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in archivio dal 13 feb 2012

Fabio Campailla

26 ottobre 1983, Erice (TP)
Mi descrivo così: Non sono mai stato bravo a vendermi, sono una persona onesta e creativa.

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  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:55
    Genitori

    Voi che invitaste
    Al mio funerale
    Tutti quelli che neanche in vita potevo soffrire

    Per buona norma.

    Mi tocca fissarli
    Dal basso della mia sepoltura

    Mentre una voce noiosa,

    una beffarda cantilena,

    recita salmi d’un credo
    che in vita volli non seguire

    Io mi uccisi
    e voi mi riuccideste.

     
  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:54
    Tu, prostituta

    consapevole della tua forza sfidi il mio cuore coi tuoi occhi affilati e pieni di peccaminosa passione,

    ti aggiri come una bestia felina: sensuale e minacciosa.

    Adibisci al tuo dovere e tu sola mantieni segrete le vergogne e le speranze di una vita,

    mi lasci del tutto all’oscuro di te stessa, mi rendi partecipe eppure mi tieni lontano,

    che pezzo di idiota mi fai sentire.

    Ma, che? Al mio sguardo,
    che ricerca in te quella traccia d’umanità e di dolcezza che, so per certo, deve essere immensa in tutta quella miseria,

    fuggi.

    I tuoi occhi fanno un giro e si ritrovano dall’altra parte

    e tutta ti fai scudo dalle mie insinuazioni.

    I fluenti capelli, le magre mani, la nuda schiena

    e siamo nuovamente lontani un’infinità di chilometri.

     
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  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:52
    Altruismo teorico

    Come comincia: La ragazza passava frettolosa sul marciapiede bagnato dall’acquazzone appena piombato sulla città. Mentre, un passo dopo l’altro, il martellare nervoso e regolare dei suoi tacchi annunciava il suo avvicinarsi, un vecchio steso per terra tra i suoi cenci la guardava di sbieco. Questa lo scrutò appena un attimo con uno sguardo che avrebbe voluto essere di pietà, ma che a malapena gli comunicò una goffa inadeguatezza a porsi con altruismo. Da terra il pezzente continuava a cercare lo sguardo nei suoi occhi ma questa, sentendosi osservata, con imbarazzo affrettava il passo. Lei che si predicava “no-global”, lei che da sempre era teoricamente attivista e profonda, che del rispetto faceva la sua bandiera, che “nel momento del bisogno” diceva “si riconoscono le vere persone”.
    Il vecchio, sentendosi ignorato ed avendo riconosciuto in lei il tipico tipo di persona appena descritta, le gridò, tutto ubriaco fradicio, se fosse quella la carità che lei tanto predicava, se in quel momento si sentisse onesta e sincera come si era sempre dichiarata. Ancora biascicò sempre più affannato che avrebbe dovuto fare i conti, quella sera, con la sua coscienza, che da quell’incontro in avanti la sua ipocrisia sarebbe diventata palese, manifesta e che la menzogna l’avrebbe corrosa dentro. “Fermati vigliacca!” le sbraitò e lei ancora martellava sull’asfalto, “non sei migliore degli schifosi che dici di odiare!” di nuovo urlava, ma quella non si fermava. Tra l’alcool ed il fiatone il vecchio incespicò nelle sue stesse ingiurie fino a che non cominciò a tossire, pareva che i polmoni volessero uscire da quella vecchia stamberga come ne avessero avuto abbastanza di soffrire. Il rumore duro degli spasmi del vecchio veniva accompagnato solo dal lieve picchiettare di qualche goccia di pioggia che ancora si ostinava a cadere, tutto il resto taceva.
    La giovane s’arrestò, esitando un attimo, quasi la sua coscienza la stesse richiamando al dovere, del resto non era tutta teoria, s’avvicinò tremante al vecchio mentre questi ancora buttava l’anima e in ogni secondo valutava la validità di quella decisione, “posso ancora andarmene” pensava. Passarono alcuni secondi e il barbone si riebbe da quello sfogo catarroso, la ragazza stava ancora là, ritta ed esitante ad un metro da quell’ammasso di stracci gettati sul marciapiede, “sta bene?” gli squittì tutta timorosa. Il vecchio tacque e tacque ancora, la fissava e questa lo incrociava solo per attimi fugaci mentre il suo sguardo svelto fuggiva su certi dettagli di quel misero giaciglio. Gli parlò, infine, più serenamente, si offrì di portargli da mangiare ma il vecchio le sbraitò tutto il disprezzo che nutriva per lei,  “vattene, mostro!” le gridava, “sparisci! Che c’è più umanità nella merda di cane che ho calpestato stamattina che in te!”. Nel vedere quella reazione inaspettata la ragazza prese a piangere, prima silenziosamente, poi con violenti singhiozzi, piangeva teneramente ma il vecchio di più s’aizzava e la aggrediva, s’alzò ritto in piedi poi e, allungando un braccio teso nella direzione percorsa dalla strada, le gridò d’andarsene. Lei prese a camminare ancora tra i singhiozzi e le lacrime, tra i mille perché che si ripetevano nella sua mente, da lontano il vecchio ancora borbottava il suo sdegno e si stendeva di nuovo sulle pezze. Dieci secondi trascorsero, poi la giovane si fermò di spalle al vecchio e si girò.
    Com’era diverso il suo sguardo…le lacrime erano ancora lì, ma avevano un significato diverso. Il ritmo deciso dei tacchi comunicava ora un’emozione nuova, assolutamente furiosa si avvicinò al disgraziato, lo afferrò, tutto puzzolente e malconcio, per quello che ancora restava d’una vecchia camicia di flanella e se lo caricò sulle spalle. Il vecchio passivamente assistette a quella reazione, non disse una parola e non mosse un dito per impedirla, la ragazza faticosamente percorreva la strada col grave fardello sulle spalle e al silenzio della sera, alla durezza dei tacchi, al tintinnio della pioggia un nuovo suono s’aggiungeva alla dolce melodia: il pianto sincero d’un vecchio che più e più volte singhiozzava “grazie”.

     
  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:45
    Destino d'un bastardo

    Come comincia: Non sono mai stato un uomo che si adopera per guadagnarsi da vivere col sudore della fronte, a dire il vero ho sempre cercato di afferrare ogni occasione con incredibile destrezza ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Si, credo di essere proprio un bastardo, un rifiuto della società, o meglio, credo di esserlo stato fino a pochi mesi fa.
    Fu esattamente sei mesi fa che la mia vita iniziò a cambiare.
    Mi trovavo alla Locanda della Sirena Ammaliatrice, un posto piuttosto squallido dove la gente, o meglio la gentaglia, si riunisce per bere, scommettere e talvolta per sfogarsi. Accadde, quel pomeriggio, che mi trovai a dover discutere con un tale a cui dovevo dei soldi ormai da qualche settimana, una parola tira l’altra e alla fine questi tirò fuori anche un coltellaccio con cui certamente era intenzionato a farmi la pelle. Non era certo la prima volta che mi trovavo immischiato in una situazione del genere, ma fu ciò che avvenne dopo che mi fu del tutto nuovo, ero intento a cercare di colpirlo mentre schivavo i suoi affondi quando un uomo che passava di là cominciò ad avvicinarsi:
    - “Andiamo signori, non si può risolvere la cosa in modo più pacifico?”.
    Non prestai molta attenzione a ciò che egli volesse veramente ottenere da quella situazione, l’unica cosa che notai fu che il mio aggressore si era nel frattempo distratto nel sentire le parole di quell’uomo. Non ci pensai due volte, mi fiondai su di lui riuscendo con successo, e forse con una buona dose di fortuna, ad impadronirmi del suo coltello:
    - “Woah amico! Cerchiamo di essere ragionevoli...non sarei certo arrivato a colpirti sul serio! Volevo solo spaventarti...sai io ci devo campare con quei soldi”.
    Voglio risparmiare al lettore l’esatta sequenza dei fatti che avvennero negli istanti successivi, sia per una ragione di spazio che, ahimè soprattutto, per una ragione di vergogna. Dirò solo che, forse per gli effetti dell’alcool dei quali ero vittima, forse per la furia che avevo addosso in quegli attimi, finii per uccidere quei due uomini. Dopo aver compiuto quell’atto, mi sentii così sporco dentro e fuori da necessitare un lungo bagno ristoratore. Ma ai giorni nostri per una cosa del genere bisogna pagare! E così frugai bene le tasche dei due corpi che ormai giacevano inermi ai miei piedi. Tra le varie cose riuscii a racimolare un po’ di denaro, un buon orologio da taschino e una collanina d’oro che quel pacificatore portava al collo.
    Dopo essermi allontanato in tutta fretta da quel macello entrai in una locanda fatiscente che dava l’aria di essere molto confortevole, lasciai al locandiere una somma abbondante e raccomandai di non farmi disturbare da nessuno nel tempo che avrei trascorso nella camera che avevo preso. Dopo qualche minuto sprofondai le membra stanche in una tinozza d’acqua bollente rimuginando su ciò che mi era accaduto quel giorno, passai in rassegna attimo per attimo, sensazione per sensazione, per riuscire a capire soprattutto come mai quell’uomo fosse intervenuto in quella rissa. Allungai il braccio fuori dalla tinozza ed afferrai gli oggetti che avevo trafugato dal suo cadavere: l’orologio era di buona fattura e su di esso vi erano state incise le lettere H.V. in un’elegante scrittura decorata, passai poi alla collanina e, dopo un’attenta analisi, realizzai che il ciondolo che vi era attaccato poteva essere aperto, dopo un paio di secondi passati a cercare di forzare quel gingillo riuscii ad avere i suoi segreti. Al suo interno vi era una foto un pò sbiadita di quell’uomo con in braccio un neonato e con al fianco una splendida donna che immaginai dovesse essere la moglie, mi sentii vibrare d’angoscia al pensiero che probabilmente quelle persone lo stessero aspettando con preoccupazione ma cercai di non pensarci cercando conforto nel calore e nei fumi di quel bagno.
    Il mattino successivo mi alzai di buon’ora, feci un giro e mi concesi il lusso di spendere un po’ di soldi. Tiravo fuori, una volta ogni tanto, quell’orologio da taschino per controllare l’ora che conoscevo già, quel gesto così semplice mi faceva quasi sentire parte di un altro mondo, già, un altro mondo, infilai frettolosamente una mano nella tasca della giacca e ricominciai a studiare il ciondolo d’oro.
    Quell’uomo aveva una famiglia...quanto può valere una famiglia per un uomo...e quanto può valere viceversa quell’uomo per la sua famiglia...ero decisamente confuso da quella situazione, ma c’era un pensiero nella mia testa, talmente assurdo da rasentare la follia. Il destino era sempre stato avaro nei miei confronti, mai un colpo di fortuna, mai l’affetto di un amico...mai una famiglia, fu così che decisi di provarci...
    Avrei rubato la famiglia a quell’uomo.
    Come ho già detto sono passati ormai mesi da quel giorno, ma la mia bravata mi è costata molto più di quanto avessi immaginato.
    Qualche giorno dopo feci un po’ di domande in giro, l’unica cosa che non manca mai ad uno come me sono dei poco di buono che per una moneta d’oro bucata si venderebbero una gamba, quel giorno chiesi ad un vecchio conoscente di ricavare informazioni su quell’uomo e sulla sua abitazione, nel giro di poche ore ricevetti prontamente degli aggiornamenti, pareva che l’uomo non fosse così santarellino come mi era apparso, tuttavia la mia attenzione era altrove.
    Mi presentai una mattina di fronte ad una porta di legno massiccio, cappello in mano e sguardo dispiaciuto bussai due volte, in pochi secondi sentii un rumore frenetico di passi seguiti dallo scatto del lucchetto:
    - “Si?”
    - “Mi scusi...lei è la signora Venuti, moglie di Herbert Venuti?”
    - “...oddio si...è successo qualcosa a mio marito?...non lo vedo da giorni...ma pensavo fosse fuori per lavoro...”.
    Nei minuti successivi sfoggiai tutta la mia abilità, che avevo allenato nel corso della mia vita, nell’inventare storie di pura fantasia, le dissi che il marito era stato vittima in una rissa. Bè...non ero andato poi così lontano dalla realtà...
    La donna in lacrime mi tempestò di domande voltandosi e rivoltandosi, cercando conforto tra le sue stesse braccia:
    - “ Signora...io...mi dispiace...” feci io grattandomi la nuca con imbarazzo
    - “ Cosa faremo adesso...non posso vivere senza di lui...”, singhiozzò lei.
    Fece poi capolino una tenera bambina che spuntò da dietro la lunga gonna della donna, immaginai dovesse essere la figlia di cui il mio contatto mi aveva parlato...Linda...
    La scena fu talmente triste da indurmi quasi ad unirmi al loro pianto, ma tenni a mente la mia missione.
    - “Signora...io non so proprio cosa potrei fare per rassicurarla...vede...sono nuovo a questo genere di situazioni...”
    - “Io...” La donna scoppiò nuovamente in lacrime aggrappandosi alla porta come se stesse per mancare
    - “La prego si tiri su, so che è dura ma deve cercare di reagire...”. Le feci io mentre la sostenevo porgendole una spalla.
    Il dialogo durò qualche altro minuto, tra lacrime e parole esitanti e goffe, le lasciai un mio biglietto da visita, che mi ero prontamente scritto quella stessa mattina, nel caso le servisse una mano o volesse parlare con qualcuno.
    Circa tre settimane dopo io e la donna, che scoprii chiamarsi Gabrielle, cominciammo ad uscire, parlavamo della vita, del suo lavoro da insegnante, del suo essere madre, io le parlavo del mio essere investigatore della polizia, di quanto mi piacessero le passeggiate e di altre menzogne che inventavo occasionalmente.
    - “Gabrielle in queste settimane mi hai fatto stare come non ero mai stato, mi sembra di camminare sulle nuvole...sul serio...”, a queste parole lei rise delicatamente arrossendo pian piano.
    - “So di non essere il migliore dei partiti a questo mondo...non sono statuario, ne affascinante o saggio...”
    - “Adriano...tu sei più di quanto credi...”. Mi sussurrò lei facendomi vibrare d’emozione.
    Stavamo bene assieme, uscivamo nel pomeriggio, a volte entravo persino in casa per salutare la piccolina che già aveva imparato a riconoscermi.
    La mia vita era decisamente migliorata...tuttavia restava un problema...i soldi che avevo ottenuto da quel tragico evento cominciavano a scarseggiare e non me la sentivo di continuare a fare furti...per la prima volta...sentii che la mia vita valeva qualcosa...che non era il caso di rischiarla per qualcosa di futile quando avevo già tutto ciò che mi serviva. Iniziai così a cercarmi un lavoro, certo, non mi presentai alla polizia per chiedere di fare l’investigatore, ma grazie ad alcune vecchie conoscenze venni assunto come muratore, lavoravo tutta la mattina, il pomeriggio andavo a trovare la mia bella e la sera...la sera sognavo di stare ancora con lei.
    Una mattina, mentre stavo lavorando, venni scosso da uno strano pensiero, lo stesso pensiero che mi avrebbe tormentato per il resto dei miei giorni. Ormai io e Gabrielle stavamo così bene insieme, cominciavo a pensare di chiederle di vivere sotto lo stesso tetto, le avrei dato una mano con la casa, con Linda...avrei avuto una famiglia...
    Durante tutto il tempo trascorso non me ne ero reso conto, quella che era iniziata come una bravata mi aveva coinvolto al punto da non poterne fare a meno, non avevo rubato la famiglia a quell’uomo, ma era la sua famiglia ad avermi rubato, rapito, portato lontano...
    Forse Herbert stava ridendo dall’alto guardando i miei affanni...forse ancora maledice il mio nome, o magari piange nel vedere che la sua amata si è innamorata proprio del suo assassino...
    Tutte queste menzogne...la grave realtà...la mia vera colpa...come reagirebbe lei se le raccontassi tutto...l’amore può sopportare tutto questo? È probabile che rimarrei di nuovo solo...peggio di prima...Gabrielle finirebbe col denunciarmi alle autorità...non mi resterebbe che il suicidio...il suicidio di un innamorato vittima della sua stessa vita, del destino beffardo che si è preso gioco di lui facendogli assaggiare un pizzico d’amore, così dolce da illuderlo fino alla morte.
    Sono diventato un idiota...bella trasformazione...da bastardo ad idiota innamorato...se solo l’avessi incontrata prima...ora farò l’unico passo sensato di tutta la mia vita, l’unico di cui so che mai mi vergognerò.
    Chissà cosa risponderà...come reagirà...

     
  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:33
    Salvifica amnesia

    Come comincia: Si narra d’un uomo dall’animo oscuro, le cui gesta gettarono le fondamenta d’una grande sciagura. Non si ha memoria di come si chiamasse costui, per giusto senno i posteri reputarono saggio non aver memoria di quella persona. È proprio questa la chiave di questa storia.
    Fuggiva in esilio tra le valli e i fitti boschi aghiformi con una bisaccia piena di selvaggina legata alla spalla ed una condanna sulla testa. Si diceva avesse ucciso un alto cardinale dell’ordine e che il sommo inquisitore ne avesse richiesto la testa come giusta punizione. A lungo cavalieri e pellegrini cercarono ed indagarono le tracce ormai dissolte dell’empio fuggitivo, ma dovettero passare mesi prima che qualcuno potesse gloriarsi del suo ritrovamento.
    Se da un canto la sua stanca cattura diede fama e ricompense a chi per primo l’aveva scovato, lo stesso senso di soddisfazione non potè assaporare l’alto inquisitore una volta che glie lo portarono di fronte. Com’è prevedibile che fosse, lo avevano ritrovato trasandato, puzzolente e scarno come un cane randagio, se ne stava ansimante dentro ad un fosso profondo una decina di piedi, di quelli che i cacciatori scavano per le prede, con la testa e tutto il corpo grondante di sangue.
    Come dicevo, i piani dell’inquisitore dovettero subire una brusca rettifica quando il saggio scoprì che l’omicida non serbava ricordo delle sue malefatte. Lo confermarono, in seguito, diversi luminari di corte, indicando la ferita alla testa come probabile causa dell’accaduto.
    L’ordine unanime richiese che si procedesse all’esecuzione, ma l’alto inquisitore, uomo di principio e grande morale, sostenne che il colpevole sarebbe stato condannato solo dopo aver riacquistato il peso delle sue colpe sulla sua coscienza. Così decisero e disposero che il prigioniero visitasse i luoghi della sua vita e leggesse molto affinché potesse ritrovare il filo conduttore della sua memoria. Intervenne, tuttavia, una forza opposta che spesso s’adoperò per allontanare il galeotto dalla luce del ricordo. Si chiamava Berto e da sempre era stato compagno fedele, allievo ed amico dell’assassino. Questi pensò di sabotare ogni luogo, ogni immagine, ogni colore che avrebbe riacceso quella fiamma. Così decise di ridipingere le mura della casa dove il criminale aveva vissuto e pose piante estranee dappertutto, sostituì i quadri e su tutti i diari annotò storie d’altre persone. L’assassino, nel frattempo, veniva scortato attraverso tutti questi scenari ma, con grande disappunto dei suoi carcerieri, non riusciva a riaversi dall’amnesia. Tentarono e ritentarono, e sempre l’amico interveniva e distruggeva il passato. Passarono dodici mesi.
    Stanco dell’esito fallimentare di quella sua scelta, l’alto inquisitore convocò quello che ormai era un uomo nuovo in udienza, e radunò medici e scienziati perché si facesse luce sulla faccenda. A turno tutti quanti lo osservarono e ipotizzarono fino a che non s’arrivò ad una conclusione: troppo tempo era passato, come l’argilla s’asciuga e diventa dura come la pietra, così nuove memorie s’erano sedimentate sui vecchi ricordi del carnefice, sostituendoli irrimediabilmente. L’inquisitore e tutto il consiglio decisero amaramente di rinunciare all’esecuzione poiché non v’era traccia, in quel piccolo uomo senza passato, del pazzo che s’era macchiato di tante colpe.
    La rinuncia lasciò tutti con un profondo senso di incompletezza, la giustizia divina non era stata amministrata e ciò non poteva essere tollerato. Per far sì che si potesse porre fine alla questione, l’inquisitore sparse la voce tra investigatori e mercenari, che si trovasse un complice o chiunque altri avesse le mani macchiate dello stesso reato. Il denaro, come sempre, fu la soluzione migliore e dalla sua promessa scaturì il tradimento. Riconobbero Berto come unico ereditiere di quella tragedia, lui aveva impedito al criminale di riabbracciare il suo male, lui aveva lottato contro la giustizia divina, ma ciò che aveva fatto non poteva essere considerato abbastanza grave da porlo sul cappio. Il male può passare da persona a persona, come la vile peste abbandona il cadavere del malcapitato per abitare un nuovo individuo. Così la colpa dell’omicida e i suoi peccati, la corruzione estrema, erano divenuti eredità del nuovo criminale. Egli, venne deciso, incarnava il male che aveva condotto il compagno alla pazzia e solo la grazia dei cieli e il pentimento l’avevano salvato, ma il demonio subdolo, non sazio d’aver mietuto una vita, continuava a corrompere. Quel ciclo vizioso doveva essere fermato.
    Il patibolo venne allestito in tutta fretta nella grande piazza cittadina e sul cappio decisore posto il collo di chi ospitava il maligno. Berto stava ritto dinnanzi alla folla, con i piedi su di una cassa che lo separava dal salto fatale. Dalla folla bramante morte qualcuno scagliò un sasso grande come un pugno che, colpendo Berto sulla testa, gli fece perdere i sensi. Orribilmente l’idea d’una nuova amnesia balenò nella mente del giudice inquisitore che lesto s’affrettò a fare cenno che si proseguisse. Il boia non esitò oltre e con un calcio spazzò via la cassa da sotto i piedi del condannato, affidandolo al freddo abbraccio della fune. Il trionfo della giustizia esplose in un’ovazione generale, ma tra la folla un uomo restava di ghiaccio, all’oscuro dei motivi di tanti mali. Inconsapevole degli scherzi del fato, dei sacrifici della gente, del bene, del male, della comprensione ed il perdono, fissava le orbite ormai vacue di quell’antico amico. Senza rendersene conto raccoglieva la sua vita come il dono disinteressato di un padre al figlio.

     
  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:21
    L'amore di un dio

    Come comincia: Viveva, Yussuf, tra l’invidia degli uomini, la rabbia, per quel privilegio che neppure il più fervente ebbe mai neppure la più vaga fortuna di anelare. Ogni sera, dopo aver reso prospera la vita, non con strumenti divini, ma con semplici attrezzi agricoli, tornava alla verde radura. Qui seduto ascoltava in silenzio il vento che impetuoso soffiava tra i fili d’erba prima che Dio si mostrasse a lui, affac¬ciando l’immenso volto dalle nuvole turbinanti. Parlavano per intere notti. Il dio, paterno e materno allo stesso tempo, lo ascoltava e lo consigliava. Con sentimento autentico si compiaceva o si strug¬geva dei successi e dei fallimenti di colui che aveva fatto breccia in un così inarrivabile cuore. Spesso gli chiedeva della terra, del raccolto e dei pascoli e quel suo figliolo quieto spiegava ed illu¬strava con quella grande dolcezza che tratteneva un essere supremo lontano dalle infinite preghiere che invano lo cercavano altrove. Con estrema benevolenza stava ad ascoltare ciò che già sapeva.

    Degli uomini, tuttavia, era grande l’odio. Forti, spinti da quell’oscura particella di caos che, da dono concesso come atto di carità, assumeva la forma della vendetta. Lo presero, un giorno, legandolo stretto ad un albero, e gli chiesero e gli sputarono contro la loro invidia. Perché egli, perché non loro, “perché non IO” ognuno pensava e mentre picchiavano senza senno. Tra il mesto scorrere del sangue, che sugli occhi gli tingeva l’orrore di rosso, Yussuf triste sollevava un occhio ai suoi vio-lentatori. Capirono, alcuni, da quello sguardo, che ben altra era la cagione di tanto amore, non un’ingiustizia, non una singola predilezione, videro, tra la carne molle di sangue, qualcosa di di¬vino. Cercarono questi di fermare quello scempio ma, per le grida e le bastonate, tornarono pavidi alle loro case ed essi solo ebbero salva l’anima.

    Continuarono gli altri ed erano in tredici, col furore umano che bruciava nei loro corpi, mentre Yus-suf abbandonava la vita. Restarono poi a guardare quello scempio, ognuno riflettendo e giustifi-cando sé stesso e gli altri, ognuno a modo suo.

    Poi venne sera.

    Dio s’affacciò, ancora una volta, sulla radura, ma i suoi grandi occhi non trovarono il frutto di tanto amore. Invano lo chiamò con la voce tremante d’una madre ed il tono autoritario d’un padre, il ri-chiamo echeggiò per le valli e nel cuore degli uomini, ma tutto tacque.

    Passarono ore umane prima che la somma entità si desse conto dell’accaduto. Sceso in terra vide coi suoi occhi la grande tenerezza di quell’anima docile, orribilmente spezzata, e qui pianse lacrime umane sull’umana terra, sull’erba e sul cadavere di quel suo amore.

    L’odio si fece strada nel cuore oramai vuoto e, giacchè non c’era più la purezza di quel piccolo es-sere a rendere mite il suo spirito, il dio finì col corrompersi.

    Non un urlo egli consentì alle bestie, non la consolazione del poter sfogare il proprio dolore in un grido disperato, atti atroci ebbero luogo quella notte, nessuno venne risparmiato. A quelli che di quel tenero fuscello ebbero pietà e capirono fu salva la vita e venne spiegato loro quale fosse il cammino da compiere, poi il dio s’abbandonò alla corrente.

    Tra le viscere della terra ribolle ancora il rancore inestinguibile di un demonio che con altri tredici suoi pari trama la distruzione e lo sfacelo di ogni forma d’esistere.

    Un manipolo di uomini cammina ancora sulla terra, più numeroso di prima, narrando la tenerezza dell’uomo che aveva conquistato il cuore di un dio, aprendo le menti alla comprensione. Parlano essi anche di quell’essere eterno, di come si smarrì, di come, in procinto della resa, affidò loro il compito di salvare ogni cosa da sé stesso.
    “Diffondete l’amore” disse loro, “che in tutti i cuori del mondo alberghi l’anima del mio caro Yus-suf”, solo allora la mia brama si placherà.