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Autore

Ermanno Bresciani

in archivio dal 31 gen 2012

05 ottobre 1956, Barbata (BG) - Italia

segni particolari:
Sono nato in un paese della bassa bergamasca da una  famiglia di contadini.
Abito a Somma Lombardo in provincia di Varese. 
 

mi descrivo così:
Mi definisco un "raccontatore": raccolgo  testimonianze e le trasformo  in racconti.   Ho pubblicato un opuscolo in memoria del Partigiano UGO MASPERO E  alcune raccolte di racconti: RIVER MAN - RACCONTI IN MOVIMENTI - TORNANDO A CASA/RACCONTI RIBELLI.
 

28 marzo alle ore 0:19

Volevi mordere

Il racconto

 
La vita di Giacomo (Jack per la moglie originaria di Salem, il paese delle streghe bambine, nel Massachusetts) era un film.
Anzi, volendo essere precisi, ricalcava la trama di un vecchio film Horror dal titolo “Shining”, però con alcune incursioni dentro altre pellicole cinematografiche.
A parte il labirinto di siepi in giardino, gli altri ingredienti del film c’erano tutti.
Anche lui abitava in un ex albergo, seppur di dimensioni più ridotte, diciamo una pensione con locanda.
Aveva ereditato quella vecchia struttura perché gli altri parenti vi avevano rinunciato.
A differenza di lui, loro conoscevano la storia di quella ex pensione.
Era nata all’inizio del “Novecento”, negli anni in cui cominciava la guerra santa dei pezzenti (direbbe Guccini). Era riuscita a superare la prima guerra mondiale, il biennio rosso, il ventennio nero e la seconda guerra mondiale; poi, un drammatico fatto di cronaca nera, accaduto proprio all’interno della pensione, ne decretò la chiusura.
Comunque lui, senza tanti problemi, vi si trasferì subito con la famiglia.
Inizialmente, in preda a un irrazionale entusiasmo, pensò di trasformarla, almeno in parte, in un bed and breakfast.
Idea che, resosi conto del costo dei lavori necessari per ridare dignità e accoglienza  a quel posto, aveva repentinamente abbandonato; decisione questa condivisa anche da Wendy, che quando aveva visto il preventivo dell’architetto aveva detto: “Se tutto va bene siamo rovinati”.
L’ex pensione era posta sulle alture di Borgo San Vito, molto ma molto lontano dagli occhi indiscreti, e purtroppo anche da quelli discreti.
Un lungo e contorto sentiero, che ormai aveva perso le caratteristiche di strada, dalla periferia del paese saliva verso le colline e arrivava alla ex pensione; in inverno la neve aggiungeva isolamento all’isolamento.
Lo stabile (si fa per dire e non ripetere la denominazione di ex pensione, già usata sopra) aveva un grande salone con annessa cucina.
-Qui togliamo tutto, bancone, tavoli, separè, diamo una bella rinfrescata e facciamo un open space – disse Jack alla moglie Wendy che, in quel frangente, non sapeva se ridere, piangere o mandarlo a cagare.
Poi c’erano 7 camere da letto, numerate da 1 a 7.
La numero 1 venne destinata a laboratorio di erboristeria, grande passione di Wendy sin dai tempi di Salem.
La numero 4 per gli eventuali ospiti o pellegrini, visto che la casa era sulla Via Francigena.
La 5 per loro e la 6 per il figlio una volta raggiunta l’età in cui non avrebbe più rotto gli zebedei per dormire con mamma e papà.
Le 2, 3, 7, molto piccole, divennero, dopo aver abbattuto alcune pareti in legno, la stanza 237, lo stesso numero della stanza degli orrori del film Shining; li si stabilirono le figlie.  
Anche lui, come il protagonista di quella pellicola era stato in gioventù un aspirante scrittore, ma la sua produzione letteraria si era limitata a una serie di racconti e il romanzo, “Sogno di una notte di mezza estate” di ogni scrittore, non era mai arrivato; alla fine aveva smesso di scrivere anche i racconti.
Nella sua famiglia, oltre alla moglie Wendy, c’erano tre figli.
Due ragazze gemelle identiche al punto tale che pur essendo già in età pre-adolescenziale ancora non riusciva a distinguerle.
Inoltre vestivano allo stesso modo, mai un qualche capo di abbigliamento diverso, tutte due pettinate con le treccine perfettamente uguali, lo stesso timbro di voce, almeno così sembrava, visto che non parlavano mai insieme, quando dovevano chiedere qualcosa, a turno parlava una e l’atra acconsentiva.
Non erano semplicemente gemelle erano l’una il riflesso dell’altra nello specchio
C’era da perdere la testa, erano due ma sembravano una persona sola.
Poi c’era il piccolo Daniele (Danny in famiglia) che era uno ma sembravano due.
Si comprese bene la cosa quando Jack recuperò in cantina uno strano triciclo blu modello chopper: sella con schienale alto e manubrio largo.
Lo consegnò a Danny, e lui con gli occhi lucidi dalla gioia disse: -Grazie papi Jack- e subito cominciò ad usarlo, ed era come se lo avesse sempre guidato
Pedalava tutto il giorno, passava dalla zona giorno alla zona notte, entrava nelle camere, anche nella 237, quella delle gemelle, ma loro, esasperate, una volta lo graffiarono tutto.
Da quel giorno limitò il suo circuito all’open space.
La cosa strana era che nel suo forsennato pedalare si dava gli ordini e lì eseguiva.
-Gira a destra, ok; svolta a sinistra, ok; rallenta, ok; accelera accelera ok ok…
Sembrava ci fossero due persone su quel maledetto triciclo.
C’era da perdere la testa.
-Non sarà mica bipolare? – disse un giorno Jack alla moglie.
Era solo una battuta, ma Wendy non la percepì come tale.
-Viviamo ai margini della società civile in una casa enorme e decrepita, per giunta in culo ai lupi e tu ti stupisci della vitalità di Danny; ma meno male che è così, di muffa e di muffe in questa casa già ne abbiamo.
Lui non aveva osato replicare, meglio tacere, quella era capace di piantarli lì e tornare a Salem.
Anche con la moglie c’era da perdere la testa.
In buona parte sua moglie aveva ragione, e anche lui aveva le sue colpe e un carattere discontinuo, alternava momenti di contenuta allegria a momenti di non tanto velata depressione.
Il loro rapporto all’inizio, grazie anche a certe tisane che sua moglie preparava, fu un “Labirinto di passioni”; poi nel tempo si deteriorò al punto che in diverse occasioni arrivò a chiedersi “Che ho fatto io per meritare questo”
Solo il lavoro riusciva a distrarlo e ad aiutarlo a superare certe tensioni famigliari e a non porsi troppe domande su talune stranezze della moglie e soprattutto dei figli.
Lui gestiva un negozio ben affilato, ops ben avviato: La coltelleria dei “Sette Samurai”.
Aveva una clientela vasta ed eterogenea: ristoratori, cuochi, casalinghe e anche alcune persone che non si sapeva bene cosa se ne facessero di certi accessori così affilati.
La qualità dei suoi prodotti era ottima e riconosciuta dappertutto, finanche nelle patrie galere; poche le lamentele, anche perché il suo negozio un po’ intimoriva, probabilmente per quella collezione di katane che stava alle sue spalle dietro il registratore di cassa
Una sera, poco prima della chiusura, entrò nel suo negozio il proprietario della Braceria “Carne tremula”; portava con sé una borsa piena di coltelli.
La posò sul bancone e poi, dopo aver lanciato una sguardo veloce alla collezione di sciabole giapponesi, disse:
- Ciao Jack ti ho portato i coltelli del mio ristorante, per me andrebbero bene così, ma i miei clienti dicono che non tagliano, prova ad affilarmeli.
Jack prese la borsa dei coltelli e si spostò sul tavolo di lavoro.
In realtà erano perfetti e non avevano bisogno di alcuna affilatura. Probabilmente il problema non erano i coltelli, ma la carne e di colpo capì perché quella braceria stava perdendo clienti a vantaggio del sushi ristobar.
Comunque visto che anche la vita di quel cliente, o perlomeno il nome della sua attività, era un film, per solidarietà, con un paio di ore di straordinari lo accontentò.
L’importante è che mi paghi, – pensò - di tutto il resto francamente me ne infischio.
Tornò a casa molto tardi, la moglie lo accolse con freddezza.
-Noi abbiamo già cenato, ti ho lasciato il piatto di pasta sul tavolo, ho finito il sugo, ci ho messo sopra un po’ di ketchup.
- Almeno è rimasto un po’ di parmigiano?
-No, finito anche quello, se non ci penso io alla spesa qui si fa la fame
Consumò quella triste cena, ma per rallegrarla   un po’ aprì e svuotò la bottiglia di Sangue di Giuda che gli aveva regalato il titolare del Carne tremula.
Era tornato a casa stanco e ora, oltre a essere stanco, era pure un po’ annebbiato, per cui gli fu quasi naturale sbragarsi sulla poltrona.
Le gemelle si erano già ritirate nella loro stanza 237, luogo off limits per tutti.
-Meglio così –pensò.
Danny invece era più euforico del solito.
Girava e rigirava come un folle nell’open space dando ordini ed eseguendoli.
Vai “Via col vento, ok; svolta a sinistra, ok; gira a destra, ok; accelera accelera, ok ok…Jack era esasperato da quel casino, “Sull’orlo di una crisi di nervi”.
-Una di queste sere ti sbrano a morsi, pensò.
Danny si fermò di colpo e lo fissò intensamente; Jack in quel frangente ebbe la terribile impressione che suo figlio avesse intuito ciò che lui aveva solo pensato e abbassò lo sguardo.
Subito dopo Danny scese dal triciclo e avvicinandosi al padre chiese:
-Papi Jack, dai fammi il cane, dai dai fammi il cane.
- Stasera sono molto stanco, un’altra volta, magari domani.
- Ma domani è un altro giorno, dai papi Jack fammi il cane, adesso
- Accontentalo sto bambino! Non giochi mai con lui – disse la moglie.
- E va bene: bau.  
- No papi Jack, non un chiwawa, fai il dobermann.
- Bu bu.
- Più cattivo papi Jack, ringhia.
-Bu bu grrr.
-Più cattivo papi Jack, ringhia, fai vedere i denti.
-Bu, grrrrr, bu, grrrrrr – urlò lui spalancando la bocca e mostrando i denti.
A quel punto Danny fece partire una pedata che squarciò il volto di Jack.
-Bastardo d’un cane volevi mordere!
 
 
 

 

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