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Recensioni di Enza Iozzia

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  • Il romanzo si presenta come una sorta di diario scritto da una donna insoddisfatta del proprio matrimonio; una persona che, dopo aver preso consapevolezza della propria infelicità, mette a nudo tutte le fragilità ed i timori tipicamente femminili. Il componimento narrativo, attraverso le esperienze della protagonista, rivela al lettore quel senso di disagio che un gran numero di coppie vive in questo peculiare momento storico, caratterizzato soprattutto dalla perdita dei valori. Pertanto non si può fare a meno di apprezzare il coraggio della protagonista e lo sforzo che lei compie nel rimettersi in gioco, una decisione maturata soltanto dopo aver compiuto un percorso di crescita personale e dolorosa introspezione. Sia Elena, sia le persone che la circondano, soffrono comunque di un male comune e apparentemente inguaribile: la mancanza di comunicazione.
    Tale concetto viene ben rappresentato attraverso la figura dell’amante, il quale seppur inizialmente risveglia il piacere erotico della protagonista (da tempo assopito) non riesce a far “decollare” il rapporto lasciandolo così invischiato in un terreno emozionale sterile e privo di empatia.  Elena si ritrova così a dover gestire due relazioni vuote e senza prospettive. Un problema oggi piuttosto diffuso tra molte persone. Una condizione che spinge molte donne a ricercare un nuovo amore solo nella speranza di trovare un supporto psicologico, una sorta farmaco utile a sedare le preoccupazioni e le ansie che la vita quotidiana apporta inevitabilmente.
    L’autore avrebbe potuto prestare più attenzione alla crescita personale della protagonista, invece di lasciarla in balia delle situazioni. Elena, a volte, sembra un personaggio di un romanzo ambientato in tempi passati, quando la donna, obbligata da una società maschilista e sciovinista a vivere passivamente le situazioni di vita comune, era costretta ad accettare (suo malgrado) la vita che le si presentava, oppure - condizione ancora peggiore - a sottostare a ciò che le veniva imposto. Probabilmente, se Fabio Volo avesse avuto quell’animo sensibile (tipicamente femminile) di cui la critica gli fa omaggio, avrebbe raccontato la storia in un modo diverso.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Se nel noto libro di racconti: “A Napoli tutti hanno un soprannome”, redatto dal conterraneo Antimo Pappadia, veniva spiegato ai lettori perchè ogni napoletano ha un soprannome, Peppe Lanzetta nel suo ultimo lavoro: “InferNapoli” lo racconta attraverso un protagonista dall’epiteto veramente singolare: Vincent Profumo. Una storia avvincente ove il personaggio principale, per l’appunto Vincent Profumo - così soprannominato per l’incredibile quantitativo dell’omonima marca di profumo da lui utilizzata - interpreta un killer spietato e fuori dagli schemi tradizionali, un prototipo di capo camorrista con una personalità ambivalente e peculiare. Un vero e proprio dottor Jekyll e mister Hyde della mala vita organizzata. Il boss della camorra infatti, uccide spietatamente i suoi nemici ma poi, quando torna a casa, si commuove ascoltando la musica di Maria Callas. Vincent Profumo prova una stima e un’ammirazione nei confronti della cantante lirica, che col tempo si trasforma in mera ossessione. Una venerazione patologica che lo induce a battezzare le sue tre figlie col nome dell’indimenticabile soprano e cioè: MariaSole, MariaLuna e MariaStella.
    Peppe Lanzetta oltre a raccontare la difficile realtà partenopea espone, con una certa chiarezza di idee, un dualismo che in fondo è in ognuno di noi. Un’ambivalenza che se resta nei limiti della normalità aiuta anche a vivere la vita in modo più pieno e appagante, ma quando sconfina nella malattia mentale, arreca incalcolabili danni a se stesso, alla propria famiglia e all’intera società. Infatti, come insegnano le più elementari scuole di psicologia, il dualismo è inversamente proporzionale all’integrità psichica del soggetto, pertanto si può asserire senza ombra di dubbio, che il signor Vincent, oltre ad essere un malavitoso, ha anche seri disturbi mentali.

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    recensione di Enza Iozzia

    • Terroni
    • 06 marzo 2012 alle ore 17:16

    Il suo saggio dal titolo provocatorio Terroni, oltre a rivelarsi un caso editoriale, è anche un nuovo documento storico dal quale i futuri libri di storia nazionale non potranno quasi certamente prescindere. L’autore cita un’infinità di esempi che spaziano dal 1861 (anno in cui nasce l’Italia unita) ad oggi. Particolarmente toccanti sono i racconti delle stragi commesse dai soldati piemontesi a carico dei cosiddetti briganti, un momento storico in cui venivano sterminate intere famiglie solo perché sospettate di essere implicate con i “banditi”o presunti tali. Tra il 1861 e il 1872 furono rasi al suolo interi paesi, e trucidati senza un minimo di pietà umana i loro abitanti. Una mattanza che non ha risparmiato donne e bambini, sistematicamente violentati prima di essere brutalmente massacrati. Partendo dal cruento passato, Pino Aprile illustra quelli che – a suo modo di vedere - sono le disuguaglianze e i pregiudizi dell’Italia contemporanea, nella quale i luoghi comuni, anziché essere sfatati, sarebbero irrimediabilmente decuplicati a causa del cattivo esempio proveniente dalla classe politica, dai media e dai salotti pseudo-intellettuali che imperversano in televisione. L’autore però, non condanna una parte o l’altra dell’Italia. Egli spiega che il meridionalismo è un’ideologia e non una condizione geografica. Non a caso,infatti,i leghisti più attivi hanno spesso origini meridionali. Il volume non è solo una critica alla storia italiana o un desiderio di rivalsa di una parte del popolo nei confronti dell’altra,bensì un saggio che ha come fine ultimo quello di indicare una strada attraverso la quale è possibile raggiungere una consapevolezza e un’identità autentica. L’augurio che Pino Aprile fa all’Italia unita è quello che un giorno politici e popolo possano sedersi intorno ad un tavolo virtuale e, dopo aver guardato le pagine più oscure della storia nazionale, costruire insieme un futuro migliore per tutti. Certo questo non servirà a riconsegnare la vita alle migliaia di meridionali morti, ma sarebbe utile quanto meno a restituire all’Italia quell’unità di popolo che sicuramente merita.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Quando il diavolo ci mette lo zampino c’è da tremare, e questo lo sanno più o meno tutti.
    Ma se il diavolo, per giunta, è anche di sesso femminile, allora sì che sono assicurati i peggiori guai!
    Il romanzo di Andrea Camilleri “Il diavolo, certamente” edito da Mondadori nella nuova collana Libellule è quella che si dice un’opera interessante nei contenuti e ben confezionata, secondo lo stile della casa, nella forma: una raccolta di snelli racconti attraverso i quali lo scrittore siciliano centra perfettamente l'obiettivo di indurre il lettore a riflettere su come sia mutevole e volubile la vita, e di come una serie di coincidenze possa, da un momento all’altro, mutare radicalmente e per sempre la propria storia personale.
    Storie tutte cariche di tensione dall’inizio alla fine, nelle quali tutto (o quasi) ruota attorno alla personalità dell'essere umano, illuminata o accecata, a seconda dei casi, da una mano invisibile che molti chiamano destino, ma che altro non è se non la logica conseguenza dei propri comportamenti..
    Storie di amanti, coppie che scoppiano, vittime e carnefici nati per stare insieme.
    Così, pagina dopo pagina, come api frenetiche si sugge il nettare letterario che il papà di Montalbano dispensa a piene mani, servendosi della nostra stessa fantasia per renderlo ancora più appetibile e prelibato.
    Adatto ad ogni tipo di lettore, anche a chi si avvicina con grande circospezione ai libri, o ai pigri che non riescono mai a leggere fino in fondo un romanzo, battezzandolo dopo qualche pagina “troppo impegnativo” o “troppo lungo”; nel manoscritto originale consegnato all'Editore da Camilleri, si legge nel risvolto di copertina, ciascuno dei 33 racconti aveva un numero di battute incredibilmente congruente, in tutto 3 pagine: 333, la metà di 666, il numero della Bestia.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia