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Racconti di Francesca Fichera

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  • 09 gennaio 2016 alle ore 16:45
    Corto #13 - La crisi

    Come comincia: Erano anni che non compravo una penna Bic. Solo penne omaggio.

  • 30 ottobre 2014 alle ore 13:17
    Corto # 12 - Favola breve

    Come comincia: Lui era un lampione, lei una strada buia. Unendosi fecero la notte, la più poetica e malinconica di tutte.

  • 30 luglio 2014 alle ore 16:43
    Corto # 11 - Inizio e fine

    Come comincia: ​La finestra dava su un cortile visto e rivisto mille volte. Ma quella sarebbe stata l'ultima.

  • 27 luglio 2014 alle ore 20:23
    Corto # 10 - Estate

    Come comincia: Un bimbo spia l'alba dai buchi della serranda, pregusta il mare e sente nel vento che tutto è possibile.

  • 28 marzo 2014 alle ore 15:23
    In partenza (Ieri finirà)

    Come comincia: Non aveva ancora finito di leggere quella lettera che s’era portata dietro, una sequela di luoghi comuni e di frasi fatte da rifare, quando sua moglie si sporse verso di lui e disse: “A cosa pensi, Antonio?”. Quando lo chiamava Antonio, qualcosa probabilmente non andava. E qualcosa, in quel momento, non andava davvero: alla fine della lettera mancava solo il cognome (il nome c’era, c’era eccome), sulla busta che la conteneva erano state impresse due labbra rosse di rossetto - lui adorava quel colore, e il suo cuore sobbalzava al solo riconoscerlo - e la sera prima aveva proposto alla loro proprietaria di fuggire insieme. Il cielo, dal finestrino, sembrava un mare sottovetro e sporco; gli alberi si affrettavano lungo la strada. Antonio non sapeva, a dire il vero, se sua moglie avesse intuito o meno del rapporto fra lui e Linda. Sperava di no. Quello stesso pomeriggio avrebbe preso un altro treno per partire con lei. Era la sua occupazione preferita, studiare fughe come quando era bambino. “Dalla meta capisci il viaggiatore”, aveva letto una volta. Ma non sapeva se ce l’avrebbe fatta sul serio: doveva rispettare le coincidenze, e finire di leggere la lettera, e sopportare la sfuriata di sua moglie, di lì a poco. Che infatti non tardò.
    “Troppo pensieroso, per i miei gusti. Quale altra scommessa hai perso?”. Giulia s’era stretta nelle spalle aggiustandosi il bavero; una sua mossa tipica, da vecchia matrona, che Antonio non aveva sopportato mai. Meno male che fra poco arriviamo, si disse. Controllò l’orologio e notò che mancava un quarto a l’una. A l’una e cinque si sarebbero fermati. Nella lettera al rossetto c’era scritta la destinazione che Linda aveva scelto per la loro luna di miele illegale: Antonio la pregustava come l’isoletta di sugo sulla pasta.
    Però intanto c’era Giulia.
    “Sempre calcio, calcio… so io dove te lo darei. Con quella faccia da morto che ti ritrovi, sempre a pensare a cose inutili !”.
    Sempre gentile, la cara vecchia Giulia.
    Per fortuna il controllore l’aveva tratto in salvo: ad Antonio era bastato il fruscio delle tendine luride del treno, lo spostamento d’aria della porta a scorrimento, per tornare a sentire su di sé i raggi del sole.
    Il silenzio di Giulia, che cosa sopraffina. Specie se unito a quel bacio stampato sulla carta.
    Giusto, la lettera!, pensò Antonio, rifugiandovisi senza proferire altra parola. Perché lì, in mezzo alle frasi fatte e alle sdolcinatezze, sotto il velo sottile di sudore profumato di una mano indaffarata, dietro la scia di grasso vermiglio lasciata dal rossetto; fra tutte quelle cose, c’era scritto il suo destino. Che - qualche volta capita - in tal caso era anche una destinazione.
    La profezia era tutta in un “Ti aspetterò al treno per Venezia”. Il sigillo in un “Per sempre tua”. Di una banalità adorabile.
    “Anto’, ma che leggi?!”, sparò Giulia, facendolo sobbalzare. Per poco la lettera non sgusciò via dal suo astuto nascondiglio: la pagina sportiva della gazzetta locale. Banale pure quello - evidentemente era una cosa contagiosa. “N-n-niete Giulie’, che devo leggere? Controllo i risultati… Non sia mai stavolta c’ho azzeccat…”.
    “E ti pareva! Pure rosso ti fai per quelle quattro stronzate. Secondo me sei arrivato al punto che devi curarti !”, lo interruppe lei, riaggiustandosi il bavero. E Antonio pregò che il treno si trasformasse in aeroplano, e che ci fosse un sedile ad espulsione come nelle auto d’epoca. Ma quello era un treno vero, e purtroppo sapeva (e poteva) soltanto fischiare; almeno, così era una volta. Ora al posto del fischio, una voce metallica e monocorde annunciava l’imminente arrivo nella stazione più vicina.
    La loro.
    Giulia si alzò in anticipo e uscì, lanciando un’occhiataccia al povero Antonio, che intanto estraeva accuratamente, ma non senza emozione, l’amatissima lettera dall’interno del giornale. Era stravolto, il momento era vicino, e le distanze s’accorciavano come il suo fiato. Ebbe a stento l’accortezza di calar giù il bagaglio dalla mensola, e nella sua goffaggine si lesse traditore attraverso gli occhi altrui. Specialmente di Giulia.
    Nel corridoio stretto ed affollato, in attesa di poter scendere, ripensò al suo piano: dopo aver lasciato il giornale sul sedile dello scompartimento, avrebbe avuto il giusto pretesto per simulare un attacco di panico davanti a sua moglie. “Cazzo, la schedina, la gazzetta! Va a finire che stavolta ho vinto qualcosa e me lo lascio sfuggire perché non ci sto con la testa… Scusami, tesoro, torno subito!”.
    È proprio così che avrebbe detto, all’uscita dalla stazione. Sarebbe corso via così, per non tornare più indietro.
    “Anto’… ti svegli?”. Le unghie laccate di Giulia le si agitavano davanti al viso come l’ala di un piccione.
    Antonio si scusò con un sorriso docile - forse troppo, pensò, col rischio di suscitare qualche sospetto. Dopodiché furono fuori, lui davanti a lei per farle strada, con la valigia piena di piombo in una mano e il bacio stampato a tamburellargli nella tasca sinistra dei pantaloni, affianco al pugno chiuso.
    Ogni metro fu percorso a nuoto nel miele, con il sudore che disegnava strani monili sulla fronte e il cuore che batteva all’impazzata. Antonio si sforzò di non guardarsi attorno per vedere se lei era già lì, se anche la serendipità era intervenuta a benedire quel mattino di fine inverno col cielo così blu da fare male agli occhi. A dirla tutta, riuscì a mantenersi più che discreto mentre gettava uno sguardo sul tabellone dei treni in partenza, cercando Venezia e trovandola, gialla e splendidamente lampeggiante, in cima agli annunci.
    Binario 2, 10 minuti alla chiusura delle porte.
    Antonio capì che doveva affrettarsi. Per fortuna, il riquadro luminoso dell’uscita era davanti a loro: a lui e a Giulia. Così iniziò immediatamente a simulare: si batté una mano in fronte e finse; finse fino in fondo d’essersi dimenticato.
    “E ti pareva pure questa! Sei un disastro, diamine!”, ringhiò sua moglie, terminando il ringhio in uno sbuffo. Poi disse qualcosa di simile a ‘sbrigati’, solo che Antonio non poté sentire, perché già non c’era più. 

  • 26 febbraio 2014 alle ore 18:44
    Charlie (Una stanza chiusa)

    Come comincia: Charlie scosse Sonia dal sonno. Si era rannicchiata sulla poltrona pieghevole accanto al divano, davanti al televisore, e dopo pochi minuti lui era riuscito ad avvertirne il respiro farsi più pesante e profondo. Allora aveva abbassato il volume e si era piazzato davanti al computer a perder tempo. Non voleva disturbarla. Dopo quella giornata, credeva che fosse meglio lasciarla riposare.
    Non si vedevano da quasi sei mesi. Lei era tornata a casa dai suoi per fare qualche lavoretto e racimolare un po’ di soldi da conservare. Quando era partita non aveva detto niente, nulla di nulla, neanche al momento dei saluti. Una cosa strana da parte sua, non parlare. Rideva al pensiero di quante volte si era trovato sul punto di riderle in faccia pur di farla stare zitta. Però in fondo gli piaceva quel suo modo di sotterrare il silenzio, come se ne provasse vergogna, come se l’idea di restare senza niente da dire per un solo secondo addirittura la atterrisse. Sonia riusciva ad avere sempre l’argomento pronto, una discussione nuova. Un impaccio in meno per lui, questo è sicuro.
    Ma quel venerdì era andata in maniera diversa. Charlie aveva ricevuto una telefonata di Sonia nel primo pomeriggio: gli diceva che sarebbe arrivata con l’aereo delle sette. Il suo tono di voce era entusiasta ma teso, sovraccarico di finzione. Lui non le aveva dato ad intendere di aver sospetti, comunque. Si era limitato ad annuire, assicurandole che sarebbe andato a prenderla in aeroporto.
    Quando aveva rimesso giù si era sentito oppresso, senza ragioni apparenti. O forse la ragione c’era: Sonia non era più quella di sempre. Da quando se n’era andata, pensava.
    La conferma gli era arrivata quella sera in aeroporto, quando lei lo aveva raggiunto al parcheggio. L’ultima volta era stato tutto uguale, scenario, protagonisti, forse anche l’occasione, tutto. La differenza era che allora Sonia stava sorridendo: un sorriso che avrebbe abbagliato e tramortito e fatto innamorare chiunque. L’ultima volta Sonia sembrava felice di vedere Charlie.
    Questa volta no.
    Come la vedeva adesso sorrideva debolmente, le labbra incollate ai denti, lo sguardo affettato e contratto. Sembrava stesse trattenendo una fiala di arsenico sotto la lingua. A Charlie era dispiaciuto il solo fatto di averlo immaginato. Gli era sembrato grottesco. E, d’altronde, anche il ricongiungimento era stato più che strano: nessun abbraccio, salto d’emozione, pizzico sulla faccia. Solo un bacio morbido e prolungato su una guancia, qualcosa che gli aveva trasmesso sarcasmo, dolore, senso di freddo.
    In macchina quel freddo aveva ghiacciato ogni cosa, si era espanso come fiato su una lente. Lei lo ringraziava per l’ospitalità, lui scuoteva la testa, e tutti e due ripiombavano nel silenzio più mortale che li avesse mai divisi. La conversazione si era ripetuta almeno un paio di volte, contribuendo ad aumentare il gelo nell’aria e a surriscaldare le punte delle orecchie. Tutto a voler rimandare la fatidica domanda: perché così d’improvviso? Charlie aveva deciso di soprassedere - per il momento - limitandosi a chiederle cosa volesse per cena, una volta arrivati a casa. Qualsiasi cosa, anche una pizza, gli aveva detto lei; poi si era ritirata in camera da letto a disfare la valigia, anche questa strana, diversa dal solito. Troppo piccola e vuota.
    “Quanto ti trattieni?”
    “Fino a domani, credo. Al massimo vado via domenica”.
    Parlava e si muoveva come un automa. Anche durante la cena, mentre si discuteva di corsi universitari, lavoro e quant’altro, era come se si fosse scritta tutto da qualche parte e l’avesse mandato a memoria. Finito di mangiare, lui le aveva proposto di andare a fare due passi - per rompere il ghiaccio, in realtà, ma aveva pensato non fosse esattamente il caso di dirglielo.
    “Scusami, se vuoi esci tu, ma io sono parecchio stanca. Magari, se non ti dispiace, mi metto a guardare un film dei tuoi”.
    Charlie non ne era rimasto assolutamente sorpreso, anzi: si può dire che se l’era aspettato dal primo momento. Le aveva detto di stare tranquilla, ché faceva pure freddo e non aveva poi così tanta voglia di uscire. Avevano sorteggiato un dvd, più per forza che per altro, e alla fine ne era venuta fuori una commediaccia romantica di serie B. Charlie si era sistemato sul divano, con due calici vuoti e una bottiglia di rosso scadentissimo acquistato qualche giorno prima. Ne aveva versato un po’ a entrambi. Era stato quello, forse, a darle il colpo di grazia; o chissà, magari era stata colpa della poltrona.
    Quando fu svegliata da Charlie, Sonia parve non comprendere dove si trovasse. Si stiracchiò, guardando con aria interrogativa la faccia bruna china su di lei; poi biascicò qualche parola e si ripiegò su un fianco, come per riaddormentarsi.
    “Vieni di là. Ti ho sistemato la branda”.
    Sonia non disse nulla. Dal respiro Charlie fu sicuro che fosse sveglia, ma avvertì comunque una quiete strana, che lo turbava. Tempesta, pensò. La conosceva troppo bene per far finta di non saperlo.
    Non insistette e attese che lei facesse qualche movimento. Passarono minuti secolari e immobili, fermi quasi quanto Sonia su quella poltrona. Poi finalmente accadde: lei rialzò lo sguardo su di lui. Era severa e disperata.
    “Non sono venuta qui soltanto per motivi di studio. Penso che tu questo l’abbia capito”.
    Charlie annuì, non fece altro. Annuì aspettando che sganciasse la bomba.
    “Ne sono successe di cose in questi mesi… Cose che all’apparenza non ti interessavano. No, credo che non ti siano passate nemmeno per l’anticamera, a pensarci meglio.”
    Lui sentì la saliva addensarsi in fondo alla gola. Era come provare a mandar giù una cucchiaiata di caramello bollente.
    “Beh, sono venuta qui a dirti che di queste cose tu sei l’ultima.”
    Nel terminare la frase ebbe uno scatto, un fremito, che tentò di nascondere mettendosi in piedi e stringendosi nelle spalle.
    “Sonia… ma che ti ho fatto?”
    “Niente. È proprio questo il punto. Non hai fatto proprio un cazzo per me”.
    Charlie avrebbe voluto dirle quanto faceva male sentirla parlare così, senza affetto, senza dolcezza, con quella rabbia caustica e tagliente spuntata dal vuoto. Avrebbe voluto dirle che si sentiva morire. Ma non lo fece, no, lui preferiva ascoltare, lasciare dire e fare agli altri, perché era a loro che doveva appartenere la responsabilità di certe cose.
    Sonia intanto aveva cominciato a traboccare, gli occhi castani velati d’acqua, gli angoli della bocca che tremavano.
    “Sono stanca, capisci? Stanca…”
    “Di cosa?!”
    “Di salutarti e ricominciare ogni volta da capo. Di ricostruirmi una vita ogni volta, mille vite da cui tu sei fuori… perché vuoi starne fuori”.
    Le ultime quattro parole ebbero l’effetto di una scarica elettrica in pieno petto. Charlie rimase stordito, imbambolato, stupido, a fissare gli occhi neri e bagnati di Sonia, a pensare a quanto avrebbe voluto stringere quel piccolo ovale fra le mani, accarezzarne la pelle e dire ‘è tutto a posto, non voglio starne fuori’. Ma per uno come lui la verità era una cosa maledettamente difficile, come indursi il vomito dopo una sbronza mondiale. Se poteva farlo star meglio non importava, perché era troppo disgustoso e squallido provarci. Dire la verità era, a su modo, un disonore. Di fronte a questo tutto poteva risultare sopportabile, anche vedere Sonia crollare, lasciarla sgretolarsi, farsi liquida e minuscola, e non muovere un solo dito per impedirglielo. Non dire e fare niente, nella maniera più assoluta.
    Così Charlie fece la sua scelta. Guardare in basso, voltarsi, accendere una sigaretta e riempire di nuovo il bicchiere col rosso scadente. Trangugiare e fingere che Sonia non stesse singhiozzando, piegata in due sul bracciolo della poltrona. Faceva male, un male atroce, e avrebbe fatto male ancora. La notte era lunga, lunghissima - l’orologio sulla parete segnava  a stento l’una - ed era vuota di rumori, occupata da nient’altro a parte quei singhiozzi assurdi, continui, incancellabili, misti a un lontanissimo borbottio televisivo proveniente da un altro pianeta.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:25
    Corto # 9 - Rumore

    Come comincia: Ho gridato così forte che nessuno mi ha sentito.

  • 28 settembre 2013 alle ore 9:52
    L'indifferente

    Come comincia: Vorrei poter dire di aver visto e vissuto tutto questo per raccontarlo. O forse è vero l’inverso, e cioè che chi racconta ha visto e vissuto tanto di quel tutto, nella sua testa e fuori.
    Ma qui il vero che conta è un mondo reale fatto di tante realtà, di verità non credute.
     
    Lui era lì, uno schiaffo dopo l’altro, ad incollarla al muro. Nessuno avrebbe detto è vero se non l’avesse visto con i propri occhi: un ragazzino esile pompato dalla rabbia nell’atto di punire una semplice richiesta di parola. La sera calda si apriva alla noia del falso divertimento, e la sua noia era più importante. Di lei. Un tempo breve svendeva quello lungo, lo cancellava, lo cacciava fuori.
    Lei aveva solo quello e le parole per difendersi, e uno stupore come debolezza. Non resse alla sorpresa di trovarsi due mani, che s’era illusa di conoscere, intorno al collo. Non fiatò quando si trovò letteralmente spalle al muro. Il buio ruppe gli argini, il mondo fu travolto e scappò via.
    Ma prima di andarsene volle ferirla ancora, di più, in profondità, con l’immagine sullo sfondo di una persona amica che guardava, che vedeva tutto, senza muoversi.
    Fu uno sconosciuto a farlo, a scattare, a porre fine a quello scempio. Il gelo del muro fu lontano e al mondo fu possibile rientrare. Lei era ancora senza fiato, ma non per lo stupore. Fece un passo indietro e gli negò l’addio: l’unica arma con cui aggredire quel ragazzo che credeva di avere allevato giustamente nel suo cuore. Non ne aveva altre. In seguito, si ritrovò a essersi riconoscente per non averne avute, per non aver assorbito lo sporco di quella parete.
     
    O forse la scorza era scivolata dentro e l’amore era salito in superficie.
    Se lo chiedeva spesso ora che gli anni avevano trasformato quella scena in un ricordo da riprendere. Un’ultima volta, per capire e poi riporre. Per comprendere che a fare male, più di quelle dita in movimento, serrate attorno alla sua gola o stampate sulle guance, era stata l’immobilità di chi le era amico in modo strano perché aveva scelto di non fare niente. La solitudine era il dolore steso a seccare, ad asciugare, nell’arsura dell’indifferenza o di un’ostinata forma d’impotenza. Ora lo sapeva.
    Ma avrebbe voluto poter dire di non aver visto e vissuto tutto questo, di non poterlo raccontare. Di avere altre verità incredibili da dire, da far piovere sul capo degli indifferenti.

  • 02 luglio 2013 alle ore 19:19
    Corto # 8 - Il contrario della coerenza

    Come comincia: Conoscevo un ragazzo e conoscevo anche sua madre. Un giorno lei mi disse "Qualsiasi cosa succeda, vedetevela fra voi. Ma se ti mette le mani addosso, corri da me a dirmelo".
    La presi in parola. Ma lei alla mia non credette mai.

  • 01 giugno 2013 alle ore 19:01
    Corto # 7 - Switch

    Come comincia: Ho ritrovato un inizio in cui è scritta una fine.
    Solo la seconda è qualsiasi.

  • 24 maggio 2013 alle ore 14:32
    Corto #6 - Il dubbio

    Come comincia: Poi lei disse "Non lo so". E non appena lo fece, seppe di più di prima.

  • 30 aprile 2013 alle ore 20:28
    Corto # 5 - Indelebile

    Come comincia: Mi ricorderò sempre del vento delle antiche estati. Del suo odore di fiamme e di sale che insaporiva l'infanzia.

  • 22 ottobre 2012 alle ore 0:23
    I mille oceani

    Come comincia: Appollaiati su una panchina, lui con la birra in una mano e la sigaretta rinsecchita nell’altra, lei timidamente seduta a gambe strette che lo guarda. E’ bello, pensa, come sembrano tutte le cose cattive, quelle che fanno male. Il suo sguardo allora scappa lontano, alla ricerca di una tana sicura. Che sembra non esserci, non esistere, è solo un rifugio fatto d’una materia molto più labile della carta.
    Fatto d’aria.
    E proprio quando giunge alla disarmante certezza della totale sottomissione a cui quegli occhi verdi la costringono, lui quegli occhi glieli punta addosso. E’ una frazione di secondo, ma lei li sente pungere. Il silenzio confortante nel quale si è rinchiusa, la sua bolla di calma, viene spazzato via come il terriccio ai piedi della panca, smosso dal vento.

    - Lo amavi?

    Sì, sì che lo amava. Chissà perché vorrebbe urlarglielo in faccia. Quel poco di pudore che le resta, tuttavia, la trattiene dal farlo. Nei suoi pochi anni ha visto quel poco che basta ad affermare senza dubbio che svendere il dolore all’umanità è una cosa del tutto inutile; l’unico frutto che offre è una silente umiliazione atroce da tollerare. Del resto, a che scopo condire con le lacrime una verità già triste di per sé? Lei ha amato un uomo - un uomo? - capace di plagiarla al punto tale da spingerla verso l’annientamento, che le diceva di bruciarsi la pelle per materializzare il dolore. Che quando lei le aveva mostrato i compiti a casa in un bagno della scuola aveva riso, aveva goduto, perché poteva finalmente essere sicuro di averla fra le mani e di poterne fare uso.
    Poi, non contento abbastanza, l’aveva tradita con ben tre donne. E se n’era andato.
    Il brutto? E’ che lei l’aveva amato, una sensazione immensa ed avvolgente come un odore restio a dissolversi.
    Può esserci qualcosa di peggiore? Sì: raccontarlo. Ammettere di fronte al tribunale mondiale la sua più grave colpa, l’errore che non s’è mai perdonata. Tribunale mondiale: che esagerazione. Alla fine, non è altro che un ragazzo quello che ha di fronte, uno che ha sbagliato tante volte, così tante che a volte lo immagina insonne, nel suo letto, mentre si rigira fra le immagini convulse di un passato ostinato a ripresentarsi alla sua porta senza chiedere permesso. Lo vede, con i capelli castani raggruppati assieme dal sudore, che pigia la ventesima sigaretta ridotta al filtro nel posacenere strapieno, fissando il soffitto con la speranza cieca di trovare un particolare, anche una piccola crepa, in grado di donare un senso a quella tonnellata di merda che tiene in groppa da 25 anni.
    Pensa a lui mentre è con lui, cerca di ricordarselo quando ce l’ha davanti, e sente che non v’è nulla di più straordinario.
    Sente che c’è qualcosa, un’indefinibile scossa di vita, per cui vale la pena sopportare la pena che l’aspetta, il giudizio silenzioso della corte. Può abbassare la guardia, anche se per poco, e dire Sì, l’ho amato molto … Purtroppo o per fortuna, ma m’è servito.
    La giuria sbuffa il fumo in fuori, la giuria ha raggiunto il verdetto. Per una volta, lei di quel verdetto non ha alcuna paura.

    - E quell’altro … Quello che ti picchiava. Quello l’amavi?
    A quanto pare i giurati non sono soddisfatti: puntano su un altro capo d’accusa, l’ennesimo. Anche quello è un ricordo gravido di nubi e ombre, tenuto nascosto per molto tempo, sebbene all’apparenza lei sia sempre riuscita ad estrarne il veleno, parlandone con tutti, con chiunque. Ma mai riuscendo a spiegarlo veramente.
    Non ha mai saputo far comprendere agli altri l’entità dell’affetto che è stata capace di dare a quell’individuo, l’unico a cui sa che non restituirebbe il saluto nemmeno in punto di morte, semplicemente perché lui - l’altro lui - le ha ripagato tutto l’amore in comode rate da cinque dita. Attorno alla sua gola o dritte in faccia. Forse, per quanto l’ha ignorato dopo l’epilogo, è arrivata ad uccidere ogni tipo di sentimento buono nei suoi confronti. Forse quel sentimento non è mai nato, perché innamorarsi è un po’ come stringere un patto di sangue con un’altra anima per tutta la durata della propria esistenza; e se per l’altro il patto continua ad essere rispettato, per lui ogni goccia di sangue versata è tornata indietro. L’unica morale è che è servita anche questa, una specie di prova, un test.

    - Alla fine ho capito quanto può essere difficile per una mamma volere bene al proprio figlio nonostante i difetti che ha.

    Lui sorride di lato, come se avesse assaggiato qualcosa di andato a male. Fissa il selciato impolverato di terra rossastra, lo centra con il mozzicone accartocciato, si estranea nell’ultimo giro di fuoco della brace. E quando ritorna a guardare lei è come se avesse fatto un incubo e si fosse svegliato appena, sconvolto e distante dal mondo.

    - Io non ti picchierei mai. L’ho fatto tante volte, con tante persone ma … Tu. Non ti picchierei mai.

    La lascia trasalire per tornare a perdersi fra i granelli di polvere; lei, da parte sua, non dice niente. Non v’è una domanda che necessiti risposta, non esiste domanda né fra le righe né altrove. Ci mette un poco ad afferrare, poi afferra, prende, ed a quel punto non avverte più il bisogno di un rifugio dalla realtà, dagli attacchi continui al suo palazzo di vetro; perché è come se stesse già al suo interno, al riparo.
    Quello di lui è stato solo un modo di ricambiare. Segreto al segreto, confessore contro confessore. Fra peccatori si stabilisce un contatto, ed anche se si edifica su un cuore sporco è lecito e, soprattutto, confortante sapere che c’è. E’ invisibile, ma c’è.

    - Grazie.

    È la cosa più naturale che le labbra di lei siano in grado di pronunciare. E lui sobbalza, come lei poco fa, perché proprio questo non l’ha previsto. Perché non ha previsto lei, il sorriso bianco che le si sta spalancando sul viso, le guance rotonde, le iridi nere e lucide come i vecchi vinili di suo padre. Pace all’anima sua. Cosa c’entra ora suo padre, boh, chi lo sa. Il vento non glielo suggerisce, e non appare segno fra i chicchi rossi del terreno che gli indichi il motivo, la molla che è scattata nella sua testa, che va avanti e indietro, e non si ferma, ogni volta che è con lei. Il ghiaccio si sta sciogliendo o è soltanto un’illusione? Eppure si sente così al caldo adesso, e sono bastati una parola ed un paio di grandi occhi scuri dalle ciglia lunghe … Naaa. Sono stronzate, tutte stronzate, c’è troppa carne a cuocere e poco spazio per aggiungerne altra.

    - Di che mi ringrazi … S’è fatto tardi comunque. Ti do uno strappo o vai a piedi? 

    Lei non fiata, e lascia che il sorriso rimpicciolisca fino a sparire. Ha tastato un cambiamento minimo ma reale; un filo elettrico tagliato in due. E’ molto probabile che sia lei la causa, però a che vale pensarci?, lui sta andando via, la pianta in asso, è il crepuscolo e l’alcova resta vuota. Stupida e assorta, si blocca a seguire i suoi movimenti, lui che scavalca la panchina, lui che si fa schioccare il collo mentre sale a bordo, arrogante ed insieme rispettoso.
    La moto si schiarisce la voce e non c’è più tempo: per riflessioni, confessioni, appelli disperati. Lui è ripassato dietro alla sua bacheca di vetro antiproiettile; fiero, intoccabile, guarda l’orizzonte e lei con i medesimi occhi assenti. Ci guarda attraverso.
    Sotto il suo sguardo lei non può che sentirsi debole, esposta. Un’imputata incapace di difendersi.

    - Dai, salta. Non voglio tenerti sulla coscienza.
    E lei non sa se subire passivamente l’attenuazione della pena o provare a chiedere un risarcimento.
    Quando gli si aggancia alla schiena e vi si schiaccia contro, smette di sapere anche il resto. Non sa più niente, solo che l’adrenalina le avvinghia i polmoni e gli odori autunnali le esplodono uno dietro l’altro nelle narici. Ha fiducia, ha coraggio, è convinta di poter rischiare.
    La seduta è momentaneamente sospesa.

  • 16 gennaio 2012 alle ore 23:31
    Lettera all'amante cieco

    Come comincia: Se permetti, mi piacerebbe ascoltarti in questa musica, calpestando sabbia, solo lenzuola fresche di lavanda, polvere di legno, sole che affetta i vetri, i tetti rossi guardiani taciturni.
    Se permetti, sarebbe solo il mare e gli alberi a rispondergli, il vento corriere di luce odorosa e brace, un bicchiere vuoto sul davanzale ospite di una scintilla.
    Saremmo solo quattro mani, due sciolte e due legate, e il resto indistinguibile, come un dente di leone nell'erba.

    Se permetti, anche se non fosse, sarebbe già. Se sì, non s'immagina.

    Se è stato, non sarà.

  • 20 dicembre 2011 alle ore 14:48
    Corto #4 - è sempre tardi, non è mai tardi

    Come comincia: Per quanto non ci sia niente di irreparabile, le fratture delle cose belle saranno sempre visibili. D'ora in poi romperò solo cose brutte.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:29
    Corto #3 - Possible is something

    Come comincia: Dammi una paletta, un secchiello e un forziere, e tutte le spiagge del mondo, per renderti introvabile.

  • 08 ottobre 2011 alle ore 14:27
    Corto #2 - Praticità

    Come comincia: Lui mi dice che il mio sorriso lo illumina, ma poi vive con una torcia in tasca.

  • 06 settembre 2011 alle ore 20:20
    Ascolta prima che piova

    Come comincia: Non sapeva cos’aveva. Un angolo privato, inviolato, bianco. Solo la terra a minacciare i piedi. Solo falsi limiti immersi nell’acqua, lontano.

    Poi ha saputo, poi no, poi ancora sì, e dopo non lo sa nessuno. Se quelle mani strette così a lungo nel buio delle tasche non riceveranno schiaffi dal vento, se la porta del suo viso si aprirà ridendo, sbuffando bolle di sapone. Bisogna saperci giocare, con la memoria. Prendere a pugni lo specchio e impazzire.

    Per gioco, correre verso il vuoto fino a vederci finire qualche sasso, tornare indietro con i talloni in fiamme, sempre per gioco. Lanciarsi, comporre origami d'aria. Liberi al punto di scegliere di non esserlo. Di guardare la luce e sfuggirle, come fanno i migliori dei peggiori di noi. Quel bagliore azzurro prima che piova, carico di silenzio isterico, di nuvole che celano stelle, lacrime belle, notte affamata.

    Non sapeva, ora sa / che è cosa semplice la felicità

    Dal nero salta al blu

    e il vecchio non c’è più.

  • 05 settembre 2011 alle ore 21:15
    Corto

    Come comincia: Disse "Non aspetto nessuno". Poi il telefono squillò e il suo cuore rispose.

  • 19 giugno 2011 alle ore 21:52
    Rin e Ran

    Come comincia: E' la storia di Rin e di Ran, due ragazze apparentemente identiche: brune di capelli, scure di carnagione, sorriso bianco da cartellone pubblicitario.
    Sì, all'apparenza sono molto simili. Amano i gatti, il cibo giapponese, i film di Kitano. Amano perfino lo stesso uomo.
    Tanto che una sera si ritrovano sullo stesso lungomare - è estate e fa un caldo torrido -, a pochi metri di distanza l'una dall'altra, inconsapevoli compagne d'attesa e di lenzuola. Rin indossa un paio di jeans e una maglietta scura, accollata, ché detesta i colori accesi - anche se sua zia continua a ripeterle che le donano meravigliosamente. Ha paura di mostrarsi, Rin, o più che paura è un sentimento, quello che prova, che combacerebbe più con la definizione di fastidio. Sì, preferisce star coperta, perché tanto - pensa - sotto i vestiti siamo tutti uguali. Più o meno.

    E dall'altro lato c'è Ran, solare, estiva, una tavolozza di gialli e di rosa. Si guarda le gambe, non troppo lunghe ma sode e ben tornite, e fa un sorriso al pensiero di lui, della faccia che farà lui, delle mani di lui che gliele divoreranno, quelle gambe, non appena la vedrà. Ed ha un brivido quando ricorda quello che è successo dopo, l'ultima volta. Un po' se lo augura che accada ancora, più che altro perché ha una voglia matta e poi perché domani vedrà Len: non può andare da lei a mani vuote, senza nulla da raccontare.
    Ah!, quasi dimenticava. E' quasi un mese che non aggiorna il blog ... Dovrà rimediare pure a questo.

    La sera d'estate porta con sé un vento senza ossigeno, aria che attanaglia i polmoni ed irrita gli occhi. Rin si stringe nelle spalle, sospesa fra un sospiro d'insolita libertà ed una profezia di dolore: vorrebbe piangere, scappare, pur di non sentire il vuoto spandersi come petrolio dentro di lei.
    E' peggio del fuoco, del ferro bollente - pensa, riportando la mente ad una vecchia bruciatura che si procurò armeggiando con le pentole, - è come un'agonia. Forse T. prima di buttarsi dall'ottavo piano l'ha sentito, e non ce l'ha fatta, non ha retto.

    E Ran invece è lì, che ammicca al primo che passa succhiando un po' di fumo dalla sua Marlboro Light - le altre marche fanno schifo, o almeno così le hanno detto le sue amiche. Prima di uscire, mentre si truccava, ha rivisto per la ventiquattresima volta l'ultima sequenza di Moulin Rouge!, quando Nicole Kidman muore eroicamente fra le braccia di Ewan McGregor. Quant'è bello quel film, è proprio... bello, bellissimo. Troppo BELLO. S'è ripromessa di annotarsi un paio di citazioni sull'amore - in quel film ce ne sono a iosa -, e di raccoglierle tutte in un quadernino da regalare al suo "cicci". Il suo Ewan: lui si che ne capisce di poesia, cinema, arte. E' proprio la persona giusta, ne è convinta da sempre, dal primo momento. E poi a letto la sculaccia, ed è una cosa che la fa morire.

    Quasi quasi però me ne torno a casa, riflette Rin, perché in effetti è mezz'ora che aspetta, nervosa e vibrante nel cono di luce gialla del lampione, ed è stanca di aspettare, lei DETESTA aspettare - e non vuole certo finire col dire "è tutta la vita che aspetto", oppure "la mia vita è stata un'attesa continua" quando avrà ottant'anni, no, si rifiuta di farlo. Ma poi le balza alla vista l'immagine di casa sua, suo padre che fa i cruciverba in salotto mentre mamma sistema la cucina, e suo fratello che parla a telefono e parla, parla, PARLA...
    Così decide di restare, tanto cosa saranno altri dieci minuti se già ne sono trascorsi trenta?, guarda il cellulare ed il display è miseramente vuoto, c'è soltanto l'orologio digitale e i due puntini che lampeggiano la ipnotizzano per alcuni secondi. Perché m'è venuto in mente T.?

    E nel frattempo, dall'altra parte del marciapiede, una vecchia Tempo accosta accanto alle aiuole, il finestrino semiaperto dal quale fuoriesce un lungo avambraccio smagrito. Ran risplende di gioia, raccoglie il suo portachiavi a forma di cuore da terra - le era caduto mentre cercava le sigarette - e lo infila di forza nella sua borsetta rosa col glitter; quindi si avvicina alla macchina, sosta per un momento davanti al vetro abbassato con un sorriso beota incollato sul viso, dopodiché fa il giro ed apre lo sportello di sinistra per salire.
    La Tempo riparte ma Rin non la nota, non la vede nemmeno. I minuti da dieci diventano venti, da venti diventano trenta, e quando scocca un'ora esatta Rin sa che la profezia s'è avverata, non ne ha prova ma lo sa, ne ha la certezza, e sta così male che non riesce a piangere, perché - dice a sé stessa - ci sono cose tanto grandi da diventare inspiegabili.
    Così decide di restare, un'altra volta, la seconda in una sera. Si siede su una panchina e aspetta, chissà che non passi qualcuno che conosce con cui poter fare quattro chiacchiere, ridere, smettere di pensare. Ci saranno spore di malinconia nella brezza marina, pensa, e ride di se stessa, di come non si stanca mai di cercare  modi nuovi di cantare al mondo.
    Sempre lì, sulla panchina, instancabilmente

    canta.

  • 27 febbraio 2011 alle ore 16:12
    Qualsiasi cosa tu voglia

    Come comincia: Carpisci il sogno, amazzone. O sei una dolce Dafne o qualsiasi cosa. Le stelle sono tombe, il cielo lago e dimenticatoio. A te serve altro per ricordare. L’odore ti è compagno, la musica un’amante, ma rammenta che è fedifraga. Non lasciarti sedurre nelle notti in cui gli assenti bussano alla tua finestra. Non perdere il tanto di quel poco che ti rimane. Non spezzare l’arco delle tue labbra. Continua a colpire, un colpo per ogni colpo.
    Il libro tace al tuo fianco ma tu sai che sussurra qualcosa: non temere il tempo in cui riuscirai a sentirlo.
    Colpisci ancora.
    Le frecce tornano indietro, i denti grigi dell’orizzonte ti sbarrano la strada, strada troppo lunga dietro e davanti a te.
    Ma c’è ancora profumo qui intorno. Profumo da colpire. Rimembranze amare da cui la dolcezza sguscia come un fiore.
    Il rancore muore, nato storpio. Cresce bellezza nei tuoi occhi aperti.
    Prendila, amala, ammazzala, fanne scempio, erigi una statua di sabbia in suo nome.
    E’ il tanto di quel poco, ma è il manto di neve mai solcato, la terra sacra inviolata dai guerrieri millenari, l’arma segreta nascosta dal guanciale.

    Un volo libero e di nessun altro.

  • Come comincia: Ci si rannicchia fra vecchi odori ferini, familiari; ci si sofferma su occhi quadrati accesi nel buio e si sospira pensando allo stesso cielo visto da altri luoghi; si trema al pensiero del tempo che non vuol dire proprio niente, sempre più spesso.

    Una porta sempre aperta in un corridoio di solitudini serrate in eterno, briciole di pane e chincaglieria sul pavimento a ricordare volti meno belli di adesso, eppure più preziosi nella loro ampolla di anni rubati.

    Entra di tutto qui dentro. Il vento sferza la pelle, seduce gli errori e spaventa la bellezza. "Non spazzarmi via" gli dice lei. "C'è ancora luce da vedere. Luce nuova. Se non riesci a scorgerla non so di chi sarà, ma sarebbe un peccato spegnerla. Un crimine che non vale tutti i crimini del mondo."

    Brezza rossa, silente, incerta. Il passato muore senza gran rumore.