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Autore

Francesca Fichera

in archivio dal 10 mag 2010

27 aprile 1988, Napoli - Italia

segni particolari:
Redattrice di Aphorism dal 2012. Poco alta, sempre all'altezza. 

mi descrivo così:
Ho l'anima di un poeta e l'apparato emotivo di un cane da rottamaio. Ma questo non l'ho detto io.

28 settembre 2013 alle ore 9:52

L'indifferente

Intro: Tratto da un'altra storia vera qualunque

Il racconto

Vorrei poter dire di aver visto e vissuto tutto questo per raccontarlo. O forse è vero l’inverso, e cioè che chi racconta ha visto e vissuto tanto di quel tutto, nella sua testa e fuori.
Ma qui il vero che conta è un mondo reale fatto di tante realtà, di verità non credute.
 
Lui era lì, uno schiaffo dopo l’altro, ad incollarla al muro. Nessuno avrebbe detto è vero se non l’avesse visto con i propri occhi: un ragazzino esile pompato dalla rabbia nell’atto di punire una semplice richiesta di parola. La sera calda si apriva alla noia del falso divertimento, e la sua noia era più importante. Di lei. Un tempo breve svendeva quello lungo, lo cancellava, lo cacciava fuori.
Lei aveva solo quello e le parole per difendersi, e uno stupore come debolezza. Non resse alla sorpresa di trovarsi due mani, che s’era illusa di conoscere, intorno al collo. Non fiatò quando si trovò letteralmente spalle al muro. Il buio ruppe gli argini, il mondo fu travolto e scappò via.
Ma prima di andarsene volle ferirla ancora, di più, in profondità, con l’immagine sullo sfondo di una persona amica che guardava, che vedeva tutto, senza muoversi.
Fu uno sconosciuto a farlo, a scattare, a porre fine a quello scempio. Il gelo del muro fu lontano e al mondo fu possibile rientrare. Lei era ancora senza fiato, ma non per lo stupore. Fece un passo indietro e gli negò l’addio: l’unica arma con cui aggredire quel ragazzo che credeva di avere allevato giustamente nel suo cuore. Non ne aveva altre. In seguito, si ritrovò a essersi riconoscente per non averne avute, per non aver assorbito lo sporco di quella parete.
 
O forse la scorza era scivolata dentro e l’amore era salito in superficie.
Se lo chiedeva spesso ora che gli anni avevano trasformato quella scena in un ricordo da riprendere. Un’ultima volta, per capire e poi riporre. Per comprendere che a fare male, più di quelle dita in movimento, serrate attorno alla sua gola o stampate sulle guance, era stata l’immobilità di chi le era amico in modo strano perché aveva scelto di non fare niente. La solitudine era il dolore steso a seccare, ad asciugare, nell’arsura dell’indifferenza o di un’ostinata forma d’impotenza. Ora lo sapeva.
Ma avrebbe voluto poter dire di non aver visto e vissuto tutto questo, di non poterlo raccontare. Di avere altre verità incredibili da dire, da far piovere sul capo degli indifferenti.

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