la testa,  estasiato da quelle sinuose sinfonie. Lei continuava a guardarlo. Lui non si accorse di quell’indiscreto sguardo.
    Il concerto continuava e in alcuni momenti lei non riuscì a trattenere le lacrime. Voltandosi nuovamente a guardare l’uomo alla sua sinistra,  si accorse di come lui fosse assorto dalla musica,  continuava a stare ad occhi chiusi,  e spesso estraeva la sua fiaschetta per bere un sorso d’ accompagnamento.
    E in un momento in cui le note di un pianoforte,  diveniva parole di un’elegia,  lei chiuse gli occhi e cercò di dare forma alla sua idea d’amore. Quella idea così pura si materializzò nella figura di quell’uomo solitario. Aprì gli occhi e guardò l’uomo,  lui restava con la testa rivolta verso il soffitto del teatro,  quasi come se quella fosse la direzione del tutto e del niente. Poi l’uomo abbassò la testa e rivolse il suo sguardo ad una delle tre violiniste.
    Quando il concerto terminò,  tutti si alzarono andando verso l’uscita. Lei continuava a restare seduta con lo sguardo rivolto verso l’uomo. Lui si alzò con calma e nel mentre indossava il suo cappotto nero,  si accorse dello sguardo di lei. Per un attimo la guardò. 
    Uscii anche lei. Molte persone restavano fuori dal teatro a commentare l’esibizione del maestro,  dandosi un tono da intellettuali degni di verità.
    Si guardò attorno; lo vide. L’uomo accese una sigaretta. E guardando verso la strada,  vide arrivare nella sua direzione un taxi. Fece cenno. Il tassista accostò. Salì in macchina. 
    Lei rimase ferma e quasi con una gioiosa malinconia,  guardò il taxi allontanarsi. Si avviò verso casa. La sua camera era pronta ad attendere lei e la sua tormentata insonnia.

     
elementi per pagina