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Autore

Enza Iozzia

in archivio dal 16 feb 2012

16 aprile 1972, Modica - Italia

segni particolari:
Nel Comitato dei Lettori dal 2012.

mi descrivo così:
Io sono il prototipo della persona normale, ma con qualcosa di speciale: spontaneità, entusiasmo e voglia di imparare, il tutto accompagnato dalla consapevolezza dei miei limiti. Sempre sorridente, nella speranza che ogni mio sorriso porti "letizia" nel cuore di chi soffre.

22 agosto 2012 alle ore 22:38

Le elemosine emozionali non aiutano i disabili

Intro: Il disabile non è un peso per la società, ma un'opportunità!

Il racconto

Il mio istintivo interesse per i problemi sociali, supportato da approfonditi studi della materia, mi ha portato a constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l'essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente. Anche se studiosi come Freud, Winnicott e tanti altri hanno tentato di illustrare le motivazioni psicologiche, sociologiche e evoluzionistiche di questo fenomeno negativo, il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre l'ignoranza.
Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l'emarginazione è una condizione che scaturisce dall'analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nelle scuole e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione.
Aggiungo che, personalmente, non mi piace il concetto con cui la cristianità concepisce il disabile. Il diversamente abile non è un "poverino" che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l'elemosina emozionale o l'accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano.
E invece i tempi non sono ancora maturi. Paradossalmente, le cose andavano meglio in epoca preistorica. Studi recenti hanno dimostrato che tra gli uomini di Neanderthal, (parliamo di circa 100 mila anni fa e di una specie umana che non è la nostra) quanti avevano subito un'amputazione a causa di un incidente o per motivi di caccia continuavano a vivere, perché altre persone della comunità si occupavano di loro. Gli uomini primitivi, nel campo della diversità, hanno dunque mostrato una civiltà talvolta più evoluta della nostra, ma è giusto aggiungere che negli ultimi trent'anni le cose sono molto migliorate, e questo fa ben sperare per il prossimo futuro. Dove invece si è ancora lontani dall'equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l'amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare.
Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l'approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall'ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell'enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che "incappa" in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l'impossibile. A tale proposito vorrei citare una massima di Antimo Pappadia, scrittore e saggista professionalmente impegnato nel sociale. Una frase che, naturalmente, (vale per tutte le categorie di abilità) bambini compresi: "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza; mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perché supereranno se stessi".

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